--Disturbo?
Era Sauri, il dottore, che s'era fermato, col cappello in mano, a
pochi passi dalla Teresa.
Ella dissimulò a fatica la sua noia. Pur troppo ell'avrebbe dovuto
interrogare un medico. Non avrebbe però interrogato nè Sauri, nè altri
ch'ella conoscesse... Sauri, a ogni modo, meno di tutti.
--Avanti pure--ella rispose.--E si copra, chè non fa mica caldo.
--Ho sentito--ripigliò il dottore--ch'ell'era in giardino e mi son
immaginato che sarebbe stata qui nel suo posto prediletto... Ma badi
ch'è un posto umido, e se non istà perfettamente...
--O perchè vuole ch'io non stia perfettamente?--replicò la Teresa
colorandosi in viso.
--Non so... Or ora era pallida... E qualche parola della cameriera...
--Pettegola!... O dica la verità... È stata lei a farlo venire?
--No, da galantuomo... Era una visita che le facevo io
spontaneamente... E dal momento che son qui...
La Teresa capì che non sarebbe stato opportuno il voler nasconder
tutto, e soggiunse:--Ho avuto iersera un disturbo di stomaco... Questa
è la gran malattia.
--Mi vuol mostrar la lingua?
--Non ho più nulla!
--Via--insistè Sauri,--lasci vedere.
--Oh che noioso... Ecco la lingua... È contento?
--È bianca... sporca...
--Tornerà pulita.
--Non c'è dubbio... Ma prenda due polverine di Seidlitz.
--Domani... se ne avrò bisogno... le prenderò.
--E il polso?... Mi dia il polso.
--O Sauri... non la finiamo?
--Il polso poi... Che cos'è un medico che non tasta il polso?
La Teresa dovette rassegnarsi.
--Un po' frequente... un po' agitato--disse Sauri,--Ma non c'è
febbre... Credo che una purgatina basterà... Però io la consiglierei
di aversi qualche riguardo... O che bisogno ha di venir qui in riva al
lago?
--Non son mica le paludi pontine... E se crede ch'io sia disposta a
rimaner tappata in casa...
--No... Ma per un paio di giorni potrebbe contentarsi di star sul
davanti ove c'è più sole...
--Ce n'è anche qui del sole...
--Ce n'è meno... E poi c'è l'acqua e ci son troppi alberi... Non
convien dimenticarsi che siamo al 2 di novembre.
--Il giorno dei morti.
--Già, quest'anno è caduto di domenica.
--È vero, è domenica... Essendo stata festa ieri mi confondevo...
credevo fosse lunedì.
Il dottore parlò alquanto delle corse di Treviso, dello spettacolo
d'opera al Teatro Sociale. Ella non ci andava?
--Se sono un'invalida!--disse la Teresa sorridendo.
--Oh per sabato prossimo che c'è la corsa grande sarà perfettamente
guarita... Intanto, badi a me, venga via di qua...
E per darle il buon esempio si alzò.
La Teresa si strinse nelle spalle. Tuttavia ella consentì ad avviarsi
verso casa in compagnia del dottore, chiacchierando di cose
indifferenti.
--Passerò domattina--disse Sauri accommiatandosi.
Ella si chinò su un cespo di rose.--Arrivederci.
Oh come gli sarebbe stata riconoscente s'egli le avesse scoperto il
principio d'una grave infermità; d'una buona tifoidea, d'una polmonite
doppia, d'una congestione cerebrale o di qualche cosa di simile! Come
si sarebbe messa a letto docile e rassegnata, rassegnata a morire se
la Provvidenza voleva così, rassegnata a guarire se, guarendo, ella
non avesse più sentito la spina acutissima che ora le trafiggeva le
carni. Per un istante ell'ebbe l'idea di tornarsene laggiù, appunto
perchè Sauri le aveva detto che non era senza pericolo il rimanervi.
Sì, ma era poi certa di pigliarsi una malattia mortale? E che ci
avrebbe guadagnato a esser côlta da una febbre che la tenesse
prigioniera in camera per due o tre settimane? Forse che il nuovo
germe morboso da lei assorbito avrebbe distrutto la causa preesistente
del suo malessere? O non l'avrebbe invece svelata più presto? Ma
intanto come saper la verità, temuta e pur necessaria? Sicuro;
aspettando ella l'avrebbe saputa... nello stesso tempo degli altri...
e questo no, ella non voleva a niun patto, decisa com'era a portar
nella tomba l'umiliante segreto.
Fu per qualche ora inquieta, irascibile; sgridò la cameriera
ostinandosi a credere che fosse stata lei ad avvertire il dottore
Sauri e a farla passar per malata, e dicendo che non permetteva alla
sua servitù di tenerla sotto tutela. Era lei la padrona di casa, se lo
ricordassero bene. E per cominciare, rinnovava, nel modo più
categorico, l'ordine di non ricever nessuno.
Poi, sola nel suo salotto terreno, sprofondata in una poltrona, ella
cadde in un assopimento doloroso. Si scosse ch'era già vicina la
notte, balzò in piedi, sonò il campanello. La Luisa le portò il lume,
le portò due o tre carte da visita ch'eran state lasciate per lei e un
paio di giornali giunti per la posta.
--Comanda altro?
--Sì... allontana quelle rose. Mandano un odore troppo acuto.
--Devo riaccendere il foco in salotto da pranzo?
--Riaccendi... Non fa freddo, ma è umido...
La Luisa s'indugiava; pareva aver un'interrogazione sulla punta della
lingua.
--Va, va--le disse la signora.
--Le rose le metto in sala?--chiese la cameriera.
--Sì, sì, dove vuoi--replicò la Teresa,--Spicciati.
Ella amava tanto le rose una volta. Perchè le ripugnavano adesso? Era
un sintomo anche questo?
Guardò appena le carte da visita. Che le importava de' suoi
visitatori? Che le importava di alcuna cosa al mondo, se ciò ch'ella
temeva era vero?
Dei due giornali che la posta le aveva recati ella ne aperse
distrattamente uno a cui era abbuonata da un pezzo, il _Corriere della
Sera_ di Milano. Lo spiegò, e scorrendone la terza pagina, l'occhio le
cadde sopra un annunzio che certo doveva esservi comparso altre volte,
ma che l'era sempre sfuggito o sul quale ella non aveva fermato mai
l'attenzione. L'annunzio, stampato in caratteri piccoli, era il
seguente: _Il dottore Ermete Boni, chirurgo ostetrico, riceve ogni
giorno dall'una alle tre. Piazza Beccaria, n. 5_.
Strana combinazione! Il nome di questo dottor Boni, menzionato nella
lettera recente della sua sarta con l'appellativo di _celebre
ostetrico_, le ricompariva dinanzi a così breve intervallo e proprio
nel momento in cui ella aveva il bisogno di consultare un medico, uno
specialista che dimorasse in altra città e che non la conoscesse. La
Teresa Valdengo non era superstiziosa, non credeva agli avvertimenti
soprannaturali; pur quella coincidenza non poteva a meno di colpirla,
di suggerirle un'idea molto semplice ed ovvia. O perchè non sarebbe
andata a Milano, perchè non avrebbe consultato il dottor Boni? Ora,
dai fondi oscuri della memoria, sorgeva in lei la vaga reminiscenza di
un discorso udito tempo addietro in un crocchio di signore, non
ricordava bene nè il dove, nè il quando, un discorso nel quale alcuno
aveva accennato a questo dottor Boni, milanese, come a un ginecologo
insigne, uno dei migliori d'Italia. Forse non era, forse si trattava
di un altro. Ma invero, nel caso di lei, non occorreva affatto un
medico insigne. Bastava uno al quale ella potesse aprirsi con minore
vergogna.
Quando l'animo è agitato dalle tempeste, ogni risoluzione, anche
d'indole secondaria, dà pur qualche istante di calma. Così la Teresa
Valdengo, di mano in mano ch'ella si raffermava nel proponimento di
ricorrere al dottor Boni, si sentiva più tranquilla, più forte, più
padrona di sè. E nel resto di quel giorno e nei due dì successivi ella
seppe adattarsi al viso la maschera dell'impassibilità, seppe celar ai
familiari e agli estranei la cura assidua, affannosa ond'ella studiava
sè stessa, intenta a cogliere ogni segno, ogni indizio che avvalorasse
o affievolisse i suoi crudeli sospetti. Al medico ella dichiarò ch'era
perfettamente guarita.
--Guarita senza bisogno delle due polveri di Seidlitz--ella disse. E
poich'egli stentava a persuadersene e la trovava giù di cera,--Oh, la
cera--ella ribattè--non significa nulla. Non sono stata mai color di
rosa, e adesso sarò in un cattivo momento. S'invecchia, caro Sauri, e
le donne che hanno resistito più a lungo danno un crollo più rapido...
Convien rassegnarsi.