--Mi odii dunque molto?

--No; sono un vile e non so odiare; ci vuole ben altra fibra della mia

per nutrire un sentimento potente come quello; ma non ti posso

soffrire,--e la guardò, accompagnando con un riso cinico quelle

parole.

--Sai amare però,--diss'ella accennando al ritratto, ora debolmente

illuminato dalla luce, che penetrava dalla finestra.

--Neppure. Se sapessi amare, imporrei il mio amore e tu non avresti

trovato qui un ritratto. Non so odiare, non so amare, non so

volere!--disse il principe lasciando ricadere con una mossa di

scoraggiamento la testa sui guanciali, e chiudendo gli occhi per non

vedere la sua tormentatrice.

La principessa rimase un momento a guardarlo e poi uscì per andare

nella camera in cui si era fatta preparare il bagno, nella piccola

tinozza di guttaperca, che viaggiava sempre insieme con lei, e dopo

essersi tuffata nell'acqua e vestita in fretta, prese la rozza coperta

per i poveri e si mise di guardia nel salotto di don Pio, come faceva

a Roma.

Don Pio sentiva il tic-tac rabbioso dei ferri, che gli martellava

insistentemente nel cervello e non aveva neppure la forza di dire alla

moglie che cessasse. Era ritornato nell'abbattimento, nell'inerzia,

non voleva più nulla, non pensava più a nulla altro che al suo dolore.

Il viaggio a Rovigno, la consolazione che ne sperava, tutto era

svanito dalla sua mente; era stato un dolce sogno che si confondeva

con i sogni della notte. Nel riaprir gli occhi aveva veduto Camilla,

e ora ella era là che lavorava, che vegliava implacabilmente su di

lui!

Mentre don Pio inerte, senza volontà, stava abbandonato sul letto, e

Giorgio preparava quetamente nella stanza la biancheria e gli abiti

del principe, fu bussato alla porta del salotto, e donna Camilla,

cessando un momento il lavoro, diceva "avanti".

Il Rossetti, tutto umile, col cappello in mano, entrava, e vedendo una

signora la salutava fino in terra.

--Scusi,--disse con la sua parlantina,--ero venuto a dire al principe

della Marsiliana che sono le nove e il vaporino è pronto.

--Ah, sì! Il principe è ancora in letto e per ora non credo si

alzi,--disse donna Camilla.

--Peccato! Mi facevo una festa di condurlo a Rovigno dalla mia Maria!

--Lei dunque è il padre della signora Caruso?--domandò la principessa

squadrandolo con uno sguardo freddo.

--Appunto, e il principe voleva andare oggi a trovarla; tutto era

fissato e il vaporino aspetta.

--Il principe non verrà; ritorna a Roma stasera,--disse donna Camilla

con un sorriso sprezzante.

--Ma il vaporino! Io l'ho fissato; si tratta di un viaggio, non di una

gita sulla laguna; mi sono impegnato....

--Non si sgomenti per questo; mandi il padrone a farsi pagare qui

all'albergo,--disse in tono offensivo la principessa.

Il vecchio Rossetti, tutto umiliato, uscì dal salotto e per le scale

pensava:

--Basta che sieno signori per esser tutti matti, tutti!--e con questa

riflessione si consolava dello sgarbo ricevuto.

Don Pio aveva sentito il battibecco fra la moglie e il pittore, e non

s'era mosso; egli lasciava che gli avvenimenti si compissero senza far

nulla per trattenerli o impedirli. Era una fatalità e dinanzi a quella

dea inventata dagli spiriti inerti, egli chinava la testa.

Verso il mezzogiorno si alzò e andando in salotto trovò la colazione

pronta. Donna Camilla posò la coperta e prese posto di fronte a lui

senza parlare. Quando i camerieri si furono ritirati, la principessa,

sorseggiando il caffè, narrava al marito, in tono sarcastico, il

colloquio col Rossetti.

--Era molto impensierito per il vaporino, quel poveruomo; si vede che

l'interesse è il movente della sua vita. E come favoriva volentieri la

tua riunione con la figliuola, come cercava di compiacerti! Chissà mai

quali ricompense sperava!--aggiungeva ella con un sorriso perfido

sulle labbra scolorate.

--Che anima bassa!--esclamò don Pio guardando fisso la principessa e

strisciando le parole, quasi si compiacesse a sferzarla più lungamente

con quell'insulto. Poi accese un sigaro e non disse altro.

Egli lasciò che la principessa ordinasse a Giorgio di fare i bauli

senza opporsi e che stabilisse la partenza per la sera stessa.

--Occorrerà ordinare una cassetta per trasportare il quadro?--domandò

Giorgio approfittando di un momento in cui il principe era solo.

--Non importa, lo riporterete a chi lo ha mandato,--e tracciò poche

righe per il Rossetti sopra una carta da visita nelle quali diceva che

non voleva privarlo di un ricordo di famiglia, e per questo glielo

rimandava ringraziandolo.

--Che cosa hai scritto a quel tenero padre?--domandò la principessa

entrando in salotto e vedendo che Giorgio portava via il quadro e una

lettera.

--Che tormento che sei, Camilla!--disse il principe fissandola ancora

per farle leggere nell'occhio la conferma di quelle parole.

Ormai il principe e la principessa non si usavano più riguardi di

sorta; appena aprivano bocca la parola amara correva loro alle labbra,

e la lasciavano uscire senza ritegno.

La sera essi ripartivano per Roma, e Giorgio e la cameriera, che li

seguivano in un compartimento di prima classe, ridevano delle continue

liti dei loro padroni. Carolina, che era una grassa romana dalla bocca

sempre atteggiata al sorriso, e canzonava volentieri la sua padrona,

compiangeva i viaggiatori, che erano accanto a quella tenera coppia

nella carrozza Pulmann.

--Scommetterei che non possono dormire; la signora ha il diavolo

addosso!

--E al principe dà di volta il cervello,--rispondeva il cameriere.

Donna Camilla peraltro durante il viaggio non potè sfogare la sua bile

con parole, perchè don Pio dormì fino a Firenze. Prima di partire

aveva preso una forte dose di cloralio, che gli aveva procurato un

sonno pesante e angoscioso. A Firenze era sceso per far colazione, e

al _Buffet_ aveva incontrato il principe don Tommasino Lavriani,

amico e collega alla Camera, che tornava a Roma da un viaggio a

Londra. Don Pio considerò quell'incontro una vera fortuna e invitò il

Lavriani a salire nella stessa carrozza che egli occupava.

Parlarono di cavalli, di corse, di politica, e donna Camilla ascoltava

senza prender parte al discorso. Ella non aveva altro che un pensiero,

e in quel pensiero cercava conforto.

--Non l'ha veduta e torna a Roma!--ripeteva a sè stessa di continuo.

La duchessa Teresa fece le meraviglie vedendo la nuora e il figlio

tornare insieme, mentre erano partiti per diversa destinazione.

--Sono andata a raggiungerlo; temeva che stesse male,--disse donna

Camilla alla suocera.

Ma la duchessa non tardò a sapere dalla sua cameriera, cui lo avevano

raccontato Giorgio e la cameriera della principessa, la gita a

Venezia, l'inseguimento e il ritorno precipitoso, e quel fatto le rese

anche più antipatica la nuora.

--Perchè, perchè non lo lascia in pace!--diceva ai suoi amici fidati

con i quali si confidava.--Lo tormenta tanto che lo riduce vecchio e

nullo.

E queste parole le uscivano dalla bocca con una intonazione di dolore

vero e profondo. Come era pentita di aver proposto lei quel

matrimonio, come si propone un affare; come rimproveravasi di non aver

indovinato che quella donnina piccola, esile, dal volto pallido di

morta aveva una tenacità di volere, un egoismo così grande che

avrebbero distrutto il suo Pio!

Ora non c'era rimedio, bisognava sopportarla come una sventura. La

duchessa era molto invecchiata negli ultimi tempi per quei dolori che

inutilmente curava col massaggio e con tutti quei rimedi che i medici

dei ricchi suggeriscono loro; ella non aveva più la bella energia che

aveva conservata fino a tarda età, non aveva più la forza di

paralizzare l'opera letale di donna Camilla; ma sentiva tanta

avversione per lei che riusciva a manifestargliela in ogni modo: ora

ridendo delle sue idee, ora rilevando le stupidaggini che ogni momento

si lasciava sfuggire di bocca, ora vantando in presenza del figlio

tutte le donne belle, serene, eleganti, le madri circondate da una

forte e numerosa figliuolanza.

La principessa, educata al rispetto per la vecchiaia, taceva, ma una

volta in camera sua, dove il marito non aveva posto piede da due

anni, ella piangeva, pestava i piedi e imprecava ogni sorta di mali,

terreni e eterni, sulla testa di quella suocera odiata.

XVI.

La Camera dei deputati era stata sciolta, mentre don Pio era in

viaggio, dopo aver votata la nuova legge elettorale per lo scrutinio

di lista, e ora erano indette le nuove elezioni per i primi di giugno.

--Che linea di condotta dobbiamo tenere?--domandò Ubaldo al principe

quando lo rivide dopo il ritorno.

--Quella che le pare.

--Si porta candidato?

--Faccia lei.

Ubaldo cadeva dalle nuvole e assicurava a tutti che il principe non

era guarito, tutt'altro che guarito, e che il suo cervello dava gravi

apprensioni.

Ora non stava più rinchiuso in camera di continuo, perchè il desiderio

di sfuggire donna Camilla era il più forte che egli provasse, ma

portava la sua indifferenza, la sua apatia, alla Camera, al Club della

Caccia, negli uffici della _Stampa_ ovunque lo conduceva l'abitudine,

e la sua faccia emaciata, tutta la sua persona infloscita, cadente,

erano guardate con la stessa cinica compassione con cui si guardava

quell'ammasso di macerie annerite che occupavano il posto dove

l'elegante teatro sorgeva un tempo: e della prossima fine del principe

della Marsiliana si parlava da tutti, come si parlava della imminente,

irreparabile rovina del patrimonio Urbani.

Ubaldo e il Rosati prepararono d'accordo il campo per l'elezione di

don Pio, e senza che egli avesse nessun fastidio si vide eletto a

grande maggioranza. Essi avevano rimesso avanti l'idea della ferrovia

in Trastevere, e nonostante che le costruzioni rimaste a mezzo,

l'abbandono desolante in cui erano lasciate le vaste estensioni di

terreno fuori di Porta Portese, dicessero che quell'idea era abortita,

pure gl'illusi, quelli che hanno sempre bisogno di una divinità da

adorare, e che, abbandonata la religione, non possono più accendere il

lume alla Madonna e mettono sull'altare del patriottismo un candidato

da strapazzo, quella schiatta di adoratori cantarono con voce

altissima le laudi dell'operoso principe della Marsiliana. Essi lo

dipinsero ai loro amici come un modello di signore democratico, amico

del popolo, intelligente a segno tale da capire i bisogni degli

operai, buono tanto da desiderare di migliorarne le sorti. Così in

virtù della campagna che _La Stampa_ faceva contro il candidato dal

Governo, competitore del principe, e molto in virtù del sor Domenico e

degli amici di lui, che avevano tanto predicato in favore di quel loro

apostolo della redenzione del popolo, don Pio ebbe una grande quantità

di voti.

Ma non vi furono feste nè pranzi al palazzo Urbani per quel fatto; non

volarono, come la prima volta, i tappi delle bottiglie di _champagne_.

--Perchè questa musica?--domandò la principessa udendo a un tratto

durante il pranzo, sonare l'inno di Garibaldi nel cortile del palazzo.

--Mi hanno rieletto,--disse don Pio continuando sbadatamente a

mangiare.

--Ma tu rinunzi, non è vero?--chiese donna Camilla.

--Non credo: che noia mi dà l'esser deputato?

--Rompi ogni legame con la tua vita di questi ultimi tempi, ritorna a

fare il signore; rinuncia a quel recente passato, fallo dimenticare.

Le tradizioni di casta e di famiglia s'impongono; rispettale.

--Lascialo in pace, Camilla,--disse la duchessa afferrando l'occasione

per contraddirla.--Egli sa meglio di te quello che deve fare. Del suo

nome egli solo è custode.

La musica continuava a sonare nel cortile e la voce nasale di donna

Camilla echeggiava monotona nella sala.

--Se fosse geloso del suo nome avrebbe conservato il patrimonio, non

si sarebbe messo a fare il giornalista e il mestiere dello

speculatore, avrebbe avuto vergogna di farsi amico di certa gente, che

un tempo non poteva neppur sognare di avere una stretta di mano da un

Urbani....

La duchessa tagliava le parole in bocca alla nuora e difendeva il

figlio a spada tratta, senza convinzione, per il solo piacere di farle

dispetto.

Don Pio non fiatava; raggomitolato su sè stesso, pareva non udisse

nulla, neppure la disputa fra le due signore.

A un tratto si alzò, posò un bacio sulla fronte della madre, e andò di

là ordinando ai servitori di regalare del denaro ai musicanti affinchè

cessassero di sonare.

Pochi minuti dopo, col sigaro spento fra le labbra, era nella stanza

di Ubaldo alla _Stampa_. Vi era entrato nell'assenza di lui, per

guardare una grande fotografia di Maria che era appesa sopra la

scrivania, e la fissava desolato pensando alle speranze che aveva

fondate sul viaggio a Venezia, sulla gita a Rovigno, distrutte tutte

dalla gelosia di donna Camilla.

--Che maledizione, che seccatura è mai quella donna!--pensava fra sè

atteggiando le labbra a un sorriso amaro.

Nell'udire dei passi nella stanza vicina gettò gli occhi su un

giornale, che era spiegato sulla scrivania, e finse di leggere.

Il Rosati e Ubaldo, avendo saputo che il principe era in redazione,

erano venuti a cercarlo per parlargli dell'onorevole Carrani.

--Creda,--diceva l'Ubaldo,--l'onorevole Carrani trascina il giornale

sopra una via pericolosa, gli fa sposare troppo apertamente i suoi

risentimenti personali, lo rende antipatico ai lettori; non può non

essersene accorto anche lei.

Il principe fece col capo un lieve cenno che poteva significare tanto

sì quanto no.

--Fabio ed io che leggiamo i giornali, che vediamo molta gente, ce ne

siamo accorti da un pezzo. Piovono alla direzione le lettere degli

assidui, che si lagnano dello sfogo delle ire di quell'uomo fegatoso.

Non potrebbe, lei, fargli intendere la ragione? Io glielo ho detto,

ma il Carrani si crede infallibile e non mi ascolta. Lei, principe,

con la sua autorità potrebbe ottenere quello che non ho ottenuto io.

Don Pio guardava Ubaldo senza rispondere.

--Dunque?--domandò Ubaldo.

--Faccia quello che vuole,--disse con aria irata il principe cercando

il cappello per andarsene da quel luogo dove volevano costringerlo a

operare, dove volevano imporgli delle seccature.

Fabio e Ubaldo scrollarono la testa e capirono che dal principe non

potevano ottenere nessun appoggio morale, e volendo ad ogni costo

proteggere la _Stampa_ dalla influenza perniciosa del Carrani, perchè

sul giornale fondavano le loro speranze d'avvenire, chiamarono il

proto e gli dettero ordine che non accettasse più gli articoli

dell'ex-ministro, senza farli passare per la redazione.

Quest'ordine, di cui il Carrani non tardò a accorgersi, produsse un

uragano. Prima andò al giornale e fece una scena al Caruso e battè i

pugni sulla scrivania e lo coprì di villanie. Ubaldo, che aveva il

sangue gelato e sapeva sopportare ogni specie d'insulti quando aveva

in mira un utile quasi certo, non rispose; affettò anzi una profonda

indifferenza. Egli si contentava di dire di tanto in tanto:

--Si rivolga al principe; si lagni con lui.

Il Carrani se ne andò urlando, e dalla Camera scrisse subito una

lettera di fuoco a don Pio, nella quale gl'ingiungeva di richiamare al

dovere il redattore-capo e, nel caso non volesse chiedergli scusa, di

licenziarlo.

Il principe ricevè la lettera, vide che era del Carrani, che era

lunga, non la lesse e non vi rispose. Il giorno seguente altra lettera

di fuoco, che ebbe la sorte della prima. Il Carrani scoppiava, non ne

poteva più e cercava il principe ovunque per dirgli la sua.

Don Pio incontrandolo sulla gradinata di Montecitorio, gli andò

incontro e gli disse:

--Ora mi rammento, mi avete scritto.

--Ve ne rammentate un po' tardi.

--Ho tante seccature, scusate.

--E che mi dite?--domandò il Carrani.

--Di che?--replico don Pio meravigliato.

--Ma, delle lagnanze che vi facevo nelle mie due lettere?

--Ora che mi rammento, non le ho lette quelle lettere, no, non le ho

lette,--e fissava il Carrani con uno sguardo ebete.

Il Carrani a sua volta dopo aver guardato in faccia lungamente il

principe; dopo aver veduto quello sguardo vuoto di pensiero, disse:

--Avete ragione, non c'è nulla da farci, lo stupido sono io,--e salì

alla Camera a dire a chi non voleva saperlo, che don Pio della

Marsiliana era rimbecillito, che doveva avere una paralisi progressiva

del cervello, perchè non ragionava più.

Ed era così infatti. Il suo cervello, poco solidamente organizzato,

non era fatto per resistere a tanti urti, a tanti pensieri

incresciosi, e specialmente non era fatto per resistere alla

persecuzione incessante, noiosa, meschina della principessa. Ora ella

aveva scoperto in parte il vero, rispetto allo stato finanziario del

marito, e alla persecuzione gelosa aggiungeva quella dell'interesse.

--Per quella donna ti sei rovinato e ci hai rovinati; meritava davvero

il conto. Comincia dall'abbandonare il giornale e pentiti delle

empietà commesse con quel mezzo.

Don Pio, invece di rispondere, fingeva di dormire. _La Stampa_ non

c'era bisogno che l'abbandonasse; l'aveva già abbandonata, e Ubaldo e

il Rosati, incoraggiati da quel primo fatto del Carrani, non solo

avevano cessato l'opposizione contro i due nuovi ministri reclutati

nel loro partito, ma in certe questioni erano più benevoli col

Gabinetto intiero e sognavano, sognavano tutti e due, alla caduta del

vecchio Presidente del Consiglio affranto dagli anni e dai malanni, di

far della _Stampa_ l'organo ufficioso del nuovo presidente; ambizione

quella comune a molti giornalisti illusi, i quali non sanno che il

sussidio che ricevono per cantare sempre osanna non li compensa

neppure della decima parte dei lettori che perdono. E così

nell'amministrazione come nella direzione politica i due utilitari si

erano ingeriti. Essi avevano licenziati diversi inutili

corrispondenti, e lo scrittore letterario; avevano ristrette

giudiziosamente le spese di telegrammi e non inserivano più nulla in

cronaca senza esigere un alto compenso. Il giornale tirava 80,000

copie e poteva essere esigente.

Queste riforme che il principe sanciva con la sua indifferenza

e il suo silenzio destarono il malcontento fra gl'impiegati

d'amministrazione; alcuni se ne andarono, altri furono licenziati, e

anche l'amministrazione, che Fabio prese sotto la sua speciale

sorveglianza, non fu più così numerosa e così disordinata, e _La

Stampa_ potè farsi da sè largamente le spese e farle ai suoi

vice-proprietari.

Per altro ogni volta che c'era da far fronte a una scadenza,

l'intendente del principe vuotava la cassa del giornale, e quel giorno

Fabio e Ubaldo erano di pessimo umore, poichè non sapevano come fare a

dividere le due amministrazioni. Essi non tenevano conto dei capitali

inghiottiti dal giornale e si credevano defraudati quando casa Urbani

ricorreva alla _Stampa_, per riparare momentaneamente allo sfacelo cui

andava incontro inesorabilmente.

Un giorno, verso la metà di luglio, una notizia molto grave giunse

dalla Marsiliana al palazzo Urbani e la portò un buttero trafelato.

Quattrocento lavoranti del canale emissario si erano ammutinati

chiedendo la paga, che si negava loro da più settimane, e armati di

pale e di vanghe marciavano su Roma, per venir da sè a domandare al

principe la loro mercede.

La duchessa, tornando di fuori, aveva veduto il buttero scender da

cavallo e parlare concitato col portinaio, mentre scoteva il cappello

bagnato di sudore. Ella lo interrogò e seppe che il buttero era

inviato dall'intendente e chiedeva di essere ammesso dal principe. Con

poche parole, senza eccitamento, quel villano le fece un quadro

spaventoso della situazione.

--Aspettate, riferirò io,--diss'ella, e salì.

Il principe era nel suo salottino e sfogliava _La Vie Parisienne_;

donna Camilla lavorava alla rozza coperta per i poveri.

La duchessa ansante narrò il fatto e fissando il figlio gli domandò:

--Ma dimmi, non lo sapevi che i tuoi operai non erano pagati; dimmi,

siamo a questo?

Egli non rispose e prendendo sul tavolinetto basso, che aveva accanto,

un mucchio di carte le mise sotto gli occhi trecentomila lire in

cambiali, che erano state respinte allo sconto dalla Banca Nazionale,

e due avvisi di cambiali per una somma complessiva di dugentomila lire

che scadevano il giorno dopo.

--Come farai?--gli domandò la madre.

--E che so io?

--E stai così inerte a guardare le figurine della _Vie Parisienne_ e

lasci che il tuo, il nostro nome sia schernito da tutti, e lasci che a

Roma si veda la banda armata dei lavoranti, che viene a chiederti il

pane: il pane, capisci, di cui ha bisogno per saziare la fame?--disse

la duchessa.

--Ma che cosa devo fare?

-Non c'è nulla in cassa?--domandò donna Teresa al figlio.

--C'erano alcune migliaia di lire, ma avevo perduto iersera al Circolo

della Caccia e ho pagato.

--E gl'istituti di credito?

--Negano; li ho tutti sfruttati come principe della Marsiliana e come

proprietario di giornale.

--E gli amici? Perchè non scrivi a don Tommasino Lavriani; ha dieci

milioni a conto corrente da Rothschild, se vuole ti può aiutare. Un

principe romano, quando ha commesso delle pazzie, ha l'obbligo di

rimediarvi e se gli piace di buttarsi nelle imprese non può fallire

come mio speculatore, che non ha nulla da perdere, nulla. Pio,

scotiti, opera.

E vedendo che il principe continuava a sfogliare il giornale

illustrato, la duchessa gli mise una mano sulla spalla e gli disse:

--Pio, pensa.

Nel parlare al figlio, nel contemplare quella rovina, la duchessa,

aveva una intonazione di rimprovero nella voce, ma nel cuore ella era

piena d'indulgenza, per quel figlio idolatrato e sperava con quel

mezzo di scoterlo. Ella peraltro s'illudeva sullo stato mentale del

principe e gli chiedeva l'impossibile. Un solo nome, una sola persona

avrebbero avuto la potenza di rendergli la vita, e se la duchessa,

invece di spronarlo a rimediare allo sfacelo del suo patrimonio,

avesse invocato quel nome, avesse detto a don Pio: "Va', parti, cerca

la donna che ami perdutamente", egli avrebbe capito, sarebbe partito e

avrebbe trovato Maria; ma costringere la sua mente a pensare, il suo

cervello a cercare il mezzo per uscire da quel labirinto

intricatissimo di affari in cui era entrato sventatamente, come un

bambino, senza riflettere alla possibilità di un giorno di sventura,

era cosa che don Pio non poteva fare. Per mostrarsi compiacente verso

la duchessa, don Pio scrisse peraltro a don Tommasino Lavriani, suo

amico d'infanzia, pregandolo a prestargli mezzo milione.

Don Tommasino, conosciuto nel patriziato per la sordida avarizia, era

uomo che scriveva malvolentieri, e gli affari preferiva sbrigarli a

voce, poichè il dir di no non gli costava nulla. Egli andò da sè a

portar la risposta.

--Volentieri, Pio, ma sai, ho figli e mezzo milione è una somma; che

ipoteca mi dai?

--Nessuna; tutto è ipotecato più volte.

--E allora, abbi pazienza; questo non è un affare, è un favore.

Don Pio lo guardò meravigliato, sgranando gli occhi, e si disse a

denti stretti:

--E se ti chiedessi un favore?

Don Tommasino arricciò il naso ponendo in mostra i denti bianchissimi.

Era quella la sua smorfia abituale, che non voleva significar nulla e

che lo faceva somigliare a un leone istupidito e immelensito dal

freddo, al quale rimangono le zanne in bocca per solo ornamento.

--Sai che favori non ne ho mai fatti a nessuno.

Ti do in cambio della somma che m'impresti, _La Stampa_,--aggiunse don

Pio sempre a denti stretti.

--E che me ne faccio di un giornale? Non ho voglia di rovinarmi.

--Ti do la galleria.

--La galleria non rappresenta nulla dal momento che il Governo

impedisce che si vendano gli oggetti d'arte.

--E allora rifiuti?--domandò don Pio

--Si capisce che rifiuto.

Quella risposta rese muto il principe e tolse alla duchessa Teresa

tutta la bella energia senile, che a momenti le dava un aspetto di

gioventù.

Il Principe della Marsiliana Romanzo romano · 第 12 / 13 段