ricostituzione del patrimonio, iniziata e condotta a termine da lei
per amore del figlio; ella vedeva minacciato di giudizii, tediato,
rovinato quel Pio, che era stato il pensiero unico, l'unica speranza,
l'orgoglio della sua vita. In quel momento la duchessa lo guardava con
compassione, senza che la sua bocca pronunziasse una parola di
rimprovero, senza che dall'occhio umido di lagrime partisse uno
sguardo meno affettuoso dello sguardo consueto. Ma soffriva per lui,
soffriva vedendo cadere tutti i suoi sogni d'avvenire, e se il dolore
non le avesse fiaccate le gambe, sarebbe andata lei, così altera, a
raccomandarsi agli uomini danarosi di Roma affinchè le salvassero il
figlio.
--Ma l'amministratore che fa? dov'è? Chiamatelo!--ordinò la duchessa a
Giorgio entrato in quel momento recando una lettera al principe.
Don Pio lesse la lettera e la passò alla madre, dicendo con la solita
intonazione di voce:
--È inutile di farlo chiamare.
--Fuggito!--gridò la duchessa sgualcendo la lettera.--Ma la sventura
ci perseguita, ci opprime!
--Giocava alla Borsa e ha perduto,--disse il principe,--è una cosa
tanto naturale; ora non potendo pagare va all'estero.
--Dunque la rovina colpisce noi, colpisce tutti quelli che stanno
intorno a noi?--diceva la duchessa piangendo a calde lagrime.
Donna Camilla, che non aveva fiatato in tutto quel tempo, prese la
parola, e la sua voce stridula echeggiò sinistramente nella stanza.
--La rovina colpisce tutti, perchè tutti hanno ceduto alla sete
dell'oro, perchè tutti hanno ambito pronti e forti guadagni, che
assicurassero loro godimenti materiali.
--Risparmiaci le tue sentenze, Camilla,--disse il principe.
Ma la principessa in quel momento non udiva neppure le sprezzanti
parole del marito. Ella teneva la testa alta e negli occhi chiari le
brillava un lampo di pensiero pertinace.
--Tu non devi finire come un uomo qualunque,--ella disse.--Il nostro
nome non deve essere vituperato, i nostri beni non voglio che passino
nelle mani di un villano arricchito. Mi hai sempre disprezzata, ma io
ti salverò.
Donna Camilla parlava tanto seriamente e con una convinzione così
profonda da imporre rispetto al marito. In quel momento egli non
avrebbe trovato una parola di scherno per lei.
--Esco e spero tornando di poterti dire che sei salvo, Pio,--ella
aggiunse stendendogli la mano.
Il principe la fissava sbalordito, non la riconosceva quasi. La
duchessa, sempre piangente, l'abbracciò e la baciò in fronte dicendole
supplichevolmente:
--Camilla, salvalo!
Appena la principessa fu uscita dalla stanza, don Pio alzò le spalle
con una mossa d'incredulità. Non era possibile che la moglie lo
salvasse; e come doveva fare, lei così inetta, così incapace di
pensare?
--Camilla vuol prolungare la mia agonia, Camilla è il mio tormento
anche ora,--egli disse.--Sono perduto, rovinato!
Più del disonore che sarebbe ridondato su di lui se il giorno seguente
non avesse potuto far onore alla sua firma, più di tutte quelle
torture morali, che sogliono atterrire gli uomini minacciati dalla
rovina, don Pio era intimorito dal fatto di quella banda di lavoranti,
che veniva fino a Roma, fino al suo palazzo, a chiedergli il pane. La
sua immaginazione gli rappresentava quei lavoranti stracciati,
macilenti, gialli per la febbre, trascinantisi a fatica sulle lunghe
vie della campagna, e gli pareva che si avvicinassero, che già fossero
giunti e a ogni rumore egli sussultava e sentiva stringersi il cuore
da una mano gelata, quasi le vanghe di cui erano armati i lavoranti
venissero percosse contro l'uscio di camera sua.
Madre e figlio passarono un'ora tremenda, una di quelle ore cui si
ripensa con orrore nei momenti di pace serena, e delle quali il
ricordo solo basta a ridestare le angosciose sensazioni; e in
quell'ora essi non scambiarono una parola, non fecero un movimento;
pareva che si raccogliessero penetrati della tetra solennità della
imminente sventura.
--Pio,--disse la duchessa dopo quel lungo silenzio,--non hai nessuna
idea, nessuna speranza?
--Nessuna.
--Almeno avverti il questore che ti protegga contro questa gente, che
viene dalla Marsiliana a minacciarti!
Don Pio prese macchinalmente la carta e vi tracciò sopra alcune righe,
ma prima di terminare la lettera stracciò il foglio in due parti, poi
in quattro e in otto e posò i pezzettini dinanzi a sè, formandone un
mucchio.
--No, la confessione che dovrei fare è troppo umiliante! È troppo duro
il dire che io, don Pio della Marsiliana, non ho da sfamare gli operai
che impiego, e che ho paura di quegli affamati;--e gettò la testa
indietro e rimase inerte sulla poltrona.
Dopo un'altra interminabile ora di attesa giunse donna Camilla più
pallida dell'usato, ma con un sorriso trionfante sulle sottili labbra
d'anemica, e pose un foglio aperto sotto gli occhi del marito.
--Se accetti queste condizioni, avrai oggi mezzo milione e somme
maggiori in seguito per rimediare a tutto.
--Non posso leggere,--disse don Pio mettendosi una mano sugli occhi
ardenti per l'angoscia,--dimmele tu queste condizioni.
--Abbandonare _La Stampa_.
--La prenda chi vuole, non me ne importa nulla.
--Deporre il mandato di deputato.
--Non ci tengo punto e non ho fatto nulla per esser rieletto.
--Partire per un lungo viaggio, farti dimenticare, e tornando, andare
al Vaticano a far atto d'ossequio al Santo Padre.
Un lieve sorriso comparve sulle labbra di don Pio.
--Quanto si divertiranno alle mie spalle i giornali!
--E quanto ti vilipenderanno se non paghi i tuoi impegni,--rispose
donna Camilla.
--E l'aiuto di dove viene?--domandò il principe.
--Di dove può venire se non da chi ha premura che i grandi nomi delle
più illustri famiglie romane non sieno trascinati nel fango, da dove,
se non da chi ha a cuore che tutto quello che rappresenta il passato e
può rappresentare l'avvenire non perisca, non precipiti?
Don Pio non chiese altro, ma rimase esitante e pensoso fissando la
madre come se attendesse da lei un consiglio, un suggerimento.
In quel momento di sotto al palazzo Urbani passava una compagnia di
soldati, che recavasi al Quirinale a cambiar la guardia; passava
silenziosa senza che la musica l'annunciasse. Quello scalpiccio di un
centinaio d'uomini fece trasalire il principe, egli credè che i
lavoranti stracciati, affamati, lividi dalla febbre fossero giunti
dinanzi al palazzo chiedendo pane.
--Oh Dio!--egli esclamò mettendosi le mani sugli orecchi.
Il suono delle trombe dileguò subito quella impressione di sgomento e
di paura nell'anima del principe. Ma se non erano giunti, potevano
giungere da un momento all'altro e allora!...
Don Pio tremò a quel pensiero e alzandosi di scatto si fermò in faccia
alla moglie, alla quale disse, ponendo le mani sulle spalle.
--Camilla, va, Camilla, prometti tutto quello che credi a nome mio, ma
torna presto, torna con i quattrini, per carità!
Era la prima volta che il principe supplicava donna Camilla di un
favore, e la supplica era accompagnata da uno sguardo pieno di
tenerezza.
--No, scrivi,--diss'ella cavando dall'apertura del guanto la minuta
delle condizioni che don Pio doveva impegnarsi a rispettare.
Egli scrisse tremando e dalle tempie gli scendeva a gocce il sudore
gelato di chi sente svanire la vita. Sotto alla firma appose con la
ceralacca il sigillo di casa Urbani e consegnò il foglio alla moglie,
dicendole di nuovo:
--Per carità torna presto; torna con i quattrini!
La principessa aveva appena chiusa la porta dietro a sè che don Pio
era già con la fronte appoggiata ai vetri per veder uscire la carrozza
dal palazzo. Donna Camilla lo scòrse dallo sportello del _coupé_, ma
non gli fece nessun cenno con la mano per infondergli animo. Anche ora
che ella lo salvava, serbavasi fredda e pareva ubbidire a un dovere,
invece che cedere a uno slancio del cuore.
Il principe, come tutti quelli che sono incapaci di prendere una
risoluzione, ma una volta presala, per iniziativa altrui, vogliono
attuarla per sentirsi legati e evitare il pericolo di cedere alla
propria inerzia, provò l'impazienza di compire subito almeno una delle
promesse stese in carta un momento prima. Infatti fece chiamare Ubaldo
e senza tanti preamboli gli domandò:
--Lo vuole il giornale!
--Ma che cosa intende dire?
--Intendo proporle di prendersi la proprietà della _Stampa_, purchè
trasporti subito gli uffici in altro locale,--disse il principe.
Il Caruso riflettè un momento lisciandosi la barba e poi rispose:
--È un giornale che costa molto, molto, e non so se da solo io possa
arrischiarmi a fargli le spese, specialmente dovendo trovare un altro
locale e adattarlo a uso di tipografia e di amministrazione. Se invece
mi lasciasse la casa, potrei trovare chi mi prestasse qualche capitale
per pagarlo, e agevolandomi lei sul prezzo, forse ci si potrebbe
accomodare.
Egli mercanteggiava sapendo in quali acque navigava il principe, e
sperava di avere anche la casa con poco.
--Mi faccia una proposta,--chiese don Pio.
--Che vuole! lo stabile è grande, ma non rende nulla e non può servire
altro che per giornale, e anche per giornale è incomodo; fu costruito
in fretta, e se non si vuole che rovini, bisogna spenderci.
Mercanteggiava sempre, parlando con voce monotona, a fior di labbra
come chi è indifferente e si lascia spingere svogliatamente a
concludere un affare. Il principe s'impazientava e disse:
--Ma mi offra una cifra.
--Che so, un centinaio di mila lire, ma sono molte, perchè il giornale
costa, il giornale divora i capitali e potrei rovinarmi.
--Vada per centomila lire,--disse il principe per farla finita,--ma il
contratto si deve far subito e quella somma deve essere sborsata
all'atto del contratto. Io parto e domani farò stendere l'atto di
vendita.
I due contraenti si salutarono senza aggiungere Una parola, senza che
il principe pensasse neppure di domandare all'altro notizie di Maria.
In quel momento tutto taceva in lui; la paura solo della rovina e
della miseria lo dominava.
E quando donna Camilla tornò al palazzo, recando in tanti _chèques_ il
mezzo milione, don Pio le buttò le braccia al collo e la duchessa
pianse con la testa appoggiata sulla spalla della nuora, ripetendole:
--Grazie, figlia mia, grazie.
Un impiegato di casa Urbani fu spedito quella sera stessa sulla via
della Marsiliana accompagnato dai carabinieri, a pagare e far
retrocedere la banda minacciosa, e il giorno dopo furono ritirate le
cambiali in scadenza e si firmò il contratto della cessione del
giornale e della vendita dello stabile.
Ubaldo non stava in sè dalla gioia e già sognava di farsi eleggere
consigliere comunale e poi deputato. Senza indugiare telegrafò alla
moglie per parteciparle l'accaduto e per invitarla a tornar subito a
Roma a fine di festeggiare il lieto avvenimento.
A quel telegramma Maria non potè rispondere con un rifiuto. Era
tornata a Venezia e in fretta fece i bauli e partì per Roma, mentre il
principe e la principessa della Marsiliana si ponevano in viaggio per
la Germania dove era stabilito si sarebbero trattenuti fino
all'autunno inoltrato. In quel tempo una persona di fiducia di chi
generosamente aiutava don Pio, doveva sistemare gli affari, toglier
di mezzo le cambiali, vender i terreni anche con molto scapito a
liberarlo di quelle case nuove, grandi, che in mano di lui non
rendevano nulla.
Nel caffè della stazione di Pisa, Maria e il principe s'incontrarono
un momento per caso, ed ella stentò a riconoscerlo quando se lo vide
davanti così cambiato e così vecchio.
--Mi perdona?--le domandò egli con voce quasi spenta.--Sono un povero
malato di corpo e di spirito, che imploro da lei una dolce parola.
Maria gli stese la mano ed egli se la portò con riverenza alle labbra.
--Sono tanto consolato,--egli disse ritenendole la mano fra le
sue.--Perchè non ho avuto una dolce compagna come lei nella vita? E
dei bambini, dei bei bambini,--aggiunse accarezzando il figlio della
signora Caruso.
Così il principe della Marsiliana intraprese il breve esilio e Maria
tornò a Roma.
Alla stazione attendevala tutta la redazione della _Stampa_, come un
tempo andava a attendere don Pio reduce dai suoi viaggi.
Ubaldo, molto abilmente aveva fatto accettare dalla redazione quel
cambiamento di proprietario. L'osso duro era stato il Rosati, che già
la faceva da padrone prima, ma Ubaldo si era accomodato anche con lui,
dandogli per una tenue somma un carato di proprietà e ora lieto e
trionfante conduceva la moglie nel quartiere che le aveva fatto
preparare in fretta al secondo piano dell'edifizio eretto da don Pio.
Quell'uomo utilitario prometteva a sè stesso di far fruttare
gl'immensi capitali che il principe aveva profusi nel giornale, e la
possibilità della ricchezza e della possanza gli dava quell'aspetto
calmo e trionfante, che hanno quasi tutti quelli che non sognano nel
mondo altri beni.
XVII.
Era la mattina di una nebbiosa e tepida domenica d'inverno e la grande
città usciva appena dalla quiete notturna che già un insolito
movimento si vedeva per le vie che conducono a San Pietro. Le carrozze
si succedevano alle carrozze; alcune recanti cardinali, vescovi
europei o orientali con le lunghe barbe, diplomatici in uniforme,
gentiluomini della corte papaie, signore velate e signori in giubba
col petto coperto di catene e decorazioni pontificie o straniere. I
carabinieri a due a due stavano impalati a riparo dei portoni e pareva
facessero ala al pomposo corteggio che, giunto in piazza San Pietro,
si divideva, poichè le carrozze dei diplomatici e dei dignitari della
corte pontificia penetravano nel cortile di San Damaso e quelle degli
invitati si fermavano davanti al portone di bronzo, dietro al quale
stavano schierati gli svizzeri.
Il campanone di San Pietro empiva l'aria di note cupe e sonava
annunciando a Roma la grande cerimonia religiosa dell'anniversario
della elezione di Leone XIII al pontificato, e su per le molte scale
del Vaticano, guardate dai gendarmi maestosi col capo coperto dal
pesante morione, era un salire affrettato di dame, un fruscìo di seta
e di velluto.
La sala Ducale e la sala Regia erano affollate di gente di minor
conto; monache, educande borghesi, frati, cui non era concesso altro
che lo spettacolo di veder passare o ripassare la corte papale, e
coloro che erano ammessi alla cappella Sistina, il luogo sacrato dalla
grande mente del Buonarroti.
Su in alto figure di Sibille, di Profeti, di Apostoli, severe,
grandiose, più scolpite che dipinte dal pennello michelangiolesco:
sulla parete di fondo il tetro Giudizio universale, una protesta
dell'austero fiorentino contro il fasto, i vizii, le corruzioni dei
grandi, e più basso questi grandi in carne e ossa, noncuranti di
quella condanna.
Sulle pareti laterali invece tanti affreschi del Perugino e dei
maestri toscani del suo tempo, ispirati a una fede meno ragionata e
meno filosofica di quella del Buonarroti, ma più ingenua, più
illimitata e per questo più efficace.
In faccia alla parete del Giudizio si ergevano le tribune delle
signore, affollate da una turba elegante e ciarliera, che portava in
quel luogo sacro gli strascichi dei pettegolezzi della città e il
profumo di gardenia e di violetta. Sotto alla prima tribuna di
sinistra un piccolo palco, sul quale il gran maestro dell'ordine di
Malta col petto fregiato della croce e lo spadone appoggiato al muro,
stava ritto, impettito mostrando a tutti la sua alta figura bonaria e
pareva pago del suo dominio di un giorno. Accanto a quel palco, in una
tribuna più bassa, i rappresentanti delle grandi e delle piccole
potenze, dal generale in uniforme rossa inviato dalla regina
d'Inghilterra e imperatrice delle Indie al mellifluo rappresentante
del principato di Monaco; a destra la tribuna delle dame del corpo
diplomatico e delle patrizie che contano papi e cardinali nella
famiglia, alcune col petto fregiato di decorazioni.
Davanti a queste tribune la balaustra marmorea, e sotto, gentiluomini
che portavano i più bei nomi di Roma.
A sinistra il trono papale con un arazzo disegnato da Raffaello sul
fondo e drappeggiamenti di velluto e oro; a destra la tribuna su cui
stavano i cantori della Cappella Papale in rocchetto bianco. Sotto a
questa, su scanni bassi, i vescovi in abiti monastici o sacerdotali,
dall'altro lato i cardinali tutti con la cappa magna rossa, scendente
sul tappeto verde e, accoccolati quasi per terra dinanzi a loro, i
caudatarj in veste violetta.
Entra il papa in sedia gestatoria, tutto vestito di bianco, con la
tiara aurea tempestata di gemme, preceduto dagli esenti della Guardia
Nobile, dagli svizzeri e dai flabelli, e un gran silenzio si fa nella
Cappella.
Scende il vecchio venerando e sale sul trono. Egli ha a fianco il
principe assistente al Sacro Soglio e un cardinale, e la messa
incomincia sull'altare che è addossato alla parete del Giudizio
Universale, e la Cappella Papale, composta soltanto di voci, empie la
magnifica sala di sublimi melodie.
I cardinali si alzano, fanno genuflessioni, si aggruppano, si
smembrano, e quei ricchi strascichi di seta e di merletto mettono una
nota stridente di rosso nello spazio.
Il papa ogni tanto si alza; il più giovane dei vescovi legge le
antifone e il canto accompagna la messa detta in onore del canuto e
tremulo vecchio che più volte si fa spogliare di un paramento sacro
per indossarne un altro.
Le dame, dalle tribune, parlano fra loro, accennano ai cardinali che
conoscono, cinguettano, si mettono dinanzi agli occhi i cannocchiali
per non perdere nessuno dei movimenti di quella imponente corte
pontificia, studiati prima come in una rappresentazione coreografica.
La piccola signora Mariani che non perdeva una prima al Costanzi o al
Valle, che assisteva a tutte le vendite celebri, a tutte le
conferenze, trovava modo, per le sue attinenze con l'Ambasciata di
Francia, di non perdere neppure nessuna festa vaticana, e quel giorno,
mescolata alla turba elegante, seguiva con molta attenzione tutte le
fasi di quello spettacolo sacro, e con la lente dinanzi agli occhi,
cercava fra i dignitari della Corte Papale, e fra i cardinali e i
prelati, le sue conoscenze, e le indicava a Maria, che s'era
trascinata dietro e che, artista com'era, provava un grande godimento
nel seguire i movimenti studiati dei porporati e dei vescovi,
movimenti che parevano ideati dal genio di un sublime pittore.
--Guarda!--dissele a un tratto quando, dopo terminata la cerimonia, il
papa era risalito nella sedia gestatoria su cui scendeva lo strascico
bianco della veste serica, e il corteo si avviava per uscire.
E coll'indice la piccola signora Mariani accennava all'amica,
mescolato fra i dignitari della Corte Papale, un signore con i calzoni
di pelle di dante, il vestito verde gallonato d'oro e il cappello a
punta sotto il braccio.
--Non vedi? è don Pio,--disse la piccola signora.--Don Pio mastro
delle poste che non sussistono più!
Maria seguì il principe della Marsiliana con l'occhio finchè non lo
vide sparire sotto l'arco della porta.
L'altra continuava a ridere dicendo:
--Che commedia! Don Pio, il "prince Charmant", trasformato in un
ranocchietto verde e giallo, don Pio Mastro delle poste che non ci
sono, che commedia!
Maria rimase muta e non potè ridere; il suo cuore, buono e
compassionevole, aveva sempre una lacrima per i vinti.
FINE.
PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: Lire Tre
* * * * *
NUOVI ROMANZI ITALIANI
(EDIZIONI TREVES)
=Barrili= (A.G.). Rosa di Gerico L. 3 50
=Barrili= (A.G.). Amori antichi 4 --
=Barrili= (A.G.). Scudi e corone 4 --
=Bisi-Albini= (Sofia). Una nidiata, Scene di famiglia 3 50
=Capranica= (Luigi). Le donne di Nerone 3 50
=Castelnuovo= (Enrico). Prima di partire 4 --
=Cordelia.= Il mio delitto 3 50
=Cordelia.= Forza irresistibile 3 50
=Faldella= (G.). La contessa De Ritz 3 50
=Fava= (O.). La discesa di Annibale 2 50
=Lioy= (Paolo). Notte e Ombra 4 --
=Ricci= (Corrado). Una illustre avventuriera 3 50
=Serao= (Matilde). Il paese di cuccagna 5 --
=Verga= (G.). I ricordi del capitano d'Arce 2 50
* * * * *
SOTTO I TORCHI:
FRA CASA E SCUOLA
RACCONTI E BOZZETTI
DI
EDMONDO DE AMICIS
* * * * *
_Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano._
End of Project Gutenberg's Il Principe della Marsiliana, by Emma Perodi