Quella passeggiata gli fece bene e tornò a casa più calmo credendo di

aver trovato un mezzo per eludere la sorveglianza della principessa, e

raggiungere Maria al più presto.

Quella sera non uscì di casa, ma assicurando di sentirsi molto meglio,

annunziò l'intenzione di ricominciare l'antica vita. Disse che la

mattina dopo sarebbe andato a visitare le costruzioni di Porta Portese

e che occorreva passasse alcuni giorni alla Marsiliana, ma era

annoiato di andarvi solo.

--Perchè non andiamo tutti?--domandò rivolgendosi alla madre e alla

moglie.

--Sai che faccio il massaggio,--rispose la duchessa,--e non posso

interromperlo.

--Alla Marsiliana non mi porteranno altro che morta,--rispose donna

Camilla, che alla Marsiliana, durante la pallida luna di miele, aveva

presa una perniciosa, della quale risentiva ancora le conseguenze.

Ella nutriva per quella villa una insormontabile antipatia; don Pio le

aveva rivolto la domanda essendo sicuro della risposta.

--Allora mi lasciate andar solo, e se mi ammalo?--domandava, alle due

signore fingendo rincrescimento di non essere accompagnato.

--Se ti ammali, io verrò.--disse la duchessa.

--E io verrò pure, ma soltanto in un caso estremo,--disse donna

Camilla la quale ignorava la partenza di Maria, ma era insospettita da

quel ridestarsi improvviso di energia nel marito.

Per scoprir terreno ella scrisse quella sera stessa al Rosati, che da

molto tempo vedeva poco, occupata com'era incessantemente nel

sorvegliare don Pio da vicino, e attese Fabio tutto il giorno

seguente. Verso sera, non vedendolo, mandò a cercarlo alla _Stampa_,

e il servitore, cui aveva affidata quella commissione, le riferì che

il Rosati da alcuni giorni era in Liguria, dov'erano avvenuti

gravissimi disastri cagionati dal terremoto.

Intanto don Pio aveva fatto preparare le valigie ed era ritornato cupo

e silenzioso. Al momento di mettersi in viaggio, l'abbattimento, la

sfiducia lo assalivano di nuovo; come avrebbe fatto a presentarsi a

Maria, a parlarle, a supplicarla di perdono?

La mattina della partenza donna Camilla e la madre lo accompagnarono

infatti alla stazione e raccomandarono a Giorgio di telegrafare caso

mai il principe non stesse bene. Don Pio prese la via di

Civitavecchia, ma con l'intenzione di non fermarsi a Montalto per

andare alla Marsiliana, ma invece di proseguire per Pisa. Era libero,

era solo e di quei primi momenti di libertà voleva approfittar subito,

non sapendo se il domani i sospetti di donna Camilla non si fossero

ridestati, se la gelosia non le avesse fatto sormontare l'avversione

per il soggiorno della villa.

A Montalto era l'intendente con la carrozza ad attenderlo, e i

guardiani a cavallo, con le divise verdi e la placca stemmata sul

braccio, per scortare la carrozza.

Don Pio si affacciò al finestrino, e mentre il treno faceva una breve

sosta disse all'intendente, che cercava di aprire lo sportello:

--Aspettatemi fra qualche giorno, vi telegraferò; un affare urgente mi

chiama a Firenze; non mandate nessuno a Roma. Se giungono telegrammi

da casa, apriteli e rispondete a nome mio che sto bene.

--Non dubiti, Eccellenza,--rispose l'intendente seguendo il treno che

già si era rimesso in movimento.

Don Pio aveva pensato a tutto e credeva di essersi assicurato alcuni

giorni di libertà, ma nonostante non era tranquillo; gli pareva che il

treno impiegasse un'eternità a percorrere quella landa deserta della

maremma toscana e provava ogni tanto a chiuder gli occhi cercando di

prender sonno, ma l'agitazione, l'ansia lo tenevano desto. Nella sua

vita facile, spensierata di gran signore, non aveva mai trepidato come

in quel giorno, non aveva mai avuto bisogno di sotterfugi per giungere

là dove il capriccio lo trascinava. Ora non solo voleva giungere a

Venezia, ma voleva giungervi senza esser visto da nessuno. Sarebbe

stato per lui un gran dolore se un conoscente vedendolo alla stazione

di Orbetello o di Pisa gli avesse domandato con un risolino dove

andava; se donna Camilla scoprendo che non era alla Marsiliana avesse

osato sospettare che Maria lo chiamava, lo invitava a raggiungerla a

Venezia. Su Maria non dovevano cadere sospetti; Maria non doveva

essere offesa neppure nel pensiero, e don Pio, che non aveva

rispettato nulla, che non aveva mai creduto in nulla, ora circondava

Maria di un religioso rispetto e sperava dal perdono di lei la

redenzione, come i veri fedeli l'attendono dal confessore quando

sentono la loro anima tormentata dal rimorso di un peccato, il

principe giunto a Pisa cambiò treno sollecitamente e non chiese un

posto nelle carrozze Pulmann per non imbattersi con qualcuno di

conoscenza; egli proseguì il viaggio fino a Bologna e Venezia,

celandosi come meglio poteva, prendendo quel po' d'alimento, che

Giorgio aveva cura di prontargli alle stazioni principali. In quelle

lunghe ore della notte, quando il treno correva nella campagna buia,

don Pio non lasciavasi sgomentare dal pensiero della rovina che lo

minacciava da ogni lato, cercava conforto invece evocando la figura di

Maria, richiamando alla mente le parole buone che aveva udito dalle

labbra di lei. E univa quelle parole fra loro, ne formava un tutto, e

con quell'insieme armonioso di bontà ricostruiva il cuore di lei

compassionevole, generoso, proclive al perdono.

--Maria, Maria, il suo perdono, la sua amicizia!--esclamava

confortato.

Neppure parlando a sè stesso osava darle del tu, tanto la vedeva in

alto, sul piedestallo che avevale eretto con la sua ammirazione.

Dopo quel lungo viaggio don Pio giunse a Venezia spossato; la forza

morale lo aveva sostenuto, ma quella fisica era distrutta

dall'inerzia, dallo scoraggiamento di quegli ultimi mesi di dolore.

Scendendo dal treno dovette appoggiarsi al braccio di Giorgio e farsi

aiutare da lui per imbarcarsi in una gondola. All'albergo fu assalito

da vertigini; gli pareva di morire; i mobili, le pareti della stanza

giravano vorticosamente dinanzi ai suoi occhi come se un turbine

spaventoso li sospingesse. Il desiderio di uscire, di cercar subito

Maria e l'impossibilità in cui era di moversi, gli rendevano cento

volte più angoscioso il suo stato. Pensava alla probabilità di

ammalarsi, di non poterla rivedere, e se una malattia l'avesse

inchiodato a letto, tutti avrebbero saputo dov'era, donna Camilla lo

avrebbe raggiunto, avrebbe coperto d'infamia la dolce creatura....

--Sentite, Giorgio,--disse a un tratto il principe al suo

cameriere,--se caso mai io mi ammalassi qui, dovete mettermi, in treno

anche moribondo, portarmi alla Marsiliana e far sì che nessuno sappia

dove sono stato, dove mi sono ammalato.

--Sarà ubbidito, Eccellenza, ma non sarebbe meglio avvertire un

medico?

--Non voglio nessuno; andate a prendermi un eccitante; del _wisky_,

del _cognac_, quello che credete; ho bisogno di rimettermi in gambe

per oggi e domani, poi non m'importa più nulla.

Giorgio cercò nell'astuccio da viaggio del principe una boccetta di

_wisky_ e lo versò in un bicchiere d'argento. Don Pio lo bevve e per

un momento si sentì rianimato. Si vestì in fretta e prima d'uscire ne

trangugiò di nuovo alcuni sorsi. Capiva che era una vita fittizia

quella che circolavagli nelle vene, ma non gl'importava; la vita vera

gliela doveva infondere Maria con la sua dolce parola.

Egli uscì in gondola, percorse diversi canali e giunse a San Girolamo

all'Orto, allo studio del Rossetti, di cui rammentava benissimo

l'indirizzo.

Il vecchio dipingeva ancora benchè fosse quasi notte. Vedendo entrare

un visitatore, in cui fiutò un signore da quei mille segni esterni

che dà l'abitudine della vita elegante, egli si alzò, gettò via il

berretto di velluto e con la tavolozza infilata nel pollice, si avanzò

tutto ossequiente verso don Pio, e con la sua parlantina veneziana gli

disse mille cose in un istante.

--Capita in un brutto momento, lo studio è vuoto; il mio quadro ultimo

"Le scimmie" preso dalla commedia del nostro Goldoni, lo sa, quando

son tutte radunate quelle pettegole, è andato ieri all'esposizione,

gli altri sono venduti; abbiamo molti forestieri quest'anno e io non

posso lamentarmi, nello studio non m'invecchia mai nulla.

Don Pio, che non voleva dire che non era l'arte che lo conduceva nello

studio, ma un movente ben diverso, girava per la stanza, e vedendo un

ritratto di Maria, fatto prima che ella si maritasse, quando sul volto

aveva tutta la freschezza dell'adolescenza, si fermò a guardarlo, e

mettendosi la lente all'occhio disse:

--Questa è la signora Caruso?

--La conosce la mia Maria? Che brava figliuola, che cara creatura, che

la sia benedetta! E dove l'ha conosciuta, se non è troppo ardire?

--A Roma, alla _Stampa_.

--Già, già. Che peccato, Maria è partita ieri per Rovigno, l'è andata

a rimettersi da una sua sorella nell'Istria. Se sapesse che piacere mi

ha fatto venendo dal suo vecchio! E m'ha condotto anche il piccinino,

tutto lei quel "putelo!"

--S'è rimessa bene?--domandò il principe turbato da quella notizia, e

vedendo che le pareti, i quadri incominciavano a ballargli davanti

agli occhi la loro ridda tormentosa, e il ritratto di Maria gli

appariva ora capovolto, ora allontanato, annebbiato.

--Benone! l'è una rosa, un fiore, per lei è sempre primavera!

--È tanto bella!--disse il principe con passione.

--Quando penso che quella cara creatura è stata lì lì per morire, mi

vengono i brividi e non posso far a meno di piangere,--disse il

vecchio commosso asciugandosi una lagrima.

Don Pio credeva che un terremoto imprimesse ora un moto sussultorio,

ora ondulatorio a tutto lo studio; si sentiva morire e il pensiero di

morire in quel luogo accresceva le sue sofferenze. Il vecchio Rossetti

non si accorgeva di nulla e seguitava a discorrere dell'incendio del

teatro, della paura di Maria e del danno che per quell'incendio doveva

aver risentito il principe della Marsiliana, quel bravo signore tanto

cortese, di cui Maria avevagli così spesso parlato.

--Davvero, sua figlia le ha parlato di me?--disse involontariamente

don Pio, consolato, fatto beato da quelle parole.

--Lei è quel bravo signore, quella perla di gentiluomo!--esclamò il

vecchio tremante dal piacere.--Che sia benedetto; peccato che Maria

non sia qui; le avrebbe fatto gli onori di casa, sa, una casa

d'artista dove manca tutto meno che il buon cuore.

--Rimarrà molto la signora Caruso a Rovigo?--domandò don Pio con voce

che si sforzava di rendere calma.

--Tutta la primavera; poi torna qui per i bagni.

--E se le facessimo una improvvisata andando a trovarla?

--L'ha avuto una idea stupenda, signor principe! Io sono sempre a sua

disposizione quando vuol andare.

--Quanto s'impiega in ferrovia?

--Otto o nove ore,--rispose il vecchio.

--E se noleggiassimo un vaporino?--domandò don Pio che in quella gita

specialmente voleva evitare ogni incontro. Com'era felice e come

sentiva che i nervi si calmavano sotto l'influenza benefica di quella

gioia.

--Ben pensato, ma sa, i padroni di vaporini hanno pretese alte, il

viaggio peraltro è molto più breve e piacevole che in ferrovia.

--Del prezzo non m'importa. Rimane stabilito che noi andremo. Mi farà

il favore di fissare il vaporino per domattina alle nove e di venirmi

a prendere all'albergo, va bene?

--Benissimo,--rispose il vecchio.

Don Pio si fermò ancora dinanzi ad alcuni studi e aggiunse:

--Adesso non c'è luce, ma al nostro ritorno verrò a farle un'altra

visita e sceglierò un ricordo di Venezia, me lo permette?

Era un modo cortese per compensarlo del tempo che gli rubava con

quella gita, ma il vecchio, trattandosi della sua Maria, non si

rammentava neppur più che il suo visitatore era un principe romano, e

gli avrebbe regalato lo studio, se avesse voluto.

--Se mi permette l'accompagno,--disse il vecchio, e senza neppure

aspettare la risposta di don Pio, a testa scoperta gli spalancò la

porta e lo precedè sulle scale fino alla gondola.

--A domattina,--disse don Pio stringendogli la mano.

--A domattina e non dubiti, sarò esatto: non mi accade spesso, ma

domani farò un'eccezione.

Il principe tornò all'albergo senza che nessun dolore fisico lo

tormentasse più. Non sentiva altro che l'immensa gioia di rivedere

Maria, e di rivederla lontana da Roma, nella tranquillità di un

piccolo paese, libera forse dai ricordi dolorosi che Roma avrebbe

ridestato in lei. Era così felice, si sentiva così forte che aveva

perduto anche la memoria delle sofferenze di due ore prima. Sulla

porta dell'albergo Giorgio lo aspettava ansioso.

--Eccellenza, credevo le fosse venuto male e stavo in gran pena,--gli

disse il cameriere.

--No, sto benissimo, e non mi sono mai sentito tanto bene da molto

tempo. Fatemi apparecchiare il pranzo nel salotto.

Il cameriere andò a trasmettere gli ordini, e il principe, salito nel

salotto, spalancò la finestra per respirare liberamente, per lasciare

che i polmoni si allargassero come il cuore. Non aveva mai desiderato

così intensamente nulla nella vita come di rivedere Maria, e ora stava

per raggiungerla, per presentarlesi non come chi cerca di sedurla, di

prenderla alla sprovvista, ma onestamente, sotto l'egida del padre di

lei, come un amico che chiede all'amica una parola affettuosa, una

stretta di mano e l'oblio di una aberrazione, di una colpa di cui

sente la vergogna e il pentimento.

I camerieri dell'albergo entrarono portando i grandi vassoi con le

argenterie, le bottiglie e i piatti, e don Pio si sedè a tavola

tranquillo e lieto come uno che sente il ritorno della vita, che sente

la primavera dell'anima vivificarlo col soffio caldo della speranza.

Durante il pranzo, che era servito dal cameriere dell'albergo, Giorgio

entrò recando un quadro di piccole dimensioni avvolto nella carta e un

biglietto. Il principe indovinando chi era che gli scriveva, stracciò

la busta, si mise la lente all'occhio, e lesse:

"Al principe della Marsiliana, a un amico di Maria,--scriveva il

Rossetti,--non saprei offrire un ricordo più dolce della mia Venezia,

che il ritratto della mia bella e buona creatura, dipinto da me

quand'ella era uno dei fiori più belli della Laguna. Io spero che il

principe vorrà gradirlo perchè è offerto col cuore. Non è l'opera di

un artista; è il lavoro di un padre, che ha un culto per la figlia e

benedice tutti coloro che le vogliono bene."

Quelle parole, quel dono intenerirono don Pio. Egli seppe dominarsi e

non fece togliere il quadro dal suo involucro finchè il desinare non

fu terminato, ma appena solo strappò lo spago che teneva ferma la

carta e si diede a contemplare quel volto dolce e sereno di donna, che

pareva lo fissasse con i grandi occhi modesti e luminosi. Quella

estasi di don Pio durò fino a notte inoltrata; non pensava a nulla,

non vedeva nulla altro che il volto soave di Maria e quello sguardo,

che il giorno seguente avrebbe colto negli occhi di lei.

Aveva dato libertà a Giorgio, e sicuro ormai di non esser disturbato,

portò il ritratto di Maria in camera, lo collocò sopra un cassettone a

destra del letto e da un lato di esso accese due candele per poterlo

contemplare anche quando fosse coricato, e sul davanti sfogliò tutte

le rose che erano nei vasi del salotto. E quel ritratto di fanciulla

pudica, vestita di bianco, con quei lumi, quelle rose sparse davanti,

acquistava un carattere sacro, pareva l'immagine di una vergine, che

si fosse meritata la gloria dei buoni con le sue celesti virtù.

Il principe, spossato dal viaggio, da tutte le commozioni di quella

giornata, si era coricato con lo sguardo fisso nel volto della sua

santa ed era passato, senza accorrersene, dall'estasi al sogno. E la

vedeva non più lì, in quella stanza, a pochi passi dal suo letto; ma

campeggiante in alto, circonfusa di luce, con l'occhio benignamente

rivolto su di lui, che la contemplava affascinato e non aveva altra

aspirazione che quella di adorarla.

XV.

Mentre don Pio della Marsiliana si beava in quel dolce sogno, che

consolavalo di tante angosce, donna Camilla aveva la febbre addosso,

quella febbre che non si manifesta accelerando il moto del sangue

attraverso le vene, ma congelandolo.

Quando aveva salutato il marito alla stazione di Roma, ella non sapeva

della partenza di Maria, ma quel ridestarsi improvviso dell'energia

del principe, quello scatto di vita, quel viaggio, dettero al suo

cuore geloso, alla sua mente indagatrice nuovi sospetti. Ella tornò al

palazzo insieme con la suocera, ma invece di salire nel suo quartiere,

uscì a piedi come soleva fare spesso, quando andava a visitare i

poveri. La gelosia, che guida irresistibilmente ogni donna, che sa di

avere una rivale, nei luoghi dove spera d'incontrarla per provare

l'immenso strazio del cuore, dal quale ha fede di veder sorgere,

pianta venefica, ma vitale, la vendetta, guidò donna Camilla davanti

alla casa dei Caruso, la quale era di pertinenza del patrimonio

Urbani. La portinaia era sulla soglia e s'inchinò alla principessa

augurandole una buona passeggiata. Donna Camilla, contro il solito, le

rispose affabilmente, e le domandò con premura come stava la signora

Maria.

--È partita, poverina, è andata a Venezia a rimettersi; non può

credere, Eccellenza, quanto abbia sofferto, ma ora sta meglio e Dio

voglia che torni guarita completamente. Se lo merita; è tanto una

brava signora!

--Grazie! grazie!--disse la principessa allontanandosi

frettolosamente.

Ella non poteva tollerarle, quelle lodi; non poteva sentirsi ripetere

ciò che ella sapeva già; non poteva sentirsi confermare che Maria era

una creatura eletta, che esercitava un fascino sugli uomini come sulle

donne, perchè era bella ed era buona.

--Dunque Pio è andato a raggiungerla; dunque s'intendono, si

sottraggono alla mia vigilanza!--pensava donna Camilla tornando a

casa pallida e fremente. In tutto quel giorno ella rimase sola, in

camera, combattuta fra il desiderio di partire e il timore di dover

aprire l'animo suo alla suocera per la quale sentiva una profonda

antipatia, sentimento che la duchessa Teresa nutriva a sua volta per

lei.

Quelle due signore, che vivevano insieme da cinque anni, che due volte

al giorno sedevano alla stessa tavola, non si potevano soffrire. Donna

Teresa, specialmente dopo la malattia di don Pio, accusava la nuora di

annoiarlo, di non saperlo distrarre dall'abbattimento in cui era

caduto, di essere una nullità, di non aver saputo dare a casa Urbani

neppure dei figli, che avrebbero portato una nota di vita in quel

palazzo così triste; la principessa invece era gelosa della madre, la

quale capiva le tendenze del figlio, che aveva saputo rimanere

un'amica e aveva sull'animo di lui un grande ascendente. Benchè poco

intelligente, ella sentiva tutta la superiorità di donna Teresa, e,

riconoscendosi inferiore, era umiliata come donna, era offesa come

moglie. Anche quel grande, illimitato amore della duchessa per don

Pio, era una nuova umiliazione per lei. Ella sapeva bene che la

duchessa avrebbe osteggiato la sua partenza, le avrebbe impedito di

mettersi in viaggio se avesse indovinato che il figlio desiderava

esser libero e lontano dalla sorveglianza della moglie, e che quella

lontananza poteva procurare al suo Pio un sollievo, qualche ora di

felicità.

A pranzo le due signore si trovarono sole, poichè l'Onorati da qualche

tempo era ammalato e doveva desinare in camera. Donna Camilla, che

aveva pensato al modo di partire senza destar sospetti nella duchessa,

disse di aver ricevuto una lettera da suo fratello Alberto, che era

nella sua tenuta di Montemagno, a poca distanza da Poggio Mirteto, e

esternò il desiderio di andargli a fare una improvvisata.

--Va pure,--disse la duchessa, lieta di liberarsi da quella compagnia

poco gradita.

--Allora partirò domattina,--rispose la principessa senza alzare gli

occhi dal piatto, per non dare a conoscere la gioia perversa che

provava.

E la mattina dopo a colazione ella comparve vestita di panno grigio,

col cappello di feltro in testa, e la sua voce nasale echeggiava quasi

gaia nell'ampia sala da pranzo. Mangiò in fretta per non perdere la

corsa dell'una e trenta e poi stese la mano alla suocera e partì

accompagnata dalla cameriera soltanto, ma invece di prendere il

biglietto per la piccola stazione a breve distanza da Roma, lo prese

addirittura per Venezia. Era sicura che l'istinto non la ingannava,

che don Pio era là, e il pensiero di amareggiarlo, d'impedirgli di

esser felice, di tormentarlo con la sua presenza, le dava una

soddisfazione intima e le impediva di sentire la noia e il disagio del

lungo viaggio. In tutte quelle ore non mangiò nulla, non bevve un

sorso d'acqua, non chiuse mai gli occhi e non guardò i paesi che

traversava. Ella non voleva disturbi; voleva assaporare tutta la gioia

malvagia del dolore che avrebbe procurato a don Pio. Egli negavale un

po' di felicità, e lei non aveva altra brama che di distruggere quella

di lui; viva lei, non sarebbe mai stato un'ora felice, mai!

Giunta a Venezia andò diretta all'albergo Danieli, dove sapeva che don

Pio soleva dimorare, e dato il suo nome si fece accompagnare al

quartiere di lui.

Don Pio dormiva ancora, e si destò all'improvviso udendo entrare

qualcuno in camera. Le candele, quasi interamente consumate,

mandavano, prima di spengersi, degli sprazzi di luce viva sul

ritratto, ed egli, nell'aprir gli occhi, con la mente ancora volta a

Maria, che aveva sognata tutta la notte, fece un balzo sul letto e fra

il sogno pronunziò con amore il dolce nome, che le labbra anelanti

invocavano di continuo: Maria!

--T'inganni, Pio; sono io, Camilla,--disse la principessa in tono

aspro e nasale fissando il ritratto sul quale la luce oscillante delle

candele passava rapida come un'ardente e furtiva carezza.

--Perchè sei venuta?--gli domandò il principe meravigliato e turbato

nel vederla.

--Perchè l'istinto mi diceva che il mio posto era qui accanto a te.

E accennando il ritratto aggiunse:

--Vedi che non avevo torto.

--Tu sei il mio tormento,--le disse don Pio mestamente, scrollando il

capo, per significare che tutto era perduto, che l'arrivo della

principessa distruggeva la sua unica speranza.

--Io sono tua moglie, non voglio nè posso permettere che tu commetta

pazzie.

--Non fare scene, non fare scandali, non renderti ridicola, se

no...--disse don Pio in tono di minaccia.

--Che cosa mi faresti?--domandò la principessa facendo alcuni passi

per avvicinarsi al letto.

--A te nulla; non ti torcerò mai un capello; ma farei sostenere la

legge del divorzio e ti ripudierei come si ripudia tutto quello che ci

è antipatico, insopportabile, odioso.

--Quella legge non sarà mai accettata dalla gente onesta,--disse al

principessa.

--Meglio! La canaglia la sosterrà compatta e la canaglia impera.

--E allora chi sei tu, chi sono i tuoi?--domandò donna Camilla.

--Canaglia,--rispose il principe.--Io, tu, tutti quelli che, come noi,

non hanno sentimenti, non credono all'onestà, ridono della virtù,

insidiano la pace delle persone tranquille e laboriose, che sostengono

principî che non sentono, che propugnano idee che non sono frutto

delle loro convinzioni, che aizzano gli uni contro gli altri, che

demoliscono idoli, distruggono credenze, che mirano sempre al guadagno

senza tener conto del danno delle masse, non sono altro che canaglia,

canaglia, canaglia!

Don Pio, seduto sul letto, parlava agitando le scarne braccia, che le

maniche sbottonate della camicia da notte lasciavano scoperte, e con

quei capelli arruffati, che gli erano tornati canuti, e la barba

grigia, pareva un vecchio profeta in un accesso di religioso furore.

--E l'opera della _Stampa_ sostenuta, pagata da te, quale è stata mai?

--Quella di fare di Roma, dell'Italia un paese vile, basso, senza

ideali, senza fede nei beni morali; un paese che non ha forza di

tollerare i rovesci, che si sgomenta della sventura; un paese che

trema all'annunzio del colera, che non ha lagrime bastanti per

piangere un soldato morto pugnando; un paese dove l'opera è nulla,

dove la ricompensa è tutto; un paese dove l'onore, il dovere, il

sacrifizio sono lettera morta, un paese che meriterebbe di esser

coperto dal diluvio!

--Purchè Iddio ti affidasse la costruzione dell'arca!--osservò

ironicamente la principessa.

--No, io preferirei perire insieme con gli altri, se nell'arca dovessi

aver te, sempre te per compagna.

Il Principe della Marsiliana Romanzo romano · 第 11 / 13 段