Così rimasero un pezzo a far compagnia al fuoco che lentamente si

spegneva, finchè l'Onorati capì che era tempo di andarsene, e la

duchessa e la principessa, augurata la buona notte a don Pio lo

lasciarono solo.

Allora egli, come se avesse rotto l'incantesimo che lo teneva

prostrato, si alzò e di scatto buttando in terra la pelliccia e

avvicinatosi alla scrivania prese a scrivere, tracciando febbrilmente

sulla carta tutti i pensieri, tutte le frasi supplichevoli di oblio e

di perdono, che gli si erano affollate alla mente in quelle ore

d'inerzia. Ma spesso venivagli fatto di giungere in fondo a un foglio,

di aver riempito quattro facciate e, rileggendo ciò che aveva scritto,

di non esser contento di una espressione o di una parola, e di gettare

il foglio sulla scrivania e ricominciare da capo.

La principessa, che vigilava, che la gelosia teneva desta, stette

lungamente in quella notte con l'occhio al buco della serratura e

sempre vide il marito intento a scrivere, sempre udì lo scricchiolio

della penna sulla carta. Ella era sicura che don Pio scriveva a Maria,

e vegliava come un cerbero perchè quella lettera non le sfuggisse

dalle mani.

Verso le quattro ella sentì il marito che, uscendo di camera, andò nel

salottino, poi aprì l'uscio che dava nella galleria e subito dopo lo

richiuse e si coricò, ed ella, sempre con l'occhio e l'orecchio alla

porta, spiò il momento in cui don Pio si era addormentato, e, scalza,

per non fare alcun rumore, andò ella pure nella galleria al buio,

tastò sulla tavola dove il principe soleva mettere le lettere, che

Giorgio recapitava in mattinata, ne trovò una sola, l'afferrò e

rientrò in camera sua tremante, come se avesse commesso un delitto di

sangue.

La lettera che donna Camilla guardava con gli occhi sbarrati era

proprio diretta a Maria Caruso, e don Pio, supponendo che la moglie

dormisse, e dopo lunghe esitazioni, aveva creduto di destar minor

sospetto ponendola, come tutte le altre lettere, al posto consueto,

che consegnandola a un domestico il quale poteva essere spiato dalla

principessa e indotto a parlare. Egli sapeva che Ubaldo coricandosi

molto tardi dormiva fino alle undici e che egli rispettava le lettere

dirette alla moglie, perchè voleva che le sue pure fossero rispettate,

così era sicuro che Maria l'avrebbe ricevuta mentre Ubaldo dormiva;

anche se le fosse giunta mentre egli era desto, la lettera sarebbe

giunta chiusa nelle mani di lei.

Donna Camilla aveva messa la lettera dinanzi a sè sul tavolino e su

quella busta piovevano direttamente i raggi del lume, che stava posato

a poca distanza; ma ella non aveva il coraggio di strappare quella

busta, di leggere quello che conteneva. Ora che quel segreto era in

suo potere, che non c'era altro ostacolo da rimuovere se non quello di

un foglio di carta, il coraggio le mancava, tanto il rispetto per gli

ostacoli morali è profondamente inveterato nella coscienza di ogni

individuo.

Mentre ella stava a guardare la busta, senza trovare in sè il coraggio

di strapparla e di leggere la lettera, un pensiero perfido le traversò

la mente.

--Perchè non mando questa lettera al marito?--domandò a sè

stessa.--Che m'importa di aver la conferma che don Pio ama

perdutamente quella donna? Mi basta che il marito lo sappia, che non

possa più ignorare questo legame, e dopo aver saputo tutto sia

costretto a andarsene, e la porti via, lontano di qui, quella

maledetta creatura che mi toglie tutto!

E con la stessa prontezza con cui quel pensiero sinistro le era

balenato nella mente, lo mandò ad effetto. Ella prese una busta

stemmata, simile a quella di cui erasi servito don Pio, e dopo avervi

scritto sopra l'indirizzo di Ubaldo Caruso, contraffacendo il

carattere del marito, chiuse la lettera dentro alla propria busta e

andò furtivamente a posarla sulla tavola della galleria. Quando sentì

il passo di Giorgio, che andava ogni mattina a prender le lettere,

allora soltanto si coricò per non far capire alla sua cameriera che

aveva passata la notte vegliando.

Ma quella lunga notte invernale rimase impressa nella monte di donna

Camilla come la notte più angosciosa, più tremenda della sua vita.

Ella non credeva di poter tanto soffrire; non supponeva neppure che

l'affetto disprezzato, la gelosia, il sentimento della inferiorità

dinanzi a una rivale, cui la sua mala azione prestava l'attrattiva

della vittima e la circondava con l'aureola del martirio, fossero

capaci di sottoporre il suo cuore freddo a tanti strazi. E in quel

tumulto di passioni le tempie non le martellavano, il cuore non

affrettava i suoi palpiti; ella sentivasi invece la testa cinta da un

cerchio gelato e il cuore, facendosi immobile, le impediva di

respirare. Anche coricata parevale di sprofondare, di essere

inghiottita dalla lettiera e allora alzava le mani scarne, afferravasi

alle colonne tornite del letto o alle cortine di broccato, e apriva la

bocca per gridare, ma nessun suono le usciva dalla gola serrata.

Ingiusta, come tutte le donne gelose, ella non accusava il marito,

accusava Maria, e col cuore invocava sul capo di lei tutte le

maledizioni più atroci, più spaventose; e come aveva fede di essere

ascoltata da Dio, dalla Madonna, dai Santi quando pregava; così

nutriva fiducia di essere ascoltata ora che imprecava e malediva.

E avendo coscienza di non poter lottare contro Maria, che, per suo

maggior tormento, apparivale bella e adorna di una grazia incantevole,

desiderava di vederla scomparire, sparire per sempre dal mondo.

--Fatela morire!--pregava con gli occhi rivolti al cielo, senza che

essi s'inumidissero neppure di una lagrima di rabbia.

In quella tremenda notte donna Camilla non provava neppur più rimorso

per quel che aveva fatto; non era sgomenta di ciò che poteva accadere

se Ubaldo leggeva la lettera di don Pio; tutto le pareva nulla in

confronto delle sue sofferenze, e quando il dubbio la invadeva che

neppure la morte avrebbe potuto cancellare dal cuore di don Pio

l'immagine della bella creatura, allora agitava la testa sui

guanciali, cessava d'imprecare, di maledire, di pregare, e provava

tutto l'orrore, lo sgomento dalla propria impotenza.

XIII.

--Avete consegnata quella lettera a casa Caruso?--domandò il principe

a Giorgio appena desto.

--Sì, Eccellenza, l'ho consegnata alla cameriera.

Dopo quella risposta il principe passò la giornata più tranquillo,

mentre donna Camilla non trovava pace. Ora, ròsa dal rimorso,

calcolando l'enormità di quello che aveva fatto, temeva ogni momento

di veder giungere Ubaldo, di veder giungere i padrini, e sentiva

addensare sul capo di suo marito la burrasca provocata da lei.

Ubaldo, destandosi, aveva ricevuto la lettera del principe e

stracciata la prima busta ne aveva veduta una seconda all'indirizzo

della moglie. Allora, ossequente al principio di non leggere mai le

lettere di Maria, si era infilato le pantofole e la veste da camera, e

andava a informarsi con premura dello stato di lei e intanto le

recava la lettera, Maria impallidì riconoscendo lo stemma sulla parte

posteriore della busta e pregò il marito di posare la lettera sulla

rovescia del lenzuolo, aggiungendo che l'avrebbe letta dopo, quando si

fosse dileguato quel malessere che provava dopo una notte poco

tranquilla.

Ubaldo giudicava cosa naturalissima che il principe, ora che stava un

po' meglio, scrivesse a Maria per domandarle notizie e per esprimerle

il suo rincrescimento per la gravissima disgrazia occorsale, e non si

meravigliava punto che Maria non avesse fretta di leggere quella

lettera. Ma siccome era convinto che il principe non avesse più la

testa a segno dopo l'incendio del teatro e questa convinzione non

l'aveva espressa altro che alla moglie, vedendo ora la doppia busta,

attribuì quel fatto alla smemoratezza di don Pio e lo comunicò a

Maria, dicendole:

--Vedi, avevo ragione!

--Mostrami quella busta,--disse la malata celando sotto un sorriso il

sospetto che le era balenato nell'animo. Quando ebbe la busta

sott'occhio e s'accorse che l'indirizzo non era della stessa mano, il

sospetto si cambiò in certezza, ma invece di aprire l'animo suo al

marito, disse:

--È vero, quel povero principe non è punto rimesso dalla scossa avuta;

la testa non gli regge,--e sbadatamente aprì la lettera e la lesse,

come si leggono le lettere cui non si annette nessuna importanza,

intanto che Ubaldo aveva preso in collo il suo Mario e lasciava che il

bambino gli tirasse il cordoncino degli occhiali, come se fosse un

campanello.

Quando Ubaldo fu uscito per andarsi a vestire, ella, non potendosi

muovere, giunse le mani e ringraziò Iddio di non aver permesso che suo

marito leggesse quella lettera ardente da cui risultava con evidenza

l'insulto fattole dal principe, da cui si capiva come e egli fosse

pentito, ma innamorato sempre, più che mai innamorato. Ella pregò con

tutto il fervore di cui era capace, affinchè Iddio continuasse a

proteggerla contro le persecuzioni della donna cattiva e gelosa, che

aveva giurato a lei guerra continua, guerra micidiale.

Dopo quella preghiera si sentì più sollevata, e nascosta nel mobile

vicino al letto la lettera di don Pio, che in ogni caso doveva

servirle di giustificazione contro qualsiasi sospetto, si dette a

pensare con sollievo al momento in cui col pretesto di ristabilirsi in

salute sarebbe tornata nella povera casa di Venezia, fra i fratelli e

le sorelle, abbandonando Roma dove era stata tanto felice per un certo

periodo di tempo, e poi tanto disgraziata.

Durante i giorni che ancora le rimanevano da passare a letto, prima

che la gamba fosse guarita, ella assuefaceva il marito e gli amici

all'idea di vederla partire per Venezia, parlando continuamente di

quel cambiamento d'aria e di vita dal quale sperava la guarigione

completa, e mentre ella era sostenuta dalla speranza di sfuggire al

pericolo costante che la minacciava, don Pio passava i giorni

nell'aspettativa più crudele, e la principessa si angustiava

convincendosi che la sua vendetta, quella vendetta che le era costata

tanti palpiti e tanto rimorso, era andata fallita o per la

vigliaccheria di Ubaldo o per l'accortezza di Maria.

E più il tempo passava e più fermavasi in questo pensiero, perchè si

compiaceva di credere la sua rivale complice di don Pio, di credere

che ella avesse dalla sua le persone di servizio, e venuta in possesso

della lettera non l'avesse consegnata al marito.

Lo stato d'animo, le angustie, i timori del principe e della

principessa della Marsiliana erano storia intima, storia di famiglia

cui nessuno badava; invece avvenimenti ben più importanti attiravano

l'attenzione della città e del paese. Le cose si erano avverate a

puntino secondo i calcoli dell'onorevole Carrani. Due dei cinque

uomini politici che capitanavano i diversi gruppi del partito

d'opposizione, erano andati al potere in una crisi ministeriale, ma

proprio il Carrani era rimasto fuori, ed egli separatosi dai due

antichi colleghi, ora ministri, li tacciava di fedifraghi e li

combatteva nella _Stampa_ con una violenza inaudita. Gli altri due,

perduta ogni speranza, avevano rinunciato alla lotta. Così il giornale

non era più l'organo di un partito forte e compatto, ma di un uomo

bilioso, di un uomo che aveva dei rancori, dei risentimenti da

sfogare, e li sfogava specialmente contro i suoi due amici saliti al

potere, di cui conosceva tutte le debolezze, tutte le meschinità.

Se il principe si fosse come prima occupato del giornale, avrebbe

trattenuto i furori del Carrani, avrebbe portato una nota di

moderazione in tutta quella violenza; ma il principe non aveva più

interesse a nulla, non leggeva neppur più la _Stampa_, e a

Montecitorio non andava da due mesi.

Ogni volta che la madre lo spingeva a scotere l'inerzia, a uscire,

egli rispondeva:

--Sono tanto brutto,--e si tirava la coperta sulle gambe, il

berrettino sugli occhi e si affondava nella poltrona.

Quando il cosidetto viceprincipe andava ad avvertirlo che scadevano

delle forti cambiali alle Banche e che non c'era come far fronte agli

interessi, il principe rispondeva:

--Creiamo altre cambiali,--e firmava, firmava strisce di carta

bollata, come avrebbe firmato una lettera di nessun valore.

Pareva che dopo quella sera dell'incendio una molla si fosse spezzata

in lui e ora era una cosa inerte, senza volontà e senza energia.

Il Rosati, Ubaldo, il Suardi, i suoi amici stessi evitavano di andarlo

a visitare, perchè pareva che fosse noiato di vederli, e quell'uomo

che per il passato non poteva stare un momento in casa, che in una

giornata stancava due pariglie di cavalli, faceva cento cose diverse o

si vedeva per tutto, ora non si moveva più di camera, e nelle lunghe

serate invernali non aveva altra compagnia che quella della madre

dormente, di donna Camilla, che lavorava in silenzio alle rozze

coperte per i poveri, e dell'Onorati, che parlava per isfogare la sua

loquacità, ma non perchè don Pio lo incoraggiasse, prestandogli

attenzione o rivolgendogli domande.

Il palazzo Urbani era divenuto muto; nessuna carrozza entrava più

rumorosamente nel cortile, la duchessa non riceveva più la sera, donna

Camilla aveva sospesi i suoi giovedì, i servitori stanchi dell'inerzia

dormivano tutto il giorno nell'anticamera. Don Pio era più stanco, più

noiato di tutti per quella inerzia del corpo e della mente, ma non

osava scoterla, tanto ogni movimento gli riusciva increscioso, tanto

ogni desiderio, ogni speranza gli era morta nel cuore dopo che Maria

non gli aveva inviato quel perdono che egli le aveva chiesto con un

ardore, con una umiltà di cui non si credeva capace. Ora che gli

rimaneva più dopo che quella consolazione gli era stata negata?

Noiato di una vita male spesa, disprezzando quel nome, quella

posizione e quelle ricchezze che non gli avevano saputo cattivare un

cuore di donna, don Pio provava il distacco da tutto, e se vi era una

speranza che gli desse la calma momentanea, la pazienza per trascinare

quel martirio, era lo stato della sua salute, consunta da un male di

cui il professor Bonelli, il medico più celebre di Roma, non poteva

dirgli in che consistesse, come si potesse sollevare. Don Pio sentiva

ogni giorno più scemare le forze e guardava con compiacenza le mani

scarne, che avevano preso il colore dagli antichi avori, guardava il

suo volto emaciato, gli occhi infossati, i capelli incanutiti, e

quella rovina di tutto l'essere suo gli diceva che la fine non poteva

esser lontana, quella fine che gli prometteva, a lui cinico, a lui che

non aveva mai guardato al di là dell'esistenza terrena, non una vita

di beatitudine, ma un riposo eterno, l'oblio di tutto, il silenzio,

l'annientamento. Quest'unica speranza, che sorgeva, fiore solitario e

rigoglioso sopra un campo sacrato alla morte, lo attraeva

irresistibilmente, gli faceva provare una specie di voluttà nel vedere

spezzate tutte le gomene, rimossi tutti i puntelli che lo tenevano

inchiodato alla vita. Non vedeva il momento che l'ultima gomena fosse

infranta, che l'ultimo puntello cadesse, affinchè la nave della sua

esistenza scendesse nel mare profondo del nulla e prontamente vi si

sommergesse. Per questo non si turbò, non alzò neppur la testa quando

un giorno l'intendente gli disse che mancavano i capitali per

continuare le costruzioni a Porta Portese.

--Vendete dei terreni,--disse il principe.

--Non si trovano compratori.

--Allora lasciate gli edifizi a mezzo.

--Ma che cosa si dirà di lei, Eccellenza?--rispose l'intendente

sgomento da quella apatia.

Don Pio alzò le spalle e fece con la bocca una smorfia d'indifferenza.

--Si dica quello che si vuole, che me ne importa?

Ma l'intendente, che non s'era ancora arricchito quanto sperava con il

patrimonio Urbani e non voleva si dicesse, per non nuocere al credito,

che non v'erano denari per continuare le case, creò ipoteche su quelle

quattro mura appena alte pochi metri dal suolo e tornò dal principe a

consigliarlo di diminuire le spese della _Stampa_. Egli tremava dando

quel consiglio, poichè sapeva quanto don Pio teneva al giornale. Per

questo fu molto meravigliato nel sentirsi rispondere:

--Prendete una misura più radicale; ammazzatela.

--E i capitali che è costata?

--Non li piango io, perchè dovete piangerli voi?

--E gli abbonati?--domandò l'intendente sgomento.

--Si rimborsano. Non avete capito che non m'importa nulla del

giornale, che non m'importa di nulla?

L'intendente non fiato più, non interrogò più don Pio su nulla.

Faceva o disfaceva di propria iniziativa, e soltanto allorchè doveva

far fronte a impegni, diminuire cambiali, pagare interessi e non

poteva farlo da sè, presentava nuove cambiali al principe, il quale

firmava senza leggere, senza dir parola.

La duchessa, vedendo il figlio ingolfarsi nei debiti, vedendolo

camminare a occhi chiusi verso la rovina, gli dava dei consigli, lo

esortava a partire per un lungo viaggio e a lasciare a lei la cura di

strigare quella intricatissima matassa. Lo assicurava che ella ne

avrebbe trovato il bandolo e che sarebbe stata tranquilla, purchè si

fosse riavuto di spirito.

--Nel vederti così abbattuto, io non ho più forza, più energia; sento

tutto il peso degli anni.--dicevagli la madre con quella tenerezza,

che non aveva nel cuore altro che per lui.

--Sono finito,--rispondeva egli scrollando mestamente il capo.

--Ma non rifletti, Pio, che questa rovina ti espone allo scherno della

moltitudine, che in questa rovina tu coinvolgi tutta la gente che ci

sta d'intorno, che questa rovina sarà per tanti e tanti una

catastrofe?

--Sono finito,--rispondeva il principe socchiudendo gli occhi per non

essere noiato da consigli e da esortazioni che non voleva ascoltare.

In mezzo a quell'abbandono completo di tutto, in quel distacco totale

dalla vita, una cosa ancora restava nel cuore di don Pio: il ricordo

della donna buona, della donna bella, della donna onesta che egli

aveva offesa col suo amore. Ella sola avrebbe potuto rianimare quel

corpo affranto, quello spirito anelante l'eterno, il completo riposo,

ma Maria non voleva; Maria desiderava di dimenticare l'offesa, e per

giungere a quest'oblio non poteva rivedere il principe, altro che dopo

mesi, anni, quando appunto la mano del tempo avesse con la sua azione

lenta, ma continua, attenuata l'amarezza dell'offesa.

Appena rimessa in salute ella partì per Venezia con l'intenzione di

rimanere alcuni mesi in quella città silenziosa, sperando di

ritrovarvi la pace e la salute. Ubaldo, che l'aveva accompagnata in

famiglia, tornò a Roma ed ebbe dal redattore di un altro giornale la

proposta d'inviarlo in Africa dove il governo iniziava delle

operazioni militari. Era una occasione per sorvegliare ogni mossa del

comandante militare di Massaua, e per combattere violentemente il

governo sopra un terreno favorevole, perchè il paese vedeva di mal

occhio le spese che si facevano per quelle conquiste, che non

offrivano altro che lontane e incerte speranze di guadagno.

L'invio del corrispondente in Africa era una risoluzione troppo

importante perchè Ubaldo potesse prenderla, senza prima domandare il

parere al principe, e per questo andò a trovarlo.

Ubaldo nel parlare dello scopo della sua visita, disse incidentalmente

che sua moglie era partita, era andata a Venezia. Questa notizia bastò

a scotere don Pio, a fargli battere il cuore, a mettere un lampo di

vita negli occhi spenti. Egli approvò l'invio in Africa del

corrispondente e riprese a parlare, mostrò interesse per il giornale,

per indurre Ubaldo a trattenersi sperando che riportasse il discorso

sull'assente. E ottenne quello che voleva: Ubaldo gli narrò tutte le

fasi della malattia di Maria, e sciolse anche questa volta un inno di

lode alla sua dolce, alla sua buona e affettuosa compagna. In quel

carattere basso l'ammirazione si estrinsecava in una maniera poco

elevata; Ubaldo poneva nell'esaltare Maria la vanità del possessore,

del proprietario di un oggetto raro, di un cavallo di prezzo, ma don

Pio non ne era offeso; bastava che sentisse parlare di lei, che ne

udisse pronunziare il nome per provare l'unica consolazione di cui

fosse avido il suo cuore.

Quando Ubaldo fu uscito, il pensiero di quella donna, che egli poteva,

che voleva rivedere, operò in lui un miracolo. Don Pio non voleva

apparir vinto agli occhi di lei, non voleva la compassione di Maria.

Egli sentì a un tratto tutto il peso delle sventure che lo avevano

lasciato indifferente per il passato, sentì tutte le amarezze di chi

volontariamente si lascia abbattere e ebbe uno scatto di ribellione La

rovina, la morte lo spaventarono. E mentre donna Camilla, seduta

accanto a lui, lavorava in silenzio, egli teneva ancora gli occhi

chiusi, ma con la mente esaminava la sua situazione, vedeva che tutti

prosperavano, tutti si avvantaggiavano, tutti arricchivano accanto a

lui: uomini politici, giornalisti, ingegneri, amministratori, artisti,

operai, domestici; tutti prendevano l'aspetto sereno e tranquillo di

grassi possidenti. Egli invece si lasciava stupidamente dissanguare,

lasciava che il turbine della rovina lo spazzasse dal piedistallo

d'oro su cui era stato deposto, nascendo, dalla sorte, si lasciava

finire, si lasciava morire. Ma, doveva e voleva resistere per Maria;

l'amore poteva scusare l'offesa che le aveva fatto, ma nulla poteva

scusare la sua distruzione, la rovina che si lasciava scendere addosso

senza difendersi. Per resistere sentiva il bisogno di rivederla, di

supplicarla con la voce, con lo sguardo, con quel volto stesso

consunto e invecchiato innanzi tempo dai patimenti, di pronunziare la

dolce, la generosa parola del perdono. Con quel talismano nel cuore

egli avrebbe riacquistato l'antica energia e impavido avrebbe

sopportato gli urti dell'avversità.

XIV.

Quella sera, per la prima volta dopo l'incendio del teatro, don Pio

ordinò che fosse apparecchiato anche per lui nella sala da pranzo, si

vestì e desinò in famiglia. La principessa lo guardava sospettosamente

e non sapeva spiegarsi quel cambiamento improvviso; alla povera donna

Teresa le lagrime facevano gruppo alla gola, e il cuore di lei

riaprivasi alla speranza.

Don Pio parlò poco e mangiò meno ancora, ma la duchessa non lo vedeva

più affondato, inerte nella poltrona, avvolto freddolosamente nella

coperta, e questo le bastava per il momento, questo la consolava.

La mattina dopo egli fece attaccare il _coupé_, e quando stava per

scendere trovò nella galleria la principessa vestita che lo aspettava.

--Ti accompagno,--gli disse,--sei troppo debole per uscir solo.

Egli fece un moto di dispetto. Come gli appariva meschina quella

donna, che non sapeva altro che annoiarlo, vegliarlo come un aguzzino,

senza sperar neppure di giungere a farsi amare!

--Non voglio che tu mi accompagni. Vado alla Banca Romana e alla

Camera.

--Ti aspetterò in carrozza.

--Non voglio,--ribatto egli stizzito e facendo uno sforzo scese

prontamente le scale, salì nel _coupé_ e ordinò al cocchiere di andare

per la via Appia.

Da quando Ubaldo avevagli annunziato che Maria era a Venezia, don Pio

non aveva altro desiderio che quello di raggiungerla, di rivederla, ma

l'attuazione di questo desiderio era intralciata dalla vigilante

gelosia di donna Camilla. Era bastato che avesse scossa l'apatia, che

avesse voluto uscire perchè ella si fosse fatta trovar pronta per

accompagnarlo; come avrebbe fatto a partir solo?

A questo egli pensava mentre la carrozza percorreva l'antica via,

quella via che don Pio aveva fatta tante volte a cavallo, per giungere

a un convegno di caccia alla volpe, indossando l'abito rosso, in

compagnia dei suoi amici, e delle signore più belle e più eleganti di

Roma. Ma quei ricordi si perdevano in un lontano passato. Egli

rammentava soltanto di avervi condotta Maria quando, nella prima

estate che ella era a Roma, le faceva visitare i dintorni della città;

riudiva le parole di schietta ammirazione che le linee solenni della

campagna, indorate dal tramonto, strappavano alla sua anima d'artista,

vedeva lei, sempre lei e le parlava, come se potesse udirlo, e ne

pronunziava il nome a voce alta, con gli occhi umidi di pianto.

Il Principe della Marsiliana Romanzo romano · 第 10 / 13 段