spegneva, finchè l'Onorati capì che era tempo di andarsene, e la
duchessa e la principessa, augurata la buona notte a don Pio lo
lasciarono solo.
Allora egli, come se avesse rotto l'incantesimo che lo teneva
prostrato, si alzò e di scatto buttando in terra la pelliccia e
avvicinatosi alla scrivania prese a scrivere, tracciando febbrilmente
sulla carta tutti i pensieri, tutte le frasi supplichevoli di oblio e
di perdono, che gli si erano affollate alla mente in quelle ore
d'inerzia. Ma spesso venivagli fatto di giungere in fondo a un foglio,
di aver riempito quattro facciate e, rileggendo ciò che aveva scritto,
di non esser contento di una espressione o di una parola, e di gettare
il foglio sulla scrivania e ricominciare da capo.
La principessa, che vigilava, che la gelosia teneva desta, stette
lungamente in quella notte con l'occhio al buco della serratura e
sempre vide il marito intento a scrivere, sempre udì lo scricchiolio
della penna sulla carta. Ella era sicura che don Pio scriveva a Maria,
e vegliava come un cerbero perchè quella lettera non le sfuggisse
dalle mani.
Verso le quattro ella sentì il marito che, uscendo di camera, andò nel
salottino, poi aprì l'uscio che dava nella galleria e subito dopo lo
richiuse e si coricò, ed ella, sempre con l'occhio e l'orecchio alla
porta, spiò il momento in cui don Pio si era addormentato, e, scalza,
per non fare alcun rumore, andò ella pure nella galleria al buio,
tastò sulla tavola dove il principe soleva mettere le lettere, che
Giorgio recapitava in mattinata, ne trovò una sola, l'afferrò e
rientrò in camera sua tremante, come se avesse commesso un delitto di
sangue.
La lettera che donna Camilla guardava con gli occhi sbarrati era
proprio diretta a Maria Caruso, e don Pio, supponendo che la moglie
dormisse, e dopo lunghe esitazioni, aveva creduto di destar minor
sospetto ponendola, come tutte le altre lettere, al posto consueto,
che consegnandola a un domestico il quale poteva essere spiato dalla
principessa e indotto a parlare. Egli sapeva che Ubaldo coricandosi
molto tardi dormiva fino alle undici e che egli rispettava le lettere
dirette alla moglie, perchè voleva che le sue pure fossero rispettate,
così era sicuro che Maria l'avrebbe ricevuta mentre Ubaldo dormiva;
anche se le fosse giunta mentre egli era desto, la lettera sarebbe
giunta chiusa nelle mani di lei.
Donna Camilla aveva messa la lettera dinanzi a sè sul tavolino e su
quella busta piovevano direttamente i raggi del lume, che stava posato
a poca distanza; ma ella non aveva il coraggio di strappare quella
busta, di leggere quello che conteneva. Ora che quel segreto era in
suo potere, che non c'era altro ostacolo da rimuovere se non quello di
un foglio di carta, il coraggio le mancava, tanto il rispetto per gli
ostacoli morali è profondamente inveterato nella coscienza di ogni
individuo.
Mentre ella stava a guardare la busta, senza trovare in sè il coraggio
di strapparla e di leggere la lettera, un pensiero perfido le traversò
la mente.
--Perchè non mando questa lettera al marito?--domandò a sè
stessa.--Che m'importa di aver la conferma che don Pio ama
perdutamente quella donna? Mi basta che il marito lo sappia, che non
possa più ignorare questo legame, e dopo aver saputo tutto sia
costretto a andarsene, e la porti via, lontano di qui, quella
maledetta creatura che mi toglie tutto!
E con la stessa prontezza con cui quel pensiero sinistro le era
balenato nella mente, lo mandò ad effetto. Ella prese una busta
stemmata, simile a quella di cui erasi servito don Pio, e dopo avervi
scritto sopra l'indirizzo di Ubaldo Caruso, contraffacendo il
carattere del marito, chiuse la lettera dentro alla propria busta e
andò furtivamente a posarla sulla tavola della galleria. Quando sentì
il passo di Giorgio, che andava ogni mattina a prender le lettere,
allora soltanto si coricò per non far capire alla sua cameriera che
aveva passata la notte vegliando.
Ma quella lunga notte invernale rimase impressa nella monte di donna
Camilla come la notte più angosciosa, più tremenda della sua vita.
Ella non credeva di poter tanto soffrire; non supponeva neppure che
l'affetto disprezzato, la gelosia, il sentimento della inferiorità
dinanzi a una rivale, cui la sua mala azione prestava l'attrattiva
della vittima e la circondava con l'aureola del martirio, fossero
capaci di sottoporre il suo cuore freddo a tanti strazi. E in quel
tumulto di passioni le tempie non le martellavano, il cuore non
affrettava i suoi palpiti; ella sentivasi invece la testa cinta da un
cerchio gelato e il cuore, facendosi immobile, le impediva di
respirare. Anche coricata parevale di sprofondare, di essere
inghiottita dalla lettiera e allora alzava le mani scarne, afferravasi
alle colonne tornite del letto o alle cortine di broccato, e apriva la
bocca per gridare, ma nessun suono le usciva dalla gola serrata.
Ingiusta, come tutte le donne gelose, ella non accusava il marito,
accusava Maria, e col cuore invocava sul capo di lei tutte le
maledizioni più atroci, più spaventose; e come aveva fede di essere
ascoltata da Dio, dalla Madonna, dai Santi quando pregava; così
nutriva fiducia di essere ascoltata ora che imprecava e malediva.
E avendo coscienza di non poter lottare contro Maria, che, per suo
maggior tormento, apparivale bella e adorna di una grazia incantevole,
desiderava di vederla scomparire, sparire per sempre dal mondo.
--Fatela morire!--pregava con gli occhi rivolti al cielo, senza che
essi s'inumidissero neppure di una lagrima di rabbia.
In quella tremenda notte donna Camilla non provava neppur più rimorso
per quel che aveva fatto; non era sgomenta di ciò che poteva accadere
se Ubaldo leggeva la lettera di don Pio; tutto le pareva nulla in
confronto delle sue sofferenze, e quando il dubbio la invadeva che
neppure la morte avrebbe potuto cancellare dal cuore di don Pio
l'immagine della bella creatura, allora agitava la testa sui
guanciali, cessava d'imprecare, di maledire, di pregare, e provava
tutto l'orrore, lo sgomento dalla propria impotenza.
XIII.
--Avete consegnata quella lettera a casa Caruso?--domandò il principe
a Giorgio appena desto.
--Sì, Eccellenza, l'ho consegnata alla cameriera.
Dopo quella risposta il principe passò la giornata più tranquillo,
mentre donna Camilla non trovava pace. Ora, ròsa dal rimorso,
calcolando l'enormità di quello che aveva fatto, temeva ogni momento
di veder giungere Ubaldo, di veder giungere i padrini, e sentiva
addensare sul capo di suo marito la burrasca provocata da lei.
Ubaldo, destandosi, aveva ricevuto la lettera del principe e
stracciata la prima busta ne aveva veduta una seconda all'indirizzo
della moglie. Allora, ossequente al principio di non leggere mai le
lettere di Maria, si era infilato le pantofole e la veste da camera, e
andava a informarsi con premura dello stato di lei e intanto le
recava la lettera, Maria impallidì riconoscendo lo stemma sulla parte
posteriore della busta e pregò il marito di posare la lettera sulla
rovescia del lenzuolo, aggiungendo che l'avrebbe letta dopo, quando si
fosse dileguato quel malessere che provava dopo una notte poco
tranquilla.
Ubaldo giudicava cosa naturalissima che il principe, ora che stava un
po' meglio, scrivesse a Maria per domandarle notizie e per esprimerle
il suo rincrescimento per la gravissima disgrazia occorsale, e non si
meravigliava punto che Maria non avesse fretta di leggere quella
lettera. Ma siccome era convinto che il principe non avesse più la
testa a segno dopo l'incendio del teatro e questa convinzione non
l'aveva espressa altro che alla moglie, vedendo ora la doppia busta,
attribuì quel fatto alla smemoratezza di don Pio e lo comunicò a
Maria, dicendole:
--Vedi, avevo ragione!
--Mostrami quella busta,--disse la malata celando sotto un sorriso il
sospetto che le era balenato nell'animo. Quando ebbe la busta
sott'occhio e s'accorse che l'indirizzo non era della stessa mano, il
sospetto si cambiò in certezza, ma invece di aprire l'animo suo al
marito, disse:
--È vero, quel povero principe non è punto rimesso dalla scossa avuta;
la testa non gli regge,--e sbadatamente aprì la lettera e la lesse,
come si leggono le lettere cui non si annette nessuna importanza,
intanto che Ubaldo aveva preso in collo il suo Mario e lasciava che il
bambino gli tirasse il cordoncino degli occhiali, come se fosse un
campanello.
Quando Ubaldo fu uscito per andarsi a vestire, ella, non potendosi
muovere, giunse le mani e ringraziò Iddio di non aver permesso che suo
marito leggesse quella lettera ardente da cui risultava con evidenza
l'insulto fattole dal principe, da cui si capiva come e egli fosse
pentito, ma innamorato sempre, più che mai innamorato. Ella pregò con
tutto il fervore di cui era capace, affinchè Iddio continuasse a
proteggerla contro le persecuzioni della donna cattiva e gelosa, che
aveva giurato a lei guerra continua, guerra micidiale.
Dopo quella preghiera si sentì più sollevata, e nascosta nel mobile
vicino al letto la lettera di don Pio, che in ogni caso doveva
servirle di giustificazione contro qualsiasi sospetto, si dette a
pensare con sollievo al momento in cui col pretesto di ristabilirsi in
salute sarebbe tornata nella povera casa di Venezia, fra i fratelli e
le sorelle, abbandonando Roma dove era stata tanto felice per un certo
periodo di tempo, e poi tanto disgraziata.
Durante i giorni che ancora le rimanevano da passare a letto, prima
che la gamba fosse guarita, ella assuefaceva il marito e gli amici
all'idea di vederla partire per Venezia, parlando continuamente di
quel cambiamento d'aria e di vita dal quale sperava la guarigione
completa, e mentre ella era sostenuta dalla speranza di sfuggire al
pericolo costante che la minacciava, don Pio passava i giorni
nell'aspettativa più crudele, e la principessa si angustiava
convincendosi che la sua vendetta, quella vendetta che le era costata
tanti palpiti e tanto rimorso, era andata fallita o per la
vigliaccheria di Ubaldo o per l'accortezza di Maria.
E più il tempo passava e più fermavasi in questo pensiero, perchè si
compiaceva di credere la sua rivale complice di don Pio, di credere
che ella avesse dalla sua le persone di servizio, e venuta in possesso
della lettera non l'avesse consegnata al marito.
Lo stato d'animo, le angustie, i timori del principe e della
principessa della Marsiliana erano storia intima, storia di famiglia
cui nessuno badava; invece avvenimenti ben più importanti attiravano
l'attenzione della città e del paese. Le cose si erano avverate a
puntino secondo i calcoli dell'onorevole Carrani. Due dei cinque
uomini politici che capitanavano i diversi gruppi del partito
d'opposizione, erano andati al potere in una crisi ministeriale, ma
proprio il Carrani era rimasto fuori, ed egli separatosi dai due
antichi colleghi, ora ministri, li tacciava di fedifraghi e li
combatteva nella _Stampa_ con una violenza inaudita. Gli altri due,
perduta ogni speranza, avevano rinunciato alla lotta. Così il giornale
non era più l'organo di un partito forte e compatto, ma di un uomo
bilioso, di un uomo che aveva dei rancori, dei risentimenti da
sfogare, e li sfogava specialmente contro i suoi due amici saliti al
potere, di cui conosceva tutte le debolezze, tutte le meschinità.
Se il principe si fosse come prima occupato del giornale, avrebbe
trattenuto i furori del Carrani, avrebbe portato una nota di
moderazione in tutta quella violenza; ma il principe non aveva più
interesse a nulla, non leggeva neppur più la _Stampa_, e a
Montecitorio non andava da due mesi.
Ogni volta che la madre lo spingeva a scotere l'inerzia, a uscire,
egli rispondeva:
--Sono tanto brutto,--e si tirava la coperta sulle gambe, il
berrettino sugli occhi e si affondava nella poltrona.
Quando il cosidetto viceprincipe andava ad avvertirlo che scadevano
delle forti cambiali alle Banche e che non c'era come far fronte agli
interessi, il principe rispondeva:
--Creiamo altre cambiali,--e firmava, firmava strisce di carta
bollata, come avrebbe firmato una lettera di nessun valore.
Pareva che dopo quella sera dell'incendio una molla si fosse spezzata
in lui e ora era una cosa inerte, senza volontà e senza energia.
Il Rosati, Ubaldo, il Suardi, i suoi amici stessi evitavano di andarlo
a visitare, perchè pareva che fosse noiato di vederli, e quell'uomo
che per il passato non poteva stare un momento in casa, che in una
giornata stancava due pariglie di cavalli, faceva cento cose diverse o
si vedeva per tutto, ora non si moveva più di camera, e nelle lunghe
serate invernali non aveva altra compagnia che quella della madre
dormente, di donna Camilla, che lavorava in silenzio alle rozze
coperte per i poveri, e dell'Onorati, che parlava per isfogare la sua
loquacità, ma non perchè don Pio lo incoraggiasse, prestandogli
attenzione o rivolgendogli domande.
Il palazzo Urbani era divenuto muto; nessuna carrozza entrava più
rumorosamente nel cortile, la duchessa non riceveva più la sera, donna
Camilla aveva sospesi i suoi giovedì, i servitori stanchi dell'inerzia
dormivano tutto il giorno nell'anticamera. Don Pio era più stanco, più
noiato di tutti per quella inerzia del corpo e della mente, ma non
osava scoterla, tanto ogni movimento gli riusciva increscioso, tanto
ogni desiderio, ogni speranza gli era morta nel cuore dopo che Maria
non gli aveva inviato quel perdono che egli le aveva chiesto con un
ardore, con una umiltà di cui non si credeva capace. Ora che gli
rimaneva più dopo che quella consolazione gli era stata negata?
Noiato di una vita male spesa, disprezzando quel nome, quella
posizione e quelle ricchezze che non gli avevano saputo cattivare un
cuore di donna, don Pio provava il distacco da tutto, e se vi era una
speranza che gli desse la calma momentanea, la pazienza per trascinare
quel martirio, era lo stato della sua salute, consunta da un male di
cui il professor Bonelli, il medico più celebre di Roma, non poteva
dirgli in che consistesse, come si potesse sollevare. Don Pio sentiva
ogni giorno più scemare le forze e guardava con compiacenza le mani
scarne, che avevano preso il colore dagli antichi avori, guardava il
suo volto emaciato, gli occhi infossati, i capelli incanutiti, e
quella rovina di tutto l'essere suo gli diceva che la fine non poteva
esser lontana, quella fine che gli prometteva, a lui cinico, a lui che
non aveva mai guardato al di là dell'esistenza terrena, non una vita
di beatitudine, ma un riposo eterno, l'oblio di tutto, il silenzio,
l'annientamento. Quest'unica speranza, che sorgeva, fiore solitario e
rigoglioso sopra un campo sacrato alla morte, lo attraeva
irresistibilmente, gli faceva provare una specie di voluttà nel vedere
spezzate tutte le gomene, rimossi tutti i puntelli che lo tenevano
inchiodato alla vita. Non vedeva il momento che l'ultima gomena fosse
infranta, che l'ultimo puntello cadesse, affinchè la nave della sua
esistenza scendesse nel mare profondo del nulla e prontamente vi si
sommergesse. Per questo non si turbò, non alzò neppur la testa quando
un giorno l'intendente gli disse che mancavano i capitali per
continuare le costruzioni a Porta Portese.
--Vendete dei terreni,--disse il principe.
--Non si trovano compratori.
--Allora lasciate gli edifizi a mezzo.
--Ma che cosa si dirà di lei, Eccellenza?--rispose l'intendente
sgomento da quella apatia.
Don Pio alzò le spalle e fece con la bocca una smorfia d'indifferenza.
--Si dica quello che si vuole, che me ne importa?
Ma l'intendente, che non s'era ancora arricchito quanto sperava con il
patrimonio Urbani e non voleva si dicesse, per non nuocere al credito,
che non v'erano denari per continuare le case, creò ipoteche su quelle
quattro mura appena alte pochi metri dal suolo e tornò dal principe a
consigliarlo di diminuire le spese della _Stampa_. Egli tremava dando
quel consiglio, poichè sapeva quanto don Pio teneva al giornale. Per
questo fu molto meravigliato nel sentirsi rispondere:
--Prendete una misura più radicale; ammazzatela.
--E i capitali che è costata?
--Non li piango io, perchè dovete piangerli voi?
--E gli abbonati?--domandò l'intendente sgomento.
--Si rimborsano. Non avete capito che non m'importa nulla del
giornale, che non m'importa di nulla?
L'intendente non fiato più, non interrogò più don Pio su nulla.
Faceva o disfaceva di propria iniziativa, e soltanto allorchè doveva
far fronte a impegni, diminuire cambiali, pagare interessi e non
poteva farlo da sè, presentava nuove cambiali al principe, il quale
firmava senza leggere, senza dir parola.
La duchessa, vedendo il figlio ingolfarsi nei debiti, vedendolo
camminare a occhi chiusi verso la rovina, gli dava dei consigli, lo
esortava a partire per un lungo viaggio e a lasciare a lei la cura di
strigare quella intricatissima matassa. Lo assicurava che ella ne
avrebbe trovato il bandolo e che sarebbe stata tranquilla, purchè si
fosse riavuto di spirito.
--Nel vederti così abbattuto, io non ho più forza, più energia; sento
tutto il peso degli anni.--dicevagli la madre con quella tenerezza,
che non aveva nel cuore altro che per lui.
--Sono finito,--rispondeva egli scrollando mestamente il capo.
--Ma non rifletti, Pio, che questa rovina ti espone allo scherno della
moltitudine, che in questa rovina tu coinvolgi tutta la gente che ci
sta d'intorno, che questa rovina sarà per tanti e tanti una
catastrofe?
--Sono finito,--rispondeva il principe socchiudendo gli occhi per non
essere noiato da consigli e da esortazioni che non voleva ascoltare.
In mezzo a quell'abbandono completo di tutto, in quel distacco totale
dalla vita, una cosa ancora restava nel cuore di don Pio: il ricordo
della donna buona, della donna bella, della donna onesta che egli
aveva offesa col suo amore. Ella sola avrebbe potuto rianimare quel
corpo affranto, quello spirito anelante l'eterno, il completo riposo,
ma Maria non voleva; Maria desiderava di dimenticare l'offesa, e per
giungere a quest'oblio non poteva rivedere il principe, altro che dopo
mesi, anni, quando appunto la mano del tempo avesse con la sua azione
lenta, ma continua, attenuata l'amarezza dell'offesa.
Appena rimessa in salute ella partì per Venezia con l'intenzione di
rimanere alcuni mesi in quella città silenziosa, sperando di
ritrovarvi la pace e la salute. Ubaldo, che l'aveva accompagnata in
famiglia, tornò a Roma ed ebbe dal redattore di un altro giornale la
proposta d'inviarlo in Africa dove il governo iniziava delle
operazioni militari. Era una occasione per sorvegliare ogni mossa del
comandante militare di Massaua, e per combattere violentemente il
governo sopra un terreno favorevole, perchè il paese vedeva di mal
occhio le spese che si facevano per quelle conquiste, che non
offrivano altro che lontane e incerte speranze di guadagno.
L'invio del corrispondente in Africa era una risoluzione troppo
importante perchè Ubaldo potesse prenderla, senza prima domandare il
parere al principe, e per questo andò a trovarlo.
Ubaldo nel parlare dello scopo della sua visita, disse incidentalmente
che sua moglie era partita, era andata a Venezia. Questa notizia bastò
a scotere don Pio, a fargli battere il cuore, a mettere un lampo di
vita negli occhi spenti. Egli approvò l'invio in Africa del
corrispondente e riprese a parlare, mostrò interesse per il giornale,
per indurre Ubaldo a trattenersi sperando che riportasse il discorso
sull'assente. E ottenne quello che voleva: Ubaldo gli narrò tutte le
fasi della malattia di Maria, e sciolse anche questa volta un inno di
lode alla sua dolce, alla sua buona e affettuosa compagna. In quel
carattere basso l'ammirazione si estrinsecava in una maniera poco
elevata; Ubaldo poneva nell'esaltare Maria la vanità del possessore,
del proprietario di un oggetto raro, di un cavallo di prezzo, ma don
Pio non ne era offeso; bastava che sentisse parlare di lei, che ne
udisse pronunziare il nome per provare l'unica consolazione di cui
fosse avido il suo cuore.
Quando Ubaldo fu uscito, il pensiero di quella donna, che egli poteva,
che voleva rivedere, operò in lui un miracolo. Don Pio non voleva
apparir vinto agli occhi di lei, non voleva la compassione di Maria.
Egli sentì a un tratto tutto il peso delle sventure che lo avevano
lasciato indifferente per il passato, sentì tutte le amarezze di chi
volontariamente si lascia abbattere e ebbe uno scatto di ribellione La
rovina, la morte lo spaventarono. E mentre donna Camilla, seduta
accanto a lui, lavorava in silenzio, egli teneva ancora gli occhi
chiusi, ma con la mente esaminava la sua situazione, vedeva che tutti
prosperavano, tutti si avvantaggiavano, tutti arricchivano accanto a
lui: uomini politici, giornalisti, ingegneri, amministratori, artisti,
operai, domestici; tutti prendevano l'aspetto sereno e tranquillo di
grassi possidenti. Egli invece si lasciava stupidamente dissanguare,
lasciava che il turbine della rovina lo spazzasse dal piedistallo
d'oro su cui era stato deposto, nascendo, dalla sorte, si lasciava
finire, si lasciava morire. Ma, doveva e voleva resistere per Maria;
l'amore poteva scusare l'offesa che le aveva fatto, ma nulla poteva
scusare la sua distruzione, la rovina che si lasciava scendere addosso
senza difendersi. Per resistere sentiva il bisogno di rivederla, di
supplicarla con la voce, con lo sguardo, con quel volto stesso
consunto e invecchiato innanzi tempo dai patimenti, di pronunziare la
dolce, la generosa parola del perdono. Con quel talismano nel cuore
egli avrebbe riacquistato l'antica energia e impavido avrebbe
sopportato gli urti dell'avversità.
XIV.
Quella sera, per la prima volta dopo l'incendio del teatro, don Pio
ordinò che fosse apparecchiato anche per lui nella sala da pranzo, si
vestì e desinò in famiglia. La principessa lo guardava sospettosamente
e non sapeva spiegarsi quel cambiamento improvviso; alla povera donna
Teresa le lagrime facevano gruppo alla gola, e il cuore di lei
riaprivasi alla speranza.
Don Pio parlò poco e mangiò meno ancora, ma la duchessa non lo vedeva
più affondato, inerte nella poltrona, avvolto freddolosamente nella
coperta, e questo le bastava per il momento, questo la consolava.
La mattina dopo egli fece attaccare il _coupé_, e quando stava per
scendere trovò nella galleria la principessa vestita che lo aspettava.
--Ti accompagno,--gli disse,--sei troppo debole per uscir solo.
Egli fece un moto di dispetto. Come gli appariva meschina quella
donna, che non sapeva altro che annoiarlo, vegliarlo come un aguzzino,
senza sperar neppure di giungere a farsi amare!
--Non voglio che tu mi accompagni. Vado alla Banca Romana e alla
Camera.
--Ti aspetterò in carrozza.
--Non voglio,--ribatto egli stizzito e facendo uno sforzo scese
prontamente le scale, salì nel _coupé_ e ordinò al cocchiere di andare
per la via Appia.
Da quando Ubaldo avevagli annunziato che Maria era a Venezia, don Pio
non aveva altro desiderio che quello di raggiungerla, di rivederla, ma
l'attuazione di questo desiderio era intralciata dalla vigilante
gelosia di donna Camilla. Era bastato che avesse scossa l'apatia, che
avesse voluto uscire perchè ella si fosse fatta trovar pronta per
accompagnarlo; come avrebbe fatto a partir solo?
A questo egli pensava mentre la carrozza percorreva l'antica via,
quella via che don Pio aveva fatta tante volte a cavallo, per giungere
a un convegno di caccia alla volpe, indossando l'abito rosso, in
compagnia dei suoi amici, e delle signore più belle e più eleganti di
Roma. Ma quei ricordi si perdevano in un lontano passato. Egli
rammentava soltanto di avervi condotta Maria quando, nella prima
estate che ella era a Roma, le faceva visitare i dintorni della città;
riudiva le parole di schietta ammirazione che le linee solenni della
campagna, indorate dal tramonto, strappavano alla sua anima d'artista,
vedeva lei, sempre lei e le parlava, come se potesse udirlo, e ne
pronunziava il nome a voce alta, con gli occhi umidi di pianto.