Suardi il quale avevalo aiutato a adagiare Maria nella carrozza. E il
Suardi era andato correndo in due o tre farmacie e poco dopo giungeva
a casa di Ubaldo insieme con un chirurgo, il quale spogliata la ferita
trovò che aveva una gamba rotta e non nascose che il caso era
complicato da una forte commozione cerebrale.
Il bambino di Maria, il piccolo Mario, s'era destato all'improvviso
udendo delle voci in camera, e seduto sul letto piangeva chiamando la
mamma e irritandosi perchè non otteneva risposta da lei. Una folla di
gente composta della portinaia, dei pigionali, di curiosi, empiva la
stanza, e il bel corpo abbandonato era profanato dagli sguardi di
tutti.
Senza che Maria riacquistasse i sensi le fu fatta la fasciatura della
gamba. I begli occhi restavano chiusi, tumefatti, circondati di nero,
e dalle labbra coperte di bava usciva un lamento continuo straziante.
Il chirurgo aveva pensato a spogliare Maria per assicurarsi che non vi
erano altre fratture, le aveva tolto di testa il cappello, ma nessuno
aveva pensato a levarle i lunghi guanti, che le giungevano fino al
gomito, nè la sciarpa che le avvolgeva il collo.
Adriana, accorse anche lei a casa dell'amica e vedendola così
sconciamente esposta agli sguardi di tutti, fece uscire di camera gli
estranei, le tolse i guanti, la sciarpa, la coprì, raccolse le vesti e
si dette a vegliarla.
Ubaldo non capiva nulla, pareva pazzo; non vedova nulla altro che
quella povera donna che credeva dovesse spirare a un tratto.
Egli non aveva mai pensato che Maria potesse morire, nè l'aveva mai
veduta ammalata, e ora che ella giaceva inerte, quasi morta, sentiva
come quella dolce creatura con la sua bontà, la sua sommissione, la
sua dolcezza, le fosse divenuta cara, indispensabile; e rimpiangeva
gli anni trascorsi lontano da lei in una abbietta dimenticanza, come i
più tristi della sua esistenza.
--Maria! Maria mia!--egli diceva di continuo fissandola, toccandola,
scotendola.
Tutta la notte Adriana, il medico e Ubaldo vegliarono Maria e ogni
momento giungevano il Suardi o Fabio Rosati a domandar notizie di lei,
e portavano ragguagli desolanti sui progressi dell'incendio. I
pompieri lavorando faticosamente, aiutati dai soldati, non potevano
tentar altro che d'isolare il palazzo Urbani e la casa della _Stampa_
dal teatro in fiamme; tutto era perduto, perduto irremissibilmente, e
il principe, che aveva ripresi i sensi, si aggirava come un pazzo pel
cortile, nelle vie che circondavano il palazzo e il teatro,
asserragliate dai cordoni di militari, e guardava istupidito quelle
braccia operose, che cercavano di salvare almeno i tesori artistici
della sua famiglia, e la sede del suo giornale.
Quando il Rosati gli aveva detto che Maria, per isfuggire un pericolo
ne aveva affrontato un altro, e che ora era quasi morente, egli lo
aveva guardato senza dar segno di commozione, senza rivolgergli
nessuna domanda.
A giorno, quando la luce pallida di una piovosa giornata di novembre
aveva illuminate le rovine del teatro, da cui si sprigionavano ancora
buffi di fumo nerastro, e che don Pio aveva veduto invece
dell'elegante edifizio, che il giorno prima era il suo orgoglio, un
ammasso di travature rose dal fuoco, di materiali anneriti dal fumo,
di statue mutilate e insozzate dal fango, s'era messo le mani agli
occhi ed era corso a rifugiarsi in camera sua, dove Giorgio, che lo
aspettava, avevalo messo a letto.
La duchessa e donna Camilla, che avevano passato la notte trepidanti,
appena saputo che il principe era tornato, si affrettarono ad andare
da lui, ma don Pio teneva gli occhi chiusi, non rispondeva, e pareva
volesse isolarsi da ogni persona, da ogni pensiero che non fosse
quello della sventura che colpivalo.
Anch'egli fu curato, ma il medico assicurava che le scottature non
erano gravi, e attribuiva specialmente a una violenta commozione
dell'animo lo stato di abbattimento in cui trovavasi il principe.
--Ma come si è sviluppato l'incendio?--domandava la principessa con
insistenza al Rosati e al Suardi, che andavano ogni momento fino nel
salotto di don Pio a chieder notizie.
Nessuno lo sapeva, nessuno poteva spiegarglielo ed ella supponeva che
le nascondessero un mistero, perchè il ragionamento dicevale che una
prova di luce elettrica non può mettere in fiamme un teatro.
Quando le dissero che la signora Caruso era ferita, gravemente ferita
per essersi gettata da una finestra, un sospetto le balenò nella mente
e più che mai fiutò un mistero in quell'appiccarsi improvviso del
fuoco, e promise a se stessa di non allontanarsi un momento dalla
camera di suo marito, finchè quel mistero non fosse nelle sue mani,
finchè ella non si fosse vendicata.
Non sapeva bene contro chi avrebbe tratta quella vendetta; il marito
era annientato, Maria era morente, ma nonostante, il suo cuore arido
si rallegrava al pensiero della vendetta.
XI.
Mentre la principessa non trovava nel suo cuore, neppure in quel
momento doloroso, una piccola dose d'indulgenza, nè di tenerezza, e
vegliava il marito con l'impassibilità di un carceriere cui è stato
affidato un colpevole, Maria, nel riaprir gli occhi, alcuni giorni
dopo la tremenda scossa, stendeva le braccia amorose a Ubaldo e
sorrideva pensando che aveva saputo serbarsi pura e onesta. I dolori
che soffriva le rammentavano la lotta sostenuta, ma le rammentavano
pure che aveva vinto, che aveva vittoriosamente trionfato di tutte le
insidie tesele, e il pensiero di aver fatto il suo dovere le dava la
forza di tollerarli, come avviene ai soldati feriti nella difesa della
bandiera, che è un bene ideale, come l'onore e la virtù.
--Paurosa!--le diceva il marito alludendo al salto disperato, ed ella
sorrideva e diceva che aveva perduto la testa, che il fuoco mette lo
sgomento addosso, ma non diceva altro perchè ora, meno che mai, voleva
porre suo marito nel caso di battersi col principe, di perdere la sua
posizione. Appena rimessa, voleva andare a Venezia dai suoi, sparire
per un certo tempo e farsi dimenticare.
Il medico le aveva proibito di parlare ed ella sorrideva, non potendo
ringraziare Adriana, il marito, e quanti la curavano; sorrideva
dolcemente e la sua bell'anima serena non era sgomenta neppure dal
tragico fatto che inchiodavala a letto. La sua onestà aveva trionfato
ed ella non osava lamentarsi, non osava disperare nell'avvenire.
Quando le dipingevano lo stato del principe, il suo pertinace mutismo,
lo abbattimento a cui era in preda, diceva:
--Poveretto!--e non aggiungeva altro.
Dopo i primi giorni, nei quali tutta Roma e l'Italia non facevano
altro che parlare dell'incendio del teatro e del principe della
Marsiliana, e i telegrammi piovevano al palazzo Urbani, e le carrozze
patrizie facevano fila davanti al portone per aver notizie di don Pio
tutto ritornò nella calma. Roma, distratta da un tremendo omicidio
commesso in una delle vie più frequentate, non si occupò più del
disastro della "Fenice", nè dei feriti, e i giornali cessarono dal
darne le notizie.
Ma intanto che il principe si rendeva invisibile agli occhi di tutti,
intanto che nessuno dei suoi ingegneri, dei suoi accollatari temeva di
vederlo giungere da un momento all'altro alla Marsiliana per visitare
a che punto erano i lavori di un canale emissario, che egli faceva
scavare attraverso i suoi possessi e che doveva portare al mare le
acque che rendevano l'aria mefitica stagnando, e che nessuno temeva di
vederlo comparire su quella vasta distesa di terreno che aveva
acquistato a Porta Portese, si commettevano, a danno suo, le truffe
più ardite e più sfrontate. Alla Marsiliana si facevano lavorare gli
operai mezza giornata soltanto, a Porta Portese appena un'ora la
mattina e un'ora la sera. I muratori andavano all'appello, poi dagli
accollatari, dagli ingegneri stessi erano mandati a lavorare in altri
punti della città, a far progredire altre fabbriche che essi
dirigevano, mentre quelle di don Pio si alzavano lentamente dal suolo,
e don Pio pagava, e don Pio si dissanguava per supplire a quelle
immani spese. E così era per tutto: i suoi eccellenti foraggi, i suoi
grani, i suoi vini, i suoi latticini si vendevano, al dire degli
intendenti, a un prezzo bassissimo, il suo bestiame, i suoi cavalli,
allevati con cura, costavano somme enormi e non davano che uno scarso
provento; tutto quello che per altri è sorgente di ricchezze, per lui,
per lui solo era un mezzo per precipitare alla rovina. Pareva che
tutti si fossero dati l'intesa per tagliargli a brandelli quel vistoso
patrimonio che la duchessa Teresa aveva con tanta cura e con tanta
pertinacia mondato dalle passività, dalle ipoteche e dagli oneri,
pareva che egli fosse caduto nelle mani di una associazione di
malfattori, che si fossero data la parola d'ordine per ridurlo sulle
cinghie. Invece ognuno ubbidiva a un movente personale, e nessuno
aveva rimorso di quel che faceva, poichè il principe della Marsiliana
era considerato generalmente come un uomo destinato a essere
spogliato, a essere ingannato. Rubare sfacciatamente a lui, era come
coglier dell'uva in un campo aperto, esposto ai viandanti, non
sorvegliato, non difeso da nessuno. Era questione di tempo; chi prima
arrivava, prima prendeva, ma il campo era cosa di tutti, aperto a
quanti avevano la fortuna di sfruttarlo. E così era nella _Stampa_. Il
direttore della tipografia comprava, con i denari del principe,
caratteri di lusso, inchiostro, torchi, motori, carta e portava
tutto in altro locale dove lavorava per conto proprio; gli
uscieri vendevano i libri da dare in premio agli associati, le
cromolitografie, i giornali; gli abbonamenti che non venivano per
mezzo della posta erano il provento degli impiegati subalterni di
amministrazione, che li registravano sopra un bullettario speciale e
non li passavano mai al cassiere, mentre gli abbonati ricevevano il
giornale; i redattori stessi si appropriavano i libri della biblioteca
Urbani, si facevano portare a casa opere intiere senza farsene
scrupolo. Ora poi che don Pio si sottraeva agli sguardi di tutti, il
piglia piglia era divenuto generale; pareva che tutti avessero la
convinzione che il principe non dovesse più risorgere, più mostrarsi,
che già il suo corpo mandasse un puzzo di cadavere, e quella caterva
di uccelli di rapina, resi più che mai famelici, lo divoravano vivo,
sciupavano, disperdevano ciò che valeva più di lui, lo privavano di
quel prestigio, di quella forza che dà agli esseri nulli la ricchezza.
E don Pio della Marsiliana sonnecchiava apparentemente, senza curarsi
di niente altro che di Maria. Non ne sapeva nulla da quella notte
tremenda e a momenti si figurava che Maria fosse morta, morta per
colpa sua. Allora un rimorso tremendo lo assaliva, allora pentivasi
acerbamente di averla sacrificata e col cuore le parlava, implorando
dall'anima di lei il perdono.
Dopo una ventina di giorni di abbattimento il principe si riebbe un
poco e incominciò ad alzarsi per esser liberato dalla sorveglianza
continua della moglie. Di Maria non domandava a Giorgio, alla madre, a
nessuno. Aveva paura che i suoi dubbi ottenessero una conferma, che
qualcuno gli dicesse che era morta, morta davvero, e non sentivasi la
forza di sopportare la dolorosa conferma, che gli avrebbe inflitto un
eterno rimorso. Egli era orribilmente sfigurato per la mancanza dei
capelli e dei baffi e per quelle scottature alle labbra e alla fronte,
che lo facevano parere un lebbroso; inoltre la fisonomia aveva
acquistato un'espressione sinistra, e gli occhi erano sbarrati e
sgomenti.
Don Pio si alzava, ma non voleva veder nessuno, non parlava mai e
appena udiva un cameriere trasmettere a Giorgio il nome di un
visitatore, faceva un cenno di noia con la mano, e il visitatore era
rimandato.
La malattia del principe, la sua indifferenza per tutto quello che
tanto occupavalo per il passato, quell'abbandono in cui aveva lasciato
la _Stampa_ non erano risentiti dal giornale, poichè l'Ubaldo, appena
vide la moglie riavuta, ritornò imperterrito al lavoro e diresse la
lotta contro i due ministri della Marina e di Grazia e Giustizia con
quell'accanimento e con quell'acrimonia, che erano la forza del
giornale d'opposizione. Un foglio ufficioso del presidente del
Consiglio rispose a quel fuoco di fila con un solo articolo pieno di
attacchi mal celati ad arte contro il principe della Marsiliana.
Ubaldo Caruso, non sapendo se ribattere o no quegli attacchi, andò al
palazzo Urbani e come al solito penetrò fino nella galleria attigua al
salotto di don Pio, e chiese di essere introdotto. Il principe, che
aveva udito la voce di Ubaldo, ordinò che passasse subito, e quella
preferenza non sfuggì a donna Camilla, che non si era mossa dalla
poltrona alla quale pareva attaccata come un'ostrica a uno scoglio:
ella si convinse che don Pio, in mezzo a quella rinunzia a ogni
attività della mente e del corpo, era sempre innamorato di Maria, e il
pensiero di quella donna era l'unico che gli rimanesse.
Ubaldo aveva saputo dai domestici in quale stato di abbattimento fosse
il principe, ma non credeva mai che la distruzione fosse così grande.
Non per questo si sgomentò come sgomentavansi i suoi colleghi per la
malattia di don Pio. Egli capiva che anche se il principe fosse
venuto a mancare, la _Stampa_ aveva da campare floridamente di vita
propria, poichè i capitali che vi aveva profusi, le assicuravano
l'avvenire, se peraltro chi la dirigeva, aveva la pertinacia
necessaria per rimanere sulla breccia, per combattere sempre, ed egli
sentiva di possedere quella virtù. Questa sicurezza nelle proprie
forze, queste vedute più larghe di quelle della comune dei suoi
colleghi, gli davano la calma nel lavoro e gli permettevano di
guardare quel povero principe della Marsiliana senza turbarsi.
Naturalmente Ubaldo parlò molto della moglie, esaltò il fascino della
rassegnazione, della serenità di lei nella sventura, ne lodò le grandi
virtù e disse che si stimava fortunato di averla per compagna; anche
se tutto gli venisse a mancare e gli restasse solo la sua cara Maria,
si crederebbe preferito dalla sorte.
Il principe lo ascoltava senza batter palpebra e in cuor suo diceva
che Ubaldo aveva ragione. Anche lui si sarebbe stimato l'uomo più
fortunato della terra se avesse avuta Maria per compagna, o anche per
amica. Ora, in quella grande prostrazione i desideri tacevano e
l'amore del principe per Maria si era trasformato, si era purificato.
Egli non sarebbe stato più capace di chiuderla in una stanza, di
costringerla con la forza a subire un amore, che ella non divideva;
ora egli non sarebbe stato capace di altro che di inginocchiarsi
davanti a lei, e baciandole il lembo della veste implorare un perdono
che sentiva di non meritare.
Il rimorso dell'offesa fattale, del pericolo cui avevala esposta per
difendere il suo onore, lo torturava, e soltanto una buona e dolce
parola di lei, sentiva, gli avrebbe reso la vita.
E mentre il marito lodava le virtù della sua buona e cara compagna, e
la principessa fremeva di rabbia inghiottendo gl'insulti che le
salivano dal cuore alla gola per quell'uomo, che credeva consapevole
dell'amore di don Pio, la speranza di esser perdonato s'infiltrava
nell'anima del principe.
--Dunque,--concluse Ubaldo alzandosi per uscire,--debbo rispondere
agli attacchi?
--Lasci correre,--rispose don Pio,--io non chiedo altro che la pace,
nulla mi punge più.
--Ma il tacere equivale al sancire col silenzio gli attacchi; vede?
alludono allo stato della sua mente, alla rovina del suo patrimonio e
sono voci che non si possono lasciar correre impunemente.
--Quando non importa a me....--disse don Pio atteggiando la bocca a un
sorriso cinico.
Ubaldo non rispose; chinò il capo e incurvò la persona dinanzi a donna
Camilla, che gli rispose con un cenno appena visibile della testa
accompagnandolo con uno sguardo di sprezzo, e salutato il principe
uscì.
XII.
Appena don Pio fu rimasto solo lo assalì il desiderio prepotente di
ottenere il perdono di Maria, ma come chiederlo? Non poteva uscire e
non sarebbe potuto uscire per un pezzo perchè era deforme; non poteva
far chiedere a Maria quel perdono da altri; bisognava che scrivesse.
Il pensiero di affidare una lettera, che doveva passare per più mani
prima di giungere a destinazione, il segreto del suo cuore, l'onore di
quella donna, che ora aveva per lui il prestigio delle sante figure
muliebri cui la virtù pone una aureola di raggi luminosi intorno al
capo, lo sgomentavano, ma tanto per isfogare il suo dolore, il suo
pentimento, prese la penna e si mise a scrivere a Maria, gettando poi
nel caminetto tutte le lettere umili, pentite, appassionate, nelle
quali aveva versato l'amore che lo consumava.
Mentre stava guardando la fiamma che divorava alcuni pezzi di carta e
con le molle spingeva quelli rimasti illesi sui carboni, donna Camilla
entrò nella camera del marito, e con l'occhio indagatore, l'occhio
geloso, che indovina prima di capire, seppe che il marito aveva
scritto a Maria, e se avesse potuto, se egli non fosse stato presente,
si sarebbe inginocchiata dinanzi al caminetto e con le sue mani, che
avevano orrore della polvere, che si chiudevano come le foglie della
sensitiva, appena qualche cosa di sudicio le sfiorava, avrebbe
disputato al fuoco quei pezzetti di carta, che contenevano la
confessione di suo marito, il suo grido di dolore, l'appello che
faceva alla generosità di un cuore di donna.
Ella finse di non accorgersi di nulla e sedutasi su una poltroncina, a
fianco del caminetto, spiegò la rozza coperta di lana, stendardo di
beneficenza, dietro alla quale nascondeva la perfidia del suo
carattere, e, come una assistente cui il dovere impone di non muoversi
dalla camera di un malato, rimase a spiare l'impazienza del marito,
il suo abbattimento, il suo amore.
Don Pio sentiva quello spionaggio e provava una specie di
compiacimento pensando alle sofferente di sua moglie, alla tortura che
le imponeva. Quando una persona è d'ostacolo all'appagamento di un
desiderio, essa diviene, per chi da quel desiderio appagato spera un
conforto, un nemico che volentieri si stritolerebbe, si annienterebbe.
E don Pio in quel momento stringeva le mani, si conficcava le unghie
nel palmo, come le avrebbe conficcate nelle carni di donna Camilla, se
le sue consuetudini signorili non gli avessero impedito di offendere
materialmente sua moglie.
Quando Giorgio, sull'imbrunire, portò i lumi, don Pio era affondato in
una poltrona fingendo di dormire; lei, con l'occhio fisso sulle ceneri
del caminetto, chiedeva loro il segreto che le avevano sottratto.
La duchessa prima di pranzo scese dal figlio, come faceva ogni sera, e
allora soltanto don Pio finse di destarsi, di ritornare alla vita.
Seppellito in una coperta di pelliccia, con un berrettino di panno
scozzese in testa, nell'aprire gli occhi egli vide la sua ridicola
figura riflessa in uno specchio, e rise dentro di sè della gelosia
della moglie. A chi poteva piacere, chi poteva commovere, brutto
com'era?
--Dio, che orrore!--esclamò buttando in terra la pelliccia e andando
vicino al grande specchio per meglio esaminarsi.--Potrei servire di
spauracchio ai passerotti in un campo di grano.
La duchessa rise di cuore vedendo una espressione gaia sulla faccia
del figlio; la moglie sentenziò:
--La bellezza del corpo è la perdizione dell'anima.
--Preferirei esser dannato, piuttosto che brutto come sono
ora,--rispose il principe.--Il popolo considera la bellezza come una
benedizione del cielo, e io divido l'opinione del popolo. La vista di
un bel volto, di un bel corpo mi mette nell'anima la serenità. Credo
che anche la coscienza della propria bellezza renda migliori; i brutti
sono in genere anche dispettosi.
La principessa sentì l'offesa, che le era diretta, ma continuò
impassibile a lavorare alla rozza coperta di lana. Don Pio, che voleva
provocare in lei un moto di dispetto e sperava di farla uscire, di
liberarsi di quella incresciosa vigilanza, capì che la principessa
non avrebbe lasciato quella camera neppure se egli le avesse detto in
faccia apertamente:--Vattene!
E si rassegnò sperando che la notte almeno sarebbe stato solo, che la
notte avrebbe potuto mettere in carta tutte le idee che gli si
affollavano alla mente, scrivere tutte le frasi umili, di pentimento e
di adorazione, che in quel momento gli venivano dal cuore alle labbra.
Pazientò prima di pranzo, pazientò durante il pranzo mentre Giorgio
assistito da un altro cameriere lo serviva, pazientò dopo, quando la
duchessa, donna Camilla e l'Onorati andarono a prendere il caffè
intorno al caminetto della sua camera.
In quei giorni l'Onorati, scartabellando le carte d'archivio, aveva
scoperto la corrispondenza fra una improvvisatrice napoletana del
1700, nota in Arcadia sotto il nome di Fille Arimantea, con un
principe della Marsiliana. Il bibliofilo, leggendo le lettere, quasi
tutte in versi, della poetessa e le risposte del principe, aveva
ricostruito il ritratto di lei, così al fisico come al morale e
giurava e spergiurava che quella donna, nonostante fosse conscia del
grande affetto che aveva ispirato all'illustre patrizio, e
dell'ascendente che aveva sull'animo di lui, si era serbata onesta.
--Io non credo all'onestà di certe donne che, trovandosi in condizione
inferiore, speculano sull'amore che sanno di aver destato in un uomo a
esse superiore per nascita e per censo,--disse la principessa.
Don Pio, che capiva il pensiero della principessa ed era ferito dal
tono di sprezzo con cui essa parlava, fremeva, pur stando zitto, ma
l'Onorati aveva preso ad amare l'eroina di quel romanzetto, prima
perchè gli pareva di averla scoperta e in secondo luogo perchè
l'intelligenza e la grazia che rivelavano le lettere della Fille
Arimantea avevano parlato alla sua immaginazione di poeta-letterato.
Egli la difese dunque a spada tratta, e sostenne che la principessa
sentenziava in quel modo perchè alla sua età siamo poco indulgenti, e
perchè le signore nate in una condizione elevata non sono al caso di
apprezzare i nobili sacrifizi, gli eroismi delle donne povere, delle
donne che lavorano.
--Non faccio altro che trovarmi a contatto con la miseria,--rispose la
principessa,--e queste grandi virtù non le vedo.
--Perchè ella confonde miseria con povertà, perchè la miseria
avvilisce e fa cercare avidamente l'aiuto sotto qualsiasi forma si
presenta, mentre la povertà è altera, la povertà tollera il presente,
perchè la sostiene la speranza di ricompense più alte. Vuole un
paragone? la miseria potrebbe essere raffigurata dallo schiavo romano,
che presenta la schiena alla frusta del padrone e con la bocca cerca
di afferrare i rimasugli che egli lascia cadere dalla mensa sontuosa;
la povertà dal cristiano, che ha scosse le catene, e benchè lo dilanii
la lame, respinge col piede il dono del ricco e guarda in alto, dove
vede brillare la ricompensa, che spetta a quelli che sanno
pazientemente soffrire.
--Quanta poesia!--esclamò la principessa in tono aspro.--Caro Onorati,
lei ha un bel vestirmi da eroine le sue plebee, tanto non riuscirà mai
a convincermi che esse non speculino sull'amore dei signori. Non fanno
le oneste altro che quando vogliono ottener molto, o credono si tratti
di una speculazione fallita.
Don Pio aveva chiuso gli occhi per non vedere la moglie; vedendola
egli non sarebbe potuto rimaner fermo sulla poltrona mentre lei, con
la sua voce aspra e nasale, gettava fango a manate sulla pura e onesta
donna che aveva fatto vibrare nel principe la corda del sentimento,
gli aveva imposto, a lui cinico, a lui miscredente, il rispetto per la
virtù, la fede nella onestà femminile.
--Come ti riscaldi, Camilla,--disse la duchessa svegliandosi da un
pisolino e sentendo la voce antipatica della nuora, che passava
nell'aria producendo il suono di un frustino agitato con mano irata.
La principessa tacque e allora nel silenzio della stanza si udì il
tic-tac affrettato, concitato dei ferri, che non era meno increscioso
della voce della lavoratrice e ne rivelava lo stato irritante
dell'anima.
L'Onorati taceva per non provocare un'altra discussione; il principe
taceva fingendo stanchezza e sperando che lo avrebbero lasciato solo;
e la duchessa, ora che non udiva più la voce della nuora, dormiva di
nuovo placidamente.