suoi; le parlerò di me, della mia tranquillità, del rispetto cui ho
diritto, e che ho saputo meritarmi a prezzo di grandi sacrifizi.
Allora le dirò che voglio non si occupi più di me.
--È impossibile,--disse il principe.
--Quello che pare a lei impossibile, lo renderò possibile io,
allontanandomi.
--E suo marito?
--Mio marito ignorerà tutto; io saprò trovare dei pretesti per lasciar
Roma, senza turbare la sua pace, che mi è cara, senza porre ostacoli
alla sua operosità.
--Maria, la supplico in ginocchio di non mandare ad effetto la sua
minaccia; Maria, rimanga; Maria, non mi privi della consolazione che
mi viene da lei!
--Come vuole che io rimanga, che non abbandoni il posto, perseguitata
dall'amore suo come sono, e dalla gelosia di una donna?
Il Carrani tornava insieme col Caruso, combinando l'attacco contro il
ministro di Grazia e Giustizia.
--Bisogna fare una specie di statistica, domani subito, dei conventi
che son sorti qui a Roma dopo che è stata applicata la legge della
soppressione delle corporazioni religiose,--diceva avvicinandosi
sempre più al principe,--e poi continuare quella statistica a Firenze,
a Napoli, a Milano, e su quella incominciare l'attacco. Avete un
redattore che possa prendere qui informazioni precise?
--Sì, il Rosati,--rispose Caruso, e premendo il bottone di un
campanello ordinò a un usciere di chiamare Fabio.
Don Pio era rimasto in faccia a Maria, senza parlare, e la guardava
fisso sperando sempre che ella pronunziasse una parola che lo
autorizzasse a sperare.
Intanto che aspettavano il Rosati, il quale era sceso in tipografia a
fare alcune correzioni, don Pio disse al Caruso:
--Dicevo appunto alla sua signora che mi pareva stanca e sofferente e
le proponevo di accompagnarla a casa.
--Sì, Maria ha un aspetto insolito stasera. Va a riposarti e se il
principe è così amabile di accompagnarti, approfitta della sua
offerta; io non posso muovermi ancora.
Maria non seppe che rispondere e poi desiderava un'ultima spiegazione
col principe, sperava d'indurlo a rinunciare a lei.
--Sono pronta,--disse dopo aver data la buona sera all'on. Carrani e
al marito. Ella scese sollecita le scale della redazione per evitare
di appoggiarsi al braccio di don Pio, che la seguiva.
Neppure per la strada si appoggiò a lui e quando furono a una certa
distanza dalla _Stampa_, ella si fermò risolutamente e gli disse:
--Prima di risolvermi a lasciare Roma, ad abbandonare la casa dove ho
vissuto felice, ad abbandonare mio marito in preda a sè stesso, a
rinunziare a questa esistenza agiata e tranquilla che mi è parsa il
paradiso in terra, dopo tanti tormenti che ella ignora, io la
supplico, se è vero che ha un poco d'affetto per me, di rinunciare a
delle speranze che, io viva, io consciente, non appagherò mai. Si
sente la forza di fare questa promessa?
--Purchè rimanga, purchè io la veda, prometto tutto, avrò tutti gli
eroismi.
--Badi, conto sulla sua parola più che su quella di un altro, perchè
ella, per la sua nascita, ha maggior obbligo di mantenerla
scrupolosamente.
Don Pio non parlava più. Abbattuto, con l'andatura stanca egli
camminava accanto a Maria. Senza scambiare una parola giunsero al
portone di casa, che Maria aprì con la chiave.
--Vuole che l'accompagni fin su?--domandò don Pio.
--Grazie,--risposo ella che non aveva piena fiducia nella promessa del
principe,--ho i cerini.
Si strinsero la mano in silenzio e don Pio portò alle labbra le dita
di Maria e gliele baciò ripetutamente. Ella si tirò indietro e chiuse
il portone senza permettere a don Pio di entrare nell'ingresso buio, e
salì le scale turbata, ansante, e solo quando fu nella quiete della
sua camera e vide il suo bambino, che dormiva tranquillo, si sentì al
sicuro.
--Ora che credevo fosse terminata la vita precaria, angustiata,
miserabile, ora dovremo ricominciare i pellegrinaggi, gli stenti, i
sacrifizi! Così non può durare,--diceva Maria a sè stessa ripensando
alla sua situazione.--Ubaldo dovrà lasciare il posto, saremo poveri
ancora,--e un sospiro angoscioso le sollevava il petto.
Mentre ella fantasticava pensando al mezzo di uscire da quella
difficile situazione con minor danno possibile per il marito, don Pio,
sotto il grande baldacchino di stoffa stemmata provava il pentimento
per la promessa fatta e calmava la sua coscienza, poco scrupolosa,
ripetendo a sè stesso che i giuramenti d'amore hanno un valore
relativo, e che nessuno è obbligato a tenerli. Questo ei diceva alla
sua fantasia infiammata per non privarla di una speranza, questo ei
diceva ai suoi sensi eccitati, questo diceva a tutto l'esser suo che
non aveva altro desiderio se non quello di possedere Maria. Non
potendo dormire, don Pio si alzò verso le quattro e si pose a fumare
per la camera cercando di stancarsi, affinchè gli riuscisse più facile
di prender sonno; ma gli occhi restarono smisuratamente aperti, il
corpo pareva non volesse il riposo e davanti a sè vedeva sempre Maria,
che lo guardava affascinandolo con i suoi grandi occhi chiari, col
suo sorriso fresco di bambina, con quel profumo soave di onestà che
emanava da tutta la bella persona.
--Io l'avrò, l'avrò quella donna!--esclamò don Pio,--e voglio che sia
mia in quel teatro che ho costruito per ubbidire a un capriccio di
lei.
Calmato da questa promessa, che faceva a sè stesso, si diede a pensare
al modo di mantenerla, e trovatolo si coricò di nuovo e dormì fino a
ora tarda, di quel sonno tranquillo che è falso dire sia riserbato
soltanto ai giusti, mentre Maria non riuscì a prender sonno, Maria che
aveva la coscienza pura e non voleva altro che il bene.
X.
Prima cura di don Pio nel destarsi fu quella di scrivere a suo cognato
di pranzare quella sera con loro dovendogli parlare, e dopo essersi
vestito andò al teatro per vedere se aveano terminato di mettere gli
apparecchi per la luce elettrica. La "Fenice" era il primo edifizio di
Roma che fosse illuminato con quel sistema, e per quella novità era
occorso un ingegnere venuto da Berlino, e spese, spese da non dirsi.
Mancava ancora molto, prima che tutto fosse terminato, ma il principe
disse che quella sera stessa voleva si facesse la prova della luce
elettrica, e per appagare quel capriccio di lui si raddoppiarono gli
operai, si raddoppiarono le forze, e gli fu formalmente promesso che
alle dieci avrebbe veduto il teatro illuminato.
Il principe dette ancora degli ordini, girò per i palchi, dove i
tappezzieri lavoravano ancora, e si fece consegnare la chiave della
barcaccia destinata alla _Stampa_ e che aveva a fianco il salottino
per Maria. Quel salottino aveva una finestra sulla strada e anche di
giorno era un modello di eleganza.
Piccolo, col soffitto a stucco lievemente filettato d'oro e di
azzurro, aveva le pareti ricoperte di una stoffa celeste a piccoli
fiori di un bianco perlaceo. Sul pavimento di marmo era gettato un
grande tappeto persiano di una tinta mite, e gli angoli erano occupati
da quattro cantoniere a cristalli di legno verniciato di bianco, oro e
azzurro, che insieme con il canapè, le sedie, la consolle, le porte
guarnite di cristalli e le _appliques_ dovevano aver servito ad
addobbare il salotto di una signora del diciottesimo secolo. Nelle
cantoniere, sui mobili era tutta una profusione di gruppi di _biscuit_
di Capodimonte, di porcellane di Delft e di Sèvres, di bronzi, di
miniature, di ninnoli rari e preziosi, mentre dalle pareti pendevano
due Greuze autentici, due quadretti che non avevano prezzo.
La sola cosa moderna che si vedesse in quel salottino, così fedele a
un'epoca sparita per sempre, era un largo divano su cui era gettata
una pelle d'orso bianco, una pelle di un candore e di una morbidezza
tali da ricondurre la mente alle regioni polari, alle nevi immacolate.
Don Pio osservò tutto minutamente, ebbe cura di guardare se nella
parte inferiore delle cantoniere erano collocati i servizi da thè e da
liquori, se vi era il ramino d'argento, se quei mobili erano forniti
di quanto può occorrere a una signora per improvvisare un piccolo
ricevimento a pochi amici, e poi sedutosi sulla pelle di un bianco
immacolato, sognò voluttà tali che lo facevano fremere e davano le
vertigini a lui, per il quale la vita del piacere non aveva misteri.
Snervato da quello sforzo della immaginazione, don Pio uscì mettendosi
in tasca la chiave di quel salottino, e andò girellando da un punto a
un altro della città senza scopo, e finì per ridursi nel suo salotto
ad aspettare il pranzo, a pensare a quella sera in cui la febbre che
lo divorava doveva alfine essere calmata dal bacio della bella
creatura. Tutto sperava da quella sera: sperava che Maria, dopo una
così lunga resistenza, dopo un fatto compiuto, incancellabile, si
sarebbe affezionata a lui con quell'abbandono che provano molte donne
quando la loro resistenza è stata vinta violentemente, sperava una
continuità di godimenti, un rinnovellamento non interrotto di profonde
sensazioni, sperava che anche Maria sarebbe stata felice e prometteva
di fare quanto gli permettevano la sua posizione e le sue ricchezze
per mantenere quel legame in una sfera scevra di volgarità.
Alla donna gelosa, che avrebbe con mille insidie, con mille astuzie
cercato di amareggiare la felicità che chiedeva a un'altra che a lei,
e neppure alla donna contaminata, perseguitato da quella frenesia non
pensava. Pensava a sè, a sè soltanto, ai suoi godimenti, alla sua
soddisfazione, perchè al mondo egli era assuefatto a non vedere che
sè.
L'arrivo del cognato, annunziatogli da Giorgio, lo trasse dai suoi
pensieri e gli rammentò che era tempo di vestirsi per il pranzo. Fatto
entrare don Alberto Grimaldi nel suo spogliatoio, gli disse in brevi
parole quello che voleva da lui.
--Io sarò molto occupato la sera della inaugurazione del teatro, dovrò
ricevere, mi dovresti fare il piacere di accompagnare Camilla?
Don Alberto non si mostrò gran che entusiasta di far da cavaliere alla
sorella, ma accettò, e i due cognati entrarono insieme nella sala da
pranzo dove la duchessa discuteva con l'Onorati rispetto al luogo di
nascita del famoso cardinale Urbani, e donna Camilla leggeva
l'_Osservatore Romano_.
--Como mai sei qui?--diss'ella al fratello.
--Ho pensato che tu desideri di venire all'inaugurazione della
_Fenice_ e ho invitato Alberto a pranzare con noi per pregarlo di
accompagnarti.
Donna Camilla, sempre sospettosa, non seppe rallegrarsi di quella
insolita attenzione del marito, e rivolse su di lui uno sguardo
interrogativo, ma non riuscì a leggergli nulla sul volto impassibile;
peraltro dubitò che il Rosati avesse parlato e disse:
--Mi ero già scelto un cavaliere, ma naturalmente, se tu mi
accompagni, Alberto, io ti preferisco a qualunque altro.
--Non credevo che tu avessi dei cavalieri serventi?--osservò don Pio.
--Dal momento che tu preferisci farlo a tutte le signore, meno che a
me, io mi rassegno, e scelgo chi gode volentieri della mia compagnia.
--"Tout est pour le mieux dans le meilleur des mondes!"--sentenziò il
principe ridendo.
Quella sera egli non sapeva altro che ridere, voleva esser di buon
umore, voleva esilararsi. Don Pio ciarlò molto più del consueto,
discusse con l'Onorati, narrò aneddoti, scenette e rese loquace anche
don Alberto, che aveva lo stesso carattere freddo e noioso della
sorella. E intanto che parlava beveva molti bicchierini di Tokay, il
solo vino che meritasse il titolo nobiliare di nettare, come egli
diceva scherzando.
Appena terminato il pranzo propose alla madre e alla moglie di andare
al Costanzi dove si dava l'_Excelsior_, e fatto attaccare il _landau_
trascinò seco Alberto al grande teatro della Roma nuova. Dopo esser
rimasto un poco nel palco, prese il cappello e disse di andare a far
delle visite, e poi sul palcoscenico per parlare con l'impresario, e
uscì. Si fece vedere infatti per un momento nel palco della moglie di
un segretario dell'ambasciata inglese, e poi l'occhio indagatore di
donna Camilla non riuscì a scorgerlo più nella vasta sala del teatro.
Infatti, don Pio era andato via, e salito in _botte_ si era fatto
condurre alla _Stampa_. Nel salone c'era Maria, che parlava con
Adriana Mariani.
Maria pallida, ma calma, composta e sorridente come al solito, quando
vide il principe sussultò lievemente e gli stese la mano con la usata
cordialità.--
--Siete divenuto il _Prince charmant_,--disse Adriana col suo torte
accento francese, strisciando le esse e pronunziando l'erre in
gola.--Non a Roma soltanto, ma anche a Parigi si parla delle
meraviglie che create. Guardate che cosa dice il _Gil-Blas_ del vostro
teatro!
Ella porse al principe il giornale del Boulevard. Don Pio lesse, e man
mano che andava avanti sorrideva di compiacenza. Quando ebbe terminato
l'_entrefilet_, che conteneva una lode grandissima per la "Fenice" e
per la sua munificenza, disse, rivolto alle due signore:
--Per far sempre la parte che mi si attribuisce, vi propongo di venir
subito a vedere il teatro, così giudicherete se gli elogi che se ne
fanno anche a Parigi, sono esagerati.
--Andiamo, andiamo,--disse la piccola francese, sempre lieta quando le
si offriva qualcosa d'inatteso e di nuovo.
--Un momento,--rispose il principe, ed allontanatosi tornò in
compagnia del Rosati, del Suardi e di due altri redattori della
_Stampa_.
--Ora sono agli ordini delle signore.
Maria e Adriana Mariani s'incamminarono lentamente conversando fra
loro; il principe e gli altri le seguivano pure parlando, e,
traversato un corridoio, che dall'ingresso del giornale metteva
direttamente nel _buffet_ della "Fenice," si fermarono vedendo che
tutto era all'oscuro. Il principe accese i cerini e offrì il braccio a
Maria; il Suardi prese famigliarmente per la mano Adriana e gli altri
si davano molto da fare per rischiarare il sentiero alle due coppie.
Quando furono giunti alla porta che dai corridoi laterali metteva nel
centro della platea, il principe pregò di aspettarlo un momento, e
lasciata Maria si avviò solo giù per una scala, che metteva alla
stanza dov'era collocato il generatore della elettricità, e dove aveva
dato ordine all'ingegnere e agli operai di attenderlo.
--È tutto pronto?--domandò.
--Tutto,--gli fu risposto.
--Allora fra cinque minuti che il teatro sia tutto illuminato,--e
senza informarsi d'altro, senza aggiungere altro risalì per
raggiungere il resto della comitiva.
--Si può fare a mosca cieca per ammazzare il tempo,--diceva il Suardi.
--Pazienza!--gridò il principe da lontano.--L'oracolo mi ha detto che
fra meno di cinque minuti il miracolo si compirà e quando si
pronunzieranno le solenni parole: _Fiat lux_, la luce si farà.
--Speriamolo,--rispose il Suardi.--Per ora è buio pesto, e in questo
stato di cose non mi accorgo della differenza che passa fra il volto
della signora Maria e quello del mio amico Sbarbati.
Era quello il soprannome affibbiato dal Suardi al Rosati e col quale
gli rammentava continuamente che i baffi non volevano spuntargli.
--Qui potrei passare anche per barbuto come te,--rispose bonariamente
Fabio.
--_Fiat lux_,--disse il principe vedendo il filo delle piccole lampade
elettriche, che incominciava a farsi incandescente.
Un istante dopo un'onda di luce siderea, di luce fredda illuminava da
cima a fondo la sala del teatro mettendo in rilievo le dorature, gli
stucchi, gli affreschi della vòlta, le stoffe delle drapperie, il
ricco telone, tutta quella profusione di ornamenti, tutta quella
ricchezza che dava alla sala l'aspetto di un luogo incantato.
--Evviva il _Prince charmant_!--gridò Adriana battendo le mani.
--Evviva l'autore del teatro!--gridò il Suardi.
Gli evviva non finivano più. Soltanto Maria rimaneva muta, pareva
abbagliata da tutta quella luce, da tutta quella ricchezza; rimaneva
muta perchè il cuore le diceva che un uomo che fa tutto quello per
appagare il desiderio di una donna, non si rassegna a rinunziare a
lei, non può rassegnarsi a non cercare con ogni mezzo di conseguire il
premio che ha sperato.
--Non le piace?--domandò don Pio a Maria, sentendosi offeso da quella
freddezza.
--Sono sbalordita,--rispose ella chinando a terra lo sguardo per
trovare un punto meno splendente ove posarlo.
Intanto l'ingegnere era salito per domandare al principe se era
contento della illuminazione.
--Contentissimo,--rispose egli.
Adriana, che era molto curiosa di capir subito tutti i nuovi ritrovati
per poi parlarne ai non iniziati e sbalordirli con la sua erudizione,
incominciò a rivolgere molto domande all'ingegnere sul come si
generava e si trasmetteva la luce, sulla diversità delle lampade, e
l'ingegnere le rispondeva con molta precisione, nel suo cattivo
francese; intanto il principe guidava gli altri nella visita del
teatro e salivano e scendevano a caso.
Il Rosati, che sapeva benissimo il desiderio del principe di rimanere
a parlare con Maria, fece in modo da condurre i compagni sul
palcoscenico; Adriana si fermò a guardare l'addobbo dei palchi
mettendo il naso per tutto senza cessare di rivolgere interrogazioni
al suo compagno, e il principe, accorgendosi di non esser seguito,
condusse Maria nel suo palco della _Stampa_. Ella era così stanca,
così abbagliata da tutta quella ricchezza che la schiacciava, da quel
tributo grandioso resole da don Pio, che non aveva più forza, e si
lasciò cadere spossata sopra un divano non supponendo che alcun
pericolo la minacciasse, e convinta che Adriana, che vedeva in un
palco poco distante, l'avrebbe presto raggiunta.
--Come è abbattuta, come è malata, povera Maria,--le disse don
Pio,--mi permette che le prepari una tazza di thè?
--Faccia quello che vuole,--rispose Maria senza moversi e senza neppur
seguire con lo sguardo il principe, che apriva la porta del salottino,
e tolto il bricco d'argento da una cantoniera vi accendeva sotto lo
spirito.
Il principe tornò subito presso Maria e le disse:
--Quel salottino era destinato a lei; con ogni cura glielo avevo
preparato. Nessuna regina ne ha uno simile in un teatro del mondo; non
vuol neppur degnarsi di guardarlo?
Il tono con cui don Pio parlavale era così umile, egli pareva così
rassegnato a rinunziare ad amarla, così afflitto, che ella non seppe
negargli quel favore domandato tanto supplichevolmente, e alzatasi
mise il piede nel santuario che era stato creato per lei. Appena
l'occhio di Maria si volse in giro fu dolcemente impressionato dalla
perfetta armonia di stile e di tinte che regnava nel salottino, e il
suo istinto d'artista si destò, l'occhio perdè l'abbattimento che dava
a tutta la fisonomia un'espressione di languore, ed ella prese a
guardare, ad ammirare le stoffe, i quadri, i mobili e le porcellane.
Mentre ella aveva voltato le spalle alla porta, don Pio sfilò la
chiave dalla parte esterna, chiuse dal lato interno e si mise
prontamente la chiave in tasca.
Nel voltarsi per domandargli che cosa rappresentava un gruppo di
Capodimonte, Maria si accorse che dal viso di don Pio era scomparsa
l'espressione umile e supplichevole, che gli occhi gli brillavano di
cupidigia, e sulle labbra aveva un sorriso cinico.
Allora capì tutto, capì il tranello, capì che era prigioniera, che
bisognava lottare, e, correndo alla porta, la scosse per aprirla, ma
la porta resistè.
Fiera e sdegnosa si piantò allora in faccia a don Pio e squadrandolo
gli disse:
--Se è un uomo d'onore, si rammenti della promessa che mi ha fatto.
--Non so quello che sono in questo momento; so che qui siamo soli e
che ti amo come un pazzo e che sarai mia.
--Viva mai!--rispose Maria senza levar gli occhi da quelli del
principe.
--Vedremo,--rispose egli, e afferratala per un braccio cercò di
gettarla distesa sul lettuccio coperto dalla nivea pelle d'orso. Ma
ella, con una forza raddoppiata dalla disperazione, si svincolò dalla
stretta di lui e incominciò a correre per la stanza, rovesciando
mobili affinchè le servissero di barriera, schivando le mani avide che
si stendevano di continuo per abbrancarla, respingendo quella bocca
protesa per cogliere un bacio sul suo volto. In quella lotta il ramino
si rovesciò, lo spirito corse come un rivo di fuoco sul tappeto e la
fiamma, appiccatasi a un tratto alla cortina di seta che copriva la
porta, salì in un lampo fino alla vòlta.
Don Pio si fermò spaventato, e Maria profittando della confusione,
spalancò la finestra, e senza pensare al pericolo cui andava incontro,
senza pensare ad altro che quella finestra la salvava dall'onta, la
salvava dalla macchia che le faceva più orrore della morte, spiccò un
salto e cadde come morta sul selciato della strada.
Due persone, che passavano in quel momento dal lato opposto del
marciapiede videro volare quel corpo, udirono il tonfo e accorsero a
sollevarla, ma prima che avessero tempo di far commenti sul fatto,
videro un gran chiarore e delle lingue di fuoco che s'erano aperto un
varco attraverso la finestra spalancata, e crederono che Maria si
fosse gettata di sotto per non morire bruciata. Altri passanti
sopraggiunsero, e fra quelli un tipografo della _Stampa_, che
riconobbe Maria, e corse al giornale ad avvertire che il teatro era in
fiamme e che la signora Caruso, sgomenta, si era gettata dalla
finestra.
Don Pio, scottandosi le mani, bruciandosi i capelli e il volto era
riuscito a toglier la chiave di tasca, ad aprire la porta e a fuggire
per il teatro chiedendo aiuto, gridando come un pazzo. Ma le fiamme,
le fiamme alimentate dal vento, che penetrava dalla finestra
spalancata, correvano anch'esse con marcia trionfale dal palco della
_Stampa_ su verso i palchi superiori, sul palco scenico, e prima che
il Rosati, il Suardi e Adriana se ne fossero accorti, avevano già
avvinto nelle loro immense spire infuocate tutta la sala del teatro.
Nel veder fuggire don Pio solo, don Pio che pareva una bestia
inseguita, tutti si diedero a rincorrerlo, domandandogli con alte
grida:
--E Maria? Dov'è Maria?
Ma egli non si fermava; correva sempre, correva precipitosamente
finchè non cadde nell'ingresso del giornale, dove in quel momento
trasportavano Maria priva di sensi.
Fra tutta quella gente, che si affollava a prestar cure alla signora
Caruso e al principe della Marsiliana, e che si faceva sempre più
numerosa per il sopraggiungere degli operai della tipografia e dei
passanti, che entravano liberamente nell'androne della _Stampa_, non
vi fu nessuno che in sulle prime pensasse ad avvertire i pompieri.
Tutte le teste si protendevano per vedere la bella donna stesa esanime
sopra un materassino, tolto alla camera del portinaio, e per veder don
Pio con gli occhi chiusi, i baffi e i capelli bruciati, seduto sopra
una sedia, senza dar segno di vita. Fabio Rosati fu il primo che
riacquistasse il sangue freddo, e dopo aver domandato se i vigili
erano giunti, si staccò dal fianco del principe per andare al telefono
ad avvertire tutte le stazioni dei pompieri. La sua voce echeggiava
sinistramente in quel silenzio sepolcrale, e quelle parole di "aiuto,
soccorso" che egli ripeteva continuamente facevano rabbrividire quanti
le udivano, perchè quelle due vittime, che giacevano lì inanimate,
erano le prime, ma non le ultime, che poteva fare l'incendio.
Un medico trovandosi a passare per caso, entrò e, fattosi largo fra la
folla si avvicinò a Maria, le mise l'orecchio sul cuore e ordinò che
fosse adagiata in una carrozza e condotta a casa. Ubaldo, che le era
stato fino a quel momento inginocchiato accanto, la prese fra le
braccia e passò in mezzo alla gente raccogliendo le parole di
commiserazione che la vista di quella bella creatura strappava a
tutti.
--Poverina! Pare morta!--diceva la gente cercando di farsi strada fra
la folla per accompagnarla.
Il medico voleva seguire Maria, ma il Rosati lo trattenne e lo
condusse accanto al principe, che era tuttavia privo di sensi e pareva
mummificato.