--Allora,--disse Maria alzandosi,--io non le parlerò più dei doveri

suoi; le parlerò di me, della mia tranquillità, del rispetto cui ho

diritto, e che ho saputo meritarmi a prezzo di grandi sacrifizi.

Allora le dirò che voglio non si occupi più di me.

--È impossibile,--disse il principe.

--Quello che pare a lei impossibile, lo renderò possibile io,

allontanandomi.

--E suo marito?

--Mio marito ignorerà tutto; io saprò trovare dei pretesti per lasciar

Roma, senza turbare la sua pace, che mi è cara, senza porre ostacoli

alla sua operosità.

--Maria, la supplico in ginocchio di non mandare ad effetto la sua

minaccia; Maria, rimanga; Maria, non mi privi della consolazione che

mi viene da lei!

--Come vuole che io rimanga, che non abbandoni il posto, perseguitata

dall'amore suo come sono, e dalla gelosia di una donna?

Il Carrani tornava insieme col Caruso, combinando l'attacco contro il

ministro di Grazia e Giustizia.

--Bisogna fare una specie di statistica, domani subito, dei conventi

che son sorti qui a Roma dopo che è stata applicata la legge della

soppressione delle corporazioni religiose,--diceva avvicinandosi

sempre più al principe,--e poi continuare quella statistica a Firenze,

a Napoli, a Milano, e su quella incominciare l'attacco. Avete un

redattore che possa prendere qui informazioni precise?

--Sì, il Rosati,--rispose Caruso, e premendo il bottone di un

campanello ordinò a un usciere di chiamare Fabio.

Don Pio era rimasto in faccia a Maria, senza parlare, e la guardava

fisso sperando sempre che ella pronunziasse una parola che lo

autorizzasse a sperare.

Intanto che aspettavano il Rosati, il quale era sceso in tipografia a

fare alcune correzioni, don Pio disse al Caruso:

--Dicevo appunto alla sua signora che mi pareva stanca e sofferente e

le proponevo di accompagnarla a casa.

--Sì, Maria ha un aspetto insolito stasera. Va a riposarti e se il

principe è così amabile di accompagnarti, approfitta della sua

offerta; io non posso muovermi ancora.

Maria non seppe che rispondere e poi desiderava un'ultima spiegazione

col principe, sperava d'indurlo a rinunciare a lei.

--Sono pronta,--disse dopo aver data la buona sera all'on. Carrani e

al marito. Ella scese sollecita le scale della redazione per evitare

di appoggiarsi al braccio di don Pio, che la seguiva.

Neppure per la strada si appoggiò a lui e quando furono a una certa

distanza dalla _Stampa_, ella si fermò risolutamente e gli disse:

--Prima di risolvermi a lasciare Roma, ad abbandonare la casa dove ho

vissuto felice, ad abbandonare mio marito in preda a sè stesso, a

rinunziare a questa esistenza agiata e tranquilla che mi è parsa il

paradiso in terra, dopo tanti tormenti che ella ignora, io la

supplico, se è vero che ha un poco d'affetto per me, di rinunciare a

delle speranze che, io viva, io consciente, non appagherò mai. Si

sente la forza di fare questa promessa?

--Purchè rimanga, purchè io la veda, prometto tutto, avrò tutti gli

eroismi.

--Badi, conto sulla sua parola più che su quella di un altro, perchè

ella, per la sua nascita, ha maggior obbligo di mantenerla

scrupolosamente.

Don Pio non parlava più. Abbattuto, con l'andatura stanca egli

camminava accanto a Maria. Senza scambiare una parola giunsero al

portone di casa, che Maria aprì con la chiave.

--Vuole che l'accompagni fin su?--domandò don Pio.

--Grazie,--risposo ella che non aveva piena fiducia nella promessa del

principe,--ho i cerini.

Si strinsero la mano in silenzio e don Pio portò alle labbra le dita

di Maria e gliele baciò ripetutamente. Ella si tirò indietro e chiuse

il portone senza permettere a don Pio di entrare nell'ingresso buio, e

salì le scale turbata, ansante, e solo quando fu nella quiete della

sua camera e vide il suo bambino, che dormiva tranquillo, si sentì al

sicuro.

--Ora che credevo fosse terminata la vita precaria, angustiata,

miserabile, ora dovremo ricominciare i pellegrinaggi, gli stenti, i

sacrifizi! Così non può durare,--diceva Maria a sè stessa ripensando

alla sua situazione.--Ubaldo dovrà lasciare il posto, saremo poveri

ancora,--e un sospiro angoscioso le sollevava il petto.

Mentre ella fantasticava pensando al mezzo di uscire da quella

difficile situazione con minor danno possibile per il marito, don Pio,

sotto il grande baldacchino di stoffa stemmata provava il pentimento

per la promessa fatta e calmava la sua coscienza, poco scrupolosa,

ripetendo a sè stesso che i giuramenti d'amore hanno un valore

relativo, e che nessuno è obbligato a tenerli. Questo ei diceva alla

sua fantasia infiammata per non privarla di una speranza, questo ei

diceva ai suoi sensi eccitati, questo diceva a tutto l'esser suo che

non aveva altro desiderio se non quello di possedere Maria. Non

potendo dormire, don Pio si alzò verso le quattro e si pose a fumare

per la camera cercando di stancarsi, affinchè gli riuscisse più facile

di prender sonno; ma gli occhi restarono smisuratamente aperti, il

corpo pareva non volesse il riposo e davanti a sè vedeva sempre Maria,

che lo guardava affascinandolo con i suoi grandi occhi chiari, col

suo sorriso fresco di bambina, con quel profumo soave di onestà che

emanava da tutta la bella persona.

--Io l'avrò, l'avrò quella donna!--esclamò don Pio,--e voglio che sia

mia in quel teatro che ho costruito per ubbidire a un capriccio di

lei.

Calmato da questa promessa, che faceva a sè stesso, si diede a pensare

al modo di mantenerla, e trovatolo si coricò di nuovo e dormì fino a

ora tarda, di quel sonno tranquillo che è falso dire sia riserbato

soltanto ai giusti, mentre Maria non riuscì a prender sonno, Maria che

aveva la coscienza pura e non voleva altro che il bene.

X.

Prima cura di don Pio nel destarsi fu quella di scrivere a suo cognato

di pranzare quella sera con loro dovendogli parlare, e dopo essersi

vestito andò al teatro per vedere se aveano terminato di mettere gli

apparecchi per la luce elettrica. La "Fenice" era il primo edifizio di

Roma che fosse illuminato con quel sistema, e per quella novità era

occorso un ingegnere venuto da Berlino, e spese, spese da non dirsi.

Mancava ancora molto, prima che tutto fosse terminato, ma il principe

disse che quella sera stessa voleva si facesse la prova della luce

elettrica, e per appagare quel capriccio di lui si raddoppiarono gli

operai, si raddoppiarono le forze, e gli fu formalmente promesso che

alle dieci avrebbe veduto il teatro illuminato.

Il principe dette ancora degli ordini, girò per i palchi, dove i

tappezzieri lavoravano ancora, e si fece consegnare la chiave della

barcaccia destinata alla _Stampa_ e che aveva a fianco il salottino

per Maria. Quel salottino aveva una finestra sulla strada e anche di

giorno era un modello di eleganza.

Piccolo, col soffitto a stucco lievemente filettato d'oro e di

azzurro, aveva le pareti ricoperte di una stoffa celeste a piccoli

fiori di un bianco perlaceo. Sul pavimento di marmo era gettato un

grande tappeto persiano di una tinta mite, e gli angoli erano occupati

da quattro cantoniere a cristalli di legno verniciato di bianco, oro e

azzurro, che insieme con il canapè, le sedie, la consolle, le porte

guarnite di cristalli e le _appliques_ dovevano aver servito ad

addobbare il salotto di una signora del diciottesimo secolo. Nelle

cantoniere, sui mobili era tutta una profusione di gruppi di _biscuit_

di Capodimonte, di porcellane di Delft e di Sèvres, di bronzi, di

miniature, di ninnoli rari e preziosi, mentre dalle pareti pendevano

due Greuze autentici, due quadretti che non avevano prezzo.

La sola cosa moderna che si vedesse in quel salottino, così fedele a

un'epoca sparita per sempre, era un largo divano su cui era gettata

una pelle d'orso bianco, una pelle di un candore e di una morbidezza

tali da ricondurre la mente alle regioni polari, alle nevi immacolate.

Don Pio osservò tutto minutamente, ebbe cura di guardare se nella

parte inferiore delle cantoniere erano collocati i servizi da thè e da

liquori, se vi era il ramino d'argento, se quei mobili erano forniti

di quanto può occorrere a una signora per improvvisare un piccolo

ricevimento a pochi amici, e poi sedutosi sulla pelle di un bianco

immacolato, sognò voluttà tali che lo facevano fremere e davano le

vertigini a lui, per il quale la vita del piacere non aveva misteri.

Snervato da quello sforzo della immaginazione, don Pio uscì mettendosi

in tasca la chiave di quel salottino, e andò girellando da un punto a

un altro della città senza scopo, e finì per ridursi nel suo salotto

ad aspettare il pranzo, a pensare a quella sera in cui la febbre che

lo divorava doveva alfine essere calmata dal bacio della bella

creatura. Tutto sperava da quella sera: sperava che Maria, dopo una

così lunga resistenza, dopo un fatto compiuto, incancellabile, si

sarebbe affezionata a lui con quell'abbandono che provano molte donne

quando la loro resistenza è stata vinta violentemente, sperava una

continuità di godimenti, un rinnovellamento non interrotto di profonde

sensazioni, sperava che anche Maria sarebbe stata felice e prometteva

di fare quanto gli permettevano la sua posizione e le sue ricchezze

per mantenere quel legame in una sfera scevra di volgarità.

Alla donna gelosa, che avrebbe con mille insidie, con mille astuzie

cercato di amareggiare la felicità che chiedeva a un'altra che a lei,

e neppure alla donna contaminata, perseguitato da quella frenesia non

pensava. Pensava a sè, a sè soltanto, ai suoi godimenti, alla sua

soddisfazione, perchè al mondo egli era assuefatto a non vedere che

sè.

L'arrivo del cognato, annunziatogli da Giorgio, lo trasse dai suoi

pensieri e gli rammentò che era tempo di vestirsi per il pranzo. Fatto

entrare don Alberto Grimaldi nel suo spogliatoio, gli disse in brevi

parole quello che voleva da lui.

--Io sarò molto occupato la sera della inaugurazione del teatro, dovrò

ricevere, mi dovresti fare il piacere di accompagnare Camilla?

Don Alberto non si mostrò gran che entusiasta di far da cavaliere alla

sorella, ma accettò, e i due cognati entrarono insieme nella sala da

pranzo dove la duchessa discuteva con l'Onorati rispetto al luogo di

nascita del famoso cardinale Urbani, e donna Camilla leggeva

l'_Osservatore Romano_.

--Como mai sei qui?--diss'ella al fratello.

--Ho pensato che tu desideri di venire all'inaugurazione della

_Fenice_ e ho invitato Alberto a pranzare con noi per pregarlo di

accompagnarti.

Donna Camilla, sempre sospettosa, non seppe rallegrarsi di quella

insolita attenzione del marito, e rivolse su di lui uno sguardo

interrogativo, ma non riuscì a leggergli nulla sul volto impassibile;

peraltro dubitò che il Rosati avesse parlato e disse:

--Mi ero già scelto un cavaliere, ma naturalmente, se tu mi

accompagni, Alberto, io ti preferisco a qualunque altro.

--Non credevo che tu avessi dei cavalieri serventi?--osservò don Pio.

--Dal momento che tu preferisci farlo a tutte le signore, meno che a

me, io mi rassegno, e scelgo chi gode volentieri della mia compagnia.

--"Tout est pour le mieux dans le meilleur des mondes!"--sentenziò il

principe ridendo.

Quella sera egli non sapeva altro che ridere, voleva esser di buon

umore, voleva esilararsi. Don Pio ciarlò molto più del consueto,

discusse con l'Onorati, narrò aneddoti, scenette e rese loquace anche

don Alberto, che aveva lo stesso carattere freddo e noioso della

sorella. E intanto che parlava beveva molti bicchierini di Tokay, il

solo vino che meritasse il titolo nobiliare di nettare, come egli

diceva scherzando.

Appena terminato il pranzo propose alla madre e alla moglie di andare

al Costanzi dove si dava l'_Excelsior_, e fatto attaccare il _landau_

trascinò seco Alberto al grande teatro della Roma nuova. Dopo esser

rimasto un poco nel palco, prese il cappello e disse di andare a far

delle visite, e poi sul palcoscenico per parlare con l'impresario, e

uscì. Si fece vedere infatti per un momento nel palco della moglie di

un segretario dell'ambasciata inglese, e poi l'occhio indagatore di

donna Camilla non riuscì a scorgerlo più nella vasta sala del teatro.

Infatti, don Pio era andato via, e salito in _botte_ si era fatto

condurre alla _Stampa_. Nel salone c'era Maria, che parlava con

Adriana Mariani.

Maria pallida, ma calma, composta e sorridente come al solito, quando

vide il principe sussultò lievemente e gli stese la mano con la usata

cordialità.--

--Siete divenuto il _Prince charmant_,--disse Adriana col suo torte

accento francese, strisciando le esse e pronunziando l'erre in

gola.--Non a Roma soltanto, ma anche a Parigi si parla delle

meraviglie che create. Guardate che cosa dice il _Gil-Blas_ del vostro

teatro!

Ella porse al principe il giornale del Boulevard. Don Pio lesse, e man

mano che andava avanti sorrideva di compiacenza. Quando ebbe terminato

l'_entrefilet_, che conteneva una lode grandissima per la "Fenice" e

per la sua munificenza, disse, rivolto alle due signore:

--Per far sempre la parte che mi si attribuisce, vi propongo di venir

subito a vedere il teatro, così giudicherete se gli elogi che se ne

fanno anche a Parigi, sono esagerati.

--Andiamo, andiamo,--disse la piccola francese, sempre lieta quando le

si offriva qualcosa d'inatteso e di nuovo.

--Un momento,--rispose il principe, ed allontanatosi tornò in

compagnia del Rosati, del Suardi e di due altri redattori della

_Stampa_.

--Ora sono agli ordini delle signore.

Maria e Adriana Mariani s'incamminarono lentamente conversando fra

loro; il principe e gli altri le seguivano pure parlando, e,

traversato un corridoio, che dall'ingresso del giornale metteva

direttamente nel _buffet_ della "Fenice," si fermarono vedendo che

tutto era all'oscuro. Il principe accese i cerini e offrì il braccio a

Maria; il Suardi prese famigliarmente per la mano Adriana e gli altri

si davano molto da fare per rischiarare il sentiero alle due coppie.

Quando furono giunti alla porta che dai corridoi laterali metteva nel

centro della platea, il principe pregò di aspettarlo un momento, e

lasciata Maria si avviò solo giù per una scala, che metteva alla

stanza dov'era collocato il generatore della elettricità, e dove aveva

dato ordine all'ingegnere e agli operai di attenderlo.

--È tutto pronto?--domandò.

--Tutto,--gli fu risposto.

--Allora fra cinque minuti che il teatro sia tutto illuminato,--e

senza informarsi d'altro, senza aggiungere altro risalì per

raggiungere il resto della comitiva.

--Si può fare a mosca cieca per ammazzare il tempo,--diceva il Suardi.

--Pazienza!--gridò il principe da lontano.--L'oracolo mi ha detto che

fra meno di cinque minuti il miracolo si compirà e quando si

pronunzieranno le solenni parole: _Fiat lux_, la luce si farà.

--Speriamolo,--rispose il Suardi.--Per ora è buio pesto, e in questo

stato di cose non mi accorgo della differenza che passa fra il volto

della signora Maria e quello del mio amico Sbarbati.

Era quello il soprannome affibbiato dal Suardi al Rosati e col quale

gli rammentava continuamente che i baffi non volevano spuntargli.

--Qui potrei passare anche per barbuto come te,--rispose bonariamente

Fabio.

--_Fiat lux_,--disse il principe vedendo il filo delle piccole lampade

elettriche, che incominciava a farsi incandescente.

Un istante dopo un'onda di luce siderea, di luce fredda illuminava da

cima a fondo la sala del teatro mettendo in rilievo le dorature, gli

stucchi, gli affreschi della vòlta, le stoffe delle drapperie, il

ricco telone, tutta quella profusione di ornamenti, tutta quella

ricchezza che dava alla sala l'aspetto di un luogo incantato.

--Evviva il _Prince charmant_!--gridò Adriana battendo le mani.

--Evviva l'autore del teatro!--gridò il Suardi.

Gli evviva non finivano più. Soltanto Maria rimaneva muta, pareva

abbagliata da tutta quella luce, da tutta quella ricchezza; rimaneva

muta perchè il cuore le diceva che un uomo che fa tutto quello per

appagare il desiderio di una donna, non si rassegna a rinunziare a

lei, non può rassegnarsi a non cercare con ogni mezzo di conseguire il

premio che ha sperato.

--Non le piace?--domandò don Pio a Maria, sentendosi offeso da quella

freddezza.

--Sono sbalordita,--rispose ella chinando a terra lo sguardo per

trovare un punto meno splendente ove posarlo.

Intanto l'ingegnere era salito per domandare al principe se era

contento della illuminazione.

--Contentissimo,--rispose egli.

Adriana, che era molto curiosa di capir subito tutti i nuovi ritrovati

per poi parlarne ai non iniziati e sbalordirli con la sua erudizione,

incominciò a rivolgere molto domande all'ingegnere sul come si

generava e si trasmetteva la luce, sulla diversità delle lampade, e

l'ingegnere le rispondeva con molta precisione, nel suo cattivo

francese; intanto il principe guidava gli altri nella visita del

teatro e salivano e scendevano a caso.

Il Rosati, che sapeva benissimo il desiderio del principe di rimanere

a parlare con Maria, fece in modo da condurre i compagni sul

palcoscenico; Adriana si fermò a guardare l'addobbo dei palchi

mettendo il naso per tutto senza cessare di rivolgere interrogazioni

al suo compagno, e il principe, accorgendosi di non esser seguito,

condusse Maria nel suo palco della _Stampa_. Ella era così stanca,

così abbagliata da tutta quella ricchezza che la schiacciava, da quel

tributo grandioso resole da don Pio, che non aveva più forza, e si

lasciò cadere spossata sopra un divano non supponendo che alcun

pericolo la minacciasse, e convinta che Adriana, che vedeva in un

palco poco distante, l'avrebbe presto raggiunta.

--Come è abbattuta, come è malata, povera Maria,--le disse don

Pio,--mi permette che le prepari una tazza di thè?

--Faccia quello che vuole,--rispose Maria senza moversi e senza neppur

seguire con lo sguardo il principe, che apriva la porta del salottino,

e tolto il bricco d'argento da una cantoniera vi accendeva sotto lo

spirito.

Il principe tornò subito presso Maria e le disse:

--Quel salottino era destinato a lei; con ogni cura glielo avevo

preparato. Nessuna regina ne ha uno simile in un teatro del mondo; non

vuol neppur degnarsi di guardarlo?

Il tono con cui don Pio parlavale era così umile, egli pareva così

rassegnato a rinunziare ad amarla, così afflitto, che ella non seppe

negargli quel favore domandato tanto supplichevolmente, e alzatasi

mise il piede nel santuario che era stato creato per lei. Appena

l'occhio di Maria si volse in giro fu dolcemente impressionato dalla

perfetta armonia di stile e di tinte che regnava nel salottino, e il

suo istinto d'artista si destò, l'occhio perdè l'abbattimento che dava

a tutta la fisonomia un'espressione di languore, ed ella prese a

guardare, ad ammirare le stoffe, i quadri, i mobili e le porcellane.

Mentre ella aveva voltato le spalle alla porta, don Pio sfilò la

chiave dalla parte esterna, chiuse dal lato interno e si mise

prontamente la chiave in tasca.

Nel voltarsi per domandargli che cosa rappresentava un gruppo di

Capodimonte, Maria si accorse che dal viso di don Pio era scomparsa

l'espressione umile e supplichevole, che gli occhi gli brillavano di

cupidigia, e sulle labbra aveva un sorriso cinico.

Allora capì tutto, capì il tranello, capì che era prigioniera, che

bisognava lottare, e, correndo alla porta, la scosse per aprirla, ma

la porta resistè.

Fiera e sdegnosa si piantò allora in faccia a don Pio e squadrandolo

gli disse:

--Se è un uomo d'onore, si rammenti della promessa che mi ha fatto.

--Non so quello che sono in questo momento; so che qui siamo soli e

che ti amo come un pazzo e che sarai mia.

--Viva mai!--rispose Maria senza levar gli occhi da quelli del

principe.

--Vedremo,--rispose egli, e afferratala per un braccio cercò di

gettarla distesa sul lettuccio coperto dalla nivea pelle d'orso. Ma

ella, con una forza raddoppiata dalla disperazione, si svincolò dalla

stretta di lui e incominciò a correre per la stanza, rovesciando

mobili affinchè le servissero di barriera, schivando le mani avide che

si stendevano di continuo per abbrancarla, respingendo quella bocca

protesa per cogliere un bacio sul suo volto. In quella lotta il ramino

si rovesciò, lo spirito corse come un rivo di fuoco sul tappeto e la

fiamma, appiccatasi a un tratto alla cortina di seta che copriva la

porta, salì in un lampo fino alla vòlta.

Don Pio si fermò spaventato, e Maria profittando della confusione,

spalancò la finestra, e senza pensare al pericolo cui andava incontro,

senza pensare ad altro che quella finestra la salvava dall'onta, la

salvava dalla macchia che le faceva più orrore della morte, spiccò un

salto e cadde come morta sul selciato della strada.

Due persone, che passavano in quel momento dal lato opposto del

marciapiede videro volare quel corpo, udirono il tonfo e accorsero a

sollevarla, ma prima che avessero tempo di far commenti sul fatto,

videro un gran chiarore e delle lingue di fuoco che s'erano aperto un

varco attraverso la finestra spalancata, e crederono che Maria si

fosse gettata di sotto per non morire bruciata. Altri passanti

sopraggiunsero, e fra quelli un tipografo della _Stampa_, che

riconobbe Maria, e corse al giornale ad avvertire che il teatro era in

fiamme e che la signora Caruso, sgomenta, si era gettata dalla

finestra.

Don Pio, scottandosi le mani, bruciandosi i capelli e il volto era

riuscito a toglier la chiave di tasca, ad aprire la porta e a fuggire

per il teatro chiedendo aiuto, gridando come un pazzo. Ma le fiamme,

le fiamme alimentate dal vento, che penetrava dalla finestra

spalancata, correvano anch'esse con marcia trionfale dal palco della

_Stampa_ su verso i palchi superiori, sul palco scenico, e prima che

il Rosati, il Suardi e Adriana se ne fossero accorti, avevano già

avvinto nelle loro immense spire infuocate tutta la sala del teatro.

Nel veder fuggire don Pio solo, don Pio che pareva una bestia

inseguita, tutti si diedero a rincorrerlo, domandandogli con alte

grida:

--E Maria? Dov'è Maria?

Ma egli non si fermava; correva sempre, correva precipitosamente

finchè non cadde nell'ingresso del giornale, dove in quel momento

trasportavano Maria priva di sensi.

Fra tutta quella gente, che si affollava a prestar cure alla signora

Caruso e al principe della Marsiliana, e che si faceva sempre più

numerosa per il sopraggiungere degli operai della tipografia e dei

passanti, che entravano liberamente nell'androne della _Stampa_, non

vi fu nessuno che in sulle prime pensasse ad avvertire i pompieri.

Tutte le teste si protendevano per vedere la bella donna stesa esanime

sopra un materassino, tolto alla camera del portinaio, e per veder don

Pio con gli occhi chiusi, i baffi e i capelli bruciati, seduto sopra

una sedia, senza dar segno di vita. Fabio Rosati fu il primo che

riacquistasse il sangue freddo, e dopo aver domandato se i vigili

erano giunti, si staccò dal fianco del principe per andare al telefono

ad avvertire tutte le stazioni dei pompieri. La sua voce echeggiava

sinistramente in quel silenzio sepolcrale, e quelle parole di "aiuto,

soccorso" che egli ripeteva continuamente facevano rabbrividire quanti

le udivano, perchè quelle due vittime, che giacevano lì inanimate,

erano le prime, ma non le ultime, che poteva fare l'incendio.

Un medico trovandosi a passare per caso, entrò e, fattosi largo fra la

folla si avvicinò a Maria, le mise l'orecchio sul cuore e ordinò che

fosse adagiata in una carrozza e condotta a casa. Ubaldo, che le era

stato fino a quel momento inginocchiato accanto, la prese fra le

braccia e passò in mezzo alla gente raccogliendo le parole di

commiserazione che la vista di quella bella creatura strappava a

tutti.

--Poverina! Pare morta!--diceva la gente cercando di farsi strada fra

la folla per accompagnarla.

Il medico voleva seguire Maria, ma il Rosati lo trattenne e lo

condusse accanto al principe, che era tuttavia privo di sensi e pareva

mummificato.

Il Principe della Marsiliana Romanzo romano · 第 8 / 13 段