--Con la vostra strana maniera d'argomentare avete in certo modo

ragione,--disse Maria.--Quando un uomo si mette a far la corte a una

donna fa sempre con lei la parte del corruttore, ed ella si lascia

corrompere se non ha il sentimento del dovere, che è il più potente

antisettico, per esprimermi come voi fate, che si conosca.

--Ben detto!--esclamò il Suardi ridendo.--M'indicate dove si vende

quell'antisettico, del quale pare che voi possediate tanta copia?

--In nessun luogo disgraziatamente--rispose Maria cui non era sfuggita

l'allusione.--Alcuni sono tanto fortunati da averne scoperta una

sorgente e finchè quella non si esaurisce, sono al coperto dalla

infezione; se la sorgente diviene sterile si ammalano subito.

--E voi siete sicura che la vostra non si esaurirà mai?

--Sì--rispose ella arditamente.--Sì, perchè la mia sgorga in un

terreno che, date certe circostanze speciali, l'alimenta sempre.

--Come si chiama di grazia questo terreno?

--Il giardino della riconoscenza.

--Mia bella signora, voi parlate come una pastorella di Arcadia.

--E voi come un pastore, che navighi di continuo sul fiume del Tenero.

--Se ci sentissero, riderebbero per bene alle nostre spalle,--osservò

il Suardi che passava per lo sguaiato e il cinico della redazione, ed

era in fondo il più ingenuo e il più illuso fra i suoi colleghi.

La principessa voleva che parlassero male di lei, voleva

compromettersi, voleva incanagliarsi, come diceva a sè stessa nelle

sere di spasimo, affinchè il marito lo sapesse, affinchè al marito

parlassero di quel fatto, ma in quest'intento non riusciva. La

duchessa madre, che poteva essere la sola che riferisse quelle voci a

don Pio, era assente da Roma, e gli altri non avevano col principe

della Marsiliana tanta confidenza per permettersi uno scherzo; essi

attaccavano piuttosto Fabio, ridevano con lui dell'amore che aveva

ispirato, ma al principe non dicevano nulla, e il principe pensava il

meno possibile alla moglie.

IX.

Durante l'estate, per non trovarsi solo di fronte alla principessa a

pranzo e a colazione, don Pio aveva invitato un vecchio professore,

molto noto come bibliofilo, a riordinare l'archivio di famiglia, e lo

tratteneva sempre ai pasti e con lui impegnava lunghe discussioni

sugli antenati e sui fatti storici cui essi avevano partecipato. Così

la principessa non aveva modo di far quasi mai sentire la sua voce, e

appena preso il caffè fuggiva indispettita lasciando il marito a

discutere con l'Onorati.

In quell'estate il teatro "La Fenice" fu condotto a termine e don Pio

non solo si occupava di farlo addobbare all'interno con tutta

l'eleganza possibile, ma pensava pure a procurargli per le tre

stagioni invernali, tre compagnie di canto, che assicurassero alla

_Fenice_ la sua reputazione.

--Prima costruttore, poi giornalista, ora impresario! Quante

trasformazioni vedremo ancora?--dicevano i vecchi e i giovani patrizi,

che non perdevano d'occhio il principe.

Alcuni di essi avevano tanta fiducia nella malleabilità del carattere

di don Pio, che speravano ancora, dopo aver fatto il mangiatore di

preti e l'irriverente verso la dinastia, di vederlo di nuovo al

Vaticano, nelle anticamere papali o forse con l'uniforme degli esenti

della guardia nobile addosso.

Verso i primi di novembre, quando la gente era in parte ritornata a

Roma, don Pio volle inaugurare il teatro con un ricevimento ai

giornalisti, al mondo politico e agli amici.

Gl'inviti furono diramati dal principe istesso, e siccome il teatro

conteneva circa quattromila persone, così furono dispensati un po' in

tutte le classi sociali e l'aristocrazia ne ebbe la sua parte.

Donna Camilla, informata da Fabio di quel fatto, stabilì di assistere

alla festa, ma non disse nulla al marito di questo divisamento, e

neppure alle parenti e alle amiche, che la tempestavano di domande.

--Non mi occupo degli affari di mio marito,--rispondeva ella

sdegnosamente a quante le parlavano della _Fenice_--"Cela ne me

regarde pas."

E pareva infatti che ella non si curasse per nulla di ciò che faceva

don Pio, tanto la mossa con cui accompagnava quell'asserzione era

sdegnosa, e il tono della voce, sprezzante.

Invece appena era sicura che don Pio era fuori di casa e che Giorgio,

il fido cameriere, era a pranzo o non poteva andare nelle stanze del

marito, ella vi penetrava furtivamente, rovistava fra le carte, nelle

tasche degli abiti, cercava, cercava quella prova della colpabilità di

Maria, quella prova che doveva facilitarle la vendetta.

Un giorno ella trovò sulla scrivania di don Pio un paio di lunghissimi

guanti da donna e sorrise a denti stretti, come se quello fosse un

indizio che una volta o l'altra il marito avrebbe dimenticato una

lettera, una prova, come aveva dimenticato quei guanti, e li guardò,

li odorò lungamente e poi si diede a fissare la scrivania supponendo

che in essa stesse rinchiusa tutta la corrispondenza di Maria. Se la

forza le fosse bastata, con un colpo avrebbe volentieri fatto saltare

quel cassetto, che credeva le nascondesse uno scambio di sentimenti,

una ardente passione, che la defraudava di tutto, anche delle rare e

misere gioie concessele dal suo matrimonio.

Ella fu sul punto di portar via quei guanti, ma poi ebbe paura della

collera di don Pio, e li ripose dove li aveva trovati; ma quel giorno

stesso scrisse al Rosati pregandolo di passar da lei in serata.

La sera, prima donna Teresa era tornata in città dopo un lungo

soggiorno a Perugia, e la nuora prima del pranzo andò nel quartiere

della duchessa per consegnarle le gioie che aveva tenute in custodia

durante la sua assenza. Mentre le due signore parlavano, la madre

esaltando l'attività di don Pio, che aveva in così breve termine

condotto a fine il teatro, la moglie biasimando le azioni del marito:

entrò il principe con i guanti in mano.

--Credo,--diss'egli dandoli alla madre,--che ieri sera tu li abbia

dimenticati in carrozza quando venni a prenderti alla ferrovia.

--Sono appunto un paio di guanti che stamane ho fatto tanto cercare

alla cameriera,--disse la duchessa gittandoli in una coppa di

Sassonia.

Donna Camilla fissava con rammarico quei guanti. Dunque Pio non

dimenticava nulla di Maria, non avrebbe mai dimenticato nulla, non si

sarebbe mai tradito?

La presenza della madre rendeva don Pio espansivo durante il pranzo, e

quella sera, quando furono seduti a tavola, non rifiniva più di

parlare. Pareva che a lei sentisse il bisogno di narrar tutto, e donna

Camilla soffriva essendo certa che con lei non provava un bisogno

uguale. Alla madre narrò che per sè nel nuovo teatro aveva riserbato

la barcaccia di destra al _parterre_, e che per la _Stampa_ aveva

fatto preparare quella di fronte. Disse che tutti e due quei palchi

avevano un salottino dietro per fumare, e che il teatro era riuscito

elegante e carino quanto mai.

--Tu avvezzi male i tuoi redattori,--disse ridendo la duchessa,--li

tratti da principe.

--E tratta le loro mogli meglio della principesse,--disse donna

Camilla senza alzare gli occhi dal piatto.

Don Pio non rispose per non lasciarsi sfuggire di bocca l'offesa, e

finse di non aver capita la maligna allusione.

Prendevano ancora il caffè, quando alla principessa fu recato in un

vassoio d'argento il biglietto di Fabio.

--Fate entrare il signor Rosati nel mio salotto e ditegli che vengo

subito,--ordinò la principessa.

--Tu ricevi i plebei come i principi,--disse don Pio sorridendo nel

vederla alzarsi prontamente, senza neppur terminare il caffè.

--Ricevo chi mi pare e come mi pare,--rispose ella sgarbatamente, e

fatto un cenno di testa alla suocera uscì.

--Come è nervosa Camilla; benedetti quei nervi!--disse la duchessa che

aveva sempre preso la vita dal lato pratico e non sapeva che cosa

fossero i tormenti dell'anima.

Il principe dette un'occhiata in giro alla sala e vedendo che i servi

erano usciti, disse sottovoce alla madre:

--Non sai che vorrebbe farmi ingelosire del Rosati?

--Camilla è pazza; la gelosia, la rabbia la divorano. Ma ha forse

ragione di esser gelosa?--domandò la duchessa al figlio con fare

insinuante.

--Non ha purtroppo nessuna ragione. Maria è di una onestà rara, di una

onestà antica e io non ottengo nulla da lei.

--È un miracolo,--sentenziò la duchessa.--Ma ancorchè Camilla non

abbia ragione di esser gelosa, guardati da lei; ora che la rivedo dopo

una lunga assenza noto che la sua fisonomia ha preso una espressione

sinistra.

--Dunque ti pare anche imbruttita?--domandò il principe ridendo.

--Sì, prima era soltanto brutta, ora ha qualcosa di cattivo; guardati

da lei.

Mentre madre e figlio così parlavano nella sala da pranzo, la

principessa aveva messo sotto gli occhi di Fabio certi conti

dell'Opera delle Madri Lattanti, ma non sapeva come fare a dirgli che

sperava egli l'accompagnasse alla inaugurazione della "Fenice". In

quel momento in cui stava per chiedere un favore a un uomo, che non

considerava suo eguale, che per il passato aveva sempre tenuto a

distanza, tutto l'orgoglio di casta combatteva in lei una lotta

tremenda e le parole le spiravano sulle labbra.

Fabio ebbe presto esaminati i conti e alzatosi dalla piccola

scrivania della principessa, s'inchinò e le chiese se aveva altro da

comandargli.

--Dica, Rosati,--domandò la principessa evitando di rispondere,--si

fanno grandi preparativi per l'inaugurazione della "Fenice?"

--Immensi. A Roma tutti i fiori sono incettati per quella sera, e non

si parla d'altro.

--Sarà contenta la signora Caruso di vedere la sua idea tradotta in

opera con una prontezza favolosa?

--Non si può credere quanto la signora Maria sia felice. Ella assicura

che il principe non poteva meglio spendere le sue ricchezze che

facendo la carità di una consolazione artistica ai poveri.

--La signora Caruso deve aver conosciuta la miseria?--domandò la

principessa.

--Pare che la miseria e la casa Rossetti fossero come i due fratelli

Siamesi, e che soltanto la comparsa del Caruso in quella casa

cacciasse la brutta ospite,--rispose Fabio.

--E allora la signora dovrebbe avere molta gratitudine per il marito?

--E l'ha infatti. Ella è una moglie modello e la sua volontà è sempre

sottoposta a quella di Ubaldo.

La principessa fece udire un piccolo riso stridente e acuto.

--Io metto in dubbio tutta quella gratitudine e tutta quella

sommissione.

C'è negli uomini un sentimento innato di cavalleria, che li spinge a

difendere le donne quando le sentono accusare dalle rivali e a

difendere specialmente le belle, quelle che danno per gli occhi un

godimento al cuore e che tutti guardano con un segreto desiderio di

possederle.

Quel sentimento spinse il Rosati a farsi il paladino di Maria.

--Ne è forse innamorato anche lei?--domandò la principessa con

dispetto.

--No,--rispose egli sinceramente,--ma la giustizia mi fa parlare in

favore della bella donna.

--Ci siamo troppo occupati di lei e non menta il conto di perdere il

tempo,--disse la principessa accennando al Rosati una poltrona,--mi

parli piuttosto del teatro e me lo descriva.

Il Rosati, che aveva in tasca un piano della "Fenice" per farlo

riprodurre in zincotipia e poi pubblicarlo nel giornale, lo mostrò

alla principessa, e si trattenne a lungo a spiegarle com'era decorata

la sala, com'erano i palchi, il _foyer_, i camerini degli artisti e

le sale da fumo.

--E il loro palco com'è?--gli domandò la principessa.

--Non lo so; il principe ha dato ordine severo che nessuno vi sia

ammesso prima della sera inaugurale, e io come gli altri sono ròso

dalla curiosità.

--Lei assisterà alla festa?

--Anche se non volessi assistervi, non potrei. A me spetta di fare il

resoconto della serata; io debbo essere al mio posto.

Donna Camilla stette un momento silenziosa guardando la pelle d'orso

bianco su cui poggiava i piedi, e pareva che la domanda che si sentiva

prima tant'ardimento di fare al Rosati non potesse pronunziarla.

--Se non ha niente da comandarmi,--disse Fabio,--io vado via perchè in

famiglia mi aspettano; mio padre è ammalato.

--Senta,--gli disse la principessa alzandosi pure e fissandolo

imperterrita negli occhi,--mi vuole accompagnare alla inaugurazione

della "Fenice?"

La domanda era così strana che Fabio non seppe rispondere altro che

un:

--Sono sempre ai suoi ordini.

--Allora venga a prendermi, passeremo dalla comunicazione interna,

che c'è fra il palazzo e il teatro. Venga alle dieci.

Tutto questo fu detto in tono imperioso di comando, quasi ella volesse

far capire al Rosati che si serviva di lui come ci si serve di un

inferiore, di una persona che ha l'obbligo di ubbidire senza chiedere

il perchè.

--Alle dieci verrò a prenderla,--rispose il Rosati sbalordito,

inchinandosi.

--Buona sera,--dissegli la principessa e mentre sempre gli stendeva la

mano, quella sera incrociò le braccia e chinò soltanto la testa per

congedarlo.

--La principessa mi vuol far perdere il posto,--pensava Fabio turbato

scendendo le scale.

Si trattava di cosa tanto delicata che egli non sapeva con chi

sfogarsi, con chi consigliarsi. Capiva benissimo che egli in tutta

quella faccenda non era che un istrumento di vendetta, ma se la

principessa voleva compromettersi, perchè non sceglieva a complice uno

dei suoi nobili parenti, un giovane del patriziato, perchè gettava gli

occhi su di lui?

Gli venne il desiderio di darsi per malato, di scrivere scusandosi, ma

come faceva a disertare il suo posto quella sera appunto in cui doveva

tutto vedere, tutto osservare per iscrivere uno di quei racconti

brillanti nei quali mancavano soltanto l'ortografia e la sintassi, che

il Suardi aveva cura di aggiungervi prima di mandarli in tipografia?

Fabio era mezzo sbalordito da quel pensiero e tutti se ne accorsero

quella sera alla _Stampa_. Il Suardi specialmente, che tanto

volentieri non gli dava requie, lo burlava, assicurandolo che non

aveva mai scritto con più spropositi. Il principe, giungendo, udì i

motteggi cui era fatto segno Fabio, e squadrandolo gli disse in tono

sarcastico:

--Caro Rosati, lei fa troppi mestieri a questo mondo; si contenti di

fare il cronista della _Stampa_, e avrà la testa più a segno.

Quell'allusione che conteneva una tremenda offesa, annichilì Fabio.

Egli non ebbe il coraggio di fiatare e uscì dalla stanza di redazione

per andarsi a rifugiare nella sala, non ancora popolata come dopo

l'uscita dai teatri.

Il Rosati si gettò sopra una poltrona e rimase lungamente con gli

occhi chiusi a pensare a quel fulmine, che gli cadeva sul capo, senza

veder mezzo di schivarlo, e mentre era così sgomento e perplesso,

sentì battersi sulla spalla e udì la dolce voce di Maria, che gli

domandava con premura:

--È ammalato, signor Rosati, vuole che faccia qualche cosa per lei?

In quel momento Maria gli apparì come l'angiolo salvatore, come la

sola persona che potesse consigliarlo.

--Non sono malato, non ho bisogno di nessuno, mi occorre soltanto di

confidarmi con lei, di dirle quello che mi accade.

--Io sono pronta ad ascoltarlo,--diss'ella facendoselo sedere

accanto,--e le prometto che farò quanto starà in me per darle un

consiglio saggio.

Quelle parole pronunziate con schietto accento di simpatia consolarono

Fabio, il quale narrò a Maria i pretesti addotti dalla principessa per

indurlo a andare da lei, le domande che gli rivolgeva per sapere

quello che facevano alla _Stampa_, le narrò tutto, senza allontanarsi

mai dal vero, perchè infatti egli non aveva nulla da rimproverarsi.

Non le disse però che quelle risposte evasive non erano state dettate

da un sentimento di ritegno e di delicatezza, ma soltanto dal bisogno

di condursi abilmente tenendo i piedi in due staffe, e per ultimo le

narrò quello che esigeva donna Camilla da lui, e l'offesa lanciatagli

poco prima dal principe.

--Che cosa debbo fare? mi consigli lei, mi consigli come

consiglierebbe in un caso simile un fratello, un amico.

Maria, che leggeva chiaramente nella condotta della principessa, che

capiva quanto fosse gelosa e quanto fosse sospettosa di lei, rimase un

pezzo prima di rispondere. Non aveva fatto mai soffrire nessuno a

questo mondo e le doleva, le doleva immensamente di avere, senza

colpa, inconsciamente, esposto una donna alla torture della gelosia.

Dopo una lunga pausa, ella disse con voce strozzata dalla commozione:

--Il principe lo sospetta non di essere innamorato della principessa,

nè di cedere a un sentimento, ma di commettere un'azione bassa. Me la

lasci dire la brutta parola; lo sospetta di spionaggio. L'unico mezzo

per riabilitarsi agli occhi di lui è di chiedergli un abboccamento

stasera subito, e di dirgli francamente quello che vuole da lei la

principessa; l'avrà questo coraggio?--domandò Maria volgendo su Fabio

uno sguardo fermo e scrutatore.

--L'avrò,--egli rispose senza esitare.

In quel momento don Pio precedendo un gruppo di deputati amici

entrava, discutendo, nella sala; nel veder Fabio seduto accanto a

Maria e impegnato con lei in una conversazione seria, affrettò il

passo per mettere una certa distanza fra sè e quelli che lo seguivano,

e accostandosi a Maria le disse con tono sarcastico:

--Se vuol accettare un mio consiglio, non ascolti quello che le dice

il Rosati; io credo che egli muova troppo la lingua.

Fabio impallidì, ma seppe dominarsi e sentendo fisso su di sè lo

sguardo di Maria, ebbe la forza di dire:

--Eccellenza, ho bisogno di parlarle e se potesse ascoltarmi subito,

mi farebbe un piacere.

--Credo che potremo rimettere anche a domani questo

colloquio,--risposo freddamente don Pio.

--In la prego di ascoltarmi subito.

--Vadano in quel _fumoir_,--disse Maria per secondare il desiderio di

Fabio,--e io starò seduta vicino alla porta e impedirò che sieno

disturbati.

--Quando lei ordina.--disse il principe inchinandosi davanti a

lei,--non si può far altro che ubbidire,--e si avviò per il primo,

entrò nel _fumoir_ e cambiando subito tono, disse, con fare di

sprezzo, al Rosati:

--Sentiamo questa seccatura che ha da dirmi;--e accesa una sigaretta

si mise a cavalcioni di una poltroncina guardando il Rosati, che non

osò neppure sedersi.

--Eccellenza,--disse Fabio con voce tremante,--io vengo a compiere di

fronte a lei una missione delicata. La principessa è gelosa,

gelosissima e mi ha invitato ad accompagnarla alla inaugurazione del

teatro.

--Spero che lei si sarà mostrato cortese e non avrà rifiutato l'onore

che la principessa le faceva, sciogliendolo a suo cavaliere?

--Non scherzi, Eccellenza,--disse Fabio in tono supplichevole,--io

temo che la principessa sia trascinata dalla gelosia, non ragioni più

e voglia commettere uno scandalo, che farebbe parlare tutta Roma.

Pensi quanto ne soffrirebbe la signora Caruso....

Fabio, nel pronunziare quel nome capì come erano arrischiate le sue

parole e non osò aggiungere altro.

Il principe riflettè per un momento, e poi alzandosi si mise a

camminare in su e in giù per la stanza; pareva che non sapesse egli

stesso quel che risolvere. A un certo momento si fermò in faccia a

Fabio, e dissegli:

--La ringrazio di avermi avvertito; ma esaminando la sua coscienza,

non si sente punto colpevole di aver fomentato la gelosia della

principessa?

--No,--rispose francamente Fabio.--Io non sono mai andato dalla

principessa se non invitato da lei; ho evitato molte domande

suggestive, e quando ho parlato, mi sono sempre guardato

dall'attizzare la gelosia da cui mi accorgevo che era ròsa. Se non

crede a me la interroghi.

Don Pio riprese a passeggiare nella stanza, e fermandosi poi a un

tratto dinanzi a Fabio, gli disse:

--Saprò fare in modo che la principessa sia accompagnata alla

inaugurazione da altri che da lei; non le dica nulla di questo nostro

abboccamento, e sia sincero con me, assolutamente sincero, se tiene a

risparmiarmi delle noie.

Quando essi uscirono dal _fumoir_, trovarono Maria, come una

sentinella, sulla porta. Era pallida e guardava ora Fabio ora il

principe per leggere sui loro volti il risultato dell'abboccamento.

Fabio le rivolse uno sguardo riconoscente e si affrettò a tornare in

redazione, dove erano i suoi colleghi, e il principe rimase muto di

fronte a Maria.

--Il Rosati le ha detto tutto?--le domandò con voce appena

intelligibile.

--Sì.

Una lunga e penosissima pausa tenne dietro a questa risposta; Maria

era profondamente turbata; il principe tremante, agitato, più che mai

desideroso di lei, non sapeva come rompere il silenzio.

--Non voglio che alcuno soffra per me--diss'ella guardando il principe

mestamente,--e non posso permettere che mi si giudichi colpevole. La

prego dunque di non occuparsi più punto di me, di dimenticarmi, e io,

senza precipitazione, senza dar nell'occhio, saprò far cessare tutti i

tormenti e tutti i sospetti.

Ella parlava lentamente, pesando le parole prima di pronunziarle, con

una serietà, che rivelava la persona assuefatta alle persecuzioni

della sorte, assuefatta a non sgomentarsi delle sventure, sentendosi

sorretta dall'illibatezza della sua coscienza e del suo pensiero.

--Maria,--le disse il principe con voce concitata,--non parli di

allontanarsi, non ammetta neppure che io possa dimenticarla, non

sacrifichi me per soddisfare il capriccio geloso di una donna, che non

mi ama, che non mi ha mai amato, e che fin qui ha tollerato senza

affliggersene la mia indifferenza e la mia trascuratezza; non mi tolga

tutte le gioie che provo a vederla. Non mi tolga la speranza che un

giorno si lascierà intenerire dal mio amore e mi amerà. Tutte le donne

mi sono divenute indifferenti, mi pare che lei sola sia la donna

capace di rendermi felice. Lei è il movente di tutte le mie azioni, lo

scopo di tutti i miei pensieri, la mia ambizione, la mia consolazione:

non mi lasci, non mi abbandoni!

Maria non ebbe campo di togliere a don Pio ogni speranza. L'on.

Carrani si avanzava verso di lei sorridente. Egli era tornato quel

giorno stesso dopo un viaggio in Romagna e recava liete novelle. Il

paese era scontento del Governo e non aveva nessuna fiducia negli

uomini che erano al potere. I deputati delle regioni visitate dall'on.

Carrani, erano pronti a mettere, alla prima discussione, il Presidente

del Consiglio nella necessità di chiedere alla Camera un voto di

fiducia. La Camera, dai calcoli fatti, o negava il voto o lo dava a

scarsissima maggioranza; una crisi era inevitabile e il vecchio

Presidente del Consiglio non poteva negare dei portafogli agli uomini

del loro partito. Ormai si trattava di giorni, e quei giorni dovevano

essere abilmente sfruttati dalla _Stampa_ con attacchi abili contro il

ministro di Grazia e Giustizia e contro quello della Marina, gli

uomini più moderati del Gabinetto e per questo più invisi ai

progressisti. Il primo doveva essere attaccato per la tolleranza

illegale di cui dava prova lasciando che gli ordini religiosi

acquistassero sempre maggiori affigliati, lasciando che, nonostante la

legge che proibisce i conventi, questi si popolassero di continuo ai

nuovi frati e di nuove monache; quello della Marina doveva essere

attaccato nel sistema di costruzioni navali che aveva adottato;

bisognava dimostrare che le grandi navi già varate e quelle che erano

sui cantieri assorbivano somme enormi e che erano insufficienti a

difendere le coste italiane.

--Intendetevi con Ubaldo;--disse il principe che non seguiva per nulla

il Carrani nella sua esposizione,--egli è di là che scrive e lo

troverete subito.

L'on. Carrani non capì che il principe lo voleva allontanare e si

diede a insistere sulla necessità di trovare un tecnico per attaccare

il ministro della Marina.

--Ne conosco uno, un ex-ufficiale, eccovi un biglietto per lui, fatelo

cercare,--e scritto in fretta due parole col lapis su una carta da

visita, la consegnò al Carrani.

Maria si era allontanata dal principe e presa la _Nouvelle Revue_, che

era posata su un tavolino, si era messa a leggerla attentamente.

--Che cosa mi risponde, che speranze mi dà?--le domandò il principe

appoggiandosi alla spalliera della poltrona su cui ella era seduta, e

sfiorandole quasi con la bocca i capelli.

--Non ho altro che una preghiera da rivolgerle,--disse Maria senza

togliere gli occhi dal libro.--La prego di dimenticarmi e di riportare

sulla donna che soffre, sulla donna che ha diritto di essere

consolata, il suo pensiero e il suo affetto.

--Questa non è una risposta,--disse il principe,--io domando di essere

consolato ed ella aggrava la mia afflizione rammentandomi dei doveri

incresciosi.

Il Principe della Marsiliana Romanzo romano · 第 7 / 13 段