La mattina dopo tutti i giornali avevano un lungo resoconto del

ricevimento alla _Stampa_, che doveva inaugurare i sabati invernali, e

tutti parlavano della promessa del principe della Marsiliana rispetto

al teatro, e della bellezza e della grazia con cui la signora Maria

Caruso aveva fatto gli onori di casa.

Il dovere d'ospitalità aveva fatto tacere tutti i risentimenti

partigiani, aveva ucciso tutte le polemiche. _La Stampa_, con

l'inaugurare il grandioso edifico in cui si era insediata, era

divenuta _ipso facto_ il primo giornale di Roma.

--Eccellenza,--diceva il Rosati umilmente entrando il giorno di poi

nel salotto di donna Camilla,--il suo protetto è accettato

all'Orfanotrofio di Termini. Mi farà un favore se vorrà ricordarsi di

me ogni volta che le occorre qualcosa e associarmi alle sue opere di

carità.

--Grazie, mille grazie,--rispondeva la principessa stringendogli

l'indice e il medio della mano, come faceva con tutti, quasi le

ripugnasse ogni contatto,--ma si accomodi, la prego, e mi racconti

come andò ieri sera.

--Benissimo. Fu un trionfo continuato per il principe e una

approvazione generale per la sua splendida promessa.

--Che promessa?--domandò donna Camilla.

--Non lo sa? avremo un teatro mercè sua e si chiamerà "La Fenice".

--Perchè quel nome?--domandò sollecitamente la principessa.

Fabio, accorgendosi di aver commessa una imprudenza, dovette narrare

com'era sorta l'idea del teatro e il perchè del nome. La principessa

si morse le labbra, ma non tradì il dispetto che provava altro che

dando alla voce una intonazione più aspra e più nasale del consueto,

e, dopo aver domandato al signor Rosati quali erano gli artisti che

avevano cantato, quali signore v'erano, stette qualche momento

pensosa, con gli occhi volti a terra e poi gli disse:

--Io presiedo l'Opera per le Povere Madri Lattanti, e di quella

associazione fanno parte quasi tutte le signore romane e molti

signori, ma mentre essi mi danno molto appoggio per riunire offerte,

mi abbandonano tutto il lavoro più duro, che è quello di visitare a

casa le povere donne, per assicurarsi se sono veramente miserabili, e

di domandare informazioni sul conto loro nel vicinato. Io non posso

accudire a tutto; vuole aiutarmi in questa opera di carità? Bisogna

lavorare anche per l'anima.

Fabio accettò con riconoscenza e la principessa lo pregò di tornar da

lei il martedì venturo.

Mentre Fabio, tutto lieto di entrare in una associazione aristocratica

e di poter andare in casa Urbani come non ci andavano i suoi colleghi

della _Stampa_ e neppure Ubaldo, che diventavagli antipatico ogni

giorno più, scendeva le scale del palazzo patrizio, la principessa, a

denti stretti, esclamava:

--Voglio anch'io gettar fango su questa odiosa famiglia che mi

disprezza, voglio anch'io imitare mio marito, voglio anch'io che tutta

Roma parli di me e ne parli male, purchè del male io non ne faccia,

purchè davanti alla mia coscienza io non abbia da rimproverarmi altro

peccato che la vendetta!

Donna Camilla appoggiò la fronte ai cristalli e guardò Fabio, che

traversava la strada; poi, come se la sua esaltazione cessasse a un

tratto per dar luogo a un grande sfogo di dolore, disse, nascondendo

il viso fra le mani:

--Ma che cosa ho mai fatto per non ispirare affetto in nessuno? Non ho

conosciuto mia madre; sono stata trattata con freddezza da mio padre e

dai miei fratelli; Pio mi ha sposata senza amarmi, non si cura di

dimostrarmi la sua antipatia; non ho figli, non ho nessuno e dovrò

vivere sempre così sola, così abbandonata, così dimenticata da tutti?

--A questa domanda il suo cuore rispose con un singhiozzo tremendo,

che le squarciava il petto, come certi fulmini che squarciano il cielo

e non sono accompagnati dalla pioggia. Gli occhi di donna Camilla

rimasero asciutti, poichè ella non sapeva piangere, ma il suo dolore

era più straziante che se avesse avuto per lenimento le lagrime.

A pranzo ella era fredda e compassata come al solito e salutò il

marito, che non aveva veduto prima in quel giorno, come se non fosse

mai corsa fra loro una parola aspra.

La duchessa aveva portato in sala, dal suo quartiere, tutti i giornali

che parlavano del ricevimento, e disse al figlio con grande

espansione:

--Mi pare, Pio, che ormai il tuo giornale abbia il primo posto qui a

Roma e che tu faccia di tutto per conservarglielo: il progetto di

creare un teatro è una idea stupenda e credo che quest'impresa ti

frutterà anche dei denari.

--So che è stata accolta con molto entusiasmo,--disse donna Camilla.

--Chi te lo ha detto?--domandò don Pio.

--Il signor Rosati stamane.

--Non sapevo che tu degnassi parlare con uno dei miei intrusi.

--Il Rosati è romano, di buona famiglia; è un bravo giovine, mentre

gli altri....

Don Pio non rispose per non fare un battibecco in presenza della

servitù, e per non sentir vilipesa Maria; ma da quel momento nutrì

sospetti contro Fabio e promise a sè stesso di sorvegliarlo

supponendolo ligio alla moglie e capace di riferirle quello che non

voleva ella sapesse.

Con la riapertura della Camera _La Stampa_ era entrata in un periodo

di ostilità continue. L'onorevole Carrani, don Pio della Marsiliana e

il gruppo di deputati che tutto speravano dal ritorno dell'ex-ministro

dell'Agricoltura e Commercio al potere, tempestarono il Governo

d'interpellanze. Ogni piccolo avvenimento dava loro occasione

d'impegnare una zuffa; la guerra la serbavano alla discussione dei

bilanci. Oggi servivano loro di pretesto a una interpellanza i mali

trattamenti usati dalle autorità austriache a una barca da pesca

chioggiotta, domani le prevaricazioni di un ricevitore del registro, e

poi la morte di un soldato in seguito a una marcia, un disastro

ferroviario, un maestro comunale rimosso.

E quella scaramuccia, che i deputati amici della _Stampa_

incominciavano alla Camera dei deputati, era continuata nelle colonne

del giornale con una violenza di cui non si serbava memoria nel

giornalismo italiano. La tattica della _Stampa_ era quella di

sollevare le quistioni dal basso, agitare, agitare finchè esse non

giungevano a molestare i ministri, e sopratutto il presidente del

Consiglio, punto di mira di tutte le polemiche, bersaglio di tutti gli

attacchi. I giornali che sostenevano il Governo avevano un bel

ribattere le accuse; _La Stampa_ aveva più diffusione da sola che essi

tutti riuniti, ed era per questo più ascoltata, come quella che meglio

poteva farsi udire da maggior numero di persone. C'erano poi tutti i

politicanti, che hanno bisogno dell'imbeccata del giornale per

formarsi una idea delle questioni, e quei politicanti lo leggevano,

come lo leggevano gli avversari per combatterlo o biasimarlo.

Don Pio della Marsiliana non era certo considerato alla Camera come

uomo di valore, perchè anche là come in tutti i consessi la forte

mente e i forti caratteri s'impongono, e anche se un deputato non è

oratore, anche se non prende mai la parola, i compagni sanno

apprezzarlo, a qualunque partito esso appartenga, per i lavori degli

uffici, per le discussioni in seno delle commissioni, per i mille

mezzi che anche dentro al Parlamento sono offerti all'attività

intellettiva di un uomo per estrinsecarsi. Ma anche non essendo

considerato un valore, egli godeva di una situazione speciale

formulatagli dal gruppo, che rappresentava il giornale, e dal

giornale stesso.

Da principio quel gruppo non aveva altro nucleo che l'onorevole

Carrani, ma in breve, quando gli altri quattro capi dei diversi gruppi

del partito progressista incominciarono a vedere che quel gruppo

diveniva preponderante, si riunirono ad esso, calcolando che potevano,

mercè la generosità di don Pio della Marsiliana, risparmiare tutti i

danari che sarebbe costata loro la guerra al governo, dal momento che

c'era un principe che faceva tutte le spese all'organo battagliero. Fu

un calcolo economico che ebbe un risultato politico. Si sapeva che

quei cinque uomini non simpatizzavano tra loro, si sapeva che tutti

miravano a farsi accettare nel gabinetto che combattevano, ma questi

screzi, che non erano un mistero per gli uomini politici e per i

giornalisti, non eran noti al pubblico, il quale vedeva un forte

partito capitanato da cinque duci, armati da capo a piedi per

combattere il governo, e sperava da quegli uomini, che mostravano

spiriti così battaglieri, una guerra in tutte le regole. Il pubblico

non si accorgeva che tutti e cinque erano pronti a passare

separatamente nel campo nemico, purchè il premio della divisione fosse

un portafoglio importante.

Quella parte di Giove pagante che il principe della Marsiliana

sosteneva di fronte agli uomini dell'avvenire, unita alla naturale

albagia, lo aveva reso così orgoglioso di sè e del suo potere da far

credere che egli avesse adottato per la sua persona il dogma

dell'infallibilità. Non ascoltava più consigli da nessuno rispetto ai

suoi affari, neppure dalla madre, che con tanta accortezza aveva

amministrato per diversi anni il suo patrimonio. Egli non faceva altro

che comprare terreni ovunque ne trovasse. I primi avevali pagati un

prezzo mite, ma in seguito quando non fu più il solo a comprare, e la

compra divenne una vasta speculazione, allora dovette pagarli prezzi

altissimi, e per far fronte a quelle spese esorbitanti, chiedeva

milioni alle Banche, dando ipoteca sul suo vasto patrimonio. E in quei

terreni fabbricava senza tregua, e per fabbricare occorrevano altri

capitali, che novamente chiedeva al credito, dando una seconda e una

terza ipoteca sui suoi possessi. Intanto più ingegneri lavoravano al

progetto della stazione in Trastevere, fra i quali il fratello di

Fabio Rosati; intanto a Roma non si parlava d'altro che delle vaste

speculazioni di don Pio. Il popolo, i borghesi lo consideravano come

un portentoso esempio di attività, come l'ideale dei principi secondo

le idee moderne; nel patriziato lo consideravano invece come un

reprobo, un pazzo, e erano convinti che un giorno o l'altro si sarebbe

pentito di aver derogato alle tradizioni della sua casta.

Ma _La Stampa_ andava a vele gonfie, aumentava diffusione e tiratura

tutti i giorni; ma anche costava sempre più denari a don Pio, il quale

cullato dalle promesse di Ubaldo, dai discorsi dell'onorevole Carrani

e più di tutto dal grande fatto di aver riunito all'ombra del labaro

del giornale tutte le forze del partito progressista, sognava già di

essere un giorno ambasciatore a Berlino o a Parigi, o anche ministro

degli esteri, e per questo pagava senza contare. Il giornale,

amministrato bene, sarebbe stato una fonte di guadagno, ma

amministrato con i criterî e con le tradizioni delle case principesche

romane, era invece un pozzo senza fondo che inghiottiva nella sua

immensa bocca capitali su capitali. Un amministratore generale, tre

sotto-amministratori della tipografia, della pubblicità e del

giornale, prendevano laute paghe e avevano ai loro ordini uno stuolo

d'impiegati. La redazione pure costava un occhio. Ubaldo non aveva

meno di dodici redattori e una ventina di corrispondenti stipendiati;

poi c'era la parte letteraria che si pagava salata, poi gli

avvenimenti straordinari che chiamavano da un capo all'altro d'Italia

e talvolta d'Europa il Rosati, il quale sapeva farsi rimunerare,

c'erano i regali agli abbonati che costavano più del prezzo

complessivo annuo del giornale e così gli associati lo avevano per

niente; c'erano i romanzi d'appendice, c'era tutta una rete di calcoli

sbagliati a bella posta e che empivano le tasche di tutti, mentre

vuotavano quelle del proprietario, che non sapeva neppur trarre dal

giornale quel partito che avrebbe potuto.

In tutte le grandi operazioni finanziarie che si compirono nel primo

anno che ebbe vita _La Stampa_ don Pio non ebbe alcuna parte; era

troppo gran signore per andare nelle anticamere dei ministri e nei

gabinetti dei capi di grandi stabilimenti di credito a far valere

l'appoggio del suo giornale o mercanteggiare almeno il silenzio di

esso. Ubaldo invece, del quale era stato dimenticato il passato con

quella facilità con che a Roma si dimentica tutto, aveva saputo

guadagnare in molti affari e ora non era più l'uomo che non possiede

nulla, che non sa come vivrà domani. Egli aveva titoli di rendita e

calcolando abilmente si permetteva il lusso di speculare alla Borsa,

valendosi delle notizie che aveva prima di molti altri, e siccome

ritirava i titoli invece di pagare le differenze, oppure col credito

che aveva acquistato li depositava alle Banche, così non perdeva mai,

e sempre aumentava il suo capitale. Inoltre speculava anch'egli in

terreni, ma comprando per rivendere subito, perchè l'istinto

commerciale dicevagli che qui, come prima a Vienna e poi a Berlino, il

giorno del _krach_ doveva venire, e che era impossibile che su tutti i

terreni che si levavano all'agricoltura per farne terreni

fabbricativi, sorgessero case, e quelle case dessero un guadagno.

L'attitudine alla speculazione che può non rivelarsi in gioventù nei

figli e nipoti di mercanti, si manifesta sempre in essi con l'andar

degli anni, speculazione meschina se le condizioni dell'esistenza

assegnano loro un campo ristretto, speculazione vasta se il campo che

possono esplorare ha grandiose proporzioni.

Ora che Ubaldo aveva sentito tutti gli strazi della miseria, tutte le

punture continue e dolorose dei sacrifizi, si era fatto accorto, non

sprecava più, non sacrificava nulla alle apparenze. Maria viveva

comodamente, ma viveva come il giorno che da Milano era venuta a

Roma, quasi le sole risorse della famiglia consistessero nella paga di

Ubaldo. Per questo nessuno, nè quelli che erano addentro alle cose

della _Stampa_, nè i curiosi che facevano parte degli altri giornali e

di tutto quel mondo della politica, dell'arte, della Borsa che forma

attorno ai giornali una vasta rete, poteva dire che il principe della

Marsiliana era l'amante di Maria e le faceva doni costosi. Quello che

ella spendeva per la sua _toilette_ era compatibile con i guadagni

palesi del marito; gli occulti erano ignorati dal pubblico e dagli

amici di Ubaldo.

Maria non aveva neppure un _coupé_ per fare le visite o per andare a

Villa Borghese e soleva accettare l'offerta che le faceva ogni tanto

la signora Adriana Mariani di condurla seco. Questo modesto contegno

di Maria, che il mondo sapeva adorata dal principe, le aveva

accaparrato le simpatie e la stima generale, perchè il mondo, che è

composto d'individui che ogni giorno per conto proprio si burlano

della morale, la vuole rispettata e grida e sbraita quando qualcuno la

offende.

La principessa della Marsiliana, ròsa dalla gelosia, dimenticata dal

marito, non credeva alla onestà della sua rivale. Quel teatro, che

ella vedeva ogni giorno inalzarsi maggiormente, le diceva che Maria

non avrebbe accettato dal principe un paio di orecchini di brillanti,

nè un paio di cavalli, ma che aveva tanto potere su di lui da

ottenere, con una parola sola, che egli facesse spese che neppure un

re si permette. Questa convinzione di avere nella bella Veneziana non

una rivale avida, una rivale che non si contenta con l'oro, la rendeva

pazza dalla disperazione. Finchè ella non aveva veduto don Pio correr

dietro altro che a donne che s'incontrano oggi per abbandonarle

domani, senza rincrescimento, e che non considerano l'uomo altro che

come mezzo per appagare le loro brame di lusso, non era stata gelosa e

aveva dato prova di quella tolleranza che sanno avere tutte le signore

di nascita illustre per i peccatucci degli uomini.

Ma appena aveva capito che don Pio era innamorato seriamente di Maria,

e che quello non era un amore che svanisse tanto presto, si era

attaccata al marito con quella insistenza propria di chi vede

sfuggirsi un bene al quale ha diritto, e aveva provato tutti gli

strazi, tutte le angustie della gelosia. L'orgoglio di razza rendeva

anche più acuti quei tormenti; ella vedevasi preferita una plebea, e

conscia della propria inferiorità dinanzi alla rivale, inferiorità che

non era soltanto fisica, ma anche intellettuale, non vedeva nessuno

scampo e non sperava altro sfogo che nella vendetta.

Quando la mattina ella usciva per andare ai conventi o alle

associazioni di beneficenza, dove la chiamava l'abitudine, e vedeva

gli operai lavorare al teatro: quando verso sera tornava dalla

passeggiata o dalle visite e vedeva che neppure la notte il lavoro

cessava in quell'edifizio inalzato da suo marito per appagare il

desiderio di Maria, provava una rabbia sorda, e stringeva nelle

piccole mani nervose i nastri del cappellino, si metteva fra i denti

il fazzoletto di batista, strappava le rose che ornavano il davanti

del _coupé_ e fremeva come una fiera rinchiusa in una gabbia. Col viso

sconvolto, con le ciglia aggrottate ella si presentava a colazione e a

pranzo, e, se don Pio si faceva aspettare, se invece di pranzare in

famiglia passava già vestito dalla sala da pranzo per dire che era

invitato, ella non mangiava nulla, trangugiava grandi bicchieri di

acqua fredda e non rispondeva neppure con monosillabi ai discorsi

della suocera, la quale non sapeva rassegnarsi al silenzio, e la

lasciava appena terminato il pranzo per salire nel suo quartiere,

dove sempre era visitata dalle amiche e dai conoscenti di gioventù, e

dove trovava modo di dare sfogo alla sua loquacità, raddoppiata ora

che il figlio faceva cose così insolite per un patrizio, e che davano

agli amici della duchessa argomento a frequenti domande e ad

osservazioni.

E mentre don Pio passava le serate alla Camera, dava una capatina nei

teatri o nei ritrovi eleganti, e fluiva per andare alla _Stampa_, dove

si vegliava molto tardi e dove era sicuro d'incontrare Maria, la

signora Carrani e Adriana Mariani, e ogni sera più s'invaghiva della

bella donna, la principessa della Marsiliana stava sola nel suo

salotto a rodersi dalla gelosia. Ogni tanto, desolata, si gettava

bocconi davanti a un grande Cristo d'argento, dono di suo padre, e gli

parlava con voce interrotta dai singhiozzi dolorosi, gli domandava

perchè le aveva dato un gran nome, le aveva dato le ricchezze e le

aveva negato tutte le attrattive della donna, non l'aveva fatta nè

bella di volto, nè bella di corpo, non le aveva dato i vizii, che pure

hanno il loro fascino, nulla, nulla; e, senza accorgersene, ella

passava dalla preghiera al rimprovero. E quando donna Camilla

rientrava per un momento in sè stessa, era pentita di quello che

aveva detto, e umilmente con la faccia appoggiata ai piedi inchiodati

del Cristo, la schiena curva, supplicava la santa immagine di

perdonarla, di aver pietà del suo dolore.

Poi, dopo quegli sfoghi ai rialzava da terra, ricomponeva il volto,

ricomponeva le vesti e sedeva dinanzi al tavolino coperto di lavori

incominciati e destinati ai poveri, con le piccole mani scarne si dava

a lavorare frettolosamente, mentre il cervello anch'esso lavorava,

lavorava a cercare un mezzo per vendicarsi doppiamente del marito,

coprendolo di vergogna; e staccandolo per sempre da Maria.

Dopo ognuna di quelle serate angosciose, donna Camilla trovava un

pretesto per scrivere a Fabio, per invitarlo a andare da lei la

mattina seguente. Ora il pretesto glielo forniva l'invito a una

adunanza da spedire alle patronesse dell'opera pia delle Madri

Lattanti, ora un'informazione da assumere, ora un sussidio da

elargire. E quando Fabio la mattina dopo era da lei, ella lo

interrogava su quello che facevano alla _Stampa_, sui lavori del

teatro e per ultimo su Maria. Fabio Rosati era troppo accorto per far

vedere alla principessa che capiva la sua gelosia e i suoi strazii, e

fingeva sempre di credere che quella premura di lei per sapere notizie

della signora Caruso fosse frutto della curiosità pura e semplice, e

le parlava dei trionfi che riportava in ogni festa al Circolo dei

Cittadini e al Circolo degli Artisti la bella Veneziana, e come

d'intorno a lei si formasse una cerchia di ammiratori, che ogni sera

popolavano le sale della _Stampa_ per il solo piacere di vederla e di

sentirla parlare.

Come tutte le donne gelose, la principessa desiderava di veder Fabio

per udir parlare di Maria, e dopo che lo aveva veduto era più che mai

straniata dai tormenti che impone quella malattia del cuore, più che

mai era desiderosa di sapere.

Intanto in anticamera, negli ozii della guardia, i servitori parlavano

molto delle attenzioni che don Pio usava alla famiglia Caruso col

mandare la caccia che giungeva dai possessi di Maremma, le piante e i

fiori delle serre della villa a porta Salaria, i latticini che

arrivavano dalla Sabina e i vini dell'Umbria, ma non parlavano meno

dei biglietti che la principessa scriveva a Fabio Rosati, e ogni volta

che lo vedevano salir le scale del palazzo, mentre uno dei servi lo

accompagnava alle stanze della signora, gli altri, rimasti in

anticamera, ridevano e dicevano nel loro linguaggio triviale:

--Il principe e la principessa fanno il comodo loro.

Due o tre volte don Pio aveva incontrato Fabio nella galleria, mentre

si avviava al quartiere della principessa, e sempre lo aveva salutato

con molta freddezza, con una freddezza che faceva morire al Rosati il

bonario sorriso sulle labbra, e dopo, quando lo rivedeva in redazione,

fingeva di non accorgersi di lui, e non c'era caso che gli rivolgesse

per un pezzo la parola.

Il principe non aveva nessun sospetto ingiurioso per la principessa,

ma credeva Fabio il cronista particolare di lei, alla quale, non

riconosceva attrattiva di sorta, e la relegava nel numero di quelle

donne che, quando non destano repulsione, lasciano freddi e

indifferenti quanti le avvicinano.

La freddezza del principe per Fabio non influiva sulla posizione di

lui alla _Stampa_, poichè don Pio non s'ingeriva mai dei particolari e

lasciava piena indipendenza ad Ubaldo, il quale, sapendo che in certe

occasioni il Rosati era un eccellente corrispondente e un cronista

prezioso, gli dava spesso degli incarichi, che Fabio accettava

volentieri, perchè gli procuravano conoscenze, e guadagni superiori a

quelli ordinari.

Don Pio si sarebbe consolato facilmente della vita triste che menava

in famiglia, del risentimento di cui dava prova la principessa ogni

volta che gli dirigeva la parola, delle preoccupazioni economiche che

non gli accordavano tregua, dopo che aveva seppellito tanti milioni

nell'acquisto di terreni che non riusciva a rivendere e per i quali

sborsava un forte interesse agli istituti di credito, che gli avevano

prestati quei milioni; si sarebbe anche consolato nel vedere che _La

Stampa_ non gli dava i lauti guadagni che aveva sperato, purchè Maria

lo amasse, purchè Maria fosse sua. Ma di fronte a lei, egli, così

ardito, non aveva volontà, non aveva ardimento di sorta. Il vederla

sempre in mezzo a gente, il non poter sfogare mai con lei la tenerezza

che gl'ispirava, faceva del suo amore un tormento continuo, un

supplizio da dannato. Le attenzioni, le premure più delicate, che sono

un lusso dei ricchi, egli le aveva tutte per Maria. Non c'era sera in

cui ella non trovasse nel cantuccio del salone della _Stampa_ dove

soleva sedersi, una quantità di fiori e i dolci che ella preferiva.

Maria lo ringraziava con effusione, era cortesissima con lui, ma

nulla più, e le stesse parole le usava con tutti quelli che ad

imitazione del principe, offrivano a lei i loro omaggi.

Una seconda estate era trascorsa e la principessa non si era mossa da

Roma per assistere il proprio fratello, che, cadendo da cavallo, si

era piuttosto gravemente ferito, e in quella estate ella si era fatta

vedere così spesso fuori col Rosati, lo aveva così spesso ricevuto,

che la ciarla che ella lo amasse dal palazzo Urbani era giunta nella

redazione della _Stampa_ e anche alle orecchie di Maria, la quale

aveva risposto al Suardi, che la informava di quel fatto:

--Io non ci credo; la principessa è una santa donna!

--Se è una santa lei, Fabio non è un santo, e quando la santità manca

da un lato c'è sempre pericolo che la parte peccaminosa guasti

l'altra. Voi non sapete che il peccato, secondo la scienza moderna, è

di natura infettiva e ha il suo bacillo?

Il Principe della Marsiliana Romanzo romano · 第 6 / 13 段