eletto deputato, quella casa, che nel centro della facciata portava
scritto a caratteri dorati _La Stampa_, scintillava di luce. Sul
cornicione correva un filo di fiammelle di gaz e quell'ornamento
luminoso si ripeteva lungo tutti i terrazzi, giro giro alle tre
porte grandiose, una delle quali metteva alla redazione, una
all'amministrazione e la terza alla tipografia, che occupava tutto il
sottosuolo e dalla quale si sentivano partire i boati delle macchine
in azione. Quella sera, ogni momento giungevano carrozze che
deponevano invitati e signore sotto l'ampia tettoia di cristallo, e
molti uomini in cravatta bianca salivano continuamente lo scalone
coperto di tappeti e ornato di piante.
In tutta la città erano stati diramati inviti per l'inaugurazione
della prima casa che un giornale possedesse a Roma, ma quegl'inviti
più specialmente erano stati accettati dai deputati, dagli artisti e
dai giornalisti.
Gli onori di casa erano fatti da Ubaldo Caruso e da Fabio Rosati, i
quali pareva fossero fra loro pane e cacio, benchè, gelosi com'erano
uno dell'altro, si disputassero continuamente alla sordina il dominio
sull'animo di don Pio.
Il redattore-capo e il cronista, tutti e due in giubba e cravatta
bianca, stavano in cima alle scale, in un salottino che metteva nella
grande biblioteca, e lì salutavano quelli che giungevano, si
presentavano scambievolmente le persone che non conoscevano; e se
arrivava una signora, erano pronti a offrirle il braccio per condurla
in sala, dove Maria, seduta sopra una ottomana fra la moglie
dell'onorevole Carrani e donna Teresa Sorani moglie di un
ex-presidente del Consiglio, accoglieva col suo fare schietto e
disinvolto le signore che le venivano presentate, e sapeva farsi
ammirare da loro, come si faceva ammirare dagli uomini. Ella indossava
un vestito di merletto nero, non aveva altro che due perle agli
orecchi, e in testa un grande cappello Rembrandt, dalla tesa
spiovente, coperto di lunghe penne di struzzo. Con una mossa di
persona freddolosa, che le dava tanta grazia, ella si riportava ogni
tanto sulle spalle la pelliccia di velluto amaranto guarnita di
martora, e quella mossa la faceva somigliare a una donna impaurita,
che cercasse rifugio in qualcuno, in qualcosa.
In fondo all'ampia sala, la cui pareti erano rivestito di scaffali,
dove don Pio aveva fatto collocare la biblioteca di casa Urbani, era
preparato un pianoforte a coda per gli artisti dell'Apollo e del
Costanzi, che dovevano cantare dopo il ballo. Don Pio, dritto in un
angolo, parlava con due principi, onorevoli come lui, e con altri tre
o quattro deputati meridionali appartenenti al patriziato. Appena il
principe era in mezzo a giornalisti, voleva far loro capire che non li
considerava suoi pari, e se poteva circondavasi di antichi conoscenti.
Anche quando era negli uffici di redazione, gli piaceva di far da
principe, di far sentir la distanza che correva fra lui e i plebei, e
Fabio Rosati, che aveva capito quella debolezza, si era affrettato a
trattarlo d'"Eccellenza" e i nuovi redattori venuti da altri giornali
avevano fatto altrettanto. Soltanto Ubaldo aveva continuato a
chiamarlo "Principe", e non perchè gli costasse fatica a pronunziare
quella parola di cui si abusa nel mezzogiorno d'Italia, ma perchè gli
pareva a sua volta di stabilire una distanza fra sè e gli altri
redattori della _Stampa_, trattando il principe della Marsiliana con
maggior familiarità.
In quei sette mesi Ubaldo aveva scossa la naturale inerzia, e si era
dato ad applicare il programma di don Pio, e nell'applicazione di quel
programma aveva dato prova di una grande pertinacia. _La Stampa_ non
era giunta a tirare centomila copie, ma già da tre era salita a
quarantamila, cifra altissima rispetto agli altri giornali della
capitale. Nei teatri, nei caffè _La Stampa_ era nelle mani di tutti, e
il pubblico si interessava alle polemiche violente che vi si facevano
anche per le quistioni più insignificanti. Messi sulla via
dell'opposizione a oltranza, tutti i redattori pareva che avessero
acquistato nuova energia in quella battaglia continua in cui l'on.
Carrani e Ubaldo si sostenevano, il primo trattando le quistioni di
politica interna, e soprattutto le quistioni di economia nelle quali
era competentissimo; il secondo attaccando la politica incerta del
Governo rispetto all'estero, e le quistioni municipali. Il principe
discuteva, approvava, era soddisfatto della influenza che gli dava il
suo giornale, e pagava, soprattutto pagava. L'edifizio per la
redazione della _Stampa_ gli era costato ottocentomila lire, e il
giornale in sette mesi ne aveva ingoiato altre trecentomila, ma ora
aveva una tipografia bellissima, quattro macchine rotative, aveva
abbonati, lettori e credito in tutte le parti d'Italia.
Le notizie che a caro prezzo _La Stampa_ si procurava nei Ministeri,
qualche volta avevano l'onore di una smentita ufficiale, o di una
rettifica e allora don Pio gongolava, e il signor Caruso più di lui.
Egli voleva che il giornale incutesse timore ai governanti, voleva che
non movessero foglia senza pensare alla censura accanita della
_Stampa_, e a questo in parte era riuscito. Come era riuscito a farsi,
che un'antica lite fra il Municipio e la famiglia Urbani per la
sistemazione di una strada laterale al palazzo, fosse composta
all'amichevole, e che il Municipio pagasse per l'espropriazione di una
striscia di terreno due milioni sonanti, che avevano coperto le spese
di costruzione, e le spese vive del giornale, senza che il patrimonio
Urbani ne risentisse nulla.
Incoraggiato da quel primo successo, don Pio non sognava altro che
speculazioni. Ubaldo gli aveva fatto intendere che Roma doveva
prendere maggiore sviluppo edilizio, gli aveva fatto intravedere che a
Roma sarebbero accorsi abitanti da tutte le parti d'Italia, e che
conveniva preparare abitazioni per questa nuova popolazione. Don Pio
non aveva fatto il sordo; aveva comprato ovunque, e specialmente fuori
di Porta Portese, dove nel progetto che sostenevano col giornale,
avrebbe dovuto sorgere la nuova stazione ferroviaria. E non solo aveva
comprato terreni, ma aveva messo mano a costruire diversi villini,
dentro un parco cinto di mura, villini che guardavano il Tevere da un
lato e avevano allo spalle il Gianicolo. In questo disegno di acquisto
di terreni, di costruzione di grandi case operaie, e nello stesso
tempo di case signorili, don Pio era sostenuto da Fabio, il quale
aveva un fratello ingegnere, giovane senza clienti; egli sperava di
poterlo occupare presso il principe.
La duchessa, donna accorta, aveva messo in guardia don Pio contro la
febbre di acquisti e di costruzioni che lo aveva invaso, ma il
principe era ormai su quella via sulla quale non si ragiona più, dove
gli ostacoli non sono visibili per l'occhio che è fisso sull'avvenire,
ed è abbagliato dal guadagno che la speranza gli promette. Il
patrimonio ereditato dal padre, tutto in vaste tenute nella pianura,
in ricchi possessi in Sabina, in Maremma e nell'Umbria, in Abruzzo, in
palazzi, in case, non pareva a don Pio che costituisse la ricchezza.
Era un patrimonio che non si poteva alienare dall'oggi al domani, di
cui godeva soltanto le rendite, ma non era la ricchezza, non i titoli
di rendita, i fogli di Banca, i conti correnti negl'istituti di
credito, tutto quello che permette a chi ne è possessore di levarsi
tutti i capricci, d'ingolfarsi in tutte le speculazioni, di giocare
non con l'avversario davanti, ma di giocare sul tappeto verde mondiale
della Borsa, dove le poste sono spaventose e le differenze a fine mese
possono mettere in mezzo di strada, anche un principe della
Marsiliana. Quella era la ricchezza che sognava don Pio, e Ubaldo
promettevagli che l'avrebbe acquistata con _La Stampa_ e con la
speculazioni edilizie. E l'on. Carrani si guardava bene dal
contraddire il giornalista, poichè egli aveva bisogno di un giornale
sostenuto da un uomo ricco per ritornare al governo, e voleva tornarci
a ogni costo.
I redattori della _Stampa_, che si consideravano fortunati di aver
raddoppiato lo stipendio e di stare in un giornale dove non si sentiva
mai parlare di miserie, dove l'amministrazione pareva un piccolo
ministero delle finanze, dove nessuno era povero, dal proprietario
agli uscieri, e questi avevano modi rispettosi come i domestici delle
grandi famiglie, non sarebbero mai andati da don Pio a dirgli che
faceva male a spendere, a profonder quattrini nel giornale e nelle
speculazioni.
Per Roma si diceva da tutti che don Pio si rovinava se continuava di
quel passo, si facevano i conti addosso a lui e al giornale; tutta la
città parlava della sua pazzia, ma nessuno osava biasimarlo in faccia
e molto meno dargli consigli; questo ardire non lo aveva altro che
donna Camilla.
Ella, ogni sera, aspettava il marito alzata, e don Pio se la vedeva
comparire in camera quando Giorgio era uscito. Si metteva sulla
poltrona accanto al letto di lui e ogni sera facevagli lo stesso
fervorino:
--Ti rovini e ti danni con quel giornale. Le mie preghiere non
basteranno a salvarti. Pensa al nome che porti, pensa all'anima tua!
Qualche volta don Pio era di buon umore e allora si voltava verso la
moglie e la pregava d'imparare a mente un'altra esortazione, ma di
cambiare, per carità, di cambiare. Donna Camilla non rispondeva agli
scherzi, ma neppure abbandonava la camera prima di aver recitato tutte
le preghiere serali per la salvezza dell'anima del marito e avergli
toccato la fronte e le labbra con una reliquia della Croce.
In altre sere, quando don Pio era assonnato, stanco o noiato di quella
insistenza, rispondeva sgarbatamente alla moglie:
--Al patrimonio mio e alla mia anima voglio pensar da me; lasciami in
pace.
Allora donna Camilla, quasi si fosse imposta di tormentarlo, si
sedeva, al solito, accanto al letto e pregava più lungamente e più
insistentemente; ella esortavalo a separarsi da quegli scomunicati,
che combattevano, dileggiavano la religione e il rappresentante di Dio
in terra. Allora donna Camilla si faceva eloquente nel difendere la
causa della religione, e riassumeva tutti gli argomenti che aveva
sentito addurre contro _La Stampa_ nelle case clericali, che avevano
continui rapporti col Vaticano, e nelle quali ella andava. Nè cessava
dal parlare o dal recitar preci altro che quando vedeva don Pio
addormentato e capiva che le sue esortazioni erano sprecate.
Quella creatura, che non aveva mai amata d'amore e alla quale non lo
univa neppure il vincolo dei figli, gli era divenuta così antipatica
come donna e come essere pensante, che si sarebbe ribellato se ella
gli avesse chiesto una carezza, come si ribellava ai consigli che gli
dava. Non capiva come aveva fatto a sposarla e trattarla come una
compagna.
La sera prima del ricevimento inaugurale, donna Camilla entrò in
camera del marito dicendogli, con quella voce aspra che si faceva
nasale quando ella era in collera:
--Mi hanno detto oggi in casa Bernielli che tu ricevi domani sera alla
_Stampa_; spero che non sia vero.
--È verissimo,--rispose don Pio tirandosi le coperte sulla testa e
facendo atto di voler dormire.
--Ma Pio, Pio!--diss'ella senza sedersi e posando su di lui uno
sguardo di rimprovero.--Non capisci che deroghi al tuo nome, che tu
t'infanghi mescolandoti col fango della strada?
--E qual'è, sentiamo, questo fango col quale mi piace insozzarmi?
--Il Caruso. È un uomo screditato anche fra i giornalisti; è un uomo
pericoloso e ti porterà alla rovina.
--È un uomo abile, intelligente e io ho bisogno di lui,--disse don
Pio. Poi, mettendosi a un tratto a sedere sul letto, aggiunse con tono
secco e imperioso:
--Io non ti domando, Camilla, quali sono i tuoi consiglieri, i
dispensatori delle tue carità; non mi occupo mai degli affari tuoi e
tu non occuparti dei miei; questo desidero, questo voglio. La sera
fammi il piacere di non venirmi più a turbare, ti dispenso da questa
visita che non fa altro che irritarci maggiormente. Conosco la tua
ostinazione e per mettere un ostacolo materiale alla tua venuta, mi
chiuderò dentro.
Donna Camilla si conficcò i denti nelle labbra, e rispose senza
lasciare il suo posto:
--Pio, tu mi hai molto trascurata dacchè mi hai sposata; per mesi e
mesi ti sei dimenticato di me e io ho taciuto e pregato; pregato
Iddio che riconducesse il tuo pensiero sviato a tua moglie. Ma anche
in quel tempo in cui la tua mente correva dietro a altre donne, tu non
eri mai scortese con me, rammentavi sempre di essere un signore di
fronte a una signora. Ora tu lo dimentichi, ed è perchè pratichi male
e perchè non hai più un capriccio che svia il tuo pensiero, ma una
passione colpevole, che ti occupa tutto e ti trascina al male. Prega
Iddio che io non abbia in mano la prova di questo tuo amore,
altrimenti faccio uno scandalo, e di noi s'ha da parlare per un pezzo:
rammentalo.
Don Pio la fissava meravigliato mentre ella usciva dalla camera con
passo celere senza guardarlo, ed ebbe allora la convinzione subitanea
che sua moglie era gelosa, gelosa della bella Maria, che, davvero,
occupava tutto il suo cuore ispirandogli un amore timido, uno di
quegli amori che tolgono tutto l'ardire, tutta la sfrontatezza a un
uomo, benchè assuefatto alle avventure galanti, e fanno di lui un
bambino supplichevole, un essere senza volontà e senza energia. Ma
quell'amore, che la bellezza di Maria e soprattutto quel suo fare
schietto e franco, gli avevano ispirato, era tutt'altro che una
passione colpevole. Maria non era una di quelle donne che cedono, che
subiscono il fascino della colpa; ella amava il marito, e nel suo
cuore non c'era posto per altro affetto. Così ella aveva dapprima
figurato di non accorgersi delle attenzioni, delle premure di don Pio;
ma quando egli incominciò a parlarle del suo amore apertamente, non se
ne era adombrata, ma ne aveva riso, riso schiettamente come di cosa
impossibile e nello stesso tempo aveva evitato di trovarsi sola col
principe, e di quell'amore aveva avuto la delicatezza di non far
sospettare nulla al marito, per non creargli una falsa situazione.
VII.
Don Pio in quell'estate non aveva fatto altro che brevi assenze da
Roma per accompagnare la principessa a Sorrento e poi a Saint-Moritz,
ma col pretesto delle costruzioni era rimasto alla capitale e ogni
settimana quasi aveva condotto Maria Caruso e Fabio Rosati a far delle
gite col suo _break_ nei dintorni della città. Nel mondo giornalistico
e in quello aristocratico l'assiduità del principe presso la bella
donna, che tutti ammiravano, aveva dato da ciarlare, e quelle ciarle
erano state ripetute da Alberto Grimaldi alla sorella. Don Pio si
faceva pure vedere al teatro nel palco della signora Caruso e non
trascurava occasione di stare con lei.
Se donna Camilla non avesse conosciuto Maria non avrebbe dato peso
alle ciarle; ma la conosceva, aveva avuto campo di ammirarne la
stupenda bellezza, la grazia infinita e capiva che se don Pio era
innamorato di lei non poteva trattarsi di un amoretto, perchè Maria
lasciava una impressione così profonda in quanti la vedevano che, una
volta subitone il fascino, bisognava amarla, amarla sempre. E la
durata di quell'affetto la sgomentava appunto. Don Pio non sarebbe più
tornato a lei, mai: tanto se Maria gli resisteva, quanto se cedeva. Ma
la resistenza donna Camilla non l'ammetteva di fronte al marito. Le
pareva addirittura irresistibile perchè a lei sfuggiva sempre ed ella
non sapeva resistergli dal momento che doveva implorare una attenzione
e una carezza; per lei era un idolo e che cosa si nega agli idoli
quando avviene che scendano dal loro piedestallo per farsi nostri
eguali?
Non capiva donna Camilla che con Maria era il caso inverso; Maria era
l'idolo, e il principe il devoto, il supplicante, l'entusiasta,
l'innamorato.
Dopo la risposta sprezzante del marito, la povera donna, sgomenta di
aver lasciato scoprire la gelosia che la struggeva, si era rinchiusa
in camera sua e aveva lungamente almanaccato per mandare a monte
quella serata alla _Stampa_, che autorizzava la sua rivale a far gli
onori di casa per un ricevimento che dava don Pio, per un ricevimento
dove avrebbe figurato l'argenteria, la livrea di casa Urbani, e dal
quale ella era esclusa e per le sue idee e per la posizione ostile,
che aveva presa la sera della elezione del marito.
Non potendo impedire quella festa, voleva conoscerne l'esito nei suoi
minimi particolari e per questo pensò a Fabio Rosati, che le ora parso
più modesto e più rispettoso di tutti gli intrusi, com'ella li
chiamava. In quel giorno appunto la principessa era stata pregata di
fare ammettere all'Orfanotrofio di Termini, dov'era impiegato il padre
del Rosati, un bambino di un antico servitore di casa Grimaldi, e ella
aveva pensato d'incaricare don Pio di quella faccenda. Invece, dopo
la scena avvenuta nella camera del principe, donna Camilla stabilì di
scrivere al Rosati e di pregarlo di passare da lei il giorno
successivo, servendosi del pretesto dell'Orfanotrofio per amicarselo e
avere da lui tutte le notizie che desiderava sul giornale e su Maria.
Nel piccolo cervello della duchessa l'amore del principe per la bella
veneziana era diventato un'idea fissa, dolorosa e martellante. Prima
di coricarsi infatti, non volendo scriver lettere, tracciò sopra un
biglietto di visita poche righe d'invito e chiuso il biglietto in una
busta andò da sè a portarlo sulla tavola dove mettevano le lettere.
Il biglietto fu recapitato e alle due Fabio si faceva annunziare alla
principessa, la quale, per fargli dimenticare lo sgarbo della sera del
pranzo e per confessarlo a suo agio, fu con lui cortesissima. Fabio
promise l'appoggio del padre per il protetto della signora e con
quella servilità che i romani della borghesia hanno nel sangue per
tradizione, e che li fa parere sempre clienti quando sono in faccia ai
principi, soddisfece pienamente la curiosità di donna Camilla.
--Venga dopo il ricevimento,--gli disse nel congedarlo e stringendogli
la mano,--e si rammenti che voglio saper tutto; chi c'era, di che
cosa si è parlato, com'erano vestite le signore; io sono curiosa e mio
marito e così parco di parole ora che ha tanti affari per il capo.
Fabio capì benissimo che la curiosità della principessa della
Marsiliana nascondeva una grande gelosia, e non potendo essere quello
che voleva per il principe, ora che Ubaldo rappresentava presso di lui
la prima parte, si propose di mantenere desta quella curiosità, di
dirle quel tanto che poteva renderlo indispensabile a donna Camilla,
senza tradir mai un segreto, senza mai compromettersi.
Egli aveva giudicato sinistramente Maria fino dal primo giorno;
l'aveva creduta complice del marito nei raggiri e nelle astuzie, e
riteneva che quella sincerità di cui ella faceva vanto non fosse altro
che un mezzo per meglio accalappiare la gente. Non sapeva nulla del
passato di lei, dei suoi sacrifizi, della sua grande virtù, ed era
convinto che ora ella si valesse della sua bellezza per rendere il
marito onnipotente presso don Pio. Fabio non aveva l'intelletto del
cuore; gli mancava la finezza del sentimento e la fede nella onestà
assoluta. Tutto era relativo per lui, e pur essendo persuaso che Maria
non accordava nulla al principe, riteneva che ella fosse onesta con
lui soltanto per meglio dominarlo.
Egli spiava di continuo la bella donna perchè voleva impossessarsi di
un segreto, credendo che il possesso di un segreto sia sempre un
capitale che un giorno o l'altro si può rendere fruttifero, e quella
sera della festa, appena potè abbandonare il suo posto di ricevimento,
non la perdè un momento di vista, ora col pretesto di aiutarla nel
dare il thè, ora per mantenersi vicino alle signore che le facevano
corona.
Don Pio, dopo il concerto al quale presero parte i due massimi maestri
di Roma e le prime donne in voga, nonchè Maurel, Maurel che
entusiasmava nell'_Amleto_, si accostò a Maria e le presentò i suoi
colleghi della Camera, con i quali era rimasto a parlare tutta la
sera.
--Che cosa divina è mai la musica!--esclamò la bella creatura parlando
al principe Buontalenti e al duca di Sermano,--io capisco quale
attrattiva abbia per il popolo. Tutte le altre arti vivono rinchiuse
negli studi, nei musei, nelle biblioteche, non sorridono altro che a
quelli che le amano, ma la musica si espande, si fa popolare e consola
tutti. Chissà quanti poveri non sono ora aggruppati qui sotto,
attirati dalle note soavi; chissà come essi tollerano meglio la loro
miseria stanotte e come domani essi vedono la vita meno triste!
Ella parlava presto presto, quasi le parole le volassero dalle labbra
per andarsi ad annidare nel cuore di chi l'ascoltava.
Don Pio era tutto occhi e tutt'orecchi.
--A Roma, a Milano la musica è un godimento dei ricchi, ma da noi a
Venezia, e, come mi dicono, anche a Napoli, è un godimento per tutti;
si canta nelle strade, si canta in gondola, si fanno serenate sotto
gli alberghi; i ricchi pagano, ma il popolo gode.
--Che ne direbbe,--domandò don Pio fissandola,--se uno di questi
ricchi avesse in animo di costruire un teatro popolare, dove si
dessero la opere italiane specialmente e dove un grande lubbione
permettesse al popolo di udirle pagando venti o trenta centesimi?
--Direi,--rispose Maria.--che quel ricco è un benefattore, un uomo che
capisce la carità meglio di tanti filantropi.
--Ed io voglio essere quel banefattore,--rispose don Pio,--Fra un
anno, qui accanto, dove ora non sono altro che macerie, sorgerà un
teatro popolare e lei avrà il vanto di avermi suggerito quest'opera di
carità.
Tutti approvarono il disegno del principe, tutti fecero plauso alla
sua idea, e un momento dopo nelle sale della _Stampa_ non si parlava
d'altro che del principe della Marsiliana e del nuovo teatro.
--Come si deve chiamare?--domandò il principe a Maria quando gli elogi
furono cessati.
--Come vuole; il nome non fa nulla.
--Lo chiameremo "La Fenice" in memoria della sua Venezia,--rispose il
principe.
Fabio ebbe cura che i servi portassero subito lo _champagne_ e si
bevve al nuovo teatro, al principe ed alla bella madrina.
--Io spero,--le disse il principe a bassa voce,--che ella accetterà un
palco in quel teatro e che io potrò farglielo addobbare in modo che
ella si creda lì nel suo salotto e possa ricevervi i suoi amici.
--Sarà il palco della _Stampa_,--rispose Maria, che aveva sempre
l'abilità di schivare le attenzioni troppo premurose del principe, e
sapeva tenerlo a distanza, senza offenderlo.
In quel momento venne a far circolo alla bella signora una folla
d'invitati che erano nelle altre stanze, e una piccola francese, molto
vivace e molto intelligente, che cercava dopo la morte del marito di
conservare la posizione che egli avevale fatto, dandosi per
protettrice delle arti e del giornalismo, prese le mani di Maria e le
disse:
--Mia cara, mi hanno detto che a lei si deve se il principe si è
impegnato formalmente a costruire un teatro; non poteva essere altri
che la figlia di quel caro Rossetti, una creatura che ha imparato ad
amar l'arte nascendo, che si faceva protettrice delle arti.
--Lei conosce mio padre?--domandò Maria con premura.
--Lo conosco, e col povero Filippo--(Filippo Mariani era il defunto
marito che la signora Adriana nominava venti volte al giorno)--e col
povero Filippo abbiamo spesso visitato il suo studio. Suo padre è un
artista del vecchio stampo, un vero artista italiano nel senso più
bello della parola, e io sono lieta di veder qui a Roma la figlia di
lui.
Tutto questo era detto a voce alta, e a un tratto il povero Rossetti,
che era un Carneade per tutti i conoscenti di Mario, divenne, mercè le
lodi della vedova del grande conoscitore d'arte, un artista di
prim'ordine. La signora Adriana Mariani sapeva, come tutti, dell'amore
che Maria aveva ispirato al principe, e lodando lei voleva adulare chi
la amava.
Maria, bella e cortese com'era, non fu da quel momento conosciuta
soltanto come la moglie del signor Caruso; ebbe anche lei il suo
patriziato artistico, non fu più una ignota sbalzata a Roma dalla
incerta posizione del marito, fu la figlia di un artista di merito.
VIII.