Una sera, sette mesi dopo che don Pio della Marsiliana era stato

eletto deputato, quella casa, che nel centro della facciata portava

scritto a caratteri dorati _La Stampa_, scintillava di luce. Sul

cornicione correva un filo di fiammelle di gaz e quell'ornamento

luminoso si ripeteva lungo tutti i terrazzi, giro giro alle tre

porte grandiose, una delle quali metteva alla redazione, una

all'amministrazione e la terza alla tipografia, che occupava tutto il

sottosuolo e dalla quale si sentivano partire i boati delle macchine

in azione. Quella sera, ogni momento giungevano carrozze che

deponevano invitati e signore sotto l'ampia tettoia di cristallo, e

molti uomini in cravatta bianca salivano continuamente lo scalone

coperto di tappeti e ornato di piante.

In tutta la città erano stati diramati inviti per l'inaugurazione

della prima casa che un giornale possedesse a Roma, ma quegl'inviti

più specialmente erano stati accettati dai deputati, dagli artisti e

dai giornalisti.

Gli onori di casa erano fatti da Ubaldo Caruso e da Fabio Rosati, i

quali pareva fossero fra loro pane e cacio, benchè, gelosi com'erano

uno dell'altro, si disputassero continuamente alla sordina il dominio

sull'animo di don Pio.

Il redattore-capo e il cronista, tutti e due in giubba e cravatta

bianca, stavano in cima alle scale, in un salottino che metteva nella

grande biblioteca, e lì salutavano quelli che giungevano, si

presentavano scambievolmente le persone che non conoscevano; e se

arrivava una signora, erano pronti a offrirle il braccio per condurla

in sala, dove Maria, seduta sopra una ottomana fra la moglie

dell'onorevole Carrani e donna Teresa Sorani moglie di un

ex-presidente del Consiglio, accoglieva col suo fare schietto e

disinvolto le signore che le venivano presentate, e sapeva farsi

ammirare da loro, come si faceva ammirare dagli uomini. Ella indossava

un vestito di merletto nero, non aveva altro che due perle agli

orecchi, e in testa un grande cappello Rembrandt, dalla tesa

spiovente, coperto di lunghe penne di struzzo. Con una mossa di

persona freddolosa, che le dava tanta grazia, ella si riportava ogni

tanto sulle spalle la pelliccia di velluto amaranto guarnita di

martora, e quella mossa la faceva somigliare a una donna impaurita,

che cercasse rifugio in qualcuno, in qualcosa.

In fondo all'ampia sala, la cui pareti erano rivestito di scaffali,

dove don Pio aveva fatto collocare la biblioteca di casa Urbani, era

preparato un pianoforte a coda per gli artisti dell'Apollo e del

Costanzi, che dovevano cantare dopo il ballo. Don Pio, dritto in un

angolo, parlava con due principi, onorevoli come lui, e con altri tre

o quattro deputati meridionali appartenenti al patriziato. Appena il

principe era in mezzo a giornalisti, voleva far loro capire che non li

considerava suoi pari, e se poteva circondavasi di antichi conoscenti.

Anche quando era negli uffici di redazione, gli piaceva di far da

principe, di far sentir la distanza che correva fra lui e i plebei, e

Fabio Rosati, che aveva capito quella debolezza, si era affrettato a

trattarlo d'"Eccellenza" e i nuovi redattori venuti da altri giornali

avevano fatto altrettanto. Soltanto Ubaldo aveva continuato a

chiamarlo "Principe", e non perchè gli costasse fatica a pronunziare

quella parola di cui si abusa nel mezzogiorno d'Italia, ma perchè gli

pareva a sua volta di stabilire una distanza fra sè e gli altri

redattori della _Stampa_, trattando il principe della Marsiliana con

maggior familiarità.

In quei sette mesi Ubaldo aveva scossa la naturale inerzia, e si era

dato ad applicare il programma di don Pio, e nell'applicazione di quel

programma aveva dato prova di una grande pertinacia. _La Stampa_ non

era giunta a tirare centomila copie, ma già da tre era salita a

quarantamila, cifra altissima rispetto agli altri giornali della

capitale. Nei teatri, nei caffè _La Stampa_ era nelle mani di tutti, e

il pubblico si interessava alle polemiche violente che vi si facevano

anche per le quistioni più insignificanti. Messi sulla via

dell'opposizione a oltranza, tutti i redattori pareva che avessero

acquistato nuova energia in quella battaglia continua in cui l'on.

Carrani e Ubaldo si sostenevano, il primo trattando le quistioni di

politica interna, e soprattutto le quistioni di economia nelle quali

era competentissimo; il secondo attaccando la politica incerta del

Governo rispetto all'estero, e le quistioni municipali. Il principe

discuteva, approvava, era soddisfatto della influenza che gli dava il

suo giornale, e pagava, soprattutto pagava. L'edifizio per la

redazione della _Stampa_ gli era costato ottocentomila lire, e il

giornale in sette mesi ne aveva ingoiato altre trecentomila, ma ora

aveva una tipografia bellissima, quattro macchine rotative, aveva

abbonati, lettori e credito in tutte le parti d'Italia.

Le notizie che a caro prezzo _La Stampa_ si procurava nei Ministeri,

qualche volta avevano l'onore di una smentita ufficiale, o di una

rettifica e allora don Pio gongolava, e il signor Caruso più di lui.

Egli voleva che il giornale incutesse timore ai governanti, voleva che

non movessero foglia senza pensare alla censura accanita della

_Stampa_, e a questo in parte era riuscito. Come era riuscito a farsi,

che un'antica lite fra il Municipio e la famiglia Urbani per la

sistemazione di una strada laterale al palazzo, fosse composta

all'amichevole, e che il Municipio pagasse per l'espropriazione di una

striscia di terreno due milioni sonanti, che avevano coperto le spese

di costruzione, e le spese vive del giornale, senza che il patrimonio

Urbani ne risentisse nulla.

Incoraggiato da quel primo successo, don Pio non sognava altro che

speculazioni. Ubaldo gli aveva fatto intendere che Roma doveva

prendere maggiore sviluppo edilizio, gli aveva fatto intravedere che a

Roma sarebbero accorsi abitanti da tutte le parti d'Italia, e che

conveniva preparare abitazioni per questa nuova popolazione. Don Pio

non aveva fatto il sordo; aveva comprato ovunque, e specialmente fuori

di Porta Portese, dove nel progetto che sostenevano col giornale,

avrebbe dovuto sorgere la nuova stazione ferroviaria. E non solo aveva

comprato terreni, ma aveva messo mano a costruire diversi villini,

dentro un parco cinto di mura, villini che guardavano il Tevere da un

lato e avevano allo spalle il Gianicolo. In questo disegno di acquisto

di terreni, di costruzione di grandi case operaie, e nello stesso

tempo di case signorili, don Pio era sostenuto da Fabio, il quale

aveva un fratello ingegnere, giovane senza clienti; egli sperava di

poterlo occupare presso il principe.

La duchessa, donna accorta, aveva messo in guardia don Pio contro la

febbre di acquisti e di costruzioni che lo aveva invaso, ma il

principe era ormai su quella via sulla quale non si ragiona più, dove

gli ostacoli non sono visibili per l'occhio che è fisso sull'avvenire,

ed è abbagliato dal guadagno che la speranza gli promette. Il

patrimonio ereditato dal padre, tutto in vaste tenute nella pianura,

in ricchi possessi in Sabina, in Maremma e nell'Umbria, in Abruzzo, in

palazzi, in case, non pareva a don Pio che costituisse la ricchezza.

Era un patrimonio che non si poteva alienare dall'oggi al domani, di

cui godeva soltanto le rendite, ma non era la ricchezza, non i titoli

di rendita, i fogli di Banca, i conti correnti negl'istituti di

credito, tutto quello che permette a chi ne è possessore di levarsi

tutti i capricci, d'ingolfarsi in tutte le speculazioni, di giocare

non con l'avversario davanti, ma di giocare sul tappeto verde mondiale

della Borsa, dove le poste sono spaventose e le differenze a fine mese

possono mettere in mezzo di strada, anche un principe della

Marsiliana. Quella era la ricchezza che sognava don Pio, e Ubaldo

promettevagli che l'avrebbe acquistata con _La Stampa_ e con la

speculazioni edilizie. E l'on. Carrani si guardava bene dal

contraddire il giornalista, poichè egli aveva bisogno di un giornale

sostenuto da un uomo ricco per ritornare al governo, e voleva tornarci

a ogni costo.

I redattori della _Stampa_, che si consideravano fortunati di aver

raddoppiato lo stipendio e di stare in un giornale dove non si sentiva

mai parlare di miserie, dove l'amministrazione pareva un piccolo

ministero delle finanze, dove nessuno era povero, dal proprietario

agli uscieri, e questi avevano modi rispettosi come i domestici delle

grandi famiglie, non sarebbero mai andati da don Pio a dirgli che

faceva male a spendere, a profonder quattrini nel giornale e nelle

speculazioni.

Per Roma si diceva da tutti che don Pio si rovinava se continuava di

quel passo, si facevano i conti addosso a lui e al giornale; tutta la

città parlava della sua pazzia, ma nessuno osava biasimarlo in faccia

e molto meno dargli consigli; questo ardire non lo aveva altro che

donna Camilla.

Ella, ogni sera, aspettava il marito alzata, e don Pio se la vedeva

comparire in camera quando Giorgio era uscito. Si metteva sulla

poltrona accanto al letto di lui e ogni sera facevagli lo stesso

fervorino:

--Ti rovini e ti danni con quel giornale. Le mie preghiere non

basteranno a salvarti. Pensa al nome che porti, pensa all'anima tua!

Qualche volta don Pio era di buon umore e allora si voltava verso la

moglie e la pregava d'imparare a mente un'altra esortazione, ma di

cambiare, per carità, di cambiare. Donna Camilla non rispondeva agli

scherzi, ma neppure abbandonava la camera prima di aver recitato tutte

le preghiere serali per la salvezza dell'anima del marito e avergli

toccato la fronte e le labbra con una reliquia della Croce.

In altre sere, quando don Pio era assonnato, stanco o noiato di quella

insistenza, rispondeva sgarbatamente alla moglie:

--Al patrimonio mio e alla mia anima voglio pensar da me; lasciami in

pace.

Allora donna Camilla, quasi si fosse imposta di tormentarlo, si

sedeva, al solito, accanto al letto e pregava più lungamente e più

insistentemente; ella esortavalo a separarsi da quegli scomunicati,

che combattevano, dileggiavano la religione e il rappresentante di Dio

in terra. Allora donna Camilla si faceva eloquente nel difendere la

causa della religione, e riassumeva tutti gli argomenti che aveva

sentito addurre contro _La Stampa_ nelle case clericali, che avevano

continui rapporti col Vaticano, e nelle quali ella andava. Nè cessava

dal parlare o dal recitar preci altro che quando vedeva don Pio

addormentato e capiva che le sue esortazioni erano sprecate.

Quella creatura, che non aveva mai amata d'amore e alla quale non lo

univa neppure il vincolo dei figli, gli era divenuta così antipatica

come donna e come essere pensante, che si sarebbe ribellato se ella

gli avesse chiesto una carezza, come si ribellava ai consigli che gli

dava. Non capiva come aveva fatto a sposarla e trattarla come una

compagna.

La sera prima del ricevimento inaugurale, donna Camilla entrò in

camera del marito dicendogli, con quella voce aspra che si faceva

nasale quando ella era in collera:

--Mi hanno detto oggi in casa Bernielli che tu ricevi domani sera alla

_Stampa_; spero che non sia vero.

--È verissimo,--rispose don Pio tirandosi le coperte sulla testa e

facendo atto di voler dormire.

--Ma Pio, Pio!--diss'ella senza sedersi e posando su di lui uno

sguardo di rimprovero.--Non capisci che deroghi al tuo nome, che tu

t'infanghi mescolandoti col fango della strada?

--E qual'è, sentiamo, questo fango col quale mi piace insozzarmi?

--Il Caruso. È un uomo screditato anche fra i giornalisti; è un uomo

pericoloso e ti porterà alla rovina.

--È un uomo abile, intelligente e io ho bisogno di lui,--disse don

Pio. Poi, mettendosi a un tratto a sedere sul letto, aggiunse con tono

secco e imperioso:

--Io non ti domando, Camilla, quali sono i tuoi consiglieri, i

dispensatori delle tue carità; non mi occupo mai degli affari tuoi e

tu non occuparti dei miei; questo desidero, questo voglio. La sera

fammi il piacere di non venirmi più a turbare, ti dispenso da questa

visita che non fa altro che irritarci maggiormente. Conosco la tua

ostinazione e per mettere un ostacolo materiale alla tua venuta, mi

chiuderò dentro.

Donna Camilla si conficcò i denti nelle labbra, e rispose senza

lasciare il suo posto:

--Pio, tu mi hai molto trascurata dacchè mi hai sposata; per mesi e

mesi ti sei dimenticato di me e io ho taciuto e pregato; pregato

Iddio che riconducesse il tuo pensiero sviato a tua moglie. Ma anche

in quel tempo in cui la tua mente correva dietro a altre donne, tu non

eri mai scortese con me, rammentavi sempre di essere un signore di

fronte a una signora. Ora tu lo dimentichi, ed è perchè pratichi male

e perchè non hai più un capriccio che svia il tuo pensiero, ma una

passione colpevole, che ti occupa tutto e ti trascina al male. Prega

Iddio che io non abbia in mano la prova di questo tuo amore,

altrimenti faccio uno scandalo, e di noi s'ha da parlare per un pezzo:

rammentalo.

Don Pio la fissava meravigliato mentre ella usciva dalla camera con

passo celere senza guardarlo, ed ebbe allora la convinzione subitanea

che sua moglie era gelosa, gelosa della bella Maria, che, davvero,

occupava tutto il suo cuore ispirandogli un amore timido, uno di

quegli amori che tolgono tutto l'ardire, tutta la sfrontatezza a un

uomo, benchè assuefatto alle avventure galanti, e fanno di lui un

bambino supplichevole, un essere senza volontà e senza energia. Ma

quell'amore, che la bellezza di Maria e soprattutto quel suo fare

schietto e franco, gli avevano ispirato, era tutt'altro che una

passione colpevole. Maria non era una di quelle donne che cedono, che

subiscono il fascino della colpa; ella amava il marito, e nel suo

cuore non c'era posto per altro affetto. Così ella aveva dapprima

figurato di non accorgersi delle attenzioni, delle premure di don Pio;

ma quando egli incominciò a parlarle del suo amore apertamente, non se

ne era adombrata, ma ne aveva riso, riso schiettamente come di cosa

impossibile e nello stesso tempo aveva evitato di trovarsi sola col

principe, e di quell'amore aveva avuto la delicatezza di non far

sospettare nulla al marito, per non creargli una falsa situazione.

VII.

Don Pio in quell'estate non aveva fatto altro che brevi assenze da

Roma per accompagnare la principessa a Sorrento e poi a Saint-Moritz,

ma col pretesto delle costruzioni era rimasto alla capitale e ogni

settimana quasi aveva condotto Maria Caruso e Fabio Rosati a far delle

gite col suo _break_ nei dintorni della città. Nel mondo giornalistico

e in quello aristocratico l'assiduità del principe presso la bella

donna, che tutti ammiravano, aveva dato da ciarlare, e quelle ciarle

erano state ripetute da Alberto Grimaldi alla sorella. Don Pio si

faceva pure vedere al teatro nel palco della signora Caruso e non

trascurava occasione di stare con lei.

Se donna Camilla non avesse conosciuto Maria non avrebbe dato peso

alle ciarle; ma la conosceva, aveva avuto campo di ammirarne la

stupenda bellezza, la grazia infinita e capiva che se don Pio era

innamorato di lei non poteva trattarsi di un amoretto, perchè Maria

lasciava una impressione così profonda in quanti la vedevano che, una

volta subitone il fascino, bisognava amarla, amarla sempre. E la

durata di quell'affetto la sgomentava appunto. Don Pio non sarebbe più

tornato a lei, mai: tanto se Maria gli resisteva, quanto se cedeva. Ma

la resistenza donna Camilla non l'ammetteva di fronte al marito. Le

pareva addirittura irresistibile perchè a lei sfuggiva sempre ed ella

non sapeva resistergli dal momento che doveva implorare una attenzione

e una carezza; per lei era un idolo e che cosa si nega agli idoli

quando avviene che scendano dal loro piedestallo per farsi nostri

eguali?

Non capiva donna Camilla che con Maria era il caso inverso; Maria era

l'idolo, e il principe il devoto, il supplicante, l'entusiasta,

l'innamorato.

Dopo la risposta sprezzante del marito, la povera donna, sgomenta di

aver lasciato scoprire la gelosia che la struggeva, si era rinchiusa

in camera sua e aveva lungamente almanaccato per mandare a monte

quella serata alla _Stampa_, che autorizzava la sua rivale a far gli

onori di casa per un ricevimento che dava don Pio, per un ricevimento

dove avrebbe figurato l'argenteria, la livrea di casa Urbani, e dal

quale ella era esclusa e per le sue idee e per la posizione ostile,

che aveva presa la sera della elezione del marito.

Non potendo impedire quella festa, voleva conoscerne l'esito nei suoi

minimi particolari e per questo pensò a Fabio Rosati, che le ora parso

più modesto e più rispettoso di tutti gli intrusi, com'ella li

chiamava. In quel giorno appunto la principessa era stata pregata di

fare ammettere all'Orfanotrofio di Termini, dov'era impiegato il padre

del Rosati, un bambino di un antico servitore di casa Grimaldi, e ella

aveva pensato d'incaricare don Pio di quella faccenda. Invece, dopo

la scena avvenuta nella camera del principe, donna Camilla stabilì di

scrivere al Rosati e di pregarlo di passare da lei il giorno

successivo, servendosi del pretesto dell'Orfanotrofio per amicarselo e

avere da lui tutte le notizie che desiderava sul giornale e su Maria.

Nel piccolo cervello della duchessa l'amore del principe per la bella

veneziana era diventato un'idea fissa, dolorosa e martellante. Prima

di coricarsi infatti, non volendo scriver lettere, tracciò sopra un

biglietto di visita poche righe d'invito e chiuso il biglietto in una

busta andò da sè a portarlo sulla tavola dove mettevano le lettere.

Il biglietto fu recapitato e alle due Fabio si faceva annunziare alla

principessa, la quale, per fargli dimenticare lo sgarbo della sera del

pranzo e per confessarlo a suo agio, fu con lui cortesissima. Fabio

promise l'appoggio del padre per il protetto della signora e con

quella servilità che i romani della borghesia hanno nel sangue per

tradizione, e che li fa parere sempre clienti quando sono in faccia ai

principi, soddisfece pienamente la curiosità di donna Camilla.

--Venga dopo il ricevimento,--gli disse nel congedarlo e stringendogli

la mano,--e si rammenti che voglio saper tutto; chi c'era, di che

cosa si è parlato, com'erano vestite le signore; io sono curiosa e mio

marito e così parco di parole ora che ha tanti affari per il capo.

Fabio capì benissimo che la curiosità della principessa della

Marsiliana nascondeva una grande gelosia, e non potendo essere quello

che voleva per il principe, ora che Ubaldo rappresentava presso di lui

la prima parte, si propose di mantenere desta quella curiosità, di

dirle quel tanto che poteva renderlo indispensabile a donna Camilla,

senza tradir mai un segreto, senza mai compromettersi.

Egli aveva giudicato sinistramente Maria fino dal primo giorno;

l'aveva creduta complice del marito nei raggiri e nelle astuzie, e

riteneva che quella sincerità di cui ella faceva vanto non fosse altro

che un mezzo per meglio accalappiare la gente. Non sapeva nulla del

passato di lei, dei suoi sacrifizi, della sua grande virtù, ed era

convinto che ora ella si valesse della sua bellezza per rendere il

marito onnipotente presso don Pio. Fabio non aveva l'intelletto del

cuore; gli mancava la finezza del sentimento e la fede nella onestà

assoluta. Tutto era relativo per lui, e pur essendo persuaso che Maria

non accordava nulla al principe, riteneva che ella fosse onesta con

lui soltanto per meglio dominarlo.

Egli spiava di continuo la bella donna perchè voleva impossessarsi di

un segreto, credendo che il possesso di un segreto sia sempre un

capitale che un giorno o l'altro si può rendere fruttifero, e quella

sera della festa, appena potè abbandonare il suo posto di ricevimento,

non la perdè un momento di vista, ora col pretesto di aiutarla nel

dare il thè, ora per mantenersi vicino alle signore che le facevano

corona.

Don Pio, dopo il concerto al quale presero parte i due massimi maestri

di Roma e le prime donne in voga, nonchè Maurel, Maurel che

entusiasmava nell'_Amleto_, si accostò a Maria e le presentò i suoi

colleghi della Camera, con i quali era rimasto a parlare tutta la

sera.

--Che cosa divina è mai la musica!--esclamò la bella creatura parlando

al principe Buontalenti e al duca di Sermano,--io capisco quale

attrattiva abbia per il popolo. Tutte le altre arti vivono rinchiuse

negli studi, nei musei, nelle biblioteche, non sorridono altro che a

quelli che le amano, ma la musica si espande, si fa popolare e consola

tutti. Chissà quanti poveri non sono ora aggruppati qui sotto,

attirati dalle note soavi; chissà come essi tollerano meglio la loro

miseria stanotte e come domani essi vedono la vita meno triste!

Ella parlava presto presto, quasi le parole le volassero dalle labbra

per andarsi ad annidare nel cuore di chi l'ascoltava.

Don Pio era tutto occhi e tutt'orecchi.

--A Roma, a Milano la musica è un godimento dei ricchi, ma da noi a

Venezia, e, come mi dicono, anche a Napoli, è un godimento per tutti;

si canta nelle strade, si canta in gondola, si fanno serenate sotto

gli alberghi; i ricchi pagano, ma il popolo gode.

--Che ne direbbe,--domandò don Pio fissandola,--se uno di questi

ricchi avesse in animo di costruire un teatro popolare, dove si

dessero la opere italiane specialmente e dove un grande lubbione

permettesse al popolo di udirle pagando venti o trenta centesimi?

--Direi,--rispose Maria.--che quel ricco è un benefattore, un uomo che

capisce la carità meglio di tanti filantropi.

--Ed io voglio essere quel banefattore,--rispose don Pio,--Fra un

anno, qui accanto, dove ora non sono altro che macerie, sorgerà un

teatro popolare e lei avrà il vanto di avermi suggerito quest'opera di

carità.

Tutti approvarono il disegno del principe, tutti fecero plauso alla

sua idea, e un momento dopo nelle sale della _Stampa_ non si parlava

d'altro che del principe della Marsiliana e del nuovo teatro.

--Come si deve chiamare?--domandò il principe a Maria quando gli elogi

furono cessati.

--Come vuole; il nome non fa nulla.

--Lo chiameremo "La Fenice" in memoria della sua Venezia,--rispose il

principe.

Fabio ebbe cura che i servi portassero subito lo _champagne_ e si

bevve al nuovo teatro, al principe ed alla bella madrina.

--Io spero,--le disse il principe a bassa voce,--che ella accetterà un

palco in quel teatro e che io potrò farglielo addobbare in modo che

ella si creda lì nel suo salotto e possa ricevervi i suoi amici.

--Sarà il palco della _Stampa_,--rispose Maria, che aveva sempre

l'abilità di schivare le attenzioni troppo premurose del principe, e

sapeva tenerlo a distanza, senza offenderlo.

In quel momento venne a far circolo alla bella signora una folla

d'invitati che erano nelle altre stanze, e una piccola francese, molto

vivace e molto intelligente, che cercava dopo la morte del marito di

conservare la posizione che egli avevale fatto, dandosi per

protettrice delle arti e del giornalismo, prese le mani di Maria e le

disse:

--Mia cara, mi hanno detto che a lei si deve se il principe si è

impegnato formalmente a costruire un teatro; non poteva essere altri

che la figlia di quel caro Rossetti, una creatura che ha imparato ad

amar l'arte nascendo, che si faceva protettrice delle arti.

--Lei conosce mio padre?--domandò Maria con premura.

--Lo conosco, e col povero Filippo--(Filippo Mariani era il defunto

marito che la signora Adriana nominava venti volte al giorno)--e col

povero Filippo abbiamo spesso visitato il suo studio. Suo padre è un

artista del vecchio stampo, un vero artista italiano nel senso più

bello della parola, e io sono lieta di veder qui a Roma la figlia di

lui.

Tutto questo era detto a voce alta, e a un tratto il povero Rossetti,

che era un Carneade per tutti i conoscenti di Mario, divenne, mercè le

lodi della vedova del grande conoscitore d'arte, un artista di

prim'ordine. La signora Adriana Mariani sapeva, come tutti, dell'amore

che Maria aveva ispirato al principe, e lodando lei voleva adulare chi

la amava.

Maria, bella e cortese com'era, non fu da quel momento conosciuta

soltanto come la moglie del signor Caruso; ebbe anche lei il suo

patriziato artistico, non fu più una ignota sbalzata a Roma dalla

incerta posizione del marito, fu la figlia di un artista di merito.

VIII.

Il Principe della Marsiliana Romanzo romano · 第 5 / 13 段