era mai uscita da Venezia, non aveva mai lasciato passare un giorno
senza andare a casa dei suoi, e ora doveva abbandonare la città, che
era il suo mondo, la famiglia che adorava. Nonostante, non importunò
Ubaldo con i suoi rammarichi e le sue lagrime. Ella ubbidì senza
lamentarsi, poichè l'ubbidienza era la sua virtù, e poichè credeva che
la moglie non dovesse avere altra volontà che quella del marito.
A Milano, Ubaldo prese un bel quartiere in via Brera, lo ammobiliò con
eleganza, volle che la moglie si vestisse bene, e per i primi tempi
non fece altro che le corrispondenze per _Il Tempo_ di Venezia. Questa
sua qualità di corrispondente lo mise in rapporto con molti
giornalisti; si seppe presto che aveva un piccolo patrimonio e una
bellissima moglie, e la sua casa divenne un punto di ritrovo. Tutti
gli facevano delle cortesie, era invitato, aveva continuamente palchi
per i teatri ed ebbe anche l'offerta di entrare nella redazione della
_Gazzetta di Lombardia_, giornale pettegolo che basava la sua
diffusione sullo scandalo, ma che non viveva floridamente e cercava
sempre il mezzo per tirare avanti un altro trimestre. Ubaldo Caruso
accettò l'offerta e fu ben lieto di poter scrivere di politica e di
non sentirsi più chiamare cronista. Però ebbe a pagare a caro prezzo
quella soddisfazione. Nei giorni di bisogno il direttore della
_Gazzetta_ ricorreva a lui, gli faceva credere che presto gli avrebbe
potuto restituire la somma che gli chiedeva, portando a termine questa
o quella combinazione finanziaria, e Ubaldo dava senza lesinare,
cullandosi nella speranza che alla fine il giornale gli sarebbe
rimasto. E su quella speranza basava tutti i calcoli per l'avvenire,
si vedeva diventato di punto in bianco un uomo influente, un uomo che
i ministri dovevano trattare da pari a pari, che dirigeva l'opinione
pubblica, aveva influenza sulle elezioni e poteva aspirare a tutto.
Un giorno la _Gazzetta di Lombardia_, gli rimase infatti, perchè il
direttore non sapeva come tirare più avanti e non poteva rendere al
Caruso le somme prese in prestito da lui.
Quel giorno per Ubaldo fu un giorno di gioia, seguito da molti di
grande amarezza. Egli tenne gli antichi redattori per avere il piacere
di farla da direttore e proprietario con quelli che erano stati suoi
colleghi, e dette al giornale un carattere di opposizione al governo,
al municipio, alle autorità, sperando di farsi ascoltare, e, sonando
sempre a vituperio, di reclutare lettori in tutta la grande falange
dei malcontenti.
Ma questo calcolo, che è giusto quando un giornale si appoggia a un
partito, e ha molti mezzi per parare i colpi che gli vengono dal
governo e dal suoi sostenitori, è sbagliato quando un giornale non ha
base politica, non è sostenuto da nessuno, è povero e chi lo dirige
non conosce l'arte del ricatto che sfugge all'azione del Codice
penale.
Le poche migliaia di lire che restavano ad Ubaldo furono inghiottite
in breve tempo dalle spese quotidiane, dai processi per diffamazione,
da tutto quel patrimonio di passività che il vecchio direttore aveva
lasciato come sola eredità al nuovo.
Ubaldo, non sapendo come rimediare, si dette a giocare alla Borsa;
ebbe da principio la disgrazia di vincere, giocò allora con più
ardore, perdè, perdè sempre, perdè tanto che a una liquidazione a fine
mese non potè pagare le differenze e fu affisso alla Borsa. Senza
credito, senza mezzi, senza il giornale, non sapendo a qual partito
appigliarsi, fece le valigie e andò in Svizzera lasciando a Milano la
moglie e il bambino, che eragli nato da poco più di un anno.
La dolce creatura, che aveva sopportato così serenamente la miseria
nella casa paterna, non ebbe una parola di rimprovero nè un pensiero
di biasimo per il marito che l'abbandonava. Lasciò che i creditori
prendessero tutto ciò che vi era in casa, e si ridusse a vivere in una
modesta cameruccia, benedicendo l'uomo che per cinque anni le aveva
procurato una esistenza comoda e avevale fatto conoscere i piaceri
della vita.
Prima di dar fondo alle poche centinaia di lire che ella
economizzando aveva messe da parte, cercò una occupazione. Sapeva
dipingere i fiori ed ebbe lavoro da una fabbrica di terraglie. Ma una
bella donna come Maria, che per qualche tempo tutti avevano veduta
alle prime rappresentazioni ai teatri, alle inaugurazioni e a ogni
festa ove il giornalismo è invitato, non sparisce senza che qualcuno
non s'informi di lei, non sparisce senza essere rimpianta. Molti amici
del marito la cercarono, seppero dove stava, che vita sacrificata ella
faceva e vollero aiutarla e consolarla, ma ella onesta com'era,
respinse sdegnosamente tutte le offerte, cercò di sottrarsi a ogni
persecuzione e lavorò sperando in giorni migliori.
Ubaldo, dopo aver passato alcuni mesi molto travagliati in Isvizzera,
ottenne da certi parenti ricchi, che aveva a Livorno, i mezzi per
andare a Parigi sperando di divenire colà il corrispondente di qualche
giornale italiano, e dopo lungo attendere vi riuscì mercè la sua
pertinacia. Ma appena ottenuta quella occupazione egli si lasciò
trascinare a far vita dispendiosa, giocò, si indebitò di nuovo fino
agli occhi e dovette lasciare Parigi, come aveva lasciato Milano, e
venne diritto a Roma, dove capita tutta la gente che non sa che cosa
fare altrove; venne a Roma senza mezzi, ma ricco di esperienza
acquistata, e ricominciò la vita del corrispondente.
Non era un bello scrittore, ma l'amarezza, il fiele che lo rodevano,
lo spingevano a raccogliere tutte le voci che potevano recar disdoro a
qualche personalità spiccata, a macchiare qualunque individuo o
istituzione. Egli fu presto conosciuto nei ritrovi serali dei
corrispondenti al telegrafo; le sue corrispondenze furono lette, ebbe
dei duelli con esito favorevole per lui, e fu temuto e guardato dai
compagni come un flagello, del quale sarebbe stato opportuno di
liberarsi, senza saper come.
I modesti guadagni che faceva non bastavano ad appagare le sue
abitudini costose e così cercò di mischiarsi in qualche affare, fece
acquistare dei terreni, ma ancora non era pago e cercava, cercava
sempre il mezzo di far fortuna, quando credè di averlo trovato la sera
della cena elettorale di don Pio. Capì che nel principe l'ingegno era
molto inferiore all'ambizione, e che le forze non gli sarebbero
bastate per farsi eleggere e poi per sostenere da solo il mandato, e
sognò di rendersi indispensabile a lui, di essere la sua mente,
l'anima di quell'uomo, che parevagli soltanto un fantoccio animato
dalla vanità. Fabio lo aiutò mirabilmente proponendo l'acquisto del
giornale.
In quei due anni Ubaldo si era poco rammentato della moglie. Egli
sapeva che la povera donna lo avrebbe amato sempre e che la sua onestà
l'avrebbe protetta da qualsiasi pericolo. Qualche volta a Parigi
uscendo la mattina da una casa di giuoco dopo aver guadagnato alcuni
rotoli di monete d'oro, era andato al telegrafo e aveva mandato alla
moglie qualche centinaio di lire. In quell'ora triste gli pareva di
vedere la sua bella Maria intenta a dipingere terraglie, stanca,
assonnata, e quella visione non gli dava tregua finchè il telegramma
non era partito; poi non pensava più a lei, afferrato di nuovo
nell'ingranaggio delle preoccupazioni incessanti.
Ora l'aveva ritrovata sempre bella e serena, senza che dalla bocca di
lei fosse uscita una parola di rammarico per quei due anni di
abbandono. E appunto quella dolcezza di cui ella dava prova aveva
intenerito il cuore cinico del marito, che, rivedendola, se ne era
incapricciato come prima di sposarla. Ma ora ella non ispiravagli
soltanto un rinnovamento di desiderio; gl'incuteva anche rispetto,
rispetto per la sua onestà e per il suo dolce animo femminile, ed egli
la circondava di un culto, credeva in lei come si crede in una idea
incarnata in una persona.
Egli non volle in quel momento di confusione prolungare l'impaccio di
Maria e prese il cappello per uscire insieme con lei, quando donna
Teresa, che aveva osservato a distanza la bella creatura, le si
avvicinò e dissele:
--Io non ho il bene di conoscerla, ma dopo i discorsi che ho inteso
fare non posso ignorare che ella è la moglie del signor Caruso; perchè
invece di toglierci suo marito, non accetta ella pure il nostro
invito?
Merla arrossì e alzò i suoi occhioni in faccia al marito.
--Dal momento che la signora duchessa è così cortese di pregarti,
accetta pure,--le disse Ubaldo.
In quel momento entrò correndo l'onorevole Carrani, gettò il cappello
sopra una sedia e stendendo la mano al principe, esclamò:
--Dunque la posso chiamare collega, dunque abbiamo vinto, vinto,
stravinto! Sa che il presidente del Consiglio è su tutte le furie, che
ha chiamato il Prefetto e il Questore e li ha rimproverati del loro
poco zelo? Ora _La Stampa_ diverrà il primo giornale d'Italia, e
l'avvenire è nelle nostre mani.
L'onorevole Carrani parlava con impeto, aveva le movenze pronte e il
corpo singolarmente agile e smilzo. Negli occhi gli brillava
l'intelligenza e sulla bocca aveva sempre un sorriso sardonico e
iroso. Ora l'idea di aver procurato una pena al presidente del
Consiglio, che odiava perchè lo aveva voluto escluso dal rimpasto
ministeriale, qualificandolo come elemento di disordine, lo consolava
di molte amarezze ingoiate con rabbia, e la speranza di combatterlo
con piena libertà nel giornale di cui era l'anima, la speranza di
abbatterlo un giorno e di esser presidente in sua vece, lo ubriacava
quasi.
--L'onorevole Carrani,--disse il principe presentando l'uomo politico
alla madre e alla signora Caruso, che erano rimaste a parlare insieme.
--Spero che ella pure vorrà pranzare con noi; stasera è un pranzo
giornalistico e tutti quelli che hanno contribuito all'elezione di Pio
debbono bevere lo _champagne_: via, signore, andiamo a metterci a
tavola.
La duchessa Urbani infilò il braccio in quello dell'onorevole Carrani,
mentre don Pio offriva il suo a Maria e s'incamminava prima
attraverso il cortile e poi su per le scale.
Donna Camilla, leggendo un libro di preghiere, aspettava nell'ampia
sala da pranzo. Nel sentire aprire la porta si alzò e fece alcuni
passi, ma alla vista di tutta quella gente rimase perplessa, e alzò in
faccia al marito uno sguardo freddo e interrogativo.
--La signora Caruso,--disse don Pio per tutta risposta.--Sono eletto e
ho invitato tutti coloro che mi hanno aiutato in questo lavoro
d'Ercole.
--Io non ho fatto nulla,--disse Maria inchinandosi dinanzi alla
principessa, che la salutò freddamente.
La duchessa presentò alla nuora l'onorevole Carrani, ed ella appena
chinò la testa dinanzi a lui.
Intanto i servitori, diretti dal maestro di casa, avevano
apparecchiato per i quattro invitati e dopo cinque minuti don Pio
conduceva a tavola Maria, faceva sedere il Carrani fra la madre e
donna Camilla, e indicava al Rosati il posto in mezzo alla moglie e
alla signora Caruso, ponendosi a fianco Ubaldo, che rimaneva collocato
così fra lui e la duchessa.
A don Pio se mancava la cultura seria, non mancava però la perfetta
educazione e la scienza di saper ricevere e di fare con garbo squisito
gli onori di casa. Nessuno si sentì a disagio quella sera a pranzo a
casa Urbani, neppure Maria, che metteva per la prima volta il piede in
una casa aristocratica e conosceva allora tutta quella famiglia. La
duchessa pure sapeva ricondurre la conversazione sugli argomenti che
potevano interessare il Carrani e il Caruso, e avendo sentito
dall'accento che Maria era veneziana, le parlava con entusiasmo di
Venezia lodando la grazia e la cortesia delle donne di quella città.
L'intelligenza della duchessa, il suo talento d'assimilazione, che è
un dono di razza e che quasi tutti i gran signori possedono, le teneva
luogo di coltura, e, ragionando di politica, d'arte, di affari, ella
non si trovava mai a corto di parole e d'idee; quella sera, in cui
voleva fare effetto su tante persone nuove, seppe far valere tutte le
sue qualità e destò un vero entusiasmo nel Carrani, nel Caruso e in
Fabio Rosati, col quale aveva avuto frequenti abboccamenti nei giorni
antecedenti.
Don Pio non badava alla madre; egli era sotto il fascino della
bellezza di Maria, della sua freschezza d'impressioni, di quella
maniera ingenua e schietta di esprimerle, di quella grazia che fa
delle veneziane le donne più attraenti d'Italia. Tutti erano lieti a
quella tavola, tutti lo dimostravano. Lieti dell'avvenimento della
giornata, lieti di quella improvvisata, lieti dei discorsi scambiati,
meno che donna Camilla. Pareva che ella non capisse ciò che dicevano,
non le importasse di nulla, che biasimasse l'allegria, e l'occhio
freddo di lei si staccava a stento dal piatto. Rispondeva con
monosillabi se interrogata, e pareva che col suo contegno freddo e
compassato dicesse ai convitati: "Stasera vi tollero perchè mi siete
imposti, ma non siete miei pari e non ho nulla di comune con voi." La
freddezza della principessa della Marsiliana non alterava per altro la
generale allegria. Si beveva e si parlava senza badare a lei, e la
banda, accorsa nel cortile del palazzo, suonava un pezzo dopo l'altro
sperando di avere un bel regalo dal principe, mentre Ubaldo esponeva
la necessità di dare un grande sviluppo alla _Stampa_, di farne un
giornale pieno di notizie telegrafiche dalle capitali estere e dalle
città italiane, un giornale che non avesse rivali per informazioni.
Con molta chiarezza egli esponeva il suo piano. _La Stampa_ doveva
accogliere tutte le lagnanze, tutte le accuse contro le
amministrazioni pubbliche. Anche se poi fosse costretta a smentirle,
pure la sfiducia restava negli animi e bisognava sopratutto sfiduciare
il paese, assuefarlo a dubitare del governo e degli uomini che erano
al potere, se si voleva rovesciarli e portare al timone un partito più
spinto di cui il rappresentante non poteva essere altri che
l'onorevole Carrani.
Il deputato progressista approvava naturalmente le parole di Ubaldo ed
egli continuava nella sua esposizione.
_La Stampa_, egli diceva, doveva penetrare in tutti i paesi di
provincia, e questo si poteva ottenere interessandosi a tutte le
questioni locali, questioni di elezioni comunali, questioni di abusi
di funzionari pubblici, pettegolezzi. Doveva inoltre e sempre
sostenere tutti i membri dei partito progressista e radicale...
--Radicale!--esclamò la duchessa.
--Sì,--rispose Ubaldo inchinandosi,--perchè oggi siamo progressisti,
poichè questo partito, fra quelli ammessi, è il più avanzato; ma
domani possiamo essere radicali, se il partito radicale acquista
terreno, distrugge la sfiducia che hanno in esso tutte le persone
d'ordine...
--Come me,--osservò scherzando la duchessa.
E l'Ubaldo ridendo a denti stretti, rispose:
--Precisamente.
--Sfiducia che io non divido,--osservò l'onorevole Carrani, che era
accusato appunto dalle persone d'ordine, di far l'occhiolino a quel
partito.
--In fatto di religione,--continuò Ubaldo accomodandosi la lente e
senza badare alle occhiatacce che gli lanciava Fabio,--bisogna
combattere il Papato con le stesse armi con cui si combatte il
governo; far morire la fede screditando chi la predica.
La principessa della Marsiliana, cui nessuno fino a quel momento aveva
badato, si era alzata, e, inchinando leggermente la testa, pallida in
volto come una morta, si avviava per uscire.
--Camilla!--disse il principe con voce di rimprovero.
Fabio Rosati era balzato in piedi e accompagnava la principessa, senza
che ella neppur lo guardasse. Un servo corse a spalancare la porta e
la richiuse dietro a lei.
--Mio Dio, che cosa ho mai detto?--domandò Ubaldo guardando in faccia
tutti i commensali.
--Niente, niente di male,--rispose il principe ridendo col suo riso
cinico.--Lei ha dato argomento alla principessa per dieci confessioni
e per altrettanti esercizi spirituali.
--Continui a esporre il suo programma,--disse la duchessa che
ascoltava attentamente.
Maria, turbata dalla scena muta di donna Camilla, da quell'atto di
scortesia fatto agli invitati, era impallidita e aveva guardato il
principe in atto supplichevole.
--Scusi,--le disse don Pio sottovoce stringendole la mano,--tutti
abbiamo una afflizione da portare, io ho quella,--e volgeva l'occhio
alla porta dalla quale donna Camilla era uscita.
--Poveretto!--disse Maria, non sapendo bene se il principe con quella
confessione voleva alludere allo stato mentale della principessa, o
alle esagerate opinioni clericali di lei. Ma il dubbio le entrò
nell'animo che donna Camilla fosse pazza.
--Inoltre,--continuò Ubaldo,--noi dobbiamo accaparrarci gran numero di
lettori solleticando anche le passioni.
--Come sarebbe a dire?--domandò la duchessa che non perdeva una
parola.
--Le passioni letterarie,--soggiunse Ubaldo,--e questo si potrà
ottenere accaparrando lo scrittore più in voga, che pagheremo
lautamente e che scriverà quello che gli parrà. Presentato dal
principe egli potrà entrare in tutti i salotti romani. Potrà vedere
quello che nessun giornalista vede: svelare Roma aristocratica, Roma
vera a tutti gli italiani, e quella cronaca avrà per il borghesuccio,
per l'impiegato, per il provinciale una singolare attrattiva. In
quanto a romanzi, si debbono pubblicare soltanto quelli di Zola.
--Saranno molto istruttivi per le ragazze e i ragazzi
specialmente!--disse la duchessa ridendo.
--Non fa nulla, la nuova generazione è assuefatta a saper tutto, a non
scandalizzarsi di nulla. Ora è una ipocrisia quella di far credere che
i ragazzi e sopratutto le ragazze non sanno; esse sono più istruite di
noi; la _Stampa_ deve distruggere tutte le ipocrisie.
--Il mio amico Ubaldo ha perfettamente ragione ed ha capito la
missione di un giornale d'opposizione come nessuno l'ha capita fin
qui,--disse l'onorevole Carrani.
Era la prima volta che Ubaldo ai sentiva chiamare amico
dall'ex-ministro e gongolò dentro di sè, mentre col capo ringraziava
dell'approvazione.
--Ma questo giornale costerà sette o ottocento mila lire
l'anno!--disse la duchessa che aveva una speciale disposizione per il
calcolo e una grande pratica di affari.
--Se costasse anche un milione,--rispose Ubaldo,--questa somma non
sarebbe gettata. _La Stampa_ fra un anno tirerà centomila copie,
incasserà duecentomila lire dalla quarta pagina, permetterà al suo
proprietario di partecipare a tutte le grandi combinazioni finanziarie
e sarà sostenuta dal partito.
--Il nostro è povero,--osservò l'onorevole Carrani.
--È povero ora, ma non sarà più tale fra sei mesi. Noi ci varremo
delle vacanze parlamentari per acquistar diffusione, avremo un
redattore in ogni luogo di bagni, in ogni stazione climatica, e,
mentre ci accaparreremo i lettori fra il pubblico ricco e ozioso,
troveremo mezzo di scovare una questione, o più questioni, che destino
una eco fra gli italiani di tutte le province; per esempio, chiederemo
l'abolizione della tassa sul sale, commoveremo il pubblico col quadro
della miseria dei poveri pescatori dell'Adriatico e del Tirreno,
costretti a fare il contrabbando di quell'alimento necessario pur non
mangiare i fagioli senza sale; faremo il quadro dei miseri abitanti
del Veneto, obbligati a mangiare la polenta sciocca, cotta nell'acqua;
parleremo della pellagra, della scrofola, di tutti i mali che nascono
da quella privazione, e tanto faremo, tanto tempesteremo che al
riaprirsi della Camera dovrà farsi una crisi, e se il vecchio canuto,
che ora la fa da dittatore, dovrà conservare la presidenza del
Consiglio, dovrà accogliere nel seno del gabinetto degli uomini, che
noi gl'imporremo, e allora il partito non sarà più povero, allora _La
Stampa_ avrà appoggi materiali.
--Ma lei è un Talleyrand!--esclamò la duchessa che non aveva perduta
una parola di quel discorso.
--No, signora duchessa, sono un ambizioso, senza mezzi e senza
capacità. Appartengo a una famiglia che si è arrabattata in ogni tempo
e in ogni luogo, non per conquistare beni ideali, ma per assicurarsi
l'agiatezza, e, come se la disdetta che pesa su questa famiglia
volesse esercitare su di me la sua legge di continuità, io sono stato
sempre schiacciato dalla mancanza di mezzi, dalla mancanza di coltura,
dalla mancanza di energia. Per questo io espongo a loro il mio
programma perchè se ne impossessino, perchè lo svolgano, e lo
applichino salvandolo dalle mie mani incapaci a tanto lavoro.
Ubaldo continuò:
--Lei, principe, ha i mezzi, ha l'intelligenza e ha l'energia,--disse
ninnando la testa con fare cortigianesco dinanzi a don Pio,--lei,
onorevole Carrani, ha la forza, la coltura, l'influenza. Io non sono,
e non voglio essere altro che lo sbozzatore di una colossale statua
moderna, loro sieno gli artefici che danno alla statua l'impronta
dell'arte, l'impronta del genio!
Alzò la coppa ricolma di _champagne_ e stese il braccio verso il
principe e verso l'onorevole Carrani. Tutt'e due cozzarono il
bicchiere e la duchessa accostò pure il suo a quello del signor Caruso
e degli altri. Maria, con gli occhi luccicanti dalla gioia esultava
vedendo il marito dar prova d'intelligenza, vedendolo ascoltato e
apprezzato da gente altolocata. Fabio solo taceva umiliato e il
sentimento della sua inferiorità gli metteva nell'animo una grande
tristezza. Aveva sognato di essere lo scalino del quale il principe si
sarebbe servito per salire, e invece vedeva un altro, più
intelligente, più esperto, più abile di lui, chinare la schiena
volonterosa e offrire a don Pio il mezzo d'inalzarsi.
Le lodi per il discorso di Ubaldo, per la chiarezza con cui vedeva il
lavoro da farsi e il premio da conseguire, non finivano più. Il
principe, l'ex-ministro, la duchessa bevvero alla salute di lui, poi
alla salute della bella signora Caruso, e rimasero lungamente a
parlare dopo aver preso il caffè. Don Pio, ora che la principessa
aveva abbandonato il campo, raddoppiava le attenzioni per Maria.
Scelse le più belle fra le rose che ornavano la tavola e gliene formò
un mazzo, e quando ella disse al marito che era ora di andare a casa,
don Pio ordinò che fosse attaccato il _coupé_, l'accompagnò fino in
fondo alle scale, e baciandole la mano con molta galanteria, le
domandò il permesso di andarla a visitare.
--Mia cara,--disse Ubaldo a Maria quando furono entrambi seduti nel
_coupé_ del principe della Marsiliana,--se non faccio fortuna è perchè
sono nato sotto una cattiva stella, o c'è qualche iettatore che mi ha
preso di mira.
--Come ti voglio bene!--gli disse la buona donna posandogli la testa
sulla spalla e pensando solo al trionfo del marito e non al suo.
Donna Camilla, che vegliava nella sua camera solitaria, che non si
coricava mai prima di aver sentito uscire Giorgio dalla stanza di don
Pio, attese anche quella sera inutilmente il marito, e divorando senza
piangere la rabbia che provava per tutti quei cambiamenti sopravvenuti
in casa Urbani negli ultimi giorni, per tutti quegli intrusi che erano
entrati nel palazzo, e soprattutto per quella bella creatura che
attirava tutta l'attenzione di don Pio e nella quale intuiva una
rivale, non potè dormire neppure quando fu sicura che tutti si erano
addormentati, e non potè pregare. Ella rimase tutta la notte alzata a
pensare all'avvenire che l'attendeva, un avvenire molto più triste del
passato, un avvenire di completa solitudine e di tremendo abbandono; e
spaventata dal quadro che la sua fantasia le poneva dinanzi agli
occhi, ripeteva a sè stessa stringendo i denti:
--Sono una Grimaldi, devo lottare, e per il nome che porto e per la
razza che rappresento, e non devo abbandonare il mio posto.
VI.
Sul di dietro del palazzo Urbani, e dove un tempo sorgeva un gruppo di
case destinato ai famigliari della antica casa, ora inalzavasi un
edifizio, nel quale il ferro e il cristallo rappresentavano una parte
importantissima. Le colonne, che servivano di ornamento fra una
finestra e l'altra, i terrazzi, i pilastri, tutto era in metallo,
mentre le immense superfici di cristallo, collocate una accanto
all'altra facevano somigliare quella casa a un acquario.