colore che tappezzavano i palazzi, le case, i monumenti di Roma e
formavano come una grande cintura intorno all'obelisco di
Montecitorio, erano frammisti molti cartelli che ammiravano la
trasformazione del giornale _La Stampa_. Quei cartelli informavano il
pubblico che il giornale ingrandiva il formato, portava il prezzo da
due a un soldo, avrebbe contenuto articoli d'insigni scrittori,
corrispondenze telegrafiche da tutte le parti del mondo, romanzi
novissimi; quei cartelli facevano molte altre promesse, che avrebbero
lasciato il pubblico indifferente, se fra tutta quella farragine di
innovazioni non avesse letto che il giornale trasferiva i suoi uffici
al pian terreno del palazzo Urbani. Quella notizia era molto
commentata e naturalmente si diceva che il giornale passava nelle mani
del principe della Marsiliana, che il principe aveva intenzione di
spendere l'osso del collo pur di farsi eleggere e poi divenire
ministro.
Nelle redazioni dei giornali i commenti erano più vivi ancora. Tutti i
redattori accaparrati dal Rosati per _La Stampa_, col patto di
rimanere per il momento al loro posto e stare zitti, parlavano del
giornale e del principe con molta simpatia; gli altri, che speravano
di trovare lavoro, di veder migliorate le loro condizioni, di essere
accaparrati, chi come cronista drammatico, chi come cronista musicale,
o che avevano un romanzo da vendere, approvavano l'impresa di don Pio,
e Fabio approfittava di quelle buone tendenze dei giornalisti,
invitava a colazione o a pranzo ora questo ora quello, e intanto
parlava della elezione del principe, insinuava che l'appoggiassero,
paralizzava gli attacchi ed era beato per quell'aureola d'influenza
acquistata a un tratto e per le diecimila lire guadagnate sul
contratto di vendita della _Stampa_, di cui un migliaio aveva
imprestato ai nuovi colleghi con molto accorgimento.
In mezzo a tutta questa gioia per una mèta raggiunta, Fabio non aveva
altro che una amarezza: Ubaldo Caruso. Quell'uomo che stava sempre al
fianco del principe, che già aveva presa la direzione del giornale, e
faceva la polemica accanita per sostenere l'elezione di don Pio e
enumerava ogni giorno i vantaggi che sarebbero nati per il Trastevere
dall'aver la stazione, quell'uomo era la bestia nera di Fabio. Con le
sue maniere striscianti, parlando poco, promettendo poco e lasciando
sperare molto, Ubaldo si era assicurato la collaborazione di un
ex-ministro di agricoltura, dei Carrani, uomo fegatoso, inviso al
presidente del Consiglio, ma venerato come capo da una numerosa
schiera di malcontenti di cui aveva sposato i risentimenti e i
rancori.
L'onorevole Carrani aveva capito qual partito politico trarre da un
giornale ricco, che gli avrebbe creato popolarità fuori del Parlamento
e influenza a Montecitorio, che gli avrebbe permesso di combattere a
oltranza il Governo e di profittare di una crisi per rientrare nel
Gabinetto, non più a rappresentare una parte secondaria, che non
avevagli servito altro che a stuzzicare la sua smodata ambizione e la
sua sete di dominio, ma a rappresentarvi una parte principale, come
ministro dell'interno e forse più. Considerando tutti questi vantaggi
il Carrani aveva dato ascolto alle parole di Ubaldo e aveva subito
preso a scrivere articoli pieni di fiele nella _Stampa_, scoprendo le
mene elettorali del governo in favore del candidato opposto a don
Pio, che era il ricco mercante di campagna de Petriis. Quel povero
Petriis era attaccato in ogni modo: nella sua vita economica come uomo
d'affari, che dava capitali a interesse un tantino illegale; come uomo
privato per le sue simpatie per una notissima donnina, che si offriva
un tempo alla borsa della galanteria per poche lire; come consigliere
comunale per la sua opposizione ad ogni spesa che avesse in mira
l'erezione di monumenti ai patrioti; come ex-deputato per il suo
mutismo durante due legislazioni. E siccome il de Petriis era uno di
quei romani, che non si commuovono per nulla, che hanno nel sangue
l'indifferenza propria dei popoli che hanno tutto udito, tutto veduto
e che sono convinti che tutto sia possibile in un mondo che varia,
come il cielo alle falde del Vesuvio, lasciava dire, e il Carrani non
cessava gli attacchi. E mentre da un lato Ubaldo faceva propaganda per
don Pio sostenendo l'idea della stazione in Trastevere, mentre Fabio
tratteneva gli attacchi della stampa di ogni partito interessando i
redattori dei giornali, il Carrani demoliva l'avversario del principe
con ogni mezzo, onesto o disonesto che fosse.
Don Pio non faceva nulla in tutto quel tramestio; egli pagava
soltanto, pagava lautamente. In una settimana aveva speso più di
centomila lire, ma siccome la duchessa, che per una antica
consuetudine aveva continuato ad amministrare il patrimonio, non gli
faceva osservazioni, egli non si curava di quella somma inghiottita in
così poco tempo dalla compra del giornale, dalle spese per manifesti,
per acquisto di voti; e baloccandosi col giornale, di cui con occhio
inesperto e curioso studiava l'ordinamento, ordinava mobili per la
redazione, faceva trasportare nelle sale a quelle destinate tutta la
ricca biblioteca di casa, e si lasciava persuadere da Ubaldo, col
pretesto che non era prudente per un giornale d'opposizione di
servirsi di una tipografia che non fosse propria, a ordinare motori,
macchine, caratteri e tutto ciò che è necessario per montare una
grande stamperia, che doveva esser collocata in un cortile interno del
palazzo, che già coprivasi a cristalli.
Il palazzo Urbani non aveva, da cinque secoli che era piantato sulle
sue fondamenta, veduto mai un via vai continuo come in quei giorni che
precedevano la elezione del principe, e sopratutto non aveva mai
veduto uno dei suoi proprietarii scender nelle cantine, conferire con
gli architetti, confabulare con gli accollatarii, e incitare gli
artigiani al lavoro come se fosse un assistente.
Stanco, egli giungeva in ritardo a colazione e a pranzo, e in presenza
della moglie parlava di continuo con la duchessa di quello che aveva
fatto e di quel che restavagli a fare per preparare al giornale un
comodo alloggio; e intanto esaminava gli articoli comparsi nella
_Stampa_, parlava degli attacchi degli altri giornali, attacchi come
di schermitori che tirassero in sala. Ogni tanto, per un affare
urgente, il Rosati e l'Ubaldo mandavano un biglietto al principe, ed
egli li faceva entrare, offriva loro un bicchiere di Bordeaux o una
tazza di caffè, e si parlava di giornalismo, di elezioni, di
probabilità di riuscita, e don Pio e la Duchessa prendevano il gergo
delle tipografie e delle redazioni, e donna Camilla muta, afflitta,
rimaneva estranea a tutti quei discorsi, a quella vita artificiale che
ferveva in casa Urbani, dimenticata da tutti, non destando simpatie in
alcuno, meno che in Fabio. Egli capiva la solitudine glaciale che
circondava la signora, e ogni tanto, nel fervore di un discorso, si
volgeva a lei dandole una spiegazione, cercando di associarla a quella
vita senza riuscirvi.
Donna Camilla continuava a tenere gli occhi bassi, a mangiare
lentamente, e appena riuscivale di schivarsi, se ne andava senza far
rumore. Così procederono le cose fino alla domenica, fino al giorno
delle elezioni.
V.
La domenica fissata per le elezioni don Pio non ragionava più e il
palazzo Urbani pareva diventato il quartier generale di un esercito di
popolani. Ogni momento entrava rumorosamente nel cortile una _botte_ e
scendeva da quella o il sor Domenico, l'oste di "Muzio Scevola", o
Scortichino, l'oste del San Francesco a Ripa, o un altro popolano
elettore del principe, e il principe riceveva tutti senza far fare
anticamera a nessuno, era prodigo di strette di mano, di sorrisi, di
incoraggiamenti, che inorgoglivano quei plebei ai cui occhi il
principe ingigantiva, perchè provavano il bisogno di inalzarsi essi
pure per opera di lui.
Tutti gli portavano le notizie delle elezioni. Dal seggio non si
moveva Fabio; egli sorvegliava la votazione, contava i votanti,
sapeva, aiutato dagli amici, chi votava per il candidato governativo e
chi per don Pio, per modo che poteva a un di presso fargli il
bollettino dei voti ora per ora. Se vedeva che qualcuno su cui
contava, tardava a giungere, se un gruppo dal quale aveva avuto
promesse di appoggio, non si presentava, spediva uno dei suoi aiutanti
di campo in cerca dell'individuo o del gruppo, e l'aiutante di campo
girava le osterie finchè non lo aveva trovato e poi tornava al seggio
trionfante.
Per quel servizio, Fabio Rosati aveva fissato dieci _botti_, aveva
pagato venti individui, e, calmo in apparenza, non dimenticava nulla,
e, sopratutto, pensava al principe e mezz'ora per mezz'ora gli spediva
qualcuno. Naturalmente la lotta era viva e in qualche momento la
bilancia pendeva in favore del de Petriis, qualche altro in favore del
principe. Il Governo aveva fatto consigliare ai suoi di votare per il
de Petriis, e quel battaglione ubbidiva alla consegna, mentre i
partigiani di don Pio, dispersi nelle osterie, dimostravano, al
momento dell'elezione, più simpatia per il vino, che pagavano con i
denari del principe, che per il principe stesso. Quelle dieci _botti_
non si fermavano un momento, e Fabio, con quei bollettini vari che si
succedevano a breve distanza, manteneva il principe in uno stato di
continua ansietà e lo faceva passare dalla speranza al timore.
Alle sette, all'ora del pranzo, il principe fu avvertito che la
minestra era in tavola, ma egli aspettava ancora il resultato
definitivo dello spoglio, e non pensava neppure a uscire dalla
redazione della _Stampa_, dove l'Ubaldo gli dava speranza, dove
continuavano affluire i suoi elettori per portargli le notizie. Verso
le otto la duchessa impaziente era scesa dal figlio, e quando Fabio
entrò di corsa nella stanza con le braccia alzate e gridando: "abbiamo
vinto!" la duchessa prese la testa di don Pio fra le mani e la baciò
con effusione, quindi stese la destra ad Ubaldo e la sinistra a Fabio,
dicendo loro:
--Se mio figlio è deputato, lo devo a voi due!
Il principe si contentò di sorridere; quella confessione non voleva
farla; l'orgoglio di razza si manifestava in lui potente appena gli
arrideva il successo, anche se sentiva che quel successo non era opera
sua.
--Perchè non andiamo a pranzo?--diss'egli alla madre.--È tardi, e
Rosati e Ubaldo debbono aver fame quanto me. Via, signori, salite!
--Grazie,--rispose umilmente Ubaldo.--Mia moglie è giunta ieri da
Milano e non sarebbe contenta se io mancassi oggi subito a desinare.
Dacchè era riuscito a farsi dare il posto di redattore-capo della
_Stampa_, l'Ubaldo aveva voluto cancellare tutto il passato che ognuno
avrebbe potuto rinfacciargli ogni momento, aveva voluto cancellare
almeno quello che si cancella, e aveva chiamato a Roma la moglie e il
figlio, e prendendo in affitto una casa di dipendenza del palazzo
Urbani, aveva preparato loro un quartiere semplice, ma comodo e da
persone per bene.
--La signora Caruso lo scuserà; si tratta di una giornata eccezionale;
la faccia avvertire da un usciere,--disse don Pio.
--L'ora del desinare è già passata da un pezzo e Maria starà in
pena,--rispose l'Ubaldo, che era ben lusingato di sentirsi pregare.
Fabio Rosati nascose un sorriso, fingendo di arricciarsi i baffi, che
non aveva, e quel sorriso non sfuggì a Ubaldo, il quale peraltro fu
subito distratto da quel pensiero vedendo entrare sua moglie, che,
accorgendosi della presenza di tanta gente, rimase inchiodata sulla
porta, senza sapere se doveva avanzarsi o retrocedere.
--Vieni, Maria,--dissele il marito, facendo con molta premura alcuni
passi verso di lei.--Mi scuserai del ritardo: capisco, il pranzetto
che mi avevi preparato è già guasto; è una giornata eccezionale, una
giornata di elezioni.
--Puoi venire adesso?--gli domandò la moglie con premura arrossendo
pel sentire tutti gli occhi fissi su di lei.
--Non credo, sono invitato; abbi pazienza per una sera.
Ella abbassò gli occhi mestamente come chi vede svanire una dolce
speranza lungamente accarezzata, e non disse parola.
Il principe vedendola, così afflitta andò a lei e le disse:
--Ero io che avevo pregato suo marito di passare con noi questa sera
di festa, questa sera della mia elezione alla quale ha tanto
validamente cooperato, ma se questo deve far dispiacere a lei,
rinunzio al piacere di pranzare con suo marito.
Maria alzò i suoi occhioni verdastri e cangianti come l'onda marina, e
arrossì di nuovo nel pensare a rispondere. Era una donnina modesta,
semplice e d'imponente non aveva altro che la maestosa persona dritta
ed elegante. Di cuore e di mente era una bambina ancora, una bambina
ingenua e fresca come una rosa, che la miseria, le privazioni e
l'abbandono del marito non avevano ancora sfiduciata.
Nata a Venezia nella povera casa di un pittore, che aveva l'ingegno
superiore alla capacità, nata in mezzo a una quantità di fratelli e
sorelle, ella si era assuefatta fino dall'infanzia a non temere le
privazioni e i disagi, a ritenerli quasi compagni costanti della vita
di un artista. Nella povera casa l'allegria e la serenità erano le
sole cose che non facessero difetto, e il padre sapeva tener viva
nella famiglia la fede in sè, la fede che un giorno o l'altro il suo
ingegno avrebbe trionfato, che un giorno o l'altro sarebbe venuto un
inglese, un russo o un principe tedesco, e avrebbe pagato a peso d'oro
i quadretti che ora vendeva quasi per nulla ai mercanti di oggetti
d'arte. Questa speranza e un culto per l'arte in tutte le sue
manifestazioni, salvavano i figli dall'abbattimento e mantenevano il
loro pensiero in una sfera che non era volgare. Benchè poco còlti,
essi avevano un gusto naturale per tutto ciò che era bello; la vista
di un bel quadro, l'udizione di un'opera, una visita in una chiesa o
in un palazzo sollevavano l'anima loro come una consolazione che a
tutti non è dato provare. In mezzo a quella bella e lieta famiglia,
Maria rifulgeva come una statua greca del secolo di Pericle in mezzo a
un gruppo di statue moderne, e la sua bellezza istessa, unita a una
grande dolcezza di carattere, la facevano l'idolo di tutti.
Ubaldo, nonostante che fosse di Pisa, paese dove non mancano i mezzi
d'istruzione, era stato mandato alla Scuola Commerciale di Venezia per
vedere se là riuscivano a fargli imparare qualcosa, come si mandano i
malati di petto da un clima in un altro con la speranza di salvar loro
la vita. Ma anche alla Scuola Commerciale studiò quanto aveva studiato
in patria, e, uscito da quell'Istituto, non volendo darsi al commercio
come il padre, rimase a Venezia facendo il dilettante giornalista e
imponendo alla famiglia gravi privazioni per mantenerlo in quella vita
di ozio costoso.
Bazzicando nella redazione di un giornale, frequentando il
palcoscenico dei teatri, andando ora qua ora là per fare il pezzetto
di cronaca, aveva preso una infarinatura di giornalista, aveva
annodate molte relazioni, e con questo fardello molto scarso si
lusingava di entrare davvero nel giornalismo, magari per la porta
umile del cronista, ma di entrarvi, e tanto fece che riuscì in
quest'intento. La pertinacia era l'unica virtù che egli veramente
possedesse; del resto, gli mancavano e il sentimento della famiglia,
l'operosità, il desiderio d'imparare, l'economia decorosa, qualità
tutte che sono la forza di chi discende da una schiatta di mercanti. I
suoi venivano da Gaeta; da un secolo circa erano andati ad esercitare
il commercio a Livorno e il padre di Ubaldo da quella città era
passato a Pisa, dove aveva sposata la figlia del proprietario di una
fabbrica di tessuti. Prima era divenuto direttore di quella fabbrica e
poi proprietario alla morte del suocero.
Il pittore Rossetti era spesso nelle redazioni dei giornali per
invitare i redattori a visitare i suoi quadri: il povero artista
sperava, facendo parlare di sè, di attirare nel suo studio quei ricchi
forestieri, dai quali attendeva la fortuna. Ubaldo Caruso ricevè un
giorno il Rossetti e lo assicurò che presto lo avrebbe visto allo
studio. Il Caruso era da poco nel giornalismo e non trascurava
occasione per farai conoscere, per obbligare quanti si rivolgevano a
lui; per questo si affrettò a mantenere la promessa e un dopopranzo,
terminata la cronaca, andò dal Rossetti.
Lo studio del vecchio artista era messo con un certo gusto; non vi
erano oggetti di valore, ma le stoffe antiche un po' sbrandellate
coprivano i muri, le porcellane di Venezia erano posate sui mobili
tarlati; e sui divani erano gettati dei tappeti turchi molto vecchi.
Tutte quelle tinte miti si fondevano in un tutto armonioso, che
accarezzava dolcemente l'occhio e faceva da cornice a una stupenda
figura di giovinetta che, seduta davanti all'artista, sopra un ripiano
di legno, servivagli di modella per una Desdemona.
Ella arrossì lievemente vedendo entrare un estraneo e sollevò il capo
dai guanciali che le facevano da sostegno.
--Il signor Caruso, redattore del _Tempo_,--disse il vecchio
stringendo la mano con effusione al giornalista.--Mia figlia minore,
la mia Maria.
Ubaldo gettò uno sguardo sul quadro, che rappresentava Desdemona in
atto di ascoltare il racconto delle battaglie di Otello, lo lodò
immensamente e disse che se quel quadro era riuscito così, era merito
non solo dell'autore di esso, ma anche della bellezza della signorina.
Il vecchio artista, lieto di quelle lodi prodigate all'opera sua e
alla figlia prediletta, non permetteva più che l'Ubaldo se ne andasse.
Con quella parlantina tutta propria dei veneziani, ei gli manifestava
le sue speranze, speranze che i disinganni non erano riuscite a
scemare, gli parlava con fede dell'arte, delle consolazioni che dà a
chi l'ama e la coltiva, e ripetevagli sempre:
--Che peccato che il signore non sia artista!
Il Caruso pareva che prestasse molta attenzione alle parole del
Rossetti, ma invece guardava molto la bella Maria, la quale lo
accompagnava nella visita allo studio strascinando sul pavimento un
vecchio vestito di antica stoffa gialla, che aggiungeva maestà alla
imponente figura di lei e ne faceva meglio risaltare i nerissimi
capelli chiusi nella reticella d'oro. Ella, al contrario del padre,
parlava pochissimo, ma la sua voce era così dolce, così carezzevole,
che chi l'udiva credeva sempre di sentire susurrare all'orecchio
parole affettuose, che scendevano dritte al cuore, e la parola ella
accompagnava con un abbassare così lento delle pesanti palpebre da far
credere a chi la guardava, che ella capisse il fascino che esercitava,
e quasi ne fosse vergognosa.
Ubaldo Caruso s'invaghì subito di Maria, e non potendo dirle quello
che gli ispirava perchè la ragazza non si scostava mai dal padre e
ogni tanto posavagli in atto carezzevole la testa sulla spalla, la
guardava di continuo e le faceva salire a vampe il rossore fino alla
fronte e alle orecchie.
Naturalmente l'Ubaldo scrisse il giorno dopo sul _Tempo_ un articolo
molto laudativo per il Rossetti e trovò modo di vantare la splendida
bellezza della figlia, che aveva servito di modella al quadro di
Desdemona. In redazione si burlarono molto di lui per l'ammirazione
tributata a un artista invecchiato nell'oscurità, ma i colleghi
dell'Ubaldo andarono allo studio del Rossetti e tutti rimasero
incantati della figlia. Intanto il pittore dedicò a colui che gli
aveva procurato tutte quelle visite di giornalisti una grande
riconoscenza. Non si sentiva più ignorato e questo lo doveva ad
Ubaldo, e glielo diceva e glielo dimostrava ammettendolo in casa sua,
in mezzo a quella numerosa e geniale figliolanza, dove la miseria non
era riuscita a offuscare la serenità e l'allegria.
Era d'autunno e a Venezia affluivano molti forestieri del Nord,
diretti a Nizza, a Cannes, a Roma e a Napoli. Mercè le preghiere
dell'Ubaldo, due altri cronisti parlarono del Rossetti e del suo
ultimo quadro, che fu venduto davvero a una signora russa, e l'artista
ottenne commissioni da altri forestieri.
La gioia del vecchio non ebbe limiti, come non ebbe limiti il suo
affetto per Ubaldo. Lo trattava come un figlio, come il suo figlio
prediletto, e non faceva altro che parlare di lui, mentre il giovane
approfittava della ospitalità accordatagli in casa Rossetti, per
dimostrare il suo amore a Maria, la quale accoglieva quegli omaggi
senza entusiasmo.
Non era amore, amore nel senso alto e nobile della parola, quello che
ella ispirava ad Ubaldo; era un capriccio, una passione sensuale che,
appunto per la impossibilità di esser soddisfatta, si faceva irritante
e prendeva del vero amore tutte le apparenze. In quella famiglia
onesta, dove le ragazze erano sempre circondate dai genitori e dai
fratelli, era impossibile pensare a una seduzione, e Maria, modesta e
onestissima, non avrebbe commesso mai un fallo, anche se fosse stata
dominata dall'amore, e amore non ne provava per Ubaldo, come non ne
aveva mai provato per nessuno. Era stata assuefatta a pensare che una
ragazza non deve amare altri che l'uomo che i genitori le presentano
come sposo; aveva veduto le sorelle inoltrarsi negli anni, senza mai
far parlare di se, senza mai soggiacere a una passione, serbando
sempre il cuore al marito, che un giorno speravano le avrebbe tolte
di casa per far di loro buone e oneste madri di famiglia, e Maria
voleva fare come le altre. Così quando Ubaldo le diceva alla sfuggita
qualche parola d'amore, ella abbassava le pesanti palpebre e
arrossiva, non già perchè il cuore fosse turbato da quelle parole, ma
perchè le parevano un insulto al suo pudore di donna. Ella non osava
rispondergli duramente, perchè divideva la gratitudine che il padre
aveva per lui, e capiva che quel benessere relativo di cui godevano
era opera di Ubaldo, capiva che se le speranze del vecchio e di tutta
la famiglia erano state una volta appagate, lo dovevano a lui, ma non
lo incoraggiava punto e si manteneva modesta e pudica come era stata
sempre.
Quel contegno e il vederla sempre irritavano la passione di Ubaldo per
Maria. Egli, dopo un anno di tentativi inutili per farsene una
innamorata, avevala chiesta al vecchio pittore il quale avevagli
detto:
--Ma prendila, prendila subito, è la più bella cosa che possiedo e
sono lieto di dartela.
Il Rossetti nel dir questo non aveva pensato alla famiglia di Ubaldo
la quale avrebbe dovuto farsi viva e mandare il consenso, e neppure
alla possibilità che Maria rifiutasse l'offerta.
Dalla parte di casa Caruso l'ostacolo fu appianato con una gita a Pisa
del figlio, il quale come tutti i figli unici ottenne il consenso
quando disse che se non poteva sposare Maria si sarebbe ucciso.
Dalla parte di Maria la resistenza fu più lunga e più seria. Una lotta
tremenda si combatteva in lei fra il desiderio di contentare il padre,
che tanto desiderava quel matrimonio, e la voce della fede che le
diceva di commettere una specie di sacrilegio sposando un uomo che si
burlava della religione e al quale sarebbe stata unita soltanto dal
vincolo di un contratto civile. Ubaldo si accorse che Maria con lui si
sarebbe mantenuta sempre sulla negativa, perchè non lo amava e non si
sarebbe mai lasciata intenerire dalle sue preghiere. Allora cessò
d'importunarla con suppliche e con lettere, e si mise alle costole al
padre, e tanto e così bene seppe raggirarlo, che un giorno il Rossetti
con le lagrime agli occhi supplicò la figlia di sposare Ubaldo. Maria
non seppe resistere e lo sposò, facendosi per altro giurare che le
avrebbe lasciato piena libertà di praticare la religione cattolica e
che i figli che sarebbero nati dalla loro unione avrebbero tutti avuto
il battesimo e sarebbero stati educati religiosamente.
Ubaldo promise tutto quello che Maria voleva, e Maria lo amò appena
sposatolo perchè ella era di quella pasta di donne che non sanno voler
bene che al marito. Per due anni quell'unione fu felice, ma poi, morto
il padre del Caruso e trovatosi Ubaldo possessore di alcune decine di
mila lire, lasciò il posto modesto occupato fino a quel giorno nella
redazione del giornale _Il Tempo_, e volle andare a Milano con la
speranza di trovar lavoro più lucrativo in quel campo più vasto del
giornalismo italiano.