Nella settimana precedente le elezioni generali, ai manifesti di ogni

colore che tappezzavano i palazzi, le case, i monumenti di Roma e

formavano come una grande cintura intorno all'obelisco di

Montecitorio, erano frammisti molti cartelli che ammiravano la

trasformazione del giornale _La Stampa_. Quei cartelli informavano il

pubblico che il giornale ingrandiva il formato, portava il prezzo da

due a un soldo, avrebbe contenuto articoli d'insigni scrittori,

corrispondenze telegrafiche da tutte le parti del mondo, romanzi

novissimi; quei cartelli facevano molte altre promesse, che avrebbero

lasciato il pubblico indifferente, se fra tutta quella farragine di

innovazioni non avesse letto che il giornale trasferiva i suoi uffici

al pian terreno del palazzo Urbani. Quella notizia era molto

commentata e naturalmente si diceva che il giornale passava nelle mani

del principe della Marsiliana, che il principe aveva intenzione di

spendere l'osso del collo pur di farsi eleggere e poi divenire

ministro.

Nelle redazioni dei giornali i commenti erano più vivi ancora. Tutti i

redattori accaparrati dal Rosati per _La Stampa_, col patto di

rimanere per il momento al loro posto e stare zitti, parlavano del

giornale e del principe con molta simpatia; gli altri, che speravano

di trovare lavoro, di veder migliorate le loro condizioni, di essere

accaparrati, chi come cronista drammatico, chi come cronista musicale,

o che avevano un romanzo da vendere, approvavano l'impresa di don Pio,

e Fabio approfittava di quelle buone tendenze dei giornalisti,

invitava a colazione o a pranzo ora questo ora quello, e intanto

parlava della elezione del principe, insinuava che l'appoggiassero,

paralizzava gli attacchi ed era beato per quell'aureola d'influenza

acquistata a un tratto e per le diecimila lire guadagnate sul

contratto di vendita della _Stampa_, di cui un migliaio aveva

imprestato ai nuovi colleghi con molto accorgimento.

In mezzo a tutta questa gioia per una mèta raggiunta, Fabio non aveva

altro che una amarezza: Ubaldo Caruso. Quell'uomo che stava sempre al

fianco del principe, che già aveva presa la direzione del giornale, e

faceva la polemica accanita per sostenere l'elezione di don Pio e

enumerava ogni giorno i vantaggi che sarebbero nati per il Trastevere

dall'aver la stazione, quell'uomo era la bestia nera di Fabio. Con le

sue maniere striscianti, parlando poco, promettendo poco e lasciando

sperare molto, Ubaldo si era assicurato la collaborazione di un

ex-ministro di agricoltura, dei Carrani, uomo fegatoso, inviso al

presidente del Consiglio, ma venerato come capo da una numerosa

schiera di malcontenti di cui aveva sposato i risentimenti e i

rancori.

L'onorevole Carrani aveva capito qual partito politico trarre da un

giornale ricco, che gli avrebbe creato popolarità fuori del Parlamento

e influenza a Montecitorio, che gli avrebbe permesso di combattere a

oltranza il Governo e di profittare di una crisi per rientrare nel

Gabinetto, non più a rappresentare una parte secondaria, che non

avevagli servito altro che a stuzzicare la sua smodata ambizione e la

sua sete di dominio, ma a rappresentarvi una parte principale, come

ministro dell'interno e forse più. Considerando tutti questi vantaggi

il Carrani aveva dato ascolto alle parole di Ubaldo e aveva subito

preso a scrivere articoli pieni di fiele nella _Stampa_, scoprendo le

mene elettorali del governo in favore del candidato opposto a don

Pio, che era il ricco mercante di campagna de Petriis. Quel povero

Petriis era attaccato in ogni modo: nella sua vita economica come uomo

d'affari, che dava capitali a interesse un tantino illegale; come uomo

privato per le sue simpatie per una notissima donnina, che si offriva

un tempo alla borsa della galanteria per poche lire; come consigliere

comunale per la sua opposizione ad ogni spesa che avesse in mira

l'erezione di monumenti ai patrioti; come ex-deputato per il suo

mutismo durante due legislazioni. E siccome il de Petriis era uno di

quei romani, che non si commuovono per nulla, che hanno nel sangue

l'indifferenza propria dei popoli che hanno tutto udito, tutto veduto

e che sono convinti che tutto sia possibile in un mondo che varia,

come il cielo alle falde del Vesuvio, lasciava dire, e il Carrani non

cessava gli attacchi. E mentre da un lato Ubaldo faceva propaganda per

don Pio sostenendo l'idea della stazione in Trastevere, mentre Fabio

tratteneva gli attacchi della stampa di ogni partito interessando i

redattori dei giornali, il Carrani demoliva l'avversario del principe

con ogni mezzo, onesto o disonesto che fosse.

Don Pio non faceva nulla in tutto quel tramestio; egli pagava

soltanto, pagava lautamente. In una settimana aveva speso più di

centomila lire, ma siccome la duchessa, che per una antica

consuetudine aveva continuato ad amministrare il patrimonio, non gli

faceva osservazioni, egli non si curava di quella somma inghiottita in

così poco tempo dalla compra del giornale, dalle spese per manifesti,

per acquisto di voti; e baloccandosi col giornale, di cui con occhio

inesperto e curioso studiava l'ordinamento, ordinava mobili per la

redazione, faceva trasportare nelle sale a quelle destinate tutta la

ricca biblioteca di casa, e si lasciava persuadere da Ubaldo, col

pretesto che non era prudente per un giornale d'opposizione di

servirsi di una tipografia che non fosse propria, a ordinare motori,

macchine, caratteri e tutto ciò che è necessario per montare una

grande stamperia, che doveva esser collocata in un cortile interno del

palazzo, che già coprivasi a cristalli.

Il palazzo Urbani non aveva, da cinque secoli che era piantato sulle

sue fondamenta, veduto mai un via vai continuo come in quei giorni che

precedevano la elezione del principe, e sopratutto non aveva mai

veduto uno dei suoi proprietarii scender nelle cantine, conferire con

gli architetti, confabulare con gli accollatarii, e incitare gli

artigiani al lavoro come se fosse un assistente.

Stanco, egli giungeva in ritardo a colazione e a pranzo, e in presenza

della moglie parlava di continuo con la duchessa di quello che aveva

fatto e di quel che restavagli a fare per preparare al giornale un

comodo alloggio; e intanto esaminava gli articoli comparsi nella

_Stampa_, parlava degli attacchi degli altri giornali, attacchi come

di schermitori che tirassero in sala. Ogni tanto, per un affare

urgente, il Rosati e l'Ubaldo mandavano un biglietto al principe, ed

egli li faceva entrare, offriva loro un bicchiere di Bordeaux o una

tazza di caffè, e si parlava di giornalismo, di elezioni, di

probabilità di riuscita, e don Pio e la Duchessa prendevano il gergo

delle tipografie e delle redazioni, e donna Camilla muta, afflitta,

rimaneva estranea a tutti quei discorsi, a quella vita artificiale che

ferveva in casa Urbani, dimenticata da tutti, non destando simpatie in

alcuno, meno che in Fabio. Egli capiva la solitudine glaciale che

circondava la signora, e ogni tanto, nel fervore di un discorso, si

volgeva a lei dandole una spiegazione, cercando di associarla a quella

vita senza riuscirvi.

Donna Camilla continuava a tenere gli occhi bassi, a mangiare

lentamente, e appena riuscivale di schivarsi, se ne andava senza far

rumore. Così procederono le cose fino alla domenica, fino al giorno

delle elezioni.

V.

La domenica fissata per le elezioni don Pio non ragionava più e il

palazzo Urbani pareva diventato il quartier generale di un esercito di

popolani. Ogni momento entrava rumorosamente nel cortile una _botte_ e

scendeva da quella o il sor Domenico, l'oste di "Muzio Scevola", o

Scortichino, l'oste del San Francesco a Ripa, o un altro popolano

elettore del principe, e il principe riceveva tutti senza far fare

anticamera a nessuno, era prodigo di strette di mano, di sorrisi, di

incoraggiamenti, che inorgoglivano quei plebei ai cui occhi il

principe ingigantiva, perchè provavano il bisogno di inalzarsi essi

pure per opera di lui.

Tutti gli portavano le notizie delle elezioni. Dal seggio non si

moveva Fabio; egli sorvegliava la votazione, contava i votanti,

sapeva, aiutato dagli amici, chi votava per il candidato governativo e

chi per don Pio, per modo che poteva a un di presso fargli il

bollettino dei voti ora per ora. Se vedeva che qualcuno su cui

contava, tardava a giungere, se un gruppo dal quale aveva avuto

promesse di appoggio, non si presentava, spediva uno dei suoi aiutanti

di campo in cerca dell'individuo o del gruppo, e l'aiutante di campo

girava le osterie finchè non lo aveva trovato e poi tornava al seggio

trionfante.

Per quel servizio, Fabio Rosati aveva fissato dieci _botti_, aveva

pagato venti individui, e, calmo in apparenza, non dimenticava nulla,

e, sopratutto, pensava al principe e mezz'ora per mezz'ora gli spediva

qualcuno. Naturalmente la lotta era viva e in qualche momento la

bilancia pendeva in favore del de Petriis, qualche altro in favore del

principe. Il Governo aveva fatto consigliare ai suoi di votare per il

de Petriis, e quel battaglione ubbidiva alla consegna, mentre i

partigiani di don Pio, dispersi nelle osterie, dimostravano, al

momento dell'elezione, più simpatia per il vino, che pagavano con i

denari del principe, che per il principe stesso. Quelle dieci _botti_

non si fermavano un momento, e Fabio, con quei bollettini vari che si

succedevano a breve distanza, manteneva il principe in uno stato di

continua ansietà e lo faceva passare dalla speranza al timore.

Alle sette, all'ora del pranzo, il principe fu avvertito che la

minestra era in tavola, ma egli aspettava ancora il resultato

definitivo dello spoglio, e non pensava neppure a uscire dalla

redazione della _Stampa_, dove l'Ubaldo gli dava speranza, dove

continuavano affluire i suoi elettori per portargli le notizie. Verso

le otto la duchessa impaziente era scesa dal figlio, e quando Fabio

entrò di corsa nella stanza con le braccia alzate e gridando: "abbiamo

vinto!" la duchessa prese la testa di don Pio fra le mani e la baciò

con effusione, quindi stese la destra ad Ubaldo e la sinistra a Fabio,

dicendo loro:

--Se mio figlio è deputato, lo devo a voi due!

Il principe si contentò di sorridere; quella confessione non voleva

farla; l'orgoglio di razza si manifestava in lui potente appena gli

arrideva il successo, anche se sentiva che quel successo non era opera

sua.

--Perchè non andiamo a pranzo?--diss'egli alla madre.--È tardi, e

Rosati e Ubaldo debbono aver fame quanto me. Via, signori, salite!

--Grazie,--rispose umilmente Ubaldo.--Mia moglie è giunta ieri da

Milano e non sarebbe contenta se io mancassi oggi subito a desinare.

Dacchè era riuscito a farsi dare il posto di redattore-capo della

_Stampa_, l'Ubaldo aveva voluto cancellare tutto il passato che ognuno

avrebbe potuto rinfacciargli ogni momento, aveva voluto cancellare

almeno quello che si cancella, e aveva chiamato a Roma la moglie e il

figlio, e prendendo in affitto una casa di dipendenza del palazzo

Urbani, aveva preparato loro un quartiere semplice, ma comodo e da

persone per bene.

--La signora Caruso lo scuserà; si tratta di una giornata eccezionale;

la faccia avvertire da un usciere,--disse don Pio.

--L'ora del desinare è già passata da un pezzo e Maria starà in

pena,--rispose l'Ubaldo, che era ben lusingato di sentirsi pregare.

Fabio Rosati nascose un sorriso, fingendo di arricciarsi i baffi, che

non aveva, e quel sorriso non sfuggì a Ubaldo, il quale peraltro fu

subito distratto da quel pensiero vedendo entrare sua moglie, che,

accorgendosi della presenza di tanta gente, rimase inchiodata sulla

porta, senza sapere se doveva avanzarsi o retrocedere.

--Vieni, Maria,--dissele il marito, facendo con molta premura alcuni

passi verso di lei.--Mi scuserai del ritardo: capisco, il pranzetto

che mi avevi preparato è già guasto; è una giornata eccezionale, una

giornata di elezioni.

--Puoi venire adesso?--gli domandò la moglie con premura arrossendo

pel sentire tutti gli occhi fissi su di lei.

--Non credo, sono invitato; abbi pazienza per una sera.

Ella abbassò gli occhi mestamente come chi vede svanire una dolce

speranza lungamente accarezzata, e non disse parola.

Il principe vedendola, così afflitta andò a lei e le disse:

--Ero io che avevo pregato suo marito di passare con noi questa sera

di festa, questa sera della mia elezione alla quale ha tanto

validamente cooperato, ma se questo deve far dispiacere a lei,

rinunzio al piacere di pranzare con suo marito.

Maria alzò i suoi occhioni verdastri e cangianti come l'onda marina, e

arrossì di nuovo nel pensare a rispondere. Era una donnina modesta,

semplice e d'imponente non aveva altro che la maestosa persona dritta

ed elegante. Di cuore e di mente era una bambina ancora, una bambina

ingenua e fresca come una rosa, che la miseria, le privazioni e

l'abbandono del marito non avevano ancora sfiduciata.

Nata a Venezia nella povera casa di un pittore, che aveva l'ingegno

superiore alla capacità, nata in mezzo a una quantità di fratelli e

sorelle, ella si era assuefatta fino dall'infanzia a non temere le

privazioni e i disagi, a ritenerli quasi compagni costanti della vita

di un artista. Nella povera casa l'allegria e la serenità erano le

sole cose che non facessero difetto, e il padre sapeva tener viva

nella famiglia la fede in sè, la fede che un giorno o l'altro il suo

ingegno avrebbe trionfato, che un giorno o l'altro sarebbe venuto un

inglese, un russo o un principe tedesco, e avrebbe pagato a peso d'oro

i quadretti che ora vendeva quasi per nulla ai mercanti di oggetti

d'arte. Questa speranza e un culto per l'arte in tutte le sue

manifestazioni, salvavano i figli dall'abbattimento e mantenevano il

loro pensiero in una sfera che non era volgare. Benchè poco còlti,

essi avevano un gusto naturale per tutto ciò che era bello; la vista

di un bel quadro, l'udizione di un'opera, una visita in una chiesa o

in un palazzo sollevavano l'anima loro come una consolazione che a

tutti non è dato provare. In mezzo a quella bella e lieta famiglia,

Maria rifulgeva come una statua greca del secolo di Pericle in mezzo a

un gruppo di statue moderne, e la sua bellezza istessa, unita a una

grande dolcezza di carattere, la facevano l'idolo di tutti.

Ubaldo, nonostante che fosse di Pisa, paese dove non mancano i mezzi

d'istruzione, era stato mandato alla Scuola Commerciale di Venezia per

vedere se là riuscivano a fargli imparare qualcosa, come si mandano i

malati di petto da un clima in un altro con la speranza di salvar loro

la vita. Ma anche alla Scuola Commerciale studiò quanto aveva studiato

in patria, e, uscito da quell'Istituto, non volendo darsi al commercio

come il padre, rimase a Venezia facendo il dilettante giornalista e

imponendo alla famiglia gravi privazioni per mantenerlo in quella vita

di ozio costoso.

Bazzicando nella redazione di un giornale, frequentando il

palcoscenico dei teatri, andando ora qua ora là per fare il pezzetto

di cronaca, aveva preso una infarinatura di giornalista, aveva

annodate molte relazioni, e con questo fardello molto scarso si

lusingava di entrare davvero nel giornalismo, magari per la porta

umile del cronista, ma di entrarvi, e tanto fece che riuscì in

quest'intento. La pertinacia era l'unica virtù che egli veramente

possedesse; del resto, gli mancavano e il sentimento della famiglia,

l'operosità, il desiderio d'imparare, l'economia decorosa, qualità

tutte che sono la forza di chi discende da una schiatta di mercanti. I

suoi venivano da Gaeta; da un secolo circa erano andati ad esercitare

il commercio a Livorno e il padre di Ubaldo da quella città era

passato a Pisa, dove aveva sposata la figlia del proprietario di una

fabbrica di tessuti. Prima era divenuto direttore di quella fabbrica e

poi proprietario alla morte del suocero.

Il pittore Rossetti era spesso nelle redazioni dei giornali per

invitare i redattori a visitare i suoi quadri: il povero artista

sperava, facendo parlare di sè, di attirare nel suo studio quei ricchi

forestieri, dai quali attendeva la fortuna. Ubaldo Caruso ricevè un

giorno il Rossetti e lo assicurò che presto lo avrebbe visto allo

studio. Il Caruso era da poco nel giornalismo e non trascurava

occasione per farai conoscere, per obbligare quanti si rivolgevano a

lui; per questo si affrettò a mantenere la promessa e un dopopranzo,

terminata la cronaca, andò dal Rossetti.

Lo studio del vecchio artista era messo con un certo gusto; non vi

erano oggetti di valore, ma le stoffe antiche un po' sbrandellate

coprivano i muri, le porcellane di Venezia erano posate sui mobili

tarlati; e sui divani erano gettati dei tappeti turchi molto vecchi.

Tutte quelle tinte miti si fondevano in un tutto armonioso, che

accarezzava dolcemente l'occhio e faceva da cornice a una stupenda

figura di giovinetta che, seduta davanti all'artista, sopra un ripiano

di legno, servivagli di modella per una Desdemona.

Ella arrossì lievemente vedendo entrare un estraneo e sollevò il capo

dai guanciali che le facevano da sostegno.

--Il signor Caruso, redattore del _Tempo_,--disse il vecchio

stringendo la mano con effusione al giornalista.--Mia figlia minore,

la mia Maria.

Ubaldo gettò uno sguardo sul quadro, che rappresentava Desdemona in

atto di ascoltare il racconto delle battaglie di Otello, lo lodò

immensamente e disse che se quel quadro era riuscito così, era merito

non solo dell'autore di esso, ma anche della bellezza della signorina.

Il vecchio artista, lieto di quelle lodi prodigate all'opera sua e

alla figlia prediletta, non permetteva più che l'Ubaldo se ne andasse.

Con quella parlantina tutta propria dei veneziani, ei gli manifestava

le sue speranze, speranze che i disinganni non erano riuscite a

scemare, gli parlava con fede dell'arte, delle consolazioni che dà a

chi l'ama e la coltiva, e ripetevagli sempre:

--Che peccato che il signore non sia artista!

Il Caruso pareva che prestasse molta attenzione alle parole del

Rossetti, ma invece guardava molto la bella Maria, la quale lo

accompagnava nella visita allo studio strascinando sul pavimento un

vecchio vestito di antica stoffa gialla, che aggiungeva maestà alla

imponente figura di lei e ne faceva meglio risaltare i nerissimi

capelli chiusi nella reticella d'oro. Ella, al contrario del padre,

parlava pochissimo, ma la sua voce era così dolce, così carezzevole,

che chi l'udiva credeva sempre di sentire susurrare all'orecchio

parole affettuose, che scendevano dritte al cuore, e la parola ella

accompagnava con un abbassare così lento delle pesanti palpebre da far

credere a chi la guardava, che ella capisse il fascino che esercitava,

e quasi ne fosse vergognosa.

Ubaldo Caruso s'invaghì subito di Maria, e non potendo dirle quello

che gli ispirava perchè la ragazza non si scostava mai dal padre e

ogni tanto posavagli in atto carezzevole la testa sulla spalla, la

guardava di continuo e le faceva salire a vampe il rossore fino alla

fronte e alle orecchie.

Naturalmente l'Ubaldo scrisse il giorno dopo sul _Tempo_ un articolo

molto laudativo per il Rossetti e trovò modo di vantare la splendida

bellezza della figlia, che aveva servito di modella al quadro di

Desdemona. In redazione si burlarono molto di lui per l'ammirazione

tributata a un artista invecchiato nell'oscurità, ma i colleghi

dell'Ubaldo andarono allo studio del Rossetti e tutti rimasero

incantati della figlia. Intanto il pittore dedicò a colui che gli

aveva procurato tutte quelle visite di giornalisti una grande

riconoscenza. Non si sentiva più ignorato e questo lo doveva ad

Ubaldo, e glielo diceva e glielo dimostrava ammettendolo in casa sua,

in mezzo a quella numerosa e geniale figliolanza, dove la miseria non

era riuscita a offuscare la serenità e l'allegria.

Era d'autunno e a Venezia affluivano molti forestieri del Nord,

diretti a Nizza, a Cannes, a Roma e a Napoli. Mercè le preghiere

dell'Ubaldo, due altri cronisti parlarono del Rossetti e del suo

ultimo quadro, che fu venduto davvero a una signora russa, e l'artista

ottenne commissioni da altri forestieri.

La gioia del vecchio non ebbe limiti, come non ebbe limiti il suo

affetto per Ubaldo. Lo trattava come un figlio, come il suo figlio

prediletto, e non faceva altro che parlare di lui, mentre il giovane

approfittava della ospitalità accordatagli in casa Rossetti, per

dimostrare il suo amore a Maria, la quale accoglieva quegli omaggi

senza entusiasmo.

Non era amore, amore nel senso alto e nobile della parola, quello che

ella ispirava ad Ubaldo; era un capriccio, una passione sensuale che,

appunto per la impossibilità di esser soddisfatta, si faceva irritante

e prendeva del vero amore tutte le apparenze. In quella famiglia

onesta, dove le ragazze erano sempre circondate dai genitori e dai

fratelli, era impossibile pensare a una seduzione, e Maria, modesta e

onestissima, non avrebbe commesso mai un fallo, anche se fosse stata

dominata dall'amore, e amore non ne provava per Ubaldo, come non ne

aveva mai provato per nessuno. Era stata assuefatta a pensare che una

ragazza non deve amare altri che l'uomo che i genitori le presentano

come sposo; aveva veduto le sorelle inoltrarsi negli anni, senza mai

far parlare di se, senza mai soggiacere a una passione, serbando

sempre il cuore al marito, che un giorno speravano le avrebbe tolte

di casa per far di loro buone e oneste madri di famiglia, e Maria

voleva fare come le altre. Così quando Ubaldo le diceva alla sfuggita

qualche parola d'amore, ella abbassava le pesanti palpebre e

arrossiva, non già perchè il cuore fosse turbato da quelle parole, ma

perchè le parevano un insulto al suo pudore di donna. Ella non osava

rispondergli duramente, perchè divideva la gratitudine che il padre

aveva per lui, e capiva che quel benessere relativo di cui godevano

era opera di Ubaldo, capiva che se le speranze del vecchio e di tutta

la famiglia erano state una volta appagate, lo dovevano a lui, ma non

lo incoraggiava punto e si manteneva modesta e pudica come era stata

sempre.

Quel contegno e il vederla sempre irritavano la passione di Ubaldo per

Maria. Egli, dopo un anno di tentativi inutili per farsene una

innamorata, avevala chiesta al vecchio pittore il quale avevagli

detto:

--Ma prendila, prendila subito, è la più bella cosa che possiedo e

sono lieto di dartela.

Il Rossetti nel dir questo non aveva pensato alla famiglia di Ubaldo

la quale avrebbe dovuto farsi viva e mandare il consenso, e neppure

alla possibilità che Maria rifiutasse l'offerta.

Dalla parte di casa Caruso l'ostacolo fu appianato con una gita a Pisa

del figlio, il quale come tutti i figli unici ottenne il consenso

quando disse che se non poteva sposare Maria si sarebbe ucciso.

Dalla parte di Maria la resistenza fu più lunga e più seria. Una lotta

tremenda si combatteva in lei fra il desiderio di contentare il padre,

che tanto desiderava quel matrimonio, e la voce della fede che le

diceva di commettere una specie di sacrilegio sposando un uomo che si

burlava della religione e al quale sarebbe stata unita soltanto dal

vincolo di un contratto civile. Ubaldo si accorse che Maria con lui si

sarebbe mantenuta sempre sulla negativa, perchè non lo amava e non si

sarebbe mai lasciata intenerire dalle sue preghiere. Allora cessò

d'importunarla con suppliche e con lettere, e si mise alle costole al

padre, e tanto e così bene seppe raggirarlo, che un giorno il Rossetti

con le lagrime agli occhi supplicò la figlia di sposare Ubaldo. Maria

non seppe resistere e lo sposò, facendosi per altro giurare che le

avrebbe lasciato piena libertà di praticare la religione cattolica e

che i figli che sarebbero nati dalla loro unione avrebbero tutti avuto

il battesimo e sarebbero stati educati religiosamente.

Ubaldo promise tutto quello che Maria voleva, e Maria lo amò appena

sposatolo perchè ella era di quella pasta di donne che non sanno voler

bene che al marito. Per due anni quell'unione fu felice, ma poi, morto

il padre del Caruso e trovatosi Ubaldo possessore di alcune decine di

mila lire, lasciò il posto modesto occupato fino a quel giorno nella

redazione del giornale _Il Tempo_, e volle andare a Milano con la

speranza di trovar lavoro più lucrativo in quel campo più vasto del

giornalismo italiano.

Il Principe della Marsiliana Romanzo romano · 第 3 / 13 段