i grandi occhi neri, mansueti come quelli del bove, si distoglievano
dal ritratto dei cardinale per vagare vuoti di un pensiero energico,
per la stanza. Senza quella cena della sera egli avrebbe la mattina
dopo disposto tutto per la partenza e se ne sarebbe andato a Parigi a
dimenticare le noie procurategli già da quella elezione; ma ora era
compromesso, aveva invocato l'aiuto della parte più energica del
popolo di Roma, aveva affacciata una idea e doveva necessariamente
sostenerla e svilupparla; ma come fare?
Mentre più che mai sentiva l'insufficienza delle sue forze, mentre più
che mai capiva che, senza un aiuto, egli non sarebbe riuscito a
cavarsi da quel ginepraio, sentì bussare alla porta che dava sulla
galleria, e prima che avesse fatto in tempo a girar la maniglia, vide
entrare nella stanza la madre col capo coperto da una cuffia di
merletto e il corpo grasso e floscio avvolto in un accappatoio di lana
bianca.
Donna Teresa posò la candela sopra una mensola, e presa tra le mani la
testa del figlio, lo baciò sugli occhi e sulla fronte. Più alta di
lui e così grossa com'era con le ampie maniche bianche della veste,
ella pareva in quel momento la statua della Protezione. Don Pio si
lasciò baciare e stringere fra le braccia della duchessa come un
bambino. Aveva bisogno di quelle carezze, e sentiva che se vi era al
mondo una persona, che potesse guidarlo e sorreggerlo, quella persona
era certo sua madre.
La vista di lei lo sollevò alquanto e alzando la testa la fissò con
uno sguardo così affettuoso come nessuna donna, all'infuori di lei,
aveva mai veduto balenargli negli occhi e attrattala accanto a sè
sopra un sofà basso, le disse:
--Se tu sapessi come aveva bisogno di te, ma supponevo tu fossi alla
Marsiliana.
--Sono giunta stasera,--rispose la duchessa appoggiando la mano breve
e carnosa sulla spalla del figlio.
La duchessa continuò:
--Non potevo star lontana mentre tu qui lottavi. Il mio appoggio non
ti è mai mancato, e perchè volevi ti mancasse adesso?
--Non credevo che una donna, e una signora sopratutto, potesse essermi
utile in una occasione come questa, e non ti ho scritto di questa mia
manifestazione di vanità, perchè, se vuoi che ti dica il vero, non
credevo tu l'approvassi.
--Ma tu sai, Pio, che io approvo tutto quello che serve a metterti in
evidenza, a porti al disopra dei tuoi simili!
--Credevo che i tuoi sentimenti di devozione al papa t'impedissero....
--Il primo, il più forte dei sentimenti, anzi l'unico, è l'amore per
te. Tu sai che ti amo al punto da esser gelosa delle donne che tu
preferisci, e di non esser tranquilla altro che ora perchè ti vedo a
fianco quella povera Camilla....
--Che, tu sai, io non amo,--disse il principe alzando le spalle e
sorridendo cinicamente.
--È proprio così; ma mettimi al corrente di quello che è accaduto; so
che stasera c'è stata una cena in Trastevere.
--Sì, una cena molto buffa,--disse il principe offrendo alla madre una
tazza di tè.--Io non so come ho fatto a resistere, a star serio tutto
quel tempo. Pare che fossi investito a segno della mia parte da far
breccia su quei _vassalloni_.
--Se ti sentissero!--osservò la duchessa.
--Se hanno due dita di cervello, debbono capire che tutta questa
tenerezza democratica non può esser sincera; che è una commedia, e che
è già una grande degnazione che uso loro se mi sottopongo a
rappresentarla.
--Bella degnazione!--ribattè la duchessa ridendo mentre stringeva gli
occhi, fatti piccoli dalla molta carne delle guance.--Sono essi che si
degnano dare a te il loro voto, piuttosto che ad un altro, e affidarti
i loro interessi morali e materiali.
--Ed è appunto toccando la molla dell'interesse che li ho guadagnati
alla mia causa. Altrimenti con quella Camilla e la sua smodata
devozione, non avrei potuto davvero contare sull'appoggio del
Trastevere. Ho promesso nientemeno che di far trasportare la stazione
ferroviaria in quel rione!
--E come ti è venuta quella idea?--domandò la duchessa fissando il
figlio con aria incredula.
--Non so; è stata una specie di ispirazione; ma non ti pare una idea
bella?
--Eccellente per facilitare la tua elezione,--rispose ella,--ma non so
se riescirai ad attuarla.
--Questo non m'importa, basta che sia eletto; al poi ho tempo di
pensarci.
--Ma perchè vuoi essere deputato ad ogni costo?
--Perchè molti principi romani sono già al Parlamento, e per quel
_ciondolo_ di medaglia che portano alla catena, si danno una
importanza!... Io non voglio esser da meno di nessuno.
--Se ci tieni tanto, sarai eletto, te lo prometto io,--disse la
duchessa prendendogli una mano.--Quello che tu vuoi, io lo voglio;
quello che ti fa piacere, io sento il bisogno di procurartelo, fosse
pure l'amore di una donna.
--E se ti prendessi in parola?--disse il principe ridendo.
--Mi troveresti sempre pronta a mantenerla.
Dopo poco la madre si alzò per andarsene, ma prima che ella
richiudesse l'uscio del salottino del principe, si volse al figlio e
gli domandò sorridendo:
--Chi è il tuo grande elettore?
--Il sor Domenico Stoppani.
--E il tuo agente?
--Fabio Rosati.
--Dormi tranquillo, figlio mio, tu sarai deputato di Roma,--disse la
duchessa battendo sulla spalla di Pio, e guardandolo con una
espressione d'ineffabile tenerezza, che rivelava tutto l'amore che
ella aveva per lui nell'animo.
Il principe prima di andare a letto scrisse con una certa esitazione
un biglietto al Caruso, pregandolo di recarsi da lui la mattina
seguente. Lo scaltro uomo, parlando col principe, gli aveva detto
incidentalmente che stava di casa in via delle Convertite, e don Pio
rammentava benissimo quell'indirizzo e il numero dell'abitazione. Egli
mise quella lettera sopra una tavola nella galleria, al posto dove
soleva mettere le lettere, che dovevano essere recapitate presto.
Spogliato che fu, egli si coricò nel letto ampio, sormontato dalla
corona ducale, da cui scendevano fino in terra le cortine di damasco
azzurro, con lo stemma degli Urbani intessuto di oro, e non tardò a
cedere al sonno.
III.
Don Pio destandosi a giorno chiaro vide la testa di Giorgio affacciata
alla portiera dell'uscio e credè che egli venisse ad annunziargli
Caruso.
--Pregalo di attendermi un minuto,--disse il principe riacquistando a
un tratto la memoria degli avvenimenti della sera precedente, e
saltando in fretta dal letto con gli occhi ancora assonnati, andò
nello spogliatoio e dopo aver tuffato la faccia in una catinella di
acqua fresca, ed avere indossato un vestito di flanella bianca, entrò
nel salottino e vedendo Fabio Rosati, invece del Caruso, non seppe
reprimere una smorfia di dispetto, nè potè trattenersi dal dire:
--Ah, è lei!
Fabio capì che non era nè atteso, nè desiderato e il sorriso gli morì
sulle labbra, ma dominando la pena che gli cagionava quella
accoglienza, tolse da un fascio di giornali il _Fieramosca_, e pose
sotto gli occhi del principe l'articoletto sulla cena della sera
precedente.
Don Pio lo lesse e poi, restituendolo al Rosati, disse
tranquillamente:
--Quando si entra nella vita pubblica, dobbiamo attenderci agli
attacchi. Questa asserzione che io non sia capace di svolgere l'idea
della stazione in Trastevere, è una asserzione stupida, un mezzo per
gettare la sfiducia fra i miei elettori; ma glielo farò veder io se
sono capace; glielo farò vedere a questo stupido scribacchino del
_Fieramosca_,--continuava don Pio, cercando in altri giornali se si
parlava della sua candidatura.
Fabio non aveva parole; a momenti pensava che Caruso si fosse vantato
affermando la paternità di quella idea; ma poi, ripensando a tanti
particolari della sera prima, il dubbio svanivagli dalla mente e vi
penetrava la sconfortante supposizione che il principe mentisse,
mentisse anche davanti a lui, e questa supposizione gli agghiacciava
il sangue nelle vene.
Quella benevolenza dimostratagli da don Pio in tante occasioni lo
aveva legato a lui con vincoli saldissimi, gli aveva fatto nascere
nell'animo una specie di culto per quel patrizio così diverso dagli
altri nel modo di trattarlo, e ora che lo vedeva precipitare
dall'altare su cui avevalo posto, provava un vero dolore. La serenità
non svaniva dal volto di Fabio, ma le sue labbra carnose, non
ombreggiate dai baffi, si scoloravano a vista d'occhio.
Don Pio continuava a guardare i giornali e a fare brevi e dispettose
osservazioni.
--Questo giornale sostiene la mia candidatura perchè sono caratista;
questo perchè il direttore mi deve cinquemila lire; quest'altro
perchè sono consigliere della Banca Romana; tutto interesse,
nient'altro che interesse!--continuava a dire sorridendo
amaramente.--Se non fosse così, tutti mi lapiderebbero, tutti. Ma sarò
eletto?--domandò dopo una breve pausa a Fabio, che, ritto dinanzi a
una mensola, osservava i ninnoli che vi erano posati sopra.
--Lo spero,--rispose Fabio.
--Ma nulla di positivo mi può dire?
--Io ho ragione di sperarlo,--disse Fabio sorridendo.--Io ho preparato
il terreno, a lei sta il lavorarlo.
Il principe fece una mossa d'impazienza; egli era assuefatto dalla
madre e da quanti lo circondavano a non conoscere l'impossibile, a
credere che con i denari e con un grande nome si giunga a tutto, e il
linguaggio che tenevagli Fabio non era fatto per il suo orecchio. Per
altro, piegato fino dall'infanzia a non mostrare quello che provava,
sorrideva al Rosati e gli diceva di spender pure, di non lesinare
sulla pubblicità, di promettere mari e monti, pur di ottener voti; ma
mentre parlava, involontariamente lo spingeva verso la porta, come se
volesse liberarsi di lui. Fabio, a un certo punto, si accorse del
desiderio del principe e si congedò. In quel momento acquistò la
certezza che don Pio attendeva Caruso. Egli percorreva a testa bassa
la galleria, quando un servitore si staccò da un sedile addossato al
muro e fattosi avanti gli disse che la duchessa madre desiderava
parlargli.
Fabio si scusò, rispose che non era in abito da visita, che sarebbe
andato più tardi, ma il domestico rispose che la signora duchessa
voleva parlargli subito, e non potendo resistere a quelle vive
preghiere, egli salì le scale che conducevano al secondo piano,
pensando sempre con sconforto alla delusione provata.
La duchessa era già vestita, col cappello in testa e il libro da messa
in mano, pronta per uscire. Ella, che sapeva sempre quello che voleva,
e andava diritta allo scopo, stese affabilmente la mano a Fabio e
senza tanti preamboli gli disse, dopo averlo fatto sedere accanto a
sè:
--Io voglio che mio figlio sia eletto; che cosa bisogna fare?
Fabio riflettè un momento, ma spronato da quel fare risoluto, vinse la
naturale pigrizia del pensiero, e rispose lealmente:
--Oramai il principe si è impegnato troppo formalmente per la stazione
in Trastevere, bisogna fare di quell'idea la base della sua elezione
e svolgerla, predicarla, affermarla.
--E con quali mezzi?
--Con la stampa.
--Ma io non credo che i giornali, così senza nessun interesse diretto,
prenderebbero a cuore la candidatura di mio figlio.
--È vero, ma la stampa non è in floride condizioni a Roma e io farei
così per amicarla al principe: C'è un giornale morente, un giornale
parlamentare, che era sostenuto da un gruppo di deputati piemontesi e
liguri, i quali si sono stancati di non ottenere neppure un posto di
segretario generale con tutti i sacrifizi fatti per mantenerlo. Quel
giornale, che è _La Stampa_, tira gli ultimi aneliti, ma non è
screditato. Bisognerebbe comprarlo e reclutare fra i redattori dei
giornali romani tutta la redazione promettendo loro stipendi che non
hanno mai sognati. Bisogna intendersi bene; la scelta è difficile
perchè molti di quei redattori, per amore del giornale dove sono, per
devozione al direttore, sarebbero capaci di rifiutare, ma fra sei
disinteressati c'è sempre l'avido. Ora questo avido con la speranza di
migliorare la sua situazione appena _La Stampa_ sarà nelle mani del
principe, saprà sostenerne la candidatura, saprà combattere per lui,
e l'avere un alleato, un amico in tutti i campi, o almeno una persona
che avrà interesse a paralizzare gli attacchi, mi pare un immenso
vantaggio.
La duchessa stette un momento soprappensieri, poi disse:
--Quanto ci vuole a comprare _La Stampa_ e ad accaparrarsi la
redazione?
--Il giornale m'impegno a farglielo avere con 50,000 lire; per
accaparrarsi i redattori bastano 20,000.
--E a far vivere poi il giornale?
--Questo dipende dallo sviluppo che il principe vorrà dargli; ma certo
la casa Urbani può permettersi questo lusso.
La contessa fissò per un dato tempo la copertina del libro da messa e
pareva che seguisse con l'occhio le cifre che vi tracciava
mentalmente, e poi disse:
--Tratti pure e informi me dei risultati delle trattative; a mio
figlio parlerò io stessa;--e stendendo la mano a Fabio si alzò per
congedarlo con un cortese sorriso.
Fabio scese le scale tutto lieto di quell'incombenza. La sua più viva
ambizione era sempre stata quella di essere redattore di un giornale,
e di un giornale influente. A forza di portare la notizietta, il
resoconto di un ballo, la descrizione di un matrimonio, era riuscito a
farsi strada in alcuni giornali, e aveva degli amici fra i redattori,
ma non aveva mai potuto mettere il nome di un giornale sulla sua carta
di visita, non era mai potuto entrare a un teatro gridando alla
maschera il nome di un giornale, non era mai stato delegato a
rappresentare un giornale in un banchetto politico, in una
commemorazione, in qualche solenne cerimonia. Ora tutte queste
aspirazioni stavano per realizzarsi; ora la parte di cronista, come
romano, gli spettava quasi per diritto. Eppoi in quel contratto di
vendita egli avrebbe guadagnato qualcosa e Fabio aveva sempre e poi
sempre in mira l'interesse in ogni atto della vita. Non potendo avere
ideali sognava il benessere materiale, l'appagamento di ogni
desiderio; egli era nato con l'istinto della mediocrità e
quest'istinto si sviluppava in lui sempre maggiore con gli anni.
Sul portone del palazzo e mentre ruminava il pensiero di ottenere il
giornale con una somma inferiore a quella detta alla duchessa,
s'imbattè nel Caruso, e seppe reprimere il moto di dispetto che gli
cagionava quell'incontro.
Capiva che ormai bisognava contare con quell'uomo se voleva che il
principe fosse eletto, se voleva che acquistasse il giornale, se aveva
a cuore davvero l'esito di quella impresa.
Fabio lo salutò dunque cordialmente, e gli stese la mano.
--Che noia!--disse il Caruso, dopo avergli reso il saluto con il suo
fare stanco e spingendo in avanti il labbro inferiore e socchiudendo
gli occhi.--Il principe iersera mi ha subito scritto, vuoi vedermi ad
ogni costo. Questi gran signori non hanno un soldo di sale in zucca, e
si danno sempre il lusso di pensare col cervello degli altri.
Fabio si sentì offeso dalla mancanza di rispetto per tutta una classe,
che era assuefatto a venerare, e per don Pio specialmente, ma non
rispose altro che con un sorriso, e disse:
--Credo infatti che tu sia aspettato da un pezzo.
--Lo so, ma io non mi scomodo per nessuno e prima delle dieci in
camera mia non fa giorno. Addio, Rosati,--e passò davanti al portinaio
strascicando il passo, e soltanto sul primo gradino dell'imponente
scalone gettò via il sigaro d'Avana, che aveva in bocca.
Per altro, in presenza di don Pio cambiò subito atteggiamento, e seppe
incurvare la schiena, seppe farsi umile.
--Scuserà se mi sono fatto attendere, ma affari urgenti da sbrigare mi
hanno tenuto occupato sin ora: quando siamo nel giornalismo c'è sempre
un ministro o un segretario generale, che hanno bisogno di vederci e
ci tempestano di lettere e di ambasciate,--e così svogliatamente cavò
di tasca due lettere con il bollo del Ministero degli Esteri e di
quello dell'Interno. Però si guardò bene dal leggerne il contenuto al
principe. Erano lettere vecchie di due impiegati subalterni, ai quali
in altri tempi si era rivolto per domandare notizie.
--Capisco,--disse il principe,--e mi duole di averlo disturbato, ma se
non lo avessi fatto col mio biglietto di ieri sera, avrei dovuto farlo
stamani. Ha veduto gli attacchi del _Fieramosca_?
--Sì,--rispose il Caruso,--ma lei deve rallegrarsene. Se il suo nome
non intimorisse gli avversari, se non credessero la sua una
candidatura seria, non la combatterebbero. La lotta è vita per gli
uomini che vogliono conquistare un posto nella politica; senza lotta
nessuno si è mai fatto strada.
--Ma come sostenerla con mezzi così disuguali? Essi mi fulminano dal
pergamo del giornale, e io non posso battermi con anni eguali.
--Scusi, ma quando non mancano i mezzi materiali, le armi si cercano,
si comprano.
--Non ci avevo pensato,--disse il principe.--Del resto queste armi non
si creano in un giorno.
In quel momento fu bussato leggermente, e, senza attendere risposta,
la porta fu socchiusa e comparve la duchessa Teresa.
--Pio, ho bisogno di parlarti,--disse ella al figlio, senza curarsi
della presenza di un terzo.
--Ci vedremo dopo colazione,--rispose il principe, cui premeva di
continuare il discorso col Caruso.
--Avrei bisogno di sbrigare subito subito quest'affare,--rispose la
duchessa, dando un tono leggermente imperioso alla voce.
Il Caruso, senza aspettare di essere congedato, prese il cappello,
s'inchinò alla duchessa, e stendendo la mano al principe si diresse
verso la porta.
--Potrebbe tornare qui oggi?--gli domandò.
--Come desidera,--rispose il Caruso col suo fare svogliato, e fatto
un nuovo saluto e lasciando il principe nella incertezza sull'ora,
uscì.
--Chi è quell'individuo?--domandò la duchessa a don Pio.
--Non lo so,--rispose egli con fare noiato,--nè mi curo di saperlo. È
un individuo che mi aiuta a farmi eleggere deputato.
--Tu devi avere un giornale,--disse la duchessa,--e con quel mezzo
potrai fare a meno di chiedere aiuto ad alcuno.
--Ma il giornale non lo posso scrivere io e non si fa da solo. Ci
vogliono dei giornalisti, e quell'individuo, che è uscito ora, è
appunto tale.
--Come mi è antipatico!--disse la madre.
--Anche a me moltissimo,--rispose il principe,--ma quando si ha
bisogno della gente non si va a guardare se vi è simpatica o no; si
accetta quale è, e si adopra finchè ci serve; poi si getta via come
uno straccio vecchio.
--Che cinismo!--esclamò la duchessa, guardando fissamente il figlio
negli occhi.
--Vorreste che io mi cucissi a fianco quell'uomo per la vita?
--No, vorrei che tu sapessi farne a meno ora per non doverlo un giorno
rinnegare.
--Ora non so farne a meno: in questo momento nelle mani sue sta la mia
elezione e io penso all'oggi, soprattutto all'oggi, perchè voglio
essere deputato.
--Ma tu sarai eletto non per conto di quell'uomo, ma per opera mia; e
non te l'ho forse promesso? Perchè manchi di fiducia in me?
La duchessa cinse il collo del figlio col braccio destro e attirò a sè
la testa per baciargliela.
--L'ho promesso a me stessa tante volte che tutto il bene che avrai ti
dovrà venire da me, e vorresti che in questa occasione mancassi alla
mia parola? Vedi, Pio, io voglio che, quando sarò sparita, tu pensi a
me con tenerezza, tu riconosca, per la forza dei fatti, che tua madre
non solo ti ha fatto ricco, ma non ti ha negato mai un balocco
nell'infanzia, nell'adolescenza, nell'età matura. Per me questa
elezione non ha più valore di un balocco; tu lo vuoi ed io te lo
voglio procurare. E per procurartelo metterò nelle tue mani un
giornale, e col giornale acquisterai importanza come deputato e potrai
salire dove tu vorrai, purchè tu sappia scegliere la gente che deve
aiutarti.
--Quest'allusione so a chi è diretta, ma ti ripeto, mamma, che
quell'uomo, che tu hai veduto uscire di qui, mi s'impone per la forza
delle circostanze.
--E tu imponiti a lui con altri mezzi, che non ti possano nuocere;
deve essere avido e bisognoso; un uomo ricco ha sempre modo di
obbligare uno che non è, e che vuol esserlo. Ora andiamo nella sala da
pranzo, perchè la colazione deve esser pronta,--disse la duchessa,--ma
non far parola a Camilla di tutto questo tramestio, che ella non può
capire, e di cui il suo animo timoroso potrebbe sbigottirsi.
--Camilla è un grande ostacolo, mamma; ella non capisce la vita sotto
nessun aspetto.
--Beati i poveri di spirito! Lasciala battere la sua via,--disse la
duchessa prendendo il braccio del figlio e guidandolo fuori del suo
quartiere.
La principessa, immersa nella lettura di un giornale illustrato, _Le
figlie di Maria_, era ritta dinanzi a una delle finestre della sala, o
quando vide entrare il marito e la suocera andò loro incontro, e dopo
aver baciato a questa la mano, presentò la fronte al bacio del marito
che gliela sfiorò leggermente, e appena sedutosi a tavola continuò con
la madre l'interrotta conversazione, non curandosi della presenza di
lei, come non si curava dei servitori, che giravano le pietanze e
cambiavano piatti e posate.
Quella grande sala con le pareti coperte d'arazzi e i mobili del tempo
dell'Impero, dalle forme rigide e dalle dorature sbiadite, era
tristissima e fredda.
Pareva che la primavera non potesse farvi penetrare i suoi effluvi
profumati, che il sole non osasse spingervi i suoi raggi.
La principessa Camilla mangiava poco e lentamente. Ella non prendeva
parte alla conversazione, e soltanto quando udì parlare dell'acquisto
del giornale, posò la forchetta e domandò con la voce che diveniva
molto nasale quando ella voleva criticare:
--Che cosa te ne farai, Pio, del giornale? Pensi forse a scriverlo da
te?
--Se sapessi, sarei ben lieto di prender la penna, ma non so,--rispose
il principe in tono allegro.
--Non ti vergogneresti di farti giornalista?
--No, anzi sarei fiero di saper fare qualcosa, mentre così devo sempre
ricorrere ad altri, ed è cosa che mi umilia.
--Come sei cambiato, Pio!--esclamò donna Camilla.
--Cammino con i tempi, che vuoi? Se mi ostinassi a tener le mani alla
cintola, per fare come fecero alcuni dei miei antenati, tutti mi
passerebbero avanti, e io sono della tempra dei cavalli da corsa; non
solo non tollero che alcuno mi lasci addietro di una testa, ma neppure
tollero di sentirmi galoppare alle calcagna. Ci trovi qualcosa da
ridire, Camilla?
--La mia parte non è quella di biasimare; io amo l'ombra, la quiete, e
nella quiete medito e prego.
Il principe sorrise ironicamente e guardò la madre. Era ebro, non già
per il vino bevuto, ma per le idee che gli mulinavano per il capo, per
quella vita nuova nella quale s'ingolfava, e in cui sperava di
spendere quella malsana irrequietezza, che lo aveva spinto per il
passato a viaggiare di continuo, a gettarsi ora nei piaceri della vita
di Parigi e di Cannes, ora in quelli della vita inglese; a cambiare
capricciosamente sistema di coltivazione nei suoi possessi, a
riformare, senza attendere il risultalo di una prima riforma,
l'allevamento delle razze equine e bovine, a disfare per riedificare.
A trentacinque anni don Pio era, come carattere, un ragazzo male
educato, e la deputazione, la vita politica, si presentava a lui con
tutte le attrattive di un nuovo trastullo. Prendevano il caffè quando
alla duchessa fu recata una carta sulla quale don Pio gettò gli occhi.
--Pregate quel signore di attendermi un momento.--diss'ella
continuando a bere il moka.
--Non sapevo che tu conoscessi il Rosati,--osservò don Pio.
--L'ho conosciuto per giovarti e credo che di quel ragazzo si possa
fare un utile cooperatore.
--Ha poche idee,--disse il principe.
--Ma ha molta fede in te, ti è molto affezionato,--disse la duchessa
alzandosi.
--Posso assistere al vostro colloquio?--domandò il principe infilando
il braccio in quello della madre.
--Sì, amor mio, vieni, vieni pure.
Essi uscirono senza dire una parola a donna Camilla. La piccola
signora li guardò mentre uscivano e poi esclamò con accento di dolore:
--Tutto mi allontana da Pio, tutto! Dio mio, datemi forza di sopportare
questa orribile solitudine, mandatemi dei figli, dei figli!
IV.