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Il Principe della Marsiliana
ROMANZO ROMANO
DI
EMMA PERODI
Milano FRATELLI TREVES, EDITORI Milano
ROMA TRIESTE BOLOGNA
Via del Corso, 383. presso G. Schubart. Angolo Via Farini.
NAPOLI: Piazza Sette Settembre, 26 (Largo Spirito Santo).
LIPSIA, BERLINO, VIENNA, presso F.A. Brockhaus.
PARIGI, presso J. Boyveau, 22, rue de la Banque.
DELLA MEDESIMA AUTRICE:
_Spostati_, scene della vita... L. 1 --
Il Principe della Marsiliana
ROMANZO ROMANO
DI
EMMA PERODI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1891.
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Riservati tutti i diritti._
Milano.--Tip. Fratelli Treves.
I.
Dinanzi all'osteria di _Muzio Scevola_, in Trastevere, sventolavano un
sabato sera le bandiere tricolori e quelle gialle a rosse del Comune
di Roma, e dalle finestre delle casupole vicine pendevano tralci di
lauro, ai quali erano appesi i lampioncini di più colori, pronti per
la illuminazione. Sopra la porta dell'osteria vi era il ritratto di
Garibaldi, circondato pure di lauro, e intorno a quello erano disposte
le candele infilate nelle punte di ferro.
Sulla piazzetta davanti all'osteria stavano molti uomini aggruppati a
capannelli e discutevano vivamente; alcuni appartenevano alla classe
dei bottegai e portavano le catene d'oro pesanti attaccate ai primi
bottoni della sottoveste, il corno di corallo penzoloni e le cravatte
vistose; altri invece appartenevano al ceto dei cittadini, e la
maggior parte al popolo minuto.
I cittadini, che erano in minor numero, andavano da un gruppo
all'altro e posavano familiarmente la mano sulle spalle dei popolani.
A un tratto, nel veder scendere da una botte un giovinotto sbarbato e
vestito correttamente di saia turchina, tutte le conversazioni
cessarono, i capannelli si scomposero e la folla si spinse verso di
lui.
Il giovinotto distribuiva strette di mano a tutti, salutando ciascuno
per nome.
--Signor Rosati!--dicevano le persone aggruppate intorno a lui
rispondendo al saluto.
--Come va? Che mi dite di nuovo?--domandava Fabio Rosati, rivolgendo
uno sguardo d'intesa a tre o quattro cui la folla popolana pareva
ubbidire.
--In Borgo si può contare su cinquecento voti, non più,--disse il
Simonetti, un omaccione grasso, che aveva bottega d'orzarolo vicino a
piazza Rusticucci e godeva di molta popolarità fra i liberali di quel
rione.
--E dalle parti vostre come si sta?--domandava Fabio Rosati a
Scortichino, il ricco oste di San Francesco a Ripa.
--Benone, sor Fabio mio. Ieri sera avevo l'osteria piena di gente e
dopo che ebbi parlato, come so parlar io, non fo per vantarmi, sa, e
ebbi detto che bevessero pure senza pensare al conto, tutti convennero
che era meglio votare per Sua Eccellenza, che almeno aveva dato prova
d'essere liberale in Campidoglio, piuttosto che per quel clericalone
del de Petriis, che non ha mai fatto altro che portare la mantellina
dei fratelloni dell'Angelo Custode, impiastricciare i cocci, e
imbrogliare i forestieri.
--Bravo Scortichino!--disse il Rosati con fare di protezione battendo
sulla spalla al ricco oste.--E qui che notizie ci sono?--domandò a un
uomo alto con una lunga barba e due occhi mansueti come quelli di un
agnello.
--Qui, trattandosi di un principe ci pensano due volte,--disse il sor
Domenico, uomo popolarissimo, che vantava ancora l'amicizia di
Garibaldi, si ricordava del Vascello e parlava dell'eroe con le
lagrime agli occhi.--Qui ci vorrebbe qualcosa per ismuover questa
gente, qualche colpo che rendesse popolare il principe della
Marsiliana.
--E quale, per esempio?--domandò il Rosati infilando il braccio in
quello del sor Domenico e guidandolo in disparte.
--Qui, sor Fabio mio, il principe ha dei nemici. Dicono che non può
essere liberale schietto con quella moglie.
--E che fa la principessa?--chiese il Rosati fermandosi e guardando in
faccia il sor Domenico.
--Bazzica troppo dalle monache di Santa Rufina. Capirà, la carrozza
tutti ce la vedono ogni giorno ferma per delle ore davanti al
convento, tutti sanno che non aiuta altro che i baciapile e poi ha
anche la riputazione di esser superba come tutti in casa Grimaldi.
--E che cosa sapreste suggerirmi, sor Domenico, per riconquistare alla
principessa le simpatie del Trastevere?
--Una cosa sola: bisognerebbe che la principessa venisse stasera a
cena all'osteria insieme col principe e domenica l'elezione di lui è
assicurata.
--Siete pazzo!--esclamò il Rosati mostrando con un gesto di ribrezzo
quanto ripugnavagli di vedere la principessa della Marsiliana in quel
luogo.
--Eppure è l'unico mezzo,--diceva l'oste senza alterarsi, scrollando
la bella testa mansueta.--È l'unico mezzo!
--Ma ora è tardi.
--No; lei corra a casa dal principe, gli riferisca questo
suggerimento mio, e gli dica che se non viene la principessa è inutile
che venga neppur lui.
Fabio Rosati stette un momento pensoso, con gli occhi fissi per terra,
poi stendendo la mano al sor Domenico gli disse:
--Credo che abbiate ragione;--e senza salutare nessuno risalì in
_botte_ e si fece condurre al palazzo del principe della Marsiliana.
Nel passare sotto la porta carrozzabile per entrare nel cortile, Fabio
domandava al guardaportone alto, solenne e tutto tronfio di portare la
livrea della antica casa principesca, se Sua Eccellenza era tornata.
Il guardaportone, senza aprir bocca, brandi la mazza con gesto da re
di corona e accennò al Rosati il _phaéton_ attaccato che aspettava il
principe, e quindi riposò in terra la mazza e riprese a guardare con
occhio sprezzante la gente che passava a piedi.
Fabio salì di corsa le scale. Giunto nell'anticamera nella quale il
trono, formato di arazzi portanti lo stemma della famiglia nel centro
e le imprese del celebre cardinal Urbani, sulla parte laterale,
occupava tutta una parete, si fermò e disse al servitore di guardia di
annunziarlo, e senza aver la pazienza di attendere la risposta, si
mise alle calcagna di lui per l'ampia galleria, nella quale tutto un
passato di deità olimpiche e d'imperatori romani parevano schierati
per far gli onori a chi passava.
Fabio non volse neppure uno sguardo su quei marmi preziosi; il suo
occhio grande e dolce pareva che non provasse il bisogno di guardare
nulla di ciò che lo circondava, che non ubbidisse a nessuna curiosità.
Eppure era la prima volta che entrava in casa Urbani, o almeno in
quella parte del palazzo riservata alla famiglia, poichè il principe
aveva al pianterreno due stanze che guardavano sul Corso e nelle quali
riceveva la mattina tutte le persone che non erano presentate alla
principessa. Fabio Rosati, segretario di una quantità di comitati, nei
quali figurava il nome del principe della Marsiliana, e anche del
Circolo dei Cittadini di cui don Pio era presidente, aveva
frequentissime occasioni di avvicinarlo. Svelto, intelligente, benchè
privo affatto di cultura, rispettoso senza cortigianeria, e sopratutto
buono e abile, Fabio era riuscito a conquistare l'animo di molti
patrizii romani, e specialmente di don Pio, il quale ora aveva rimesso
nelle mani di lui l'esito della sua elezione a deputato.
Il servo si fermò in fondo alla galleria, dinanzi a una porta grigia
tutta coperta di dorature, e bussò leggermente. Il cameriere di
fiducia del principe, un francese sbarbato, con gli occhiali che
davano alla sua fisonomia l'aspetto di prete, comparve sull'uscio, e
vedendo Fabio, che conosceva, lo pregò di entrare in un salottino
precedente la camera del principe.
Don Pio, appena udita la voce di Fabio, gli andò incontro e gli
strinse cordialmente la mano.
--Grazie di essermi venuto a prendere,--disse al Rosati.--Mi annoiava
di giunger solo in mezzo a tutta quella gente.
--Non vengo per questo,--rispose Fabio guardando in terra e non
sapendo come riferire al principe le parole del sor Domenico. Dacchè
era entrato nel palazzo sentiva maggiormente tutta la stranezza della
proposta che doveva fare, e non aveva il coraggio di esprimerla.
--Occorrono altre somme per le spese elettorali?--domandò il
principe.--Me lo dica francamente; so quanto bevono gli elettori
romani, e nulla mi stupisce.
--No, no; ho ancora qualche migliaio di lire,--disse il Rosati
sorridendo.--Si tratta di una cosa molto più difficile a dirsi.
--Me la dica subito,--insistè il principe senza turbarsi;--sono
preparato a tutto.
--Senta, il sor Domenico, l'oste di _Muzio Scevola_, dice che se
stasera non viene la principessa insieme con lei, i voti del
Trastevere le saranno per la massima parte negati.
Il principe sorrise mettendosi il monocolo all'occhio sinistro, e
guardò fisso il Rosati dicendo:
--È una condizione curiosa e non so se donna Camilla l'accetterà;
tenterò. Ma l'ora è passata già,--aggiunse il principe guardando una
piccola pendola di smalto posata sopra la scrivania;--lei vada a far
pazientare chi mi aspetta, io cercherò d'indurre la principessa a
venir meco.--E accompagnando il Rosati nella galleria, don Pio penetrò
nel salottino di sua moglie, e appena passata la soglia di quella
stanza sparì dal volto di lui tutta l'espressione di dolce bonarietà,
che aveva durante la conversazione col Rosati.
La principessa nel vedere il marito si alzò e fece cenno a due monache
di Santa Rufina, che erano sedute in faccia a lei, di lasciarla.
--Che cosa vuoi?--domandò la piccola signora al marito con voce
leggermente nasale, andando verso lui dopo aver accompagnato all'uscio
le suore.
--Sai che io voglio in ogni modo esser deputato e che sarebbe un'onta
per me se col mio nome, col mio passato, con le mie aderenze e i miei
mezzi non riuscissi a essere eletto!
--Non le capisco certe vanità,--diss'ella alzando gli occhi al
cielo.--Quando uno si chiama Urbani non ha bisogno di tenere a un
titolo che il popolo può conferirgli, e può anche ritorgli.
--I tempi sono cambiati, bisogna camminare con essi se non si vuol
restare schiacciati e soffocati appunto da questo pondo grandissimo
che il passato ci ha posto sulle spalle; bisogna far qualcosa noi pure
per esser degni degli avi.
Il principe pronunziava queste parole con voce monotona, senza nessun
sentimento, come una lezioncina imparata a mente. E infatti da
quindici giorni la ripeteva di continuo a sè stesso per dirla in ogni
occasione.
La principessa lo ascoltava a testa bassa, come se riprovasse quelle
massime.
--Dunque che cosa vuoi?--gli domandò parlando sempre con voce nasale e
a denti stretti, come chi ha la consuetudine di servirsi della lingua
inglese.
--Voglio che tu mi accompagni stasera all'adunanza elettorale.--Quel
nome di osteria faceva ribrezzo anche a don Pio e non poteva
pronunziarlo.
--E dove?--domandò la principessa, alzando in volto al marito due
occhi piccoli e fieri.
--Da _Muzio Scevola_.
--E che luogo è?
--Una locanda, dove mi danno una cena elettorale.
--Non ci vengo.
--Ma, Camilla, pensa a quello che fai; mi tacciano di clericale per
colpa tua; per colpa tua non sarò eletto; io voglio riuscire deputato,
e tu, tu devi venire.
--Non vengo,--rispose la piccola signora sedendosi.--Tu sei padrone di
derogare al tuo nome, alla tua nascita, ma non puoi imporre a me di
avvilirmi. Io, oltre a esser custode del nome tuo, sono anche custode
di quello di mio padre; sono una Grimaldi, lo sai.
E fieramente alzò la piccola testa dal volto pallido, sul quale non si
leggeva altro che una grande espressione di fierezza.
--Camilla, tu sei la mia rovina,--disse il principe, uscendo senza
stenderle la mano.
Nella galleria lo attendeva il suo cameriere per infilargli il
soprabito e presentargli i guanti, il bastone e il cappello.
Don Pio, calmo in apparenza, dette alcuni ordini, scese le scale
inchinato dai servitori, e dopo essersi seduto nel _phaéton_ prese in
mano le redini dei cavalli e uscì dal palazzo.
Era quasi notte quando il _phaéton_ si fermò sulla piazzetta dinanzi
all'osteria, già illuminata dai lampioncini colorati, e il principe,
sceso prontamente, si trovò a fianco Fabio Rosati e il sor Domenico,
il quale si tolse il cappello a cencio e gli disse a bruciapelo:
--Non mi ha voluto dar retta e le cose si imbrogliano. Faremo un buco
nell'acqua se non viene la principessa.
Don Pio infilò il braccio familiarmente in quello del sor Domenico e
tirandolo in disparte gli disse:
--Che volete, la principessa non c'entra per nulla nella mia elezione;
le signore hanno idee che noi dobbiamo rispettare, ma che non
dividiamo.
--Lo capisco,--diceva il sor Domenico spartendosi con le dita la lunga
barba, come soleva fare quand'era soprappensieri,--lo capisco, ma lei
sa, Eccellenza, che abbiamo da far con certa gente cocciuta e siamo in
certi tempi...! Basta, vedremo; bisognerebbe che per amicarsi i
trasteverini lei avesse qualche buona promessa in riserva e la
manifestasse stasera.
--Vedremo,--disse il principe ritornando verso Fabio Rosati, che era
circondato da un gruppo di persone ben vestite e parlava a bassa voce
con loro.
Appena a quel gruppo si avvicinò don Pio tutti si tolsero il cappello
e si fecero addietro alcuni passi. Il principe stese la mano
all'ingegnere Marini e al professore Arnaldi. Fabio Rosati gli
presentò subito quelli che non conosceva.
--Il signor Massa, giornalista,--disse accennando un giovinotto
pallido, con le scarpine lucide e l'aria spavalda,--il signor Caruso,
giornalista pure--aggiunse accennando un omaccione grasso, dallo
spiccato tipo meridionale con le lenti sul naso e una barbetta rada
sulle guance butterate dal vaiuolo.
Il principe della Marsiliana fece un passo verso i due rappresentanti
della stampa e stese loro la mano.
In quel momento la sora Lalla, grassa, rossa, tutta catene e pendenti
d'oro, comparve in cima alla scaletta dell'osteria, e, con le mani
sui fianchi esuberanti, si mise a gridare:
--Ma insomma, volete proprio che tutto vada ai cani! Venite o non
venite?
Il sor Domenico, che aveva per la sua vecchia compagna un affetto
grandissimo, un affetto in cui entravano i ricordi giovanili, la
gratitudine per il coraggio mostrato da lei quando egli era in carcere
a San Michele, da dove lo aveva fatto scappare, e la stima per la sua
proverbiale onestà, sorrise e disse volgendosi al principe:
--Credo che Lalla abbia ragione; è tempo di andare a cena se si vuol
mangiare.
Il principe, col fare disinvolto del gran signore che sa subito
adattarsi al luogo dov'è e alle persone che lo circondano, salì in
fretta la scala; il Rosati lo seguiva da vicino e il Massa saliva a
due a due gli scalini per non rimanere a distanza. Giù sulla piazzetta
il sor Domenico invitava tutti a salire e a un tratto la scala fu
guernita di persone di ogni ceto che parevano impazienti di mettersi a
tavola, e sulla piazza non rimasero altro che alcune donne, due coppie
di guardie di pubblica sicurezza addossate al muro e due carabinieri,
che camminavano pesantemente in su e in giù senza scambiar parola fra
di loro.
Appena il principe della Marsiliana comparve nella sala bassa
dell'osteria ornata sulla parete principale di un affresco
raffigurante Muzio Scevola con la mano sull'ara, e su quella di fondo,
di un teatrino, la sora Lalla alzò la mano, il capo della banda
collocata sul palcoscenico dei burattini brandì il bastone del
comando, e le trombe intonarono la rumorosa marcia dell'_Aida_.
Don Pio guardò il Rosati e atteggiò le labbra a un lieve sorriso di
scherno vedendo quel tugurio basso, tutto pieno di tavole, i
quartaroli del vino posati sulle panche e vedendo sopratutto quei
pezzi d'uomini di bandisti aggruppati sopra il palcoscenico, con le
quinte più basse di loro e le teste che rimanevano celate dal palco;
ma fu un sorriso impercettibile, e messosi l'occhialino all'occhio
sinistro si accostò alla sora Lalla e le stese la mano.
--S'è affaticata tanto per me,--le disse sorridendo.
--Ci siamo avvezzi al lavoro, Eccellenza,--disse la sora Lalla
togliendosi la mano destra di sul fianco per darla al principe.
Al sor Domenico, che giungeva in quel momento, spuntarono le lagrime
agli occhi vedendo la mano della moglie in quella del principe della
Marsiliana, e volgendosi addietro gridò, come per dare l'intonazione
alla folla che lo seguiva:
--Evviva il nostro candidato!
--Evviva!--rispose la folla. E il capo banda a un tratto troncò la
marcia dell'_Aida_ per incominciare l'inno di Garibaldi.
Una grande confusione regnava nella sala, aumentata dalla musica e
dalla troppa gente che, volendo passare per recarsi nella terrazza
coperta dalla pergola, lavorava di gomiti e spingeva quelli che le
facevano resistenza verso la tavola principale, che era quella
d'onore. Il sor Domenico, accorgendosi che il principe della
Marsiliana era pigiato verso le sedie o doveva presentare le spalle
per resistere all'urto, alzò la testa, la quale dominava la folla, e
gridò:
--Ragazzi, fate largo!
Tanto quelli che erano assuefatti ad ascoltarlo, quanto gli altri che,
forse per la prima volta, il caso poneva accanto a lui, ubbidirono a
quella voce dolce, che aveva nel comando una intonazione di
convincente preghiera, e intorno al principe si formò un vuoto.
Don Pio, volgendosi all'oste, gli disse sorridendo:
--Se così vi ascoltano, la mia elezione è assicurata.
--Non credo,--rispose l'oste con la sua solita franchezza.--Vostra
Eccellenza ha molti avversari fra i popolani. Se la principessa fosse
venuta qui, domani a otto, tutti votavano per lei, ma così, ci vuole
un colpo, un colpo da maestro, se ne rammenti.
Il principe, guardando la folla, si arricciava il baffo sinistro senza
rispondere, e intanto si avviava al posto d'onore indicatogli
dall'oste e già stava per sedersi, quando Caruso gli si accostò e
chinandosi all'orecchio di don Pio, gli disse a bassa voce:
--Prometta di adoprarsi per fare approvare la stazione in Trastevere e
tutti i voti sono suoi.
Don Pio, che da un quarto d'ora cercava inutilmente la promessa che
doveva assicurargli i voti dei popolani di quel rione, udendo quel
suggerimento si voltò di scatto a veder chi glielo dava, e non seppe
nascondere quanto facevagli piacere.
--Grazie,--disse a Caruso, stringendogli con effusione la mano.
--Niente,--rispose l'altro abbassando la testa.
Accanto al principe si era seduto a destra il sor Domenico e a
sinistra il posto restava vuoto; don Pio avrebbe voluto che quella
seggiola fosse occupata dal Caruso per parlare con lui, ma non ebbe il
coraggio di chiamarlo. Lo conosceva appena, già era debitore a
quell'uomo di una idea che non gli sarebbe mai nata e non voleva che
vincoli maggiori di gratitudine si stabilissero fra lui e quello
sconosciuto. In quel momento penetrava a stento fra la folla
l'onorevole Serminelli, deputato di un collegio d'Abruzzo, e don Pio
Urbani fecegli cenno di andare accanto a lui.
Erano già state servite le fettuccine nei vassoi ricolmi, e tutti si
erano empiti il piatto tirandone giù un mucchio e lasciandone cadere
sulle tovaglie, che erano in più punti imbrattate di sugo. Soltanto
nella vicinanza del principe la gente mangiava poco e la tovaglia era
ancora bianca. Il sor Domenico stesso, messo in soggezione, non aveva
il suo bell'appetito di tutti i giorni, e la sora Lalla, che non
perdeva d'occhio nessuno e dirigeva il servizio, si accostava ogni
tanto al principe, al marito o a Fabio Rosati, col quale aveva maggior
confidenza, e invitava or l'uno or l'altro a mangiare e sopratutto a
bere.
Di questo invito non avevano bisogno alle due tavole laterali, poste
lungo le pareti. Una di quelle era presieduta da Scortichino, l'oste
di San Francesco a Ripa, che mangiava per tre dando il buon esempio a
tutti, e mesceva a destra e a sinistra da bere asciugandosi la fronte
col tovagliolo; e l'altra dal Simonetti, l'orzarolo di Borgo, che
faceva sparire nello stomaco, a forma d'otre, i vassoi delle
fettuccine. Quasi nessuno parlava in quel primo quarto d'ora, ma
quando dopo le fettuccine ebbero mangiato il fritto e comparvero i
tradizionali carciofi alla _giudìa_, quando i camerieri ebbero
incominciato a portar via le bottiglie e sostituirle con altre piene,
allora, negli intervalli della musica, incominciò un vocìo assordante,
incominciarono le grasse risate echeggianti sulla terrazza attigua
coperta dal pergolato, e dove si era riunita tutta la gente di minor
conto, tutta la plebe.
Il principe parlava poco e ascoltava il sor Domenico e l'on.
Serminelli, tutti e due pratici di elezioni, che gli davano dei
consigli. Caruso non potendo stare accanto al principe si era messo
alle costole a Fabio Rosati e sottovoce ripetevagli che se il principe
sapeva svolgere l'idea suggeritagli da lui, era deputato del certo.
Don Pio, nella cui mente era infatti penetrato il suggerimento del
Caruso, ascoltava con orecchio distratto i discorsi delle persone che
aveva a fianco e teneva l'occhio intento sul Rosati e su quel tipo
strano di uomo grasso e senza energia, che pareva avesse concentrata
nell'occhio tutta l'attività della mente, e avrebbe voluto, senza
chiedergli nulla, avere da lui altri suggerimenti. Egli sentiva
avvicinarsi il momento di parlare e la sola idea che sapeva di dover
manifestare era infatti quella della stazione in Trastevere, ma era
una idea isolata, che non sapeva su che basare, nè come svolgere.
La sua non era una elezione preparata da lunga mano, come egli non era
preparato alla vita politica. Lo scioglimento della Camera in seguito
alla caduta del ministero, avvenuto in primavera, aveva rese
necessarie in maggio le elezioni generali, e un gruppo di elettori,
ascoltando il suggerimento del Rosati, si era fatto propugnatore del
nome di don Pio Urbani, principe della Marsiliana, non perchè fosse
noto come uomo intelligente, nè come buon amministratore, ma solo per
contrapporlo a un ricco mercante di campagna, il de Petriis, che, per
la impopolarità acquistatasi nel consiglio comunale, si voleva
escluso dal Parlamento come rappresentante di un collegio di Roma.
Del resto, don Pio non aveva altri precedenti che questi. Figlio unico
e erede di un grande nome e di un grande patrimonio rovinato, era
rimasto orfano di padre nei primi anni dell'infanzia. Sua madre, mercè
l'aiuto di un buon amministratore, che si diceva fosse vice-principe
di nome e di fatto, aveva estinto gran parte delle ipoteche e
preparato al figlio, che faceva educare nel collegio dei gesuiti a
Mondragone, un avvenire ricco e senza fastidi. Don Pio, appena uscito
di collegio, aveva corso la cavallina, e col pretesto di viaggiare,
per dar l'ultima mano alla sua educazione, aveva girato il mondo in
compagnia di una donna più anziana di lui, celebre a Nizza e a Parigi
per la sua eleganza e per la disinvoltura con cui rovinava la gente.
Da quei viaggi don Pio era tornato sfiaccolato, senza aver imparato
null'altro che a vestirsi e a spendere. Cresciuto senza nessun ideale,
senza nessun attaccamento nè all'antica causa dei papi, nè alla nuova
causa dell'Italia, tornava a Roma dal suo viaggio quando la più grande
rivoluzione del nostro secolo si era già compiuta. Quel grande fatto,
che aveva afflitto così profondamente tutti i partigiani del papato e
che aveva fatto esultare tutti gli italiani, lo aveva lasciato
indifferente. Sua madre, rimasta fedele alle antiche idee, sua madre
lo aveva inutilmente spinto a schierarsi fra i sostenitori del
Vaticano, fra quelli cui lo legavano vincoli di parentela e di
consuetudini di famiglia; egli sorrideva, si metteva il monocolo
all'occhio sinistro e non rispondeva. Del resto la duchessa Teresa
Urbani si limitava a esortare il figlio, e si sarebbe guardata bene
dall'imporgli la sua volontà. Giunta a quarant'anni senza avere eredi,
ella provava per questo figlio, tanto invocato e tanto vivamente
bramato, una di quelle passioni cieche che le donne sentono per quelle
creature che le hanno salvate dal marchio della sterilità, passione
più forte di ogni altra della loro esistenza. Agli occhi di donna
Teresa nessuno era più bello, più intelligente e più spiritoso del suo
Pio, benchè egli non avesse nè una bella figura signorile, nè una
bella intelligenza, e di spirito ne possedesse quel tanto necessario a
fare buona figura in un salotto. La vera qualità del principe della
Marsiliana era piuttosto la scaltrezza, che egli sapeva nascondere
sotto un aspetto di grande bonarietà. Egli aveva inoltre una specie
di fiuto che lo poneva sulla traccia delle persone da sfruttare, e
che ora gli faceva indovinare nel Caruso l'uomo opportuno, l'uomo che
avrebbe potuto cavarlo d'impaccio.
Si discuteva a Roma da molto tempo il nuovo piano regolatore della
città, e durante queste discussioni la capitale si trasformava a vista
d'occhio, ponendo, come tanti ostacoli al nuovo piano, i lavori che
già erano compiuti.
La questione di trasportare altrove la stazione ferroviaria era
all'ordine del giorno. Nelle adunanze della Società degli architetti
si era messa avanti l'idea di trasportarla ai Prati di Castello, fuori
della porta San Giovanni, lasciando quella vecchia riserbata soltanto
per la piccola velocità.
Già si erano fatti studî e disegni, si erano pubblicati opuscoli per
sostenere l'una o l'altra idea, ma il pensiero di fare la stazione nel
Trastevere non era balenato a nessuno, e quel pensiero, di cui il
principe riconosceva l'opportunità, per assicurare la sua elezione,
ora lo tormentava non sapendo egli come esprimerlo, e, mentre con la
punta del coltello egli cercava di scalcare una quaglia, pensava,
pensava che avrebbe dovuto fra poco parlare, e quel pensiero gli
faceva aggrottare le ciglia.
La banda sul palcoscenico continuava a suonare, tutti parlavano a un
tempo, quando il sor Domenico si alzò e fece cenno ai sonatori e ai
convitati di tacere. La sora Lalla andò sulla terrazza a dare un
ordine eguale, e a un tratto per tutta l'osteria, un momento prima
così piena di rumore, regnò un silenzio solenne; nessuno osava neppur
portarsi la forchetta alla bocca per non far rumore. Il sor Domenico
si alzò e con quella voce dolce e vellutata, che scendeva al cuore, e
nella quale era riposto in parte il segreto della sua popolarità,
disse, imitando Garibaldi che era il suo idolo:
"Ragazzi! Voi sapete se io sono sempre con voi. Da anni e anni non mi
considero più un uomo isolato; mi pare di essere il vostro padre, il
capo di tutte le famiglie del Trastevere, perchè quando qualcuno
soffre io soffro insieme con lui, come quando qualcuno gode io mi
associo alla sua gioia. Sapete pure che il mio amore non è limitato a
questo generoso rione dove si mantenne sempre viva l'ammirazione per
le virtù passate di questa Roma, il cui nome solamente è simbolo di
grandezza o di gloria, ma si estende invece a tutta la città e
all'Italia, che ha dovuto cinger qui la sua corona regale! Voi sapete
pure che io non ho mai parlato a voi altro che il linguaggio della
verità, che non vi ho mai dato un consiglio che non fosse onesto e
ispirato da quell'amore di patria che ci anima tutti. Ora che siamo
alla vigilia delle elezioni, io prendo la parola e dico, con quella
sincerità che tutti conoscete, di porre il nome del principe della
Marsiliana accanto a quello degli uomini liberali cui deste il
suffragio nelle passate legislature. Questo nome non è portato da
nessuna combriccola, non rappresenta interessi parziali, e sopratutto
non è legato a nessun passato. Per noi ci vuole un uomo nuovo, che
capisca i nuovi tempi, un uomo al disopra di qualsiasi sospetto; e
tale è il principe della Marsiliana; io, ragazzi, lo raccomando al
vostro suffragio, io credo che nessuno possa meglio rappresentare
questo collegio di Roma che lui!"
Grida diverse partirono dalla folla, che ingombrava prima la terrazza
e che ora si era spinta fino nella sala e occupava tutto lo spazio
dinanzi all'affresco di Muzio Scevola; alcune di approvazione e altre
di disapprovazione. Scortichino, il Simonetti e il sor Domenico
sopratutto accennarono a quegli strilloni di far silenzio e il
capobanda fece intonare l'inno di Garibaldi per porre fine al tumulto,
che minacciava farsi serio. Appena ristabilita la calma, don Pio posò
il tovagliolo ed alzatosi, senza guardar nessuno in faccia e a voce
bassa, incominciò a parlare, dicendo:
"Porto un gran nome, è vero, ma le mie simpatie sono per il popolo,
poichè io stimo e rispetto chi lavora, e ho viva ammirazione per
quelli che sostengono, giorno per giorno, ora per ora, la lotta per
l'esistenza. Se voi, che siete qui adunati, volete concentrare sul mio
nome i vostri voti, assicuratevi che avrò a cuore i vostri interessi
più dei miei. Nulla mi lega al passato: nè simpatia, nè vincoli di
famiglia; tutto invece mi spinge verso l'avvenire, che è
rappresentato, specialmente qui a Roma, dalla forte, onesta e
patriottica popolazione del Trastevere. L'avvantaggiare gl'interessi
materiali e morali di questo rione, sarà per me una nobile ambizione.
Io credo che uno dei mezzi per concentrare qui una parte della vita
rigogliosa della Roma nuova, della Roma degli italiani, sia quello di
far costruire in questo luogo la nuova stazione ferroviaria. Per
l'attuazione di questo disegno io spenderò tutte le forze mie e se vi
riuscirò sarò più altero di aver legato a quest'opera il mio nome, di
quello che non sia della gloria passata dei miei antenati."
Grida di viva approvazione partirono dalla folla; il sor Domenico
aveva le lagrime agli occhi e cercava la mano del principe per
istringerla. Fabio Rosati gli s'era accostato e pareva che chiedesse i
suoi ordini, quando Caruso lentamente si alzò e volgendo intorno uno
sguardo dubbioso di sopra alle lenti, chinò la testa in atto di saluto
incontrando gli occhi di don Pio, e quando la folla, per ordine dei
soliti capi, fu ricondotta al silenzio, egli prese a dire:
"Il principe della Marsiliana ha con brevi parole svolto tutto un
programma di cui l'idea fondamentale consiste nel trasportare nel
Trastevere un centro di attività e di lavoro.
"Questa idea non è una idea nuova, sorta nel momento delle elezioni,
suggerita dal bisogno di procacciarsi dei voti, no, quest'idea è stata
lungamente studiata ed elaborata dal nostro candidato."
Il principe meravigliato da quelle parole, e credendo di sognare, non
osava alzar gli occhi per non incontrare quelli dell'oratore nè
quelli del Rosati, il quale con la testa dava lievi segni di
approvazione e ammirava la furberia e la sfacciataggine di Caruso.
"Io, che seguii quel lavorìo paziente ed accurato, degno di una mente
vasta e educata a tutte le più nobili discipline dell'economia
moderna, io che ebbi l'onore di essere il confidente del principe
durante lo svolgimento della nobile idea, io posso esporvi il vasto
piano concepito da don Pio Urbani. Egli vorrebbe vedere Roma
circondata da una cintura di ferrovia che avesse la stazione
principale qui nel Trastevere, quella di smistamento a San Giovanni e
quella di piccola velocità ai Prati di Castello. Inutile dirvi che
l'attuazione di questo disegno farebbe salire enormemente il prezzo
dei terreni nelle tre località indicate e darebbe un grande sviluppo
alle costruzioni, portando qui, dove specialmente siamo, molta gente,
molte forze e molto denaro."
Don Pio, benchè assuefatto a non meravigliarsi di nulla, era
assolutamente annichilito da tanta sfacciataggine, e continuava a
tenere gli occhi nel piatto. Da principio, udendo Caruso, aveva
provato la voglia di fare una risatina sarcastica, ora s'era fatto
serio perchè capiva che quell'uomo s'imponeva a lui in forza del
servizio resogli e creava fra di loro una specie di complicità. Un
resto di onestà, un sentimento di pudore lo spingevano a protestare,
ma il pensiero del fine cui mirava, troncavagli le parole in bocca e
lo induceva a lasciare che le cose andassero per la china su cui
avevale avviate Caruso, purchè riuscisse eletto.
I popolani del Trastevere, abbacinati da quel miraggio d'interessi e
di guadagni, erano tutti concordi nel vedere in don Pio l'unico
candidato, il solo candidato serio, e non pensavano più alle simpatie
della principessa della Marsiliana per i clericali, non osavano più
rimproverare al principe l'inerzia di cui aveva dato prova per il
passato. Appena Caruso ebbe cessato di parlare, un evviva frenetico,
accompagnato dall'inno di Garibaldi, echeggiò per la sala bassa, tutte
le mani si protesero per cozzare i bicchieri ricolmi, e don Pio,
turbato, dovette partecipare al brindisi.
--In bocca al lupo,--gli disse Caruso avvicinando il proprio bicchiere
a quello di don Pio.
--Grazie,--disse il principe, guardandolo senza sorridere.
Fabio Rosati s'era alzato e andava da una tavola all'altra
distribuendo strette di mano, raccogliendo le parole lusinghiere per
il principe con l'intenzione di ripetergliele poi.
--Ve lo dicevo che non c'era altri che lui, che il voto era ben
dato?--ripeteva egli a quanti gli parlavano della stazione in
Trastevere.--Bella mente, idee larghe, idee nuove e un cuore d'oro.
In quel tempo don Pio era assalito dalle domande dell'on. Serminelli,
il quale voleva gli svolgesse meglio l'idea cui aveva accennato. Don
Pio, non sapendo che cosa rispondere, guardava Caruso, ma questi aveva
attaccato discorso con un popolano, che aveva accanto, e fingeva di
non badare a lui.
--Ma è una sorpresa che ci avete fatta,--diceva l'onorevole il quale
aveva nel principe uno dei più validi elettori, poichè don Pio era un
grande proprietario di terreni sul Fucino.
Don Pio esitò a rispondere, ma finalmente, accettando la situazione
tal quale avevala creata Caruso, disse:
--Ci voleva la bomba, ci voleva, non vi pare?
Caruso intanto, con le orecchie tese, non perdeva una parola di quanto
diceva il principe della Marsiliana e gongolava lasciando pendere il
labbro inferiore, e ponendosi i pollici nei taschini della sottoveste
con un fare di grasso beato.
Tutti erano contenti, tutti, anche il sor Domenico, il quale andava
ripetendo fra i suoni stanchi della musica che l'elezione era
assicurata, tutti, meno Fabio Rosati, il quale provava pel Caruso un
senso di repulsione e nella sua onestà si meravigliava che il principe
tacesse, che il principe tollerasse quello che a lui pareva un
insulto.
Ma come avviene spesso, invece di togliere a don Pio la grande stima
che gli tributava da lungo tempo, da quando si era mostrato verso di
lui affabile e cortese e lo aveva trattato molto diversamente da quel
che non sogliano i signori del patriziato romano con i cittadini, nei
quali credono di veder sempre dei clienti, Fabio se la prendeva con
Caruso e sentiva accrescere immensamente la repulsione che quell'uomo
già inspiravagli. Con un colpo d'occhio capiva l'influenza che
quell'intruso dall'aspetto volgare avrebbe presa sul principe e gli
doleva che per essere eletto dovesse sottoporsi a quel giogo.
Le voci avvinazzate formavano un frastuono tremendo nella sala bassa e
sotto il pergolato; un odore nauseabondo di vino versato, di pietanze,
di cattivi sigari, di gente sudicia, riempiva l'aria, e don Pio
incominciava a sentirsi a disagio in quel luogo ed era stanco e
nauseato. Per questo, fatto un cenno al Rosati, si alzò e,
accompagnato dal sor Domenico, dalla sora Lalla e dall'onor.
Serminelli, dal Caruso e dal Massa, traversò la sala dove echeggiarono
della grida stanche e rauche di "Evviva il nostro candidato" e
accommiatatosi da tutti salì in _phaéton_, prese le briglie di mano al
cocchiere e, invitato il Rosati a sedersi accanto a lui, toccò con la
punta della frusta i cavalli, che partirono al trotto.
Durante il breve tragitto, Fabio fu più volte sul punto di dire al
principe quanto lo affliggeva di vederlo nelle mani di un volgare
imbroglione, di narrargli che Caruso aveva servito un po' tutti i
partiti con la penna, una penna che non sapeva intingere altro che
nella bile, e che ora non avendo più nessuno si attaccava a lui come
alla tavola di salvezza. Voleva narrargli che era diffamato come uomo
per avere abbandonato a Milano la moglie e un figlio senza pane; che
era diffamato come giuocatore, per essere stato scoperto con le carte
segnate in mano, era diffamato come giornalista per non essersi mai
addimostrato fedele a nessuno, servendo meglio chi meglio lo pagava.
Ma tutte queste rivelazioni, che salivano a Fabio dal cuore alla
bocca, egli non aveva coraggio di farle a una persona che incutevagli
tanto rispetto quanto il principe della Marsiliana. Fabio Rosati era
troppo romanamente educato per trovare in sè tanta audacia, poichè
quelle rivelazioni naturalmente contenevano un biasimo per don Pio, il
quale, invece di rinnegare qualsiasi connivenza col Caruso, aveva
permesso che mentisse sfacciatamente.
Don Pio pure, nonostante l'impassibilità della fisonomia, si sentiva a
disagio rispetto al Rosati, e dispiacevagli di aver perduta la sua
stima in un momento in cui aveva bisogno della fede illimitata del
giovane per riuscire nell'intento. Per non abbordare l'argomento
spiacevole, don Pio non disse parola durante il tragitto, e soltanto
giungendo al palazzo invitò a mezza bocca il Rosati a salire.
--Grazie, è tardi e ho da fare,--rispose l'altro, che in condizioni
diverse sarebbe stato lietissimo di quell'invito.
Essi si separarono freddamente, e Fabio, triste come chi non ha veri
ideali e vede crollare la fede che ha riposta in un individuo, più per
la sua posizione che per il valore personale, si diede a percorrere
lentamente il Corso, deserto in quell'ora tarda. Egli aveva sognato di
adoprarsi tanto e poi tanto per la elezione del principe di Marsiliana
da meritare la gratitudine di lui, da diventare per l'avvenire l'_ad
latus_ del principe, la persona indispensabile, e quando si vedeva
dischiusa già la casa Urbani, ecco che un altro, un intruso, entrava
con un salto nella posizione da lui faticosamente conquistata, e la
faceva sua.
II.
Fabio Rosati era un giovane intelligente, il quale sentiva che il
bagaglio di cognizioni di cui si era munito negli anni in cui un uomo
deve prepararsi alla vita, era troppo leggiero, troppo meschino per
permettergli di andar oltre nel mondo. Dotato, come quasi tutti i
romani, di quella preziosa qualità che si chiama il senso pratico,
egli sperava di farsi strada lo stesso mercè la protezione, l'aiuto di
persone altolocate, e, non sentendosi forza sufficiente per vivere di
vita propria, voleva porsi nell'orbita di qualche pianeta per fare in
quella la parte di satellite.
A don Pio, carattere chiuso e piuttosto diffidente, egli aveva sentito
d'ispirare una certa simpatia, che aveva coltivato con ogni mezzo.
Valendosi delle conoscenze che aveva nelle redazioni dei giornali egli
afferrava ogni occasione per far citare il principe della Marsiliana;
ora per vantare l'eleganza di un attacco alle corse delle Capannelle;
ora per descrivere un ballo al quale non era invitato; ora per
annunziare la partenza per un viaggio, e spesso egli stesso spingeva
don Pio a fare un dono a un asilo, a compiere un atto benefico
qualsiasi per avere mezzo di lodarne l'animo generoso. Lentamente egli
aveva assuefatti, prima i giornalisti e poi il pubblico a quel nome
che ora figurava spessissimo nelle cronache e così aveva preparato il
campo alla elezione politica di don Pio, dopo aver cooperato a quella
di presidente del Circolo dei Cittadini e di consigliere comunale.
Giunto al caffè Aragno, Fabio cercò subito con l'occhio i conoscenti
con i quali soleva passare la serata, per narrar loro la cena
elettorale da "Muzio Scevola". Scorse in mezzo ad essi Caruso, che con
il solito aspetto di satiro sonnecchiante, parlava senza scomporsi e
facevasi ascoltare. Fabio non seppe allora reprimere un moto di
dispetto e stava per uscire senza accostarsi a nessuno, quando il
Peronelli, redattore del _Fieramosca_, e il Sorani, corrispondente
della _Gazzetta Milanese_, due giornalisti con i quali stava di
consueto, gli fecero cenno di rimanere.
--Dunque è andato tutto bene?--domandava il Sorani a Fabio.--Ti
aspettavo per telegrafare; completa tu i particolari che mi ha dato
Caruso; è bene che di questa elezione si parli in provincia: l'idea
del principe della Marsiliana è splendida.
--Io conto di fare nel _Fieramosca_ un capo cronaca dell'avvenimento
di stasera,--diceva il Peronelli, fumando lentamente la sigaretta e
sorbendo il _cognac_ a centellini.--Hai visto, Rosati, se c'erano
giornalisti alla cena? Vorrei essere il primo a descrivere questo
curioso fatto, perchè, a dirla fra noi, è troppo bello che un principe
del Sacro Romano Impero, un grande di Spagna, vada da Muzio Scevola!
--Sarebbe stata più buffa se ci veniva anche la principessa, come
voleva il sor Domenico,--osservò Caruso col suo sorriso
sarcastico.--Del resto, di giornalisti non ho visto altro che il Massa
della _Ragione_, che ci dormirà sopra ventiquattro ore, poi avrà
bisogno di altre ventiquattro per pensarci, e dopo una settimana
finalmente scriverà il resoconto.
--E tu dove ti metti?--disse Fabio.
--Io non faccio più parte della grande famiglia,--rispose Caruso
lasciandosi cadere le lenti dal naso con un fare stanco e noiato.--Io
la ripudio, non perchè disprezzi quella certa influenza che il
giornalismo conferisce, ma perchè l'esercizio del mestiere è troppo
poco rimunerativo, e io ho bisogno almeno almeno di campar bene; è un
mestiere da signori, che don Pio potrebbe fare, ma non io.
--Ma chi avrebbe mai supposto,--esclamò il Sorani, che era un ometto
magro, tutto nervi, che non sapeva star fermo un istante,--chi avrebbe
mai supposto che il principe della Marsiliana, così muto, avesse nel
cervello delle idee come quella della stazione in Trastevere! Pareva
occupato soltanto di sè, dei suoi cavalli, e stufo anche delle donne.
Fabio involontariamente guardò Caruso, ma questi pareva occupato a
tagliare col temperino la punta di un sigaro d'Avana, e nulla rivelava
in lui l'uomo che volesse rivendicare la paternità di quella idea, e
molto meno vantarsi di averla suggerita. Maggiore del dispetto che
provava in quel momento il Rosati per l'intruso, era la premura per il
principe della Marsiliana e il desiderio di vederlo eletto; per
questo, invece di allontanarsi senza parlare al Caruso, si chinò
all'orecchio di lui e gli disse:
--Hai pensato a comunicare il risultato della cena di stasera ai
giornali della mattina e all'Associazione costituzionale-progressista?
--No,--rispose l'altro alzando lentamente gli occhi e rimettendosi le
lenti sul naso.--Credevo che questo fosse affar tuo; capirai bene, io
non sono nulla, non ho nessuna veste....
--Mi pareva che tu avessi dimostrato tanta devozione alla causa del
principe.
--Non mi pare,--rispose Caruso accendendo il sigaro dopo averlo
considerato da ogni parte,--ma se tu lo dici, sarà. Credevo di nuocere
solamente al De Petriis che mi è più antipatico come impiastricciatore
di cocci, che come clericale, e pare che io abbia giovato al principe
della Marsiliana. Assicurati per altro che quel tuo principe non
m'ispira nessun entusiasmo, perchè lo credo una vera nullità.
Queste parole sprezzanti e il tono con cui erano pronunziate, offesero
profondamente Fabio, il quale per non lasciarsi trascinare da un
impeto di collera, prese a bracetto il Sorani, dicendogli:
--Vieni al telegrafo; ti detterò io quel che devi telegrafare alla
_Gazzetta_,--e salutando appena gli altri, uscì.
--Mio caro Peronelli,--disse Caruso, appena rimase solo col redattore
del _Fieramosca_,--a te voglio fare una confidenza. Tu sei di opinioni
liberali ed è bene tu sappia la verità; il principe della Marsiliana
non ha basi solide nel Trastevere, l'entusiasmo di stasera si deve a
quella idea buttata là della stazione, idea che non credo sia sua e
che egli certo non saprebbe svolgere e molto meno attuare. Appena
svanito questo bollore, i Trasteverini rammenteranno bene che don Pio
non ha fatto nulla, nulla nè prima nè dopo il settanta, che è legato a
una moglie di sentimenti e tendenze ultra-clericali, che è educato da
una madre nera come la cappa del camino, e che per il popolo non ha
davvero simpatie; non è molto che ne ha dato prova quando travolse
sotto alla sua carrozza quella vecchia e poi lesinava le poche lire
per venirle in aiuto; fu il _Fieramosca_ allora che narrò il fatto.
--È vero,--disse il Peronelli riflettendo.--Noi, del resto, non abbiamo
accettata la lista concordata dalla Unione costituzionale-progressista
e possiamo combatterlo e portare invece del suo nome quello del
professore Ghirani, che è un patriotta, un amico. Ora vado a
divertirmi,--soggiunse il Peronelli alzandosi e chiamando il
cameriere per pagare.
Caruso si alzò pure sorridendo malignamente ma sulla porta del caffè
salutò il Peronelli e si diresse a casa lasciando che l'altro andasse
a sfogare contro il principe della Marsiliana il vecchio risentimento
dello spostato per il signore, e, sorridendo per aver lavorato
efficacemente per il suo avvenire, Ubaldo Caruso entrò nella casa, che
abitava sull'angolo delle Convertite, e spogliatosi si addormentò
tranquillamente.
Lo stesso non accadde a don Pio; una volta solo nel suo salotto egli
si dette a riflettere agli avvenimenti della sera, e lo assalì lo
sgomento di esser divenuto schiavo di un uomo che gli ispirava un
senso involontario di repulsione. Nello stringere quella mano grassa,
madida e fredda stesagli dal Caruso, nel momento di separarsi, aveva
provato quella stessa impressione che si prova nel toccare qualcosa di
ributtante; sensazione apparentemente fisica, ma che ha le sue basi
nel morale.
Egli dette al suo cameriere Giorgio il permesso di coricarsi, ma prima
fece preparare il tè sopra un tavolinetto di legno, rivestito di
stoffa antica, e, mentre la fiamma azzurrognola crepitava sotto il
ramino di argento, don Pio accese la sigaretta e gettatosi sopra una
poltrona si dette a meditare, a meditare sulla vita passata, così
vuota, così sterile, e sulla vita avvenire che egli voleva ad ogni
costo circondata, rivestita di gloria. Sulla parete di fronte a lui
v'era appeso un grande ritratto del cardinale Urbani, vestito della
porpora, col lungo strascico coperto di merletto di Venezia, la croce
di brillanti sul petto, i capelli scendenti sulle spalle in copiosi
ricci, e lo sguardo imperioso e ardito.
Illuminato da un lume basso, quel ritratto in piedi si allungava tanto
da prendere proporzioni gigantesche, e mentre don Pio lo fissava,
parevagli che la bocca si atteggiasse a un sorriso di scherno, e che
tutta la fisonomia del fiero prelato prendesse una espressione di
disprezzo, che affliggeva e umiliava l'ultimo discendente degli
Urbani. Com'era piccino, infatti, fisicamente e moralmente, rispetto
al cardinale, e come sentiva la sua piccolezza! Gli pareva di vedere
il fiero signore a cavallo, col petto rivestito di ferro muovere da
quello stesso palazzo per andare a difendere il Castello della
Marsiliana, minacciato dai Colonna; gli pareva di vederlo attaccare
violentemente nel Concilio di Trento le dottrine di Lutero, gli pareva
di vederlo circondato di artisti insigni e di dotti discutere
argomenti di arte e di letteratura in mezzo a quella corte geniale che
aveva saputo formarsi d'intorno, e alla quale aveva commesso le opere
d'arte che ornavano il palazzo, e la ricerca delle preziose antichità
e dei libri rari che facevano non solo di quel palazzo, ma anche delle
ville sontuose di casa Urbani altrettanti asili della bellezza
artistica e della sapienza umana.
Quel sentimento della sua piccolezza si traduceva in una sensazione
fisica, e don Pio si rannicchiava sulla poltrona, palpava le esili
braccia, senza distoglier l'occhio dal quadro, e stabiliva
involontariamente un confronto fra le membra muscolose e potenti di
quel porporato, e sè stesso. Allora lo vinceva un senso di doloroso
sgomento. Quel nome che portava parevagli un pondo troppo immane per
le sue deboli spalle, e si pentiva di aver fatto un primo passo nella
via pubblica, appunto perchè sentiva di non poter su quella lasciare
nessuna orma profonda, riconoscendosi incapace di grandezza, sia nel
bene, sia nel male.