giovinetto si posò alquanto pesante la mano del dottor Grim***, che
rideva e ascoltava da un minuto.
Tonino rovesciò indietro la testa e con le braccia arrotondate in
alto, si attaccò amorosamente al collo del padre. E allora l'ottima
vedova, molto commossa, chiuse delicatamente la finestra della sua
camera.
Dopo il pranzo, Tonino Grim*** andò in campagna da sua sorella Zaeli;
si teneva chiusa la lettera del maestro Polli disotto al panciotto, e
voleva darla a Cecilia in atto di grande mistero.
Non v'era allegria in casa Zaeli. Paolina, seria, ammalata
d'emicrania, passeggiava nel prato a testa bassa, evitando di
approssimarsi a suo marito che, seduto a ridosso del muro, fumava e
leggeva. Fin dal mattino, l'insinuante gentilezza dell'avvocato
l'aveva resa sicura che in lui s'era dissipata perfino l'ombra del
malumore di cui nella sera antecedente essa aveva assaggiato l'amaro,
ma siccome l'affare delle quattrocento lire poste in disparte pareva
proprio condannato al silenzio, il cuore di Paolina nuotava ancora nel
dubbio, e accadeva in lei ciò che comunemente accade a tutto il genere
umano, massime femminile: la bontà di un avversario rinfuoca il
risentimento di colui che un momento prima di fronte alla severità
aveva abbassate le armi.
Zaeli notava il sussiego della moglie, ma fingeva bonariamente di non
vederlo.
A fianco del casino, addossata anch'essa alla muraglia tuttavia calda
dagli ultimi raggi del sole, stava Cecilia Rigotti seduta su un
piccolo scanno, le mani congiunte su le ginocchia in posa estatica.
Guardava le nubi color d'arancio picchiettate di bruno, frangiate
d'argento, maturando nel suo pensiero la risoluzione d'andar via il
giorno dopo, perchè la compagnia di Paolina erale diventata
insopportabile, perchè era sazia di vedersi svolgere sotto gli occhi
un idillio d'amore, un benessere materiale a cui essa era estranea.
Tonino si diè a correre il prato come un uccello scappato di gabbia;
fece arrabbiare sua sorella che lo respinse un po' duramente,
importunò l'avvocato che, paziente e gentile, finì per chiudere il
libro e per mettersi in compagnia del giovanetto.
Tonino era la gioia di tutti, ma tutti però lo paventavano in certi
giorni di soverchia allegria, quando il suo brio degenerava in
provocazione, in petulanza.
Tonino trasse il cognato nel campo e lo lasciò con due contadini che
si misero seco in discorso. Tornò frettoloso nel prato ove Paolina
girava ancora svogliata e malinconica come prima e Cecilia al posto
medesimo pareva sempre interrogare le nuvole che man mano si facevano
color di cenere come i pensieri di lei.
Tonino voltando le spalle a sua sorella si appressò all'angolo del
casino, sbirciò la _Cappuccina in erba_ e si piegò a raccogliere un
sassolino dicendo a mezza voce:
--Signorina Rigotti!
Cecilia abbassò gli occhi.
--Ho una notizia da darle, signorina Rigotti.--Si raddrizzò
nell'elegante e ardita altezza de' suoi sedici anni, fissando Cecilia
con l'occhio furbo e indiscreto.--È venuto oggi il signor Polli a
domandare di lei.
Cecilia non si scompose; appena appena mosse le labbra per dire:
--Che cosa voleva da me?
--Voleva salutarla e dirle tante cose; ma siccome l'ora era tarda e
gli scolari l'aspettavano alle cinque pomeridiane precise, lasciò
l'incarico a me di annunziarle la visita.
--Ha veduto mia madre?
--La signora Rigotti era assente.
Cecilia mostrò di averne saputo abbastanza, ma Tonino era solo a metà
strada della conversazione.
--Signorina Rigotti!... ho qualche cosa da darle.
--A me?
--Aspetti un momento, tanto che Paolina si determini a volgere i passi
a destra od a sinistra. Io so come van fatte le cose, aggiunse
cacciando le mani nelle tasche dei pantaloni e girando a testa alta
come un uomo di mondo.
Paolina rasentava la siepe; giunta alla svolta del campo, s'inoltrò
finalmente verso la collina.
--La roba è qui sul mio petto, ripigliò il giovane fermandosi di
fronte a Cecilia.
--Ma di qual roba parlate?
--Di quella che mi ha consegnato il signor maestro Polli e che debbo
depositare nelle mani di lei. Il Polli, del resto, è un vero pollo
spennacchiato e granelloso fino alla radice dei capelli, il che però
non impedisce che sia un uomo molto piacevole e spirante bontà. Faccio
la consegna, signora Rigotti?
--Vediamo infine di che cosa si tratta,
--Ecco: si tratta di una lettera che io le porgo in ginocchio, ad
imitazione d'un paggio. Va bene così?
E, piegandosi graziosamente, presentò su la punta delle dita la
lettera del maestro Polli.
Un sorriso languido, al pari di quello di un ammalato, errò su la
bocca di Cecilia, il cui grand'occhio ebbe un lampo scontrandosi nello
sguardo innocentemente inverecondo del giovanotto. La mano della
Rigotti prese tutt'insieme la lettera e le dita di Tonino Grim***, poi
le sue sopracciglia si contrassero vivamente.
--Che cosa vuol costui? mormorò Cecilia guardando la lettera e
appoggiando la testa contro la parete.
La Rigotti aveva sete di emozioni; intravedeva il profilo dell'amore
fin nel limpido, puro specchio dell'anima d'un adolescente. Se nella
vita contemplativa a cui voleva darsi, si fosse insinuata l'immagine
del bel fanciullo che le stava allora arditamente vicino, le cui mani
le avevano sfiorate le pieghe dell'abito su le ginocchia, forse sul
freddo scanno del coro essa avrebbe dovuto sussultare di fremiti, e la
sua cella di cappuccina sarebbesi illuminata da chi sa quali splendidi
e terribili sogni!
--Legga, signorina Rigotti, disse Tonino che non sapea comprendere il
perchè di quella lentezza, di quel pallore diffuso sul viso sofferente
della giovane donna.--Le lettere o non si accettano o si leggono
tosto. Il cuore mi dice che dentro questa lettera vi è un soffio
capace di rovesciare il disegno del monastero.
--Perchè dite così?
--Perchè il maestro Polli è innamorato di Cecilia Rigotti, o io non mi
chiamo più Tonino Grim***.
--Innamorato di me?... non dite sciocchezze, Tonino; v'ha un uomo al
mondo che si possa oramai innamorare di me? Dio non vuole, aggiunse
chinando gli occhi dinanzi agli occhi brillanti di Tonino Grim***.
--Il maestro Polli domanderà il permesso al Signore; rispose ridente e
malizioso il fanciullo.
--Allontanatevi, Tonino...
--Ah! la signorina ha ragione. Legga; io passeggio.
--No: restate qui; leggiamo insieme.
--Difatti! giacchè la lettera l'ho portata io!... Prese la lettera,
l'aperse, si chinò vicinissimo alla Rigotti, e posta la testa accanto
alla testa di lei, lesse sommessamente.
--«Cara e sempre amata Cecilia!» L'ho detto! esclamò Tonino. «Vi sono
lontano, Cecilia, eppure vi sono vicino.» Oh! questo, per esempio, è
un modo di esprimersi curiosissimo; sentenziò Tonino guardando in
volto la Rigotti, i cui capelli mossi dal vento scorrevano su i
capelli del ragazzino. Sentiamo pure!
--No, basta: fece Cecilia togliendogli di mano la lettera, piegandola,
ponendola in tasca.
--Pazienza; disse Tonino meravigliato; ma in sostanza ho capito
abbastanza. Il giorno in cui il dottor Grim*** prende in moglie la
vedova Rigotti, la signorina Rigotti prenderà a marito il signor
Polli.
E fece un salto di gioia.
Cecilia era sorta in piedi pallida da far pietà, entrò in casa, salì
nella sua camera e lesse da cima a fondo la lettera. Era una proposta
di matrimonio fatta nei termini più rispettosi, più teneri e sinceri
che adoprar possa la penna d'un galantuomo.
Ritta in mezzo alla camera irradiata nel viso dalla luce purpurea del
tramonto, fortemente eccitata da un tumulto d'idee che le
battagliavano nella mente, Cecilia Rigotti, dopo aver esitato un
istante, stese in atto risoluto la mano verso l'orizzonte infinito cui
percorreva il suo occhio abbagliato.
--Dio non mi vuole! ma ch'io mi scosti da Dio per isposare il maestro
di scuola, il vecchio Polli, che mi ha cullata su le ginocchia, è cosa
inaudita, mostruosa, ridicola!--accompagnava le ultime parole con un
sorriso di scherno.--Quando però debba essere così, così
sia!--incrociò le braccia sul petto e chinò lievemente la testa.
--Che cosa arrischiavo facendomi suora?... l'anima. Che cosa
comprometto sposando Polli?... anima e orgoglio. Ciò sia, ripetè
freddamente, e andò ad appoggiarsi al davanzale della finestra.
Da lungi le perveniva la voce dell'avvocato Zaeli--di Tonino Grim***;
e nella breve distanza dei viali erbosi sui quali si distendevano le
prime ombre della sera spiccava l'abito chiaro di Paolina.
Salivano fino a Cecilia Rigotti, immobile nella sua contemplazione,
gli effluvi delle piante aromatiche e l'acuto odore dei gelsomini che
si arrampicavano fra la verdura lucida, ai ferri della sottoposta
finestra. Cecilia respirava con voluttà di sentimento; e tratto tratto
andava esclamando:--Non m'importa, non m'importa.
Che cosa non le importava? forse di essere fatta segno alla derisione
indietreggiando dalla via del convento per muovere il passo verso un
marito rappresentato dalla povera, goffa figura d'un maestro di
campagna! forse non le importava di accettare l'oscura condizione in
mezzo al mondo che dianzi aveva tante promesse per lei, mentre il suo
cuore, guasto da un'educazione cattiva, numerava a palpiti d'invidia
le laute agiatezze della famiglia e l'amore giovane e bello
dell'avvocato Zaeli e di Paolina!
Non le importava! se lo diceva, se lo ripeteva, si serviva di quelle
parole per tener salda se stessa, ma intanto due lagrime le correvano
alle palpebre e un nodo doloroso le serrava la gola.
Non le importava! ma ritraendosi immantinente dalla scena che le si
spiegava davanti solenne per bellezza e per quiete, andò barcollando
fino alla sponda del letto, vi si rovesciò sopra dando in un pianto
dirotto.
Suora senza vocazione o moglie senza amore, era l'avvenire di Cecilia
Rigotti.
Perchè suo padre dal fondo del suo sepolcro aperto anzi tempo, non la
veniva a guardare? quel pianto, quella disperazione, tutto insieme
quel miserevole tessuto di pigrizia, di invidia, di vanità, era opera
sua. Aveva inebbriata la sua figliuola di ozio, di capriccio, di lusso
e poi quando per continuarle il possesso di effimeri beni non trovò
più i mezzi nel suo lavoro che andava languendo nella poltroneria,
allora stanco di sè, impaurito dalle privazioni, se ne era andato,
senza pensare al crollo dell'edifizio che schiacciava i superstiti.
*
* *
Cecilia non fece motto della lettera ricevuta, ma prima di ritirarsi a
sera inoltrata nella sua camera, disse a Paolina di voler ritornare in
città la mattina veniente. La signora Zaeli non la trattenne.
--Parte domani mattina? chiese l'avvocato a sua moglie, appena
l'ospite loro ebbe data la buona notte.
--Sì! e n'era tempo, rispose freddamente Paolina.
--Brava! la parola deve sempre rispondere al pensiero, per quanto
possa essere poco gentile; disse Zaeli facendo una carezza alla
moglie, che troncò subito l'argomento.
Che l'avvocato accompagnar dovesse a casa sua la signorina Rigotti,
era tanto naturale, tanto inevitabile che Paolina non osò opporvisi,
ma quell'ultima prova a cui doveva sottoporsi le parve la più crudele.
Passò una notte inquieta; lasciò il letto prestissimo, propose di
andar anch'essa in città, adducendo a pretesto il bisogno di far
provviste. Ma Zaeli con la massima gentilezza disse di no; avere molti
affari in quei giorno, non potersi curare di lei, deponesse l'idea di
andare in città.
Paolina inghiottì il rifiuto come farmaco amaro, ma senza smorfia, con
una dignità di donna offesa che vuol far vedere d'essere prudente, che
lascia cadere l'insolenza per raccoglierla poi a tempo più adatto e
restituirla forse con doppia fermezza.
Prima di uscire dalla camera, l'avvocato, già pronto a partire, si
assise un momento allo scrittoio; scartabellò, rovistò, fece degli
appunti sul libretto delle memorie e prese seco delle carte.
Paolina andava e veniva guardando con la coda dell'occhio. Scesa al
pian terreno, trovò la Rigotti nel suo abito dimesso in attesa
dell'avvocato; Paolina, celando la collera sotto l'espressione della
stanchezza causatale, come disse, dall'emicrania sofferta, scambiò
poche parole, accennò con impazienza alla scortesia di suo marito che
si faceva aspettare, e sollevò la tenda cadente dinanzi alla porta. La
passeggiata dal casino alla città non era breve; i pubblici giardini
erano deserti in quell'ora, il sereno del cielo, l'aria profumata,
eran tanti nemici che congiuravano contro Paolina.
La Rigotti le si accostò:
--Vi ringrazio, disse, della gentile ospitalità che mi avete concessa,
e vi auguro che siate sempre felice.
Mentre Cecilia parlava ad occhi bassi, tenendo in mano una piccola
borsa e l'ombrello, Paolina la considerava dal capo alle piante,
radunando in cima al pensiero i torti mai cancellati della Rigotti; le
provocazioni della finestra, le smanie di essere veduta, l'incontro su
la scala, l'incidente del micino bianco... e sentiva un estremo
bisogno di piangere.
L'avvocato era sceso; si partiva.
--Ma perchè, esclamò Paolina con impeto, non dirò io alla servente che
tolga di mano a Cecilia questa borsa e gliela porti fino a casa
sua?...
--Non amo che tu rimanga sola, disse Zaeli. M'incarico io di questa
faccenda.
E prese di mano alla Rigotti il peso leggiero.
Paolina vide allontanarsi suo marito a fianco della Rigotti che
attraversata la strada, messo il piede sul viale del giardino
pubblico, girò indietro la testa, salutò anche una volta l'amica. Il
raggio del sole ne abbelliva il sembiante, il cappello nero rendeva
più bianca quella fronte su cui si spartivano i capelli naturalmente
ondulati, lucidi, splendidi alla gran luce del cielo.
Appoggiata al pilastro del cancello, Paolina mormorava coi denti
stretti:
--Non v'è più rimedio!
Difatti non v'era rimedio. L'avvocato Zaeli era per circa mezz'ora in
balìa di Cecilia Rigotti, il cui fascino, il cui maligno intendimento
poteva, secondo l'opinione di Paolina, metterne a cimento la pace, la
serietà, l'onestà rara. Non v'era rimedio!... si allontanavano soli,
liberi in mezzo all'ampia cornice di verdura, di orizzonte, di acque
cristalline; era troppo! Paolina avrebbe voluto sospingerli in città
col soffio di bile che le fluttuava in petto, o raggiungerli,
frapporsi fra loro e intimare al marito--non la guardare!--I
diciannove anni di Paolina erano insufficienti a darle consiglio in
quella furia di temporale e piuttosto vi si piegavano sotto, restavan
sbattuti, flagellati come un mazzetto di fiori su cui cade la brina.
Veramente addolorata tornò in casa e andò nella sua camera per
cercarvi riposo; si affondò nella grande seggiola a bracciuoli, la
testa nelle mani, i gomiti sulle ginocchia, piangente e fantasticante.
Ma la penombra della camera le accrebbe i tormenti del cuore e sorse
tosto per cercar della luce.
Spalancò la finestra, si avvide d'aver rovesciato il calamaio sopra la
scrivania di suo marito e contemplò il guasto, il disordine con occhio
asciutto; una grande idea, fulgida come il raggio del sole che entrava
dalla finestra, le aveva illuminato la mente.
Zaeli era stato attorno al cassetto della scrivania nel mattino
stesso, aveva frugato, s'era poste in saccoccia delle carte... Gli
occhi di Paolina s'ingrandivano, le sue labbra si schiudevano quasi
per domandare.... Fosse mai?... Oh buon Dio!...
Sollevò la testa con un movimento di strana vivacità, si chinò,
afferrò con le due mani le nappine di ebano poste ai lati del cassetto
della scrivania, e tirò a sè. Inutile! il cassetto era chiuso a
chiave. Perchè era chiuso? l'avvocato non serrava mai la scrivania!
perchè la serrava quel giorno? ma dunque impediva alla moglie di
penetrare nelle sue cose particolari, ma dunque aveva dei segreti!
Eccitata all'ultimo grado, Paolina si propose di aprire assolutamente
il cassetto; assolutamente! aveva sette, otto ore di libertà e l'ansia
del ladro, lo stimolo della gelosia; doveva quindi riuscire
nell'intento.
Prese un coltello, ne introdusse la lama nella fessura dei cassetto,
poi si appoggiò con forza sul manico per dare uno strappo ai chiodi
della serratura; ma accadde che i chiodi non si smossero menomamente e
si spezzò la lama.... Ricorse a un altro coltello più robusto, più
largo... si ruppe ancora.
Paolina, con le braccia nude fino al gomito, le mani gonfie,
arrossate, la fronte velata da ciocche di capelli molli di sudore, non
assomigliava più alla gentile signorina, che l'avvocato Zaeli
chiamava--suo dolce amore.--
Cercò dall'ortolano un utensile a proposito pei suoi disegni e lo
trovò; si rimise al lavoro con la febbre dell'ira, il coraggio della
gelosia, e neppure accorgendosi che le sue povere, bellissime unghie
lucide come la madreperla si spezzavano in cima, scassinò finalmente
la serratura, tirò con veemenza il cassetto e vi spinse il braccio nel
fondo.
La scatoletta entro cui suo marito aveva messo sotto i suoi occhi i
quattro boni da lire cento ciascuno, vi era!... ma... vuota.
Signore Iddio! quale dolore per la giovane sposa. Zaeli aveva portato
il danaro con sè per darlo a Cecilia Rigotti! tutto lo dimostrava.
--È un orrore, è un'infamia, gridò Paolina prorompendo in singhiozzi.
Sa che io sono gelosa, e mi pianta un pugnale nel cuore. Avesse
sciupati i danari in una pazzia; li avesse buttati dalla finestra...
li avesse giocati!... tutto perdonerei, ma darli alla Rigotti...
no!... è una infamia!
Mise sottosopra con furore il cassetto dello scrittoio come fosse un
canestro da lavoro; aperse plichi di carte, li sparpagliò in terra,
mosse, rimosse involtini, rovesciò porta sigari, infranse una pipa,
operò una specie di strage, ma non rinvenne il danaro.
La spossatezza la prese. Cadde su la poltrona chiudendo gli occhi,
desiderando di morire.
Nessuno la disturbava; il sole riempiva di luce e di caldo la camera,
ma Paolina non vedeva altra che buio; lo stormire degli alberi, il
bisbiglio delle passere, la voce della serva che di tratto in tratto,
al piano disotto, rompeva il silenzio, nulla giungeva agli orecchi di
Paolina, assorta nei suo dolore di donna tradita. Veramente tradita; a
che pro illudersi?... Le campane della parrocchia la scossero
finalmente; era mezzogiorno, e in quel punto la sua donna di servizio
batteva discretamente all'uscio per dirle che la colazione era pronta.
Mangiare?... mangiano forse le donne tradite?! domandò a se stessa.
--Lasciatemi sola, rispose con debole voce. Una voce argentina vibrò
all'aperto e salì dal prato all'orecchio di Paolina come una nota di
organetto o un trillo d'usignuolo.
--Ohe di casa! non v'è nessuno?
--Tonino! che cosa vuole Tonino!
--Non mi si apre, no? quale idea? siete chiuse in gabbia a mo' degli
orsi o siete andate alla Madonna di San Luca?...
La serva volò giù dalle scale, e Paolina andò allo specchio per
riparare al disordine della sua toeletta. Rimanersi in camera era
impossibile poichè era arrivato Tonino, pronto a scassinare la
serratura dell'uscio come lei aveva scassinata la serratura dello
scrittoio. Bisognava farsi vedere.
--Ebbene, esclamò Tonino Grim*** ai piedi della scala, tenendo
irriverentemente il cappellino di paglia molto abbassato su gli occhi,
trafelato dal caldo, guardando sua sorella che scendeva oncia a oncia.
Ti alzi adesso? hai la ciera d'un passerotto tolto dal nido.
--Vorrei sapere, Tonino, che cosa vieni a fare da me a quest'ora?
--Vengo a far colazione e più tardi a pranzare. Vengo per avere buona
accoglienza, se no torno indietro e dico a Zaeli--vostra moglie è....
--Ti ha mandato Zaeli?
--Sicuro. Mi ha detto:--Tonino, giacchè sei ozioso come un cagnuolo,
va da Paolina che ho lasciata indisposta e tienle compagnia.
--Lo sa, il perfido, ch'io sono indisposta! mormorò essa.
--Io ho risposto--vado--; ma prima ho aiutato il babbo a riporre un
cesto di biancheria, ho badato alla serva che badava al fornello, l'ho
aiutata a sbucciare i piselli e son venuto. Mamma Rigotti ti saluta.
Oh, viole gialle! La sposa ha sessant'anni su le spalle!...
E si mise a girare in tondo, urtando le seggiole e i tavolini.
--Tonino, di'... Zaeli ha accompagnato Cecilia?
--L'ha accompagnata.
--Si è trattenuto molto tempo in casa sua?
--Molto.
--Come! gridò Paolina con uno scoppio di voce.
--Sei arrabbiata?
--Molto, hai detto?
--Lo so io?... non ci ho badato. Ti preme?
--No, fece Paolina reprimendosi.
--La signorina Rigotti doveva aver fretta di conferir con sua madre,
perchè... bagattella! se tu sapessi! pare che il maestro... Polli
abbia intenzione di sposare la signorina... zitto! io sono a parte
dell'arcano; io ho portato la lettera... non faccio per dire, ma....
--Tonino... non dir bugie!
--Bugie! gridò il giovanetto spalancando gli occhi.
--Che mi parli di lettera, di sposo?...
--Dico la verità. Cecilia Rigotti è diventata smorta e poi rossa nel
leggere la lettera dei maestro Polli; un ometto piacente in fede mia.
Capisci? diamine! doveva accadere. La Rigotti lascia l'idea del
convento per quella del pollaio... ah, ah, ah!... e la dote che ha
raccolta per farsi monaca la spende in tanti abiti da promessa
sposa.--Bene? andiamo dunque a mangiare.
Paolina restò di sasso. Le ore passavano quasi per incanto, assorta
com'era in pensieri confusi. Non contemplò più nella sua fantasia
Cecilia Rigotti nella santa, pericolosa poesia dell'abito monacale, ma
parvele di vederla nella veste di sposar carica di ornamenti
acquistati con le quattrocento lire di suo marito.
Tonino si occupò poco di lei; andò a divertirsi con l'ortolano che
raccoglieva gli erbaggi e le frutta.
Quando l'avvocato Zaeli fu di ritorno dalla città, Paolina lo
attendeva in camera, assisa nella grande seggiola a bracciuoli, il
cassetto dello scrittoio ai suoi piedi voltato di sotto in su, gli
oggetti sparsi ignominiosamente in terra.
*
* *
L'avvocato aprì l'uscio della sua camera, fece due passi e richiuse.
Sua moglie non parve avvertirne l'arrivo tanto si mantenne immobile
nella sua posa semi-tragica.
Lo sguardo di Zaeli si posò prima sul cassetto scassinato, poi andò
lento, espressivo, illuminato da una fredda dolcezza sopra Paolina il
cui cuore batteva da spezzarsi.
--I ladri hanno fatto scempio delle mie robe; disse il giovane
deponendo il cappello e il bastone.--Ma furono corbellati, aggiunse
ridendo.
--Sì; disse Paolina sorgendo ad un tratto. Il denaro non c'era più.
--La signora cercava dunque il denaro?
--La moglie cercava delle prove!
--E le ha trovate?
--Le ha trovate.
--Ah! l'assenza degli oggetti diventa prova flagrante nel codice
matrimoniale?...
--Di codice non ne so; so, signore, che la vostra condotta è
ripugnante, so che io non posso tollerarla, so che all'inganno
rispondo con lo sprezzo.
--C'è altro?...
--Intendo che tutto sia finito fra noi.
--Tutto! La parola è immensa.
--È la sola parola che risponda al mio pensiero. Voi, signore,
rendendo scopo de' vostri favori la signorina Rigotti, che io detesto,
avete commessa un'azione da cattivo marito.
--Potrebbe un'opera di carità assumere la fisonomia della colpa?
--In questo caso sì, giacchè la carità serve di mantello a una volgar
simpatia... e voi non aveste riguardo nel lacerarmi il cuore.
--Vediamo! disse l'avvocato, prendendo una seggiola e sedendo in mezzo
alla camera. È gradevole il fare un po' di filosofia fra marito e
moglie! facciamone, Paolina. Io, come vedi, ho la calma del filosofo,
tu fa di ottenerla reprimendo l'audacia dello spirito ribellante.
Discutiamo.
--Vorresti confondermi con le sottigliezze della vostra professione,
rispose Paolina che non intendeva di prestarsi a un colloquio, ma
voleva la lite, il conflitto. Non voglio discutere, io! dico inganno
all'inganno, e domando soddisfazione dell'offesa che mi vien fatta.
--Offesa? ma l'offesa, Paolina, sei tu che la compi intera, brutta,
grandissima, verso di me. Perchè hai il male della gelosia, ti
dichiari offesa?...
Paolina sussultò.