di meglio per me.
--Ma non pensi al dolore di lasciare tua madre?
--Vi ho pensato, ma poichè ho avuto la forza di sopportare la
disgrazia di mio padre, sento di poter reggere a qualunque altro
distacco. Vivevo in una completa ignoranza di affari, nell'abitudine
di star bene e nell'inganno di credermi qualche cosa nel mondo!... in
piena spensieratezza, abbagliata dall'illusione, mi son trovata ad un
tratto nella dura necessità di lavorare. Lavorare io?... vi ricordate,
Paolina, la vita che conducevo? Non so lavorare, non posso, non voglio
accettare quest'ultimo scampo che mi vorrebbe offrire il destino e
preferisco il chiostro alla bottega dell'operaia.
--Se il chiostro non avesse altro che rose da darti! fece Paolina
dolcemente. Ma riflettete che l'austerità del convento, la grave
responsabilità dei voti deve essere ben più opprimente all'anima, di
quanto la fatica del lavoro possa essere molesta alle mani. Ti pare?
Il lavoro nobilita.
--Non mi pare, rispose freddamente Cecilia. Suora, mi nascondo;
operaia, mi situo in faccia alla gente, che, ricordandosi di quello
che _fui_, mi avvilirà per quella che _sono_.
--Come puoi credere così cattivo il mondo?
La Rigotti, sollevò le spalle con profondo disprezzo.
--Gli amici di mio padre sono venuti a condolersi con noi e nel tempo
stesso hanno passato in rivista i nostri bei mobili, gli armadi colmi
di biancheria, per dar loro un bel prezzo e dividerseli dietro uno
sborso insignificante, valevole appena a far fronte alle spese
d'urgenza. E domandi come io possa credere cattiva la gente?... i
creditori di mio padre facendo il panegirico del martire, come lo
hanno chiamato, hanno spogliato me e mia madre per salvare loro
stessi: ho veduto portar via il mio pianoforte dal padre d'una mia
amica, la quale, lieta della combinazione, si è data subito a studiare
la musica, nè mi ha più guardata in viso! e vi meravigliate, Paolina,
che in tanto rovescio di fortuna, in tanta crudeltà di disinganno, io
mi risolva a staccarmi dal mondo?
--Ma, potresti riconciliarti con la vita, mediante un collocamento
decoroso...
Un sorriso più triste d'una lagrima, passò sul bel volto della
Rigotti.
--Nessuno pensa a me, oggi che son caduta nella disgrazia! ma non
importa. Ora mia madre è salva dalla miseria, continuò addolcendo la
voce, ed io posso allontanarmi da lei più quieta nel cuore.
--Ti farai suora di carità? chiese Paolina, dopo breve silenzio.
--Mi farò cappuccina.
--Ma le suore di carità sono utili al mondo perchè lavorano!...
esclamò vivamente la signora Zaeli.
--Le cappuccine pregano: rispose breve, Cecilia Rigotti.
Una fuggevole espressione d'ironia, spuntò sul labbro di Paolina, che
fu tentata di dire:--ma, voi signora, abborrite anche il lavoro dei
santi! voi per amore di ozio preferite all'opera meritoria esercitata
nel mondo, l'asceticismo sonnolento che non ha valore, poichè,
cappuccina per avversione alla fatica, è virtù che non so intenderla!
E fissò gli occhi in viso all'ospite.
--Assolutamente non divido le tue massime, e vorrei per il bene tuo,
Cecilia, che rinunziassi alla follia di un sacrifizio che non
riuscirai a sostenere.
--Iddio avrà misericordia di me.
--Comincia ad avere pietà di te stessa. Il passo è terribile, nè io
vorrei su la mia coscienza il rimorso d'averti spinta con un solo
consiglio.
Cecilia, sorrise un po' bieca.
--Voi dunque, Paolina, non vorrete neppure contribuire alla sollecita
effettuazione del mio unico desiderio, con un'offerta generosa?
--Quale offerta?
--Raccolgo a titolo di elemosina la dote per entrare in convento.
--Francamente! disse Paolina, con un gesto vivace; non posso cooperare
all'infelicità d'una creatura.
A questo punto la conversazione cadde, come cadeva appunto la sera. Un
velo di rugiada inumidiva l'orlo del sentiero sul quale camminavano le
signore che tenevano leggermente sollevata la veste.
Paolina Zaeli, ripensando in silenzio alle disgrazie della sua ospite,
sentiva in sè l'abilità di confortarla con ragioni rassicuranti,
qualora Cecilia le avesse ispirata una tenerezza d'amica; ma, accadeva
che quanto più intima si faceva la loro conversazione, tanto meno ne
rimaneva tocco il cuore della signora Zaeli.
Nel corso di parecchi giorni, la Rigotti si lasciò scorgere più tetra
che mesta, più sdegnosa che appassionata; era palese in lei la donna
crucciata dall'impazienza, intollerante ai colpi dell'avversa fortuna,
risoluta di affrontare volontariamente la più difficile delle
condizioni piuttosto che in una nobile rassegnazione, dar saggio di
intelligente dignità, di coraggio lodevole.
Rendeva noto a chiunque di farsi monaca per iscampare dalla necessità
del lavoro che le faceva spavento; per isfuggire la vista di quelle
mondane lautezze di cui aveva goduto o di cui s'era creata un bisogno.
La pietà, l'amore della solitudine, la religione in Dio, non entravano
affatto nella sua risoluzione; non cercava di nasconderlo, offriva
noncurante e sprezzante all'altrui meraviglia, la viltà del suo
spirito, la fiacchezza materiale che la persuadeva a rinserrarsi in
convento.
E Paolina pensava:--quante triste monache si raccoglierebbero sotto lo
stendardo dei Santi, se tutte le infelici fanciulle sbalzate da una
ricca fortuna rifuggissero dalle privazioni e dalle fatiche rimaste ad
unica loro eredità nel mondo! ma la donna che ha senno deve domandare
all'ingegno suo o alle sue mani le risorse contrastatele dalla
fortuna; deve scegliere fra le due vie quella che per mezzo
dell'operosità le garantisce un onesto mantenimento, non quella che in
nome d'una falsa vocazione la inchioda ai piedi dell'altare senza fede
nell'anima, senza affetto divino nel cuore. Dall'ozio del chiostro
quanti rimpianti saliranno al cielo; e quante terribili colpe di noia
e di collera turberanno la legione degli angeli messa a custodia di
quelle sacre mura!
Paolina si lasciava attrarre dalla compiacenza di fantasticare intanto
che la sua ospite, testimone della decorosa agiatezza di casa Zaeli e
della felicità che dentro vi aleggiava, sentiva raddoppiare lo spasimo
della sua vita.
Apparentemente disposte l'una verso l'altra a rapporti sempre più
amichevoli, si nascondevano reciprocamente la verità delle
impressioni, e mentre col labbro si ricambiavano una dolce parola, si
ritraevano con l'animo sdegnoso e si sfuggivano.
L'avvocato Zaeli vedeva, senza far mostra delle sue osservazioni, lo
strazio, la superbia, l'invidia che si disputavano miserevolmente il
cuore di Cecilia Rigotti, povera pianta male allevata, povera anima
oppressa da sventure troppo dure per lei! e vedeva in sua moglie
l'alternativa perpetua d'una tranquillità instabile, d'una apprensione
soffocante. Il suo brio non era più schietto, le sue angustie erano
vere, ma riusciva a tenerle sequestrate nell'intimo, perchè l'amor
proprio glielo imponeva.
Decisamente Paolina era ammalata di gelosia e bisognava guarirla.
Guarirla in qual modo? vi voleva una occasione non scongiurata per
forza di volontà, ma figlia del caso perchè quell'anima di bambina si
liberasse per sempre da una tendenza, da un vizio che invecchiando non
acconsente più rimedio a guisa d'una stortura del corpo che, non a
tempo risanata, lascia di sè una sconcia ed indelebile impronta.
La Rigotti accennava dopo due settimane di voler ritornare in città e
Paolina timorosa di far conoscere al marito la gioia di quell'annunzio
si affrettava di trattenere l'amica con insistenti preghiere: a così
vive istanze la Rigotti differiva di giorno in giorno la sua partenza,
ma l'affanno, il malcontento aumentavano in entrambe.
Zaeli, tranquillissimo, neutro in quel conflitto di due cuori
appassionati e ammalati, faceva annotazioni nelle pagine di un
libriccino che si teneva in saccoccia.
Il dottor Grim*** non mancava d'andare a pranzo dalla figliuola una o
due volte per settimana, e quelli erano giorni difficili per Paolina e
Cecilia. Il degn'uomo espansivo, ciarliero, affettuosissimo,
inacerbiva senza saperlo l'animo delle due giovani donne inquieto e
sospettoso d'avanzo. Alla figliuola faceva continuamente calde
esortazioni intorno a Cecilia, la cui salute, tuttavia vacillante,
richiedeva, fino all'inverno, l'aria salubre della campagna e il
regime delicato e lauto di cui solo in casa Zaeli poteva fruire. Alla
Rigotti faceva spietatamente risaltare con vivi colori la buona
ventura di poter godere anche un po' di consolazione nel mondo, prima
d'andare in perpetuo a serrarsi nella cella di monaca. Le riportava a
nome di sua madre come pur troppo le offerte per la dote monastica
cadessero assai lente e leggiere dalla mano dei fedeli! quanto stento
occorresse per raggiungere il compimento di quella benedettissima
somma che da principio pareva un fatto di così tenue importanza e che
in effetto era una speranza troppo avventata.
Poi da capo l'egregio dottor Grim*** si rivolgeva alla figliuola e con
uno sguardo, con una carezza, con un sospiro significantissimo le
susurrava all'orecchio:--Via, Paolina, via... offri i tuoi risparmi a
Cecilia! possibile che tu non abbia qualche risparmio in fondo al
cassetto?
Gli stava a cuore che Cecilia andasse con l'aiuto di Dio e del
prossimo, fra le cappuccine, Ora che nella ridente prospettiva
dell'avvenire stava a magnifica immagine l'ottima vedova Rigotti
rivestita del triplice manto di sposa, di madre, di governante.
Paolina s'impazientiva, si crucciava col padre, esternava la sua
disapprovazione per la vita monastica, e Cecilia Rigotti nell'amarezza
dell'avvilimento mordeva tacita l'ingrato stame di cui le si intesseva
l'esistenza.
*
* *
Una sera l'avvocato Zaeli prima di coricarsi stava seduto alla
scrivania facendo conti, rimescolando carte, ripartendo il denaro
riscosso il giorno medesimo.
Sua moglie girava qua e là riponendo oggetti di toeletta senza darsi
pensiero di quello che faceva Zaeli.
--Questo per il mercante che ho pagato solamente a metà...; questo per
l'ebanista che mi fece i mobili del gabinetto e al quale diedi un
acconto meschino...; questo pel tappezziere...; questo pel sarto... Vi
è altro?
--Che cosa dici? domandò Paolina ferma a due passi.
--Dico che non mi par vero di togliermi subito domattina il pensiero
dei debiti. Erano debiti di nozze! guarda, eccoli estinti.
E accennò alla moglie i mucchietti di conti disposti in fila.
--Sai? ora mi sento perfettamente contento. Vuoi un regaluccio da me?
--Perchè no? disse Paolina ridendo.
--Se ti regalassi cinquanta lire?... cento lire? centocinquanta?...
--Oh, oh, sali ancora!...
--Che cosa te ne faresti? dimmelo subito.
--Un vestito.
--Hai necessità d'un vestito? esclamò l'avvocato con meraviglia.
--Necessità no, desiderio sì.
--Vana!... vana!... non ti piacerebbe disporre del mio piccolo dono a
profitto d'un altro?
Paolina rimase un momento interdetta.
--A profitto di chi? domandò con voce alterata.
--Di chi può averne bisogno mentre tu sei provvista di tutto.
--In tal caso tienti il denaro e fanne tu stesso l'uso che vuoi.
L'avvocato non si mostrò punto dalla risposta, ma, presi due biglietti
da cento lire li porse alla moglie.
--Questi sono per te, disse con calmo sembiante; nè io domanderò ove
vadano a finire. Questi--ne prese quattro dal portafoglio e li distese
flemmaticamente su lo scrittoio,--questi sono per me, li tengo
separati dall'altro denaro; li colloco in un posticino remoto, qua, in
fondo al cassetto, dentro la scatoletta che tu mi regalasti piena di
sigari! nè tu, rammentalo bene, Paolina... domanderai a quale oggetto
io li destini.
Intanto che parlava piegava infatti i quattro biglietti da cento lire
ciascuno e con una esattezza più femminile che magistrale, li poneva
nella scatola, introduceva il braccio entro il cassetto e la spingeva
agli estremi confini. Paolina non fece motto, ma al cattivo pensiero
che le corse nella mente sentì piegarsi le ginocchia.
--Buona notte, Paolina; io mi corico tardi perchè ho da ripassare un
fascio di carte.
Riprese la penna e si mise a scrivere. Ma Paolina, ferma al posto,
pallida di commozione svolgeva in quel momento nel segreto del cuore
una questione terribilmente importante per lei.
--Ah! le duecento lire che mi regala dovrebbero secondo i suoi
desideri cadere nelle mani della Rigotti che ha necessità di
completare la dote! quale interesse nutre per la signorina? deve
importare a lui ch'io la benefichi o no?... e poi che ha compreso come
io sia lontana dal dividere i suoi sentimenti caritatevoli mi usa una
rappresaglia! ripone il doppio di quanto mi ha offerto, m'interdice di
domandargliene conto e si dispone cheto a favorir la Rigotti della cui
riconoscenza si terrà fortunato.--No! fece a voce alta, afferrando il
braccio di suo marito,--no, non lo permetto!
L'avvocato Zaeli volse la testa maravigliato.
--No, non devi irritarmi occupandoti tutto a un tratto di Cecilia
Rigotti.
--Cecilia Rigotti? come c'entra essa?... ma Paolina!
Paolina aveva rotta la diga, e la sua collera precipitava con l'impeto
d'una fiumana. Piegata verso suo marito che sempre seduto teneva la
penna sospesa sopra un foglio, proseguì accesa in viso, scintillante
negli occhi:
--Credi ch'io non t'abbia compreso? tu pensi di favorire Cecilia
Rigotti, che ieri, oggi stesso, parlava delle sue miserie volgendo
verso di te quello sguardo che io pavento, sguardo cattivo... maligno,
sguardo che mi riconduce al pensiero...
--Che cosa? interruppe Zaeli, attento e pacato.
--I giorni antichi. Ah, tu non sai il martirio del mio povero cuore.
--In verità, Paolina, io non riesco a capire.
--Egli è un segreto!--proruppe di nuovo la giovane che si premeva le
mani sul cuore.--Ma il triste momento è venuto per me. Se tu sapessi
il mio dolore, Zaeli, se tu sapessi quanto ho combattuto!
Zaeli lasciò cadere la penna, prese una mano di sua moglie e l'attirò
dolcemente.
--Ho creduto, Paolina, che la tua vita fosse serena, e mi parli di
segreti, di dolori, di combattimenti!!!
--È lei, è stata lei che mi ha rovinata la pace da lungo tempo, Zaeli!
Si coprì il viso con le mani, singhiozzando sommessamente.
--Ti ricordi, Zaeli, il micino bianco di Cecilia Rigotti?
L'avvocato appoggiò i gomiti su lo scrittoio e tutto pensoso lasciò
vagare i suoi occhi nel vuoto.
--Un gatto? esclamò grave.
--Già. Cecilia Rigotti si valeva di lui per conversar teco per la
scala... Non sorridere!--gridò chiudendo gli occhi; e con un trasporto
di tenerezza buttando le braccia al collo di suo marito.--Io sono
gelosa di Cecilia Rigotti.
--Bambina, bambina.
--L'odio!
--Oh mia piccola amica a quali follie ti abbandoni.
Paolina rialzò la testa.
--Piccola amica! che significa questo? Piccola, è parola umiliante.
--La cancelleremo dal nostro vocabolario quando tu sorgerai dalle
insensate dubbiezze, indegne d'un animo forte.
--Ma io ti amo!
--No, mia cara, non è questo l'amore, è... l'hai detto tu stessa, è la
gelosia: ma nemmeno la gelosia; aggiunse l'avvocato leggermente freddo
ed ironico, è la sciocchezza della gelosia, nient'altro. Ora coricati,
nè se ne parli mai più.
--Mi dirai a quale uso destini...
E col dito Paolina segnò il cassetto dello scrittoio.
Zaeli scosse negativamente la testa.
--No? perchè dici no? hai in animo di rendermi infelice? vuoi
avvalorare i miei dubbi! Vuoi di questa povera, piccola amica quale mi
chiami, farli una specie di schiava a cui sia interdetto di sapere le
disposizioni del suo signore!... Che tu sii il padrone non me ne
dolgo, ma questa volta io voglio essere la regina.
--E poi? domandò Zaeli sbadigliando, intingendo la penna nel calamaio
intanto che la moglie si faceva vieppiù coraggiosa nella difesa de'
suoi diritti.
--E poi mi oppongo assolutamente che la Rigotti sia beneficata da te.
--Vivi tranquilla e coricati... ho bisogno di lavorare.
--In grazia de' tuoi benefizi la Rigotti conserverebbe memoria di te,
ed io non lo permetto.
--Basta! fece l'avvocato volgendo lo sguardo a sua moglie.--Era uno
sguardo tutto nuovo per lei. Nella pupilla limpida e larga pareva
esservi caduta una goccia d'inchiostro. Non tenne l'occhio fermo in
viso a Paolina che per la durata di un lampo; ma Paolina sentì uno
spasimo di soggezione che le sembrò d'una lunghezza spaventevole.
--Abbi in mente, mia cara, che gli uomini serii non si prestano alle
insulsaggini del sentimento. Io, che in tuttociò che a te si riferisce
ho conceduto sempre la massima attenzione, sono questa volta costretto
ad interromperti... è la terza volta, se non erro, che ti saluto...
basta, dunque... buona notte, Paolina.
Non v'era da ostinarsi con un uomo che alla cortesia dell'amico, alla
tenerezza dell'amante, sostituiva finalmente l'autorità del marito.
Molte sono le donne che da quelle prime asprezze del matrimonio
traggono ardire per ribellarsi; ma Paolina, che in mezzo alle violenze
della sua gelosia, possedeva la dolce timidità della fanciulla, si
ammansò tosto, e piegata docilmente la fronte accettò silenziosa il
bacio che suo marito le posò su i capelli.
*
* *
Tonino Grim*** in manica di camicia a cavalcioni su di una seggiola
posa sua favorita, andava scompigliandosi i folti capelli, masticando
fra i denti qualche parola che voleva essere in rima. Aveva saputo da
sua sorella che la vecchia signora Rigotti avrebbe fra pochi mesi
presa stanza in casa Grim*** in qualità di padrona, e siccome la
notizia ne esilarava l'animo, si provava a comporre uno stornello (il
genere di poesia che maggiormente lo solleticava) in onore della
promessa sposa che rispettosamente avrebbe chiamata mammina.
La finestra a cui stava vicino dava sul giardinetto di funesta memoria
dopo il dramma ivi compiutosi dal disgraziato Rigotti; nè v'era caso
che Tonino Grim*** se ne dimenticasse, nè v'era sera buia e silenziosa
in cui Tonino passando rasente alla finestra osasse guardare in giù
per timore di veder sorgere la mesta ombra del suicida attraverso il
fogliame della vite e dei fichi.
In pieno meriggio la cosa cambiava d'assai e Tonino a volta a volta si
sentiva perfino il coraggio d'andare nell'orto, di staccare i grappoli
d'uva e mangiarseli facendo le capriole.
Quel giorno, a cavalcioni sopra la seggiola, i gomiti appoggiati al
davanzale, allegro per il bel sole che cacciava gli spettri, gridava
da dieci minuti con ispirazione poetica:
«Oh viole rosse...
«La sanerà il mio babbo dalla tosse!
«Oh viole gialle...
«La sposa ha sessant'anni sulle spalle!
«Oh fior di mela...
E rideva, schiacciando coi denti bianchi come la neve i semi di zucca
che la serva aveva messi ad asciugare sul parapetto della finestra.
--Di grazia, le signore Rigotti abitano ancora qui sopra?
A tale domanda che veniva fatta da una persona entrata allora dal
cancello del giardino, Tonino Grim*** si sporse fuori fino alla
cintura.
--Sì, signore, abitano sempre al secondo piano.
--Ho suonato ma nessuno mi ha aperto.
--La signora Rigotti è uscita mezz'ora fa.
--E la figliuola?
--La figliuola è in campagna da mia sorella.
L'interlocutore che stava abbasso parve riflettere, e Tonino,
compiacentissimo, stava in attesa di qualche altra domanda.
--Se vi fosse mezzo di lasciare un'ambasciata!
--Lasci pure, mi incarico io di riferirla.
--Posso salire?
--Anzi!... si accomodi...
E Tonino in due salti fu all'uscio e lo aprì.
Colui che si presentava era un uomo di civile apparenza, non giovane,
non vecchio, non bruttissimo, ma goffarello, impacciatello, non troppo
bene in arnese per parere un di città, non bastevolmente a suo agio
nei panni da campagnuolo per assomigliare ad un vero campagnuolo.
Restò titubante mezzo minuto in faccia a Tonino, che da giovinetto
educato aveva in un lampo infilate le braccia nella sua giacca, e
s'inchinava cortesemente sull'uscio. Ma siccome doveva interessar
molto al signore ciò che stava per dire, cominciò per mescolare alle
parole un sorriso dolce, sollecitante, pieno di calda sincerità.
--Vorrei che il signorino si ricordasse di dire alla signora Rigotti
che è venuto a cercarla il maestro Polli...
--Polli?... fece Tonino guardandolo bene in viso e osservando
curiosamente la pelle del signor Polli, granellosa e screziata dal
sole come il collo di una tacchina.
--Sì, signore; il maestro Polli è venuto a cercare la signora Rigotti
per un affare di premura; e tornerà.
--Ho capito.
--Tornerà appena abbia libere un altro paio di ore; dica che il
maestro Polli ha in queste vacanze da lavorare per dieci.
--Ho capito.
--Nè ha potuto fino adesso trovare il tempo di dare una scappatina.
--Ho capito.
--La signora Rigotti sa dove abito. Abito in giù, presso le valli,
lontano tredici buoni chilometri. L'aria però non vi è malsana, perchè
vi ha terra coltivata all'intorno, e la mia casa è asciutta.
--Ho capito, ripetè Tonino per la quarta volta.
--Dica che tornerò. Oh si figuri! dopo la disgrazia... mi vengono i
brividi! non so pensarvi,--alzò le mani e gli occhi al cielo.--Se poi
la signora Rigotti volesse sapere il perchè non l'ho aspettata,
risponda ella, caro signorino, queste parole: Il maestro Polli venne
in città con l'affittuario, ma temeva di perder la corsa, poichè
l'aspettavano a casa i figliuoli di un benestante, ai quali dà lezione
alle cinque pomeridiane precise. Si ricorderà tutto questo?
--Spero di sì, rispose Tonino un tantino imbrogliato.
--Polli; si tenga a memoria Polli.
--Oh, in quanto a Polli, non lo dimentico, no; fece giovialmente il
ragazzo guardando sempre il collo ruvido e rabescato del maestro di
scuola.
--E la signora Cecilia?...
--Quella è in campagna da mia sorella.
--Di salute come sta la poverina?...
--Bene.
--Di spirito?
--Male.
--Persiste nell'idea di farsi monaca?
--Credo di sì.
--Falsa idea; disse il maestro abbassando io sguardo. Se lasciassi due
righe per la signora Cecilia?
Tonino non disse nè sì nè no, ma si divertiva col signor Polli.
--Senta! proseguì questi ponendo la mano nella tasca del suo abito
grossolano. Ho da quindici giorni preparata una lettera che non
inviai, persuaso essere assai più conveniente parlare che scrivere. Ma
giacchè gl'indugi sembrano volersi frapporre a certa conclusione che
mi son prefisso, risolvo di dare a lei questa lettera che trasmetterà
alla signora Rigotti.
--Non più tardi di questa sera.
--Bravo! le son tanto obbligato.
La determinazione doveva essere costata uno slancio di sentimento
fuori del comune, poichè su la fronte del maestro Polli stillavano
goccie di sudore. Consegnò la lettera e voltò bruscamente verso la
scala, quasi volesse nascondere la confusione dell'animo,
l'alterazione improvvisa del volto.
Tonino Grim***, richiuso l'uscio, riprese posto vicino alla finestra,
recitando briosamente:
Oh viole gialle...
La sposa ha sessant'anni sulle spalle!
Fior senza nome...
La sposa ha della cipria su le chiome!
--Cara, cara signora Rigotti! vociferava gestendo; ti avrò ai miei
comandi! farai la calzetta, ed io troncherò il filo; cucirai le
mutande del babbo, ed io ti ruberò gli occhiali; farai la crema, ed io
l'anderò a mangiare in dispensa... evviva la mamma Rigotti! brrr... e
il signor Rigotti? non verrà mica a far capolino fra le foglie del
fico?...
Appena vide giungere a casa la vedova Rigotti, la chiamò dalla
finestra, e le narrò della visita del maestro Polli.
--Ah! il degno amico si è ricordato di noi!
Tonino riportò fedelmente, con parecchi squarci d'aggiunta,
l'ambasciata del maestro di scuola, e la signora sorrideva con
mestizia e dava segni di consolazione.
--Polli è amico di casa fin da quando Cecilia era piccina; è un ottimo
galantuomo che ha dell'affetto per noi.
--Verrà alle nozze! esclamò Tonino.
La vedova accennò che stesse zitto, e si ritrasse dalla finestra.
--Signora Rigotti!
--Non ho tempo, Tonino...
--Signora Rigotti!... mamma Rigotti!...
--Quieto, quieto! non son cose da dire adesso.
--Voglio la mamma Rigotti... evviva!
--Chiudo la finestra, veh!
--Ascolta, ascolta, mamma Rigotti: la serva brucia l'arrosto e bagna
il pane nella pentola, la mamma Rigotti, no! vieni, o moglie del
dottor Grim***.