Ma questa divisione dell’Impero, pur annullando, nella sua parte
sostanziale, l’opera di Costantino, non era il pericolo più grave. Non
rompeva infatti che l’unità materiale! Molto più grave era il pericolo
che minacciava l’unità morale dell’Impero col cristianesimo trionfante.
Costantino, e lo dice egli stesso, in un editto che citeremo più
innanzi, si era avvicinato al cristianesimo e l’aveva favorito con
l’idea di ricostituire l’unità morale dell’Impero. Costantino era
ancor troppo un uomo politico d’idee antiche, per non considerare,
alla romana, la religione come uno strumento della politica. Poi che
il cristianesimo era oramai più diffuso e più forte che il paganesimo,
la saggezza politica consigliava di accelerare la cristianizzazione
dell’Impero. Ma il cristianesimo non era una religione che potesse
servire di strumento politico, nelle mani dello Stato, come le
varie religioni pagane. Aveva una morale e una dottrina tutte sue,
indipendenti e tali che nessuno Stato poteva modificarle per i suoi
fini politici. Costantino non tardò ad accorgersene, quando le eresie,
limitate a lungo dalle persecuzioni, scoppiarono, come una forza
distruttiva, nella pace e nell’ordine, appena il cristianesimo trionfò
con l’aiuto e l’appoggio dell’imperatore. Non è esagerato dire che
Costantino, cercando di ricostituire l’unità dell’Impero con l’aiuto
del cristianesimo, vi ha introdotto una nuova forza dissolvente; le
dispute teologiche. Ne è prova la storia della grande eresia ariana. Un
prete di Alessandria, Ario, aveva cominciato a sostenere, da qualche
tempo, che Dio ha creato il Cristo, o il _Logos_, per adoperare la
lingua teologica, dal Niente, come tutte le altre creature, e non
dalla sostanza divina; che l’aveva adottato come figlio, prevedendo
i suoi meriti, ma senza che da questa adozione dovesse risultare
una partecipazione della divinità. Ario negava così l’identità delle
persone della Trinità e la divinità del Cristo. In Oriente, dove la
cultura filosofica e la passione della dialettica erano ancora ben
vive, questa eresia, che non era nuova, aveva sollevato questa volta
una tempesta formidabile, perchè da quando i cristiani non avevano
più da temere le persecuzioni dei pagani, s’erano messi a discutere
con fervore sulla divinità di Cristo. Il vescovo di Alessandria,
Alessandro, sostenuto dal voto di un sinodo di cento vescovi, aveva
espulso nel 321 Ario dalla comunità cristiana. Ma Ario non era solo:
la semplicità della sua dottrina la rendeva più accessibile alla media
degli uomini, che la dottrina opposta, molto oscura e profonda, della
Trinità; le simpatie che egli ritrovava nel neo platonismo pagano così
diffuso in Oriente, gli odi e i rancori lasciati dalle precedenti
eresie, le molte discordie che dividevano il mondo cristiano, gli
dettero subito un partito numeroso, se non scelto.
Immediatamente i sinodi cominciarono a opporsi ai sinodi; gli animi si
accesero; alle dispute teologiche seguirono i parapiglia, i colpi, le
violenze nella strada. La sicurezza di cui godevano dopo il trionfo,
favoriva anche frammezzo ai cristiani l’esplosione delle cattive
passioni. Poteva Costantino, che era stato spalleggiato dai cristiani,
nei suoi sforzi per ricostituire l’unità dell’Impero, vedere con
indifferenza questo disordine religioso, che stava quasi per mutarsi
in guerra civile? No, certamente. E così fu preso nel vortice delle
dispute teologiche.
Ciò che egli pensasse, col suo senso politico, di quelle dispute, lo
sappiamo dalla lettera, che rivolse ai cristiani dissidenti:
«M’ero proposto di ricondurre a una unica forma l’opinione che tutti
i popoli si fanno della divinità, perchè sentivo bene che, se avessi
potuto, su questo punto, ristabilire l’accordo come volevo, ne sarebbe
stata facilitata la gestione degli affari pubblici. Ma, oh divina
bontà! che novità ha ferito crudelmente i miei orecchi, anzi il mio
cuore! Vengo a sapere che ci sono tra voi più dissensi che in Africa
nei tempi passati. Eppure mi par che la ragione sia ben piccola,
e assolutamente indegna di tante contestazioni... Tu, Alessandro,
hai voluto sapere ciò che pensavano i tuoi preti sopra un punto
della legge, anzi soltanto sopra una parte di una questione, priva,
assolutamente di _importanza_; e tu, Ario, se pensavi così, dovevi
tacere. Non si doveva nè interrogare nè rispondere, poichè si tratta
di problemi che non v’è nessun bisogno di discutere, ma che suggerisce
soltanto l’ozio, dato che, tutt’al più, son buoni a aguzzar l’ingegno.
E’ forse giusto, che per _delle vane parole_, impegniate una battaglia
tra fratelli e fratelli? Son queste cose _volgari, degne di bambini
senza esperienza_, non di preti o d’uomini di senno. _Ridàtemi dunque,
vi prego, giorni tranquilli e notti senza inquietudini_, in modo che
possa anch’io, nell’avvenire, goder della pura gioia di vivere».
Il senso della lettera è chiaro. Costantino, che concepiva la
religione come uno strumento politico per mantenere l’ordine nello
Stato, considera insensato quel furore di discussioni teologiche.
Una religione che, invece di aiutare l’imperatore gli crea delle
difficoltà, sembrava a lui, fedele interprete del pensiero romano, una
mostruosa assurdità. E infatti, approfittando dell’autorità di cui
godeva tra i cristiani, prese l’iniziativa di un gran concilio, che
doveva metter fine alla questione. A Nicea, nella primavera del 325, si
riunirono più di 250 vescovi di ogni parte delle provincie orientali,
e Costantino inaugurò il Concilio con un assai modesto discorso.
Ristabilendo la concordia nella Chiesa, l’assemblea avrebbe fatto
un’opera che sarebbe piaciuta a Dio e avrebbe reso un gran servizio
all’Imperatore. Il concilio era presieduto da uno dei suoi segretari,
il vescovo Osio, avversario dell’arianismo; onde le influenze imperiali
agirono tutte contro questo partito.
Ario fu dunque rinnegato ancora una volta. Il Concilio decretò che
Cristo non era stato creato dal niente, e che non era diverso dal
padre, ma che invece era stato fatto da Dio, dell’essenza del padre
«vero Dio del vero Dio» e che gli era _consubstanziale_.
Ma poco durò l’illusione d’aver così ricostituita l’unità morale
dell’Impero. Ciò che sembrava pazzia furiosa al suo senso politico
di romano, era qualcosa di così profondo, che tutta l’autorità
dell’Imperatore riusciva impotente a combatterla. Condannato dal
concilio di Nicea, Ario era andato in esilio; ma l’arianismo era
diffuso e potente; aveva, anche a corte, degli amici fidati, tra i
quali Costanza, la sorella di Costantino; non rinunciò dunque alla
lotta. Approfittando degli errori degli avversarii, addolcendo la sua
dottrina. Ario e i suoi partigiani riuscirono a riguadagnare il favore
di Costantino, persuadendolo che era possibile una riconciliazione.
L’Imperatore, sempre animato dal desiderio di ristabilire l’unità
morale dell’Impero, tentò allora questa riconciliazione; ma si urtò
in un’opposizione invincibile specialmente da parte del nuovo vescovo
di Alessandria, Atanasio. Questa intransigenza degli avversari
spinse finalmente Costantino verso Ario. Il favore imperiale rese
coraggio alla setta, che, nel 335, riuscì a far condannare Atanasio al
concilio di Tiro. A sua volta Atanasio fu esiliato in Gallia e i suoi
partigiani più in vista vennero perseguitati e dispersi; Ario rientrò
come trionfatore; la corte fu invasa dagli ariani, che in quasi tutto
l’Oriente divennero il partito prevalente della Chiesa cristiana. Ma
il partito avverso non disarmò; e da quel momento una lotta immensa, di
furore implacabile, squassò tutto l’Impero, aggiungendo, alle altre più
gravi, una causa nuova di debolezza.