Con la riforma di Diocleziano, l’Impero romano esce rinnovato dal caos
del terzo secolo. E’ ormai una vasta cosmopoli di razze diverse, le più
semi-barbare, governato dal dispotismo asiatico di quattro sovrani-Dio,
sottomesso a una numerosa burocrazia; e che grazie a queste grandi
riforme politiche e amministrative, ritrova in parte almeno per qualche
tempo l’antica pace e l’antica prosperità. Diocleziano riuscì, in
una certa misura, a ricostituire la potenza e l’unità dell’Impero.
Riconquistò la Bretagna, dopochè Carausio era stato ucciso da uno dei
suoi ufficiali, che si era illuso di succedergli (296); salvò l’Egitto,
dove un’insurrezione aveva tentato di opporre un pretendente ai sovrani
legittimi (296); assestò felicemente, approfittando di circostanze
favorevoli, le cose di Oriente. Nel 294 il Re di Persia, Barahram era
morto, e gli era successo il figlio, Narsete, sotto il regno del quale
la politica conciliante del predecessore cadde in disgrazia; onde, nel
296, mettendo a profitto la lontananza di Galerio, che era in Pannonia,
e di Diocleziano che era in Egitto, Narsete si gettò sull’Armenia,
minacciando la Siria. Galerio richiamato da Diocleziano, commise
l’imprudenza di attaccare i Persiani nella stessa regione in cui, tre
secoli e mezzo prima, le legioni di Crasso erano perite. E anch’egli fu
sconfitto. Diocleziano dovette rifare l’esercito distrutto, arruolando
molti Goti e Daci, per tentare di invadere il paese nemico, seguendo le
vie montagnose dell’Armenia.
Il nuovo esercito fu affidato a Galerio, che smaniava di vendicare
la disfatta, e ci riuscì. Con un impetuoso attacco notturno non
soltanto distrusse il campo persiano, ma catturò la famiglia reale,
fuorchè Narsete. E già sognava, inebriato come un nuovo Alessandro,
la conquista della Persia. Ma i barbari minacciavano di nuovo le
frontiere; in questo stesso anno Costanzo era costretto a partire per
la Britannia, e, mentre i Germani, approfittando della sua assenza,
minacciavano la Gallia, Massimiano doveva correre in Africa, teatro di
un’altra rivolta.
Diocleziano dunque era disposto a far la pace; e al principio del
298, questa pace era conchiusa veramente, a condizioni che potevano
ricordare i tempi lontani, in cui Roma trionfava in ogni terra. Tutta
la Mesopotamia, conquistata un tempo da Settimio Severo, era restituita
all’Impero; inoltre, il re di Persia cedeva cinque provincie armene
dell’alta valle del Tigri, conquistate una volta, da Sapore I, ma
intorno alle quali le fonti non si accordano. L’Armenia fino a Zinta,
nella Media Atropatene, era riconosciuta a Tiridate, l’Iberia (attuale
Georgia) diventava uno Stato vassallo, non più della Persia, ma di
Roma. L’Impero romano riconquistava in Oriente una frontiera strategica
ottima per la difesa della Siria e dell’Asia Minore, e acquistava
preziosi alleati, con una pace che doveva durare quarant’anni.
Nel tempo stesso Diocleziano riusciva a ristabilire l’ordine
nell’interno. All’anarchia cronica succedeva dappertutto un governo
stabile e regolare. Pilotata con fermezza dai due Augusti, dai due
Cesari e dalla volontà sicura e dalla mente vigorosa del primo Augusto,
la nave dello Stato gonfiava le sue vele verso un ridente avvenire. La
meticolosità delle leggi pesava sui sudditi, ma li univa anche in una
forte disciplina pubblica; persino l’aumento delle imposte sembrava
quasi compensato dalla nuova ripartizione, dai metodi ragionevoli
della riscossione e dal risorgere di una generale prosperità. La nuova
famiglia imperiale godeva del favore universale; la sua divinità non
scandalizzava più nessuno, ma era anzi adorata dai popoli soggetti,
e la _felicitas saeculi_ sembrava dovesse coronare i durissimi sforzi
compiuti in diciotto anni di lavoro faticoso. La grande perturbazione
politica e militare, cominciata con la morte di Alessandro Severo,
sembrava finita.