Senonchè, disgraziatamente, c’era nell’opera di Diocleziano, una
contradizione che sotto sotto la minava. Diocleziano aveva cercato di
salvare l’Impero dai barbari che lo attaccavano dal di fuori, facendolo
barbaro dentro. Aveva distrutto definitivamente il romanismo e
l’ellenismo, già guasti dal caos del terzo secolo, riordinando l’Impero
su principii opposti a quello su cui si basava lo Stato greco e latino;
annientando quello che era stata l’anima, la forza, il sostegno
dell’ellenismo e del romanismo: l’unità delle funzioni pubbliche,
l’organizzazione aristocratica della società, lo spirito politico, il
politeismo. Diocleziano sostituiva a una meravigliosa civiltà, che era
stata per secoli, nei suoi organi diversi — religione, famiglia, Stato,
cultura, unità viva — un sistema di istituzioni che, salvo qualche
ricordo storico della grandezza di Roma, aveva come solo principio
spirituale il culto asiatico del sovrano Dio: principio troppo
nuovo e troppo meschino per animare una mole come l’Impero. L’Impero
dioclezianeo sembra un corpo troppo grande con un’anima troppo piccola,
e che va alla cerca di un’anima proporzionata.
L’ordine, instaurato da Diocleziano, era un ordine vuoto; e in questo
ordine vuoto nascono e si sviluppano due correnti contrarie. Una tende
a risuscitare, nella pace ristabilita, la cultura antica — letteratura,
arti, filosofie, religioni servendosi di ciò che resta; perchè questa
cultura era stata così ricca, così gloriosa, che molti non si potevano
ancora persuadere, anche dopo tante calamità, che fosse morta, e
volevano a ogni costo farla rivivere nella sua antica unità. L’altra
corrente tende a riempire il vuoto dell’ordine ristabilito, con la
nuova dottrina cristiana, che rovesciava l’antica concezione della vita
e dello Stato. Distruggendo per sempre la struttura aristocratica della
società antica, Diocleziano aveva tolto di mezzo il principale ostacolo
alla cristianizzazione dell’Impero; e per quanto formidabili fossero
ancora gli ostacoli non distrutti non potevan certo scoraggire una
dottrina animata da tanto slancio e da così salda coscienza della sua
missione rigeneratrice.
Posti fra queste due correnti, Diocleziano e i suoi colleghi cercarono
di favorire la prima, senza opporsi alla seconda con intransigenza. Si
sforzarono di rimettere in onore lo studio della giurisprudenza, della
letteratura, dell’architettura, proteggendo le scuole e i professori,
ricompensando e onorando gli uomini grandi. Così Diocleziano chiamò
a Nicomedia il grammatico Flavio e il retore Lattanzio; protesse la
scuola di diritto di Berito e cercò di attirarvi allo studio anche
dei giovani Arabi. Così Costanzo Cloro scelse dapprima per _magister
memoriae_ il famoso retore Eumene, nominandolo poi professore della
celebre scuola di Augustodunum (Autun). E’ dottrina ufficiale del
nuovo regime, esposta da Eumene in pagine eloquenti, che le lettere
siano la sacra fonte di tutte le virtù e la miglior preparazione a
tutte le carriere, anche a quelle dell’armi. Nè questa sollecitudine
per la vita intellettuale è difficile a spiegarsi; perchè, per quanto,
dopo tante calamità, l’Impero fosse decaduto e quasi totalmente
governato da barbari, aveva sempre bisogno di quella grande coltura
che l’aveva formato, adornato e vivificato per tanti secoli. E’ invece
più difficile capire come l’Impero abbia potuto vivere così a lungo,
fino all’anno 303, in pace col cristianesimo, che in tante questioni
capitali era contrario allo spirito della riforma di Diocleziano.
Ma i Cristiani erano già a quel tempo, molto numerosi in tutta
l’amministrazione e nella corte stessa; sembra anzi che l’imperatrice e
sua figlia avessero avuto qualche contatto col nuovo culto. Diocleziano
era troppo savio e troppo giudizioso da non capire, quanto pericolosa
all’unità e alla pace dell’Impero sarebbe stata una persecuzione, e
durante molti anni si rifiutò di trattare da nemici i cristiani. C’era
tuttavia alla corte un partito molto potente, con a capo Galerio,
che non approvava questa saggia politica. E questo partito alla fine
prevalse, a quanto pare, per le difficoltà che il cristianesimo
creava all’autorità imperiale, specialmente nell’esercito e nella
disciplina militare. C’erano ancora fra i cristiani dei fanatici che si
rifiutavano al servizio militare, come quel Massimiliano, che fu messo
a morte il 12 marzo del 295, sebbene, man mano che la nuova religione
guadagnava proseliti, il numero dei cristiani che si rassegnava a fare
il soldato fosse sempre più grande.
Ma se diminuiva la ripugnanza alla guerra, la difficoltà, che rimaneva
insoluta e insolubile, era il culto degli imperatori. I cristiani
non potevano riconoscere e adorare il Sovrano Dio; ma il culto del
Sovrano-Dio era la base stessa della disciplina militare. Su questo
punto non c’era accordo possibile; e doveva scoppiare un giorno o
l’altro il conflitto. Nel 302 un editto cacciò dall’esercito tutti
i cristiani, e fu seguito, un anno dopo, il 24 febbraio del 303 da
un altro editto, il primo editto di Diocleziano veramente contrario
ai cristiani, che imponeva la distruzione dei templi e dei libri
cristiani, la dissoluzione delle comunità, e la confisca dei loro beni,
proibiva le assemblee dei fedeli ed escludeva costoro da ogni carica
pubblica. L’editto era relativamente moderato, poi che non conteneva
nessuna minaccia di morte; ma dopo che fu bandito, seguirono gravi
perturbamenti. Scoppiò in Siria una rivolta; il palazzo imperiale di
Nicomedia fu quasi distrutto da un incendio. I nemici dei cristiani
li accusarono di essere gli autori di quei disordini; a loro volta
i cristiani accusarono i loro nemici di eccitare contro di loro, con
tumulti, sollevati intenzionalmente, la collera di Diocleziano.
E’ impossibile decidere da che parte fosse il torto. E’ certo invece
che quei tumulti provocarono un secondo editto, molto più duro,
il quale ordinava l’imprigionamento dei vescovi, dei preti e dei
diaconi, che si sarebbero rifiutati di consegnare i libri sacri. Ma
a Diocleziano ripugnava di spingere all’estremo gli eventi; tanto è
vero che, nella seconda metà dello stesso anno, il 17 settembre del
303, prese occasione dalla grande solennità pubblica dei _Vicennalia_,
cioè delle feste in onore del ventesimo anniversario del governo
dei due Augusti, per promulgare una specie di amnistia generale.
Tutti i prigionieri cristiani che si dichiaravano pronti a ritornare
apertamente nel seno della religione antica, dovevano essere rimessi
in libertà. Gli altri invece non potevano approfittare della grazia, e
dovevano anzi, in ragione della loro insensata ostinazione, essere, nel
futuro, trattati con maggior severità.
Questi editti sono il documento più eloquente della potenza del
cristianesimo, poichè mostrano quanto Diocleziano esitasse a impegnarsi
sul serio contro un nemico così numeroso e così forte. Come sempre,
quando uno Stato si trova alle prese con un pericolo che non ha la
forza di distruggere, anche Diocleziano ricorreva alle mezze misure,
le quali non potevano che aggravare il male. L’amnistia esasperò
la resistenza dei cristiani più fervidi; e l’Impero fu costretto a
prendere le misure di rigore, dalle quali in principio si era astenuto.
Alla fine del 303 o del 304, Diocleziano cadde gravemente ammalato e
Galerio assunse la reggenza in Oriente. Prevalsero allora nel governo
consigli di lotta a oltranza; e l’accordo di Galerio e Massimiano
strappò a Diocleziano l’ultimo editto di persecuzione: un editto che
faceva obbligo a tutti i sudditi dell’Impero di sacrificare agli dei,
sotto minaccia di gravi castighi corporali ai recalcitranti.
Otto anni durò questa persecuzione. Ma benchè fosse stata la più
violenta e la più sistematica di tutte le persecuzioni che il
cristianesimo subì, non ebbe quella implacabile ferocia che doveva
poi attribuirgli la tradizione ecclesiastica. Fu applicata variamente,
con maggiore o minore durezza, secondo i paesi e l’umore dei Cesari e
degli Augusti. Costanzo Cloro, per esempio, distrusse soltanto qualche
chiesa, senza perdere il tempo a violentare la coscienza dei fedeli; e
se anch’egli dovette ordinare delle esecuzioni, accadde in gran parte
per la vivace reazione e la vera sete di sacrificio, che spingeva molti
fedeli, gioiosamente, al martirio. Ma Diocleziano ebbe solo una piccola
parte nelle diverse vicissitudini di questa lunga persecuzione, di cui
studieremo più innanzi la grande importanza storica. Venti anni di
governo avevano stancato il vecchio imperatore, e benchè non ancora
sessantenne, la sua robusta costituzione era stata, prima dell’età,
minata da una vita febbrile e strapazzosa.
Da molti anni pensava a un ricovero, donde potesse assistere, come
spettatore disinteressato, all’applicazione delle sue grandi riforme,
senza essere dappertutto presente a dirigerla. E si faceva costruire a
Salona, nella sua Dalmazia, un eremo per ritirarsi. Aveva anzi voluto
qualcosa di più: non essere solo a mettersi fuori degli affari dello
Stato, ma trascinare con sè il fedele compagno delle sue fatiche,
Massimiano, al quale aveva fatto giurare contemporanea abdicazione.
Questo diligente amministratore sembrava preso dalla pericolosa
curiosità di sapere che cosa succederebbe nell’Impero, dopo la
scomparsa di coloro che l’avevano restaurato!
E suonò finalmente la grande ora, il 1 maggio del 305. Quel giorno,
a tre miglia da Nicomedia, sulla cima di un poggio che s’alzava
dolcemente dalla pianura, ai piè di una colonna che sosteneva la statua
di Giove, là dove egli stesso aveva offerto la porpora a Galerio,
circondato dagli alti personaggi dell’Impero e dagli alti dignitari
dell’esercito, Diocleziano si spogliò del diadema, dello scettro, del
mantello imperiale e proclamò suo successore Galerio, al quale diede, a
sua volta, per Cesare, un ufficiale dei _protectores_, Massimino Daia.
Lo stesso giorno, forse alla stessa ora, si svolse la stessa scena
a Milano, dove Massimiano cedeva il suo trono a Costanzo e poneva la
porpora dei Cesari sulle spalle di un altro ufficiale: Severo.
Cominciò allora per lui e per Massimiano quell’epoca della vita, nota
nella storia col nome di _quies Augustorum_. Ma pare che durante
gli otto anni in cui Diocleziano continuò a sopravviversi, nel suo
immenso palazzo di Salona, tra mare, cielo e monti passando dalle
grandi cacce all’umile orticello, l’Augusto vecchio e stanco non fosse
mai considerato come uomo privato. Fino all’ultimo giorno della vita
conservò tutti i titoli e accolse tutti gli omaggi che meritava il suo
passato; rimase, pei nuovi principi, «nostro signore e nostro padre». E
quando arrivò la sua ultima ora, il Senato di Roma lo onorò con quella
apoteosi che si concedeva soltanto agli imperatori.
Ma visse abbastanza per vedere la conclusione della lotta tra l’Impero
e il cristianesimo, che aveva voluto evitare, come una terribile
calamità, e per assistere al definitivo trionfo del cristianesimo, che
doveva sembrargli un avvenimento più funesto ancora di quella lotta,
già tanto temuta. Questo trionfo, era nel tempo la fine della civiltà
antica, e la conseguenza necessaria di tutta l’opera, che egli aveva
compiuta mirando a altro fine.