Era questa, dal punto di vista delle tradizioni greco-latine, una
grande rivoluzione. Tanto la civiltà greca come la civiltà latina
posavano sul doppio principio aristocratico dell’ineguaglianza
necessaria e quasi mistica dei popoli e delle classi; ossia sul
principio della superiorità innata ed eterna dei greci o dei
romani sugli altri popoli; e su quello della superiorità innata
ed eterna delle classi che avevano il privilegio di comandare sui
semplici mortali. Perciò i governi greci e latini furono quasi tutti
aristocratici, e si ressero sul privilegio ereditario di una piccola
oligarchia, che sola aveva le qualità del governo; mentre i tentativi
di governi veramente democratici, in cui potevano regger le cariche
uomini d’ogni classe, anche di quelle medie e popolari, furon rari e
di poca durata. Il più celebre fu quello di Atene, ma sappiamo come
andò a finire. Quanto a Roma, non fu mai governata dalla democrazia,
anche ai tempi più agitati della Repubblica; e lo stesso Impero
romano, fino a Caracalla, cioè fino al principio del terzo secolo, era
ancora governato da quella che potremmo chiamare l’aristocrazia di una
aristocrazia. L’ordine senatorio e l’ordine equestre, a cui spettava
il privilegio di reggere tutte le alte cariche dell’Impero, erano
un’aristocrazia raccolta fra i cittadini romani, che, a loro volta,
nobili e plebei, ricchi e poveri, colti e ignoranti, costituivano tutti
insieme, tra le popolazioni dell’Impero, una seconda aristocrazia,
dotata da importanti privilegi e sottomessa a uno speciale diritto
penale. La civiltà greco-latina era dunque fondata sulla potenza
delle _élites_; e questa potenza, a sua volta, era fondata sull’idea
che gli uomini e i popoli sono moralmente disuguali. Una delle
conseguenze di questo carattere aristocratico dello Stato e della
società greco-latina, era la limitazione di tutti gli organi politici e
amministrativi. Riesce difficile a noi capire perchè Roma, all’apogeo
della sua potenza, esitò così spesso ad allargare le sue conquiste e
ad ingrandire l’Impero. Ma un’aristocrazia è un corpo chiuso, che non
si improvvisa e non si sviluppa a volontà, come si può improvvisare
e sviluppare una burocrazia raccolta in tutte le classi e in tutte le
nazioni; per questo Roma dovette badar sempre a non far l’Impero così
grande, che il numero degli amministratori e degli ufficiali superiori,
dei quali unica fornitrice era l’aristocrazia, non diventasse, a
un tratto, insufficiente; e per questo anche si sforzò sempre di
amministrare l’Impero con la minor quantità di funzionari, che gli era
possibile. Benchè non ci sia possibile citare cifre esatte, risulta
indirettamente da tutto quello che sappiamo sulla storia interna ed
esterna dell’Impero, che i quadri dell’Amministrazione romana furono,
relativamente, assai ristretti, sino al termine della dinastia degli
Antonini. Amministrare con un minimo di funzionari fu regola costante
del governo imperiale, appunto perchè era un governo aristocratico.
Nei tempi, di cui parliamo ora, il Cristianesimo aveva già inflitto,
nel dominio ideale, un colpo mortale allo spirito aristocratico della
civiltà antica, affermando che tutti gli uomini, come figli dello
stesso Dio, sono uguali innanzi a lui. La dottrina dell’uguaglianza
morale degli uomini era già stata enunciata da alcuni grandi filosofi
dell’antichità; ma solo il Cristianesimo riuscì a farla penetrare
nella coscienza universale, distruggendo fino dalle fondamenta il vero
governo aristocratico, e creando la democrazia moderna. Dal giorno
in cui fu distrutto, nella coscienza delle masse, il principio che
affermava esser gli uomini, anzichè uguali, moralmente disuguali,
l’aristocrazia rimase ancora come convenzione sociale, accettata, in
certe epoche, per utilità, ma cessò di essere quella forma organica e
quasi sacra della società civile, che era stata nell’antichità. Il che
spiega come nel mondo cristiano e mussulmano i governi aristocratici
sono stati sempre governi deboli, e nulla più che pallide imitazioni
delle vere e grandi aristocrazie del mondo antico.
A sua volta Diocleziano inflisse al principio aristocratico,
nell’ordine reale, un colpo mortale, con la sua riforma
dell’amministrazione.
Non si può non sospettare un nesso segreto tra questi due fatti, perchè
i progressi del Cristianesimo furono una preparazione necessaria per
la riforma di Diocleziano. Ma ragioni di ordine sopratutto politico
spinsero l’Imperatore a questa riforma; e, fra queste ragioni, la più
grave fu la necessità di sostituire all’organizzazione aristocratica
dell’Impero, distrutta dalle turbolenze del terzo secolo, una nuova
organizzazione che fosse adatta alle esigenze politiche e militari,
create da queste stesse turbolenze. La scarsezza del personale,
la piccolezza degli organi politici e amministrativi, paragonati
alla grandezza dell’Impero da governare, erano state tra le cause
della catastrofe, nella quale, durante gli ultimi cinquant’anni,
l’aristocrazia dell’Impero era perita. Bisognava creare una
amministrazione, che disponesse di forze e di organi adeguati, non solo
alla grandezza dell’Impero, ma anche allo sforzo sempre più intenso
che lo Stato doveva compiere, per arginare l’universale dissoluzione.
E come raccogliere quest’amministrazione, ora che l’aristocrazia, già
insufficiente nel secondo secolo, era ormai quasi totalmente scomparsa,
se non scegliendo i funzionari in tutte le classi e in tutte le
popolazioni?
La moltiplicazione delle cariche e dei funzionari, in alto e in basso,
fu dunque uno dei principii della grande riforma di Diocleziano.
Per la prima volta, nella storia di questo Impero fondato da
un’aristocrazia militare, Diocleziano separa l’amministrazione civile
dall’amministrazione militare, e mette alla testa di ogni provincia due
funzionari con i loro rispettivi impiegati; il _praeses_, o governatore
civile; il _dux_ o governatore militare. Questa riforma, imitata
forse dall’antico impero persiano, aveva certo due fini; rendere più
difficili, con la divisione dei poteri, i pronunciamenti delle legioni
nelle provincie, e le continue proclamazioni dei nuovi imperatori, vero
flagello del terzo secolo; rimediare all’insufficienza dell’elemento
militare che, reclutato quasi unicamente nelle provincie meno civili,
non aveva sempre le qualità necessarie al governo civile di un impero,
erede ancora, per quanto in decadenza, di una gloriosa cultura.
Ma intanto è distrutto un altro principio vitale della civiltà antica:
l’unità di tutte le funzioni pubbliche. La divisione dell’autorità
civile dall’autorità militare, che ci sembra uno dei progressi
politici più importanti della storia della civiltà, appare per la prima
volta nella storia dell’Impero romano come un espediente di tempi in
decadenza. E non basta: a questa è legata un’altra riforma, che si
potrebbe definire lo spezzettamento delle provincie. Diocleziano non
si limita, come Valeriano, a moltiplicare il numero degli imperatori;
moltiplica anche quello dei governatori, assegnando a ciascuno un
territorio più ristretto perchè possa governarlo più facilmente,
e perchè, disponendo di poche forze, non diventi pericoloso.
Così, nell’anno 297, invece di cinquantasette, come erano al tempo
dell’elezione di Diocleziano, troviamo novantasei governatori civili
per le provincie.
Nello stesso tempo, per impedire che lo spezzettamento delle provincie
indebolisse l’Impero e la forza dell’autorità centrale, Diocleziano
istituì la _Diocesi_. Le _Diocesi_ erano state fino ad allora
suddivisioni fiscali e giudiziarie delle provincie. La _Diocesi_ di
Diocleziano è l’aggruppamento di molte provincie in una circoscrizione
superiore, sotto gli ordini di un magistrato nuovo: il _vicario_.
I vicari sono dodici: cinque in Oriente, coi nomi di _Oriens,
Pontica, Asiana, Thracia, Moesiae_; e sette in Occidente, coi nomi di
_Pannoniae, Britanniae, Galliae, Viennesis, Italia, Hispaniae, Africa_.
D’ora innanzi, ci saranno dunque, alla testa dell’Impero, due Augusti
e due Cesari. Immediatamente sotto di loro dodici vicari alla testa di
altrettante diocesi; e al fianco di costoro, e allo stesso piano, i
proconsoli, governatori di certe provincie privilegiate. Finalmente,
sotto i vicari, i _praesides_, o alle volte dei _consulares_ o
_correctores_ come sono detti indifferentemente i governatori delle
nuove provincie ridotte. A fianco di questa gerarchia civile stanno
i _duces_, capi militari, che hanno poteri territoriali per ragioni
militari, senza corrispondenza con le provincie o le diocesi in quanto
all’estensione.
Ma la moltiplicazione dei capi dello Stato e la loro distribuzione
in determinati centri strategici; la divisione del potere civile e
del militare non bastavano, per rinforzare la difesa dell’Impero.
La riforma amministrativa doveva essere integrata con l’aumento
dell’esercito. Si dovettero quadruplicare le guardie del corpo degli
imperatori, aggiungere agli antichi nuovi pretoriani, che saranno i
_milites Paladini e Comitatenses._ Fu necessità anche aumentare gli
effettivi militari. Diocleziano li accrebbe da 350.000 a 500.000
uomini, e, in proporzione, accrebbe ancor più il numero degli
ufficiali. Per inquadrare più solidamente le legioni e assicurarsene la
fedeltà, ridusse gli effettivi e moltiplicò i tribuni militari.
La pluralità delle corti, lo sviluppo della burocrazia centrale
e provinciale, e l’aumento dell’esercito esigevano molto danaro.
Diocleziano provvede a tutto con energia e ingegnosità. Comincia,
decretando una revisione generale del valore delle terre; un nuovo
catasto, si direbbe oggi; e a poco a poco, introduce un nuovo sistema
di imposte, uniforme per tutte le provincie, ma che doveva anche
tener conto rigorosamente della qualità e del rendimento delle terre.
Crea una nuova unità fiscale, che, secondo i luoghi, risponde ai nomi
di _jugum, caput, millena, centuria_, che comprende delle terre di
natura diversa e di diversa estensione, ma che, nell’insieme, deve
avere sempre un valore identico, e fornire la stessa contribuzione.
Per esempio: 5 iugeri di vigna e 20 iugeri di terre coltivabili di
prima qualità facevano un _jugum_, mentre, per arrivare a quello
stesso risultato, ci volevano 40 jugeri di seconda qualità, e 60 di
terza; e, con qualunque coltivazione, ce ne volevano di più se il
terreno era in montagna, e meno se era in pianura. La riscossione
delle imposte è regolata con cura. La somma stabilita dallo Stato per
una circoscrizione fiscale, che comprende un certo numero di _juga_,
è notificata ai decurioni (i membri del piccolo senato di ogni città)
i quali ne distribuivano l’ammontare fra proprietari e fittavoli del
suolo pubblico (_possessores_) eccettuando coloro che ne avevano una
parte troppo piccola e sorvegliando da vicino la riscossione, perchè
erano responsabili di quello che sarebbe mancato. Il sistema tributario
sembrava dunque ottimo e di sicuro rendimento.