II.

La moltiplicazione degli imperatori, come abbiamo già osservato a

proposito di Valeriano, era un rimedio di natura geometrica, mentre

il male di cui moriva l’Impero era un male di natura morale. Da

solo, questo rimedio non poteva essere più efficace ai tempi di

Diocleziano che in quelli di Valeriano. Avrebbe anzi potuto affrettare

lo smembramento dell’Impero, spingendo gli imperatori a rendersi

indipendenti. Ma Diocleziano integrò questa divisione dell’Impero

con una profonda e organica riforma di tutta la suprema istituzione.

Nel 293 questa grande riforma era compiuta, e doveva dare ai quattro

imperatori una legittimità più certa e rispettata insieme con più

potenti ed efficaci organi di governo, aumentando nel tempo stesso

la forza e l’autorità della carica suprema. Ripigliando la via che

Aureliano aveva seguita, ma con più prudenza, Diocleziano accettò

solennemente il principio della divinità degli imperatori, facendola

però derivare non da un Dio orientale ed esotico, ma da due antiche

divinità dell’Olimpo romano — Giove ed Ercole — le quali così venivano

ad assumere l’ufficio proprio di tanti dei, di Mitra per esempio, nei

culti asiatici, di protettori e legittimatori della monarchia. Egli

tenta insomma di infondere nelle arcaiche forme del politeismo romano e

repubblicano, un po’ dello spirito monarchico dei culti asiatici.

Gli imperatori sono _a Deis geniti et deorum creatores_; Diocleziano

prende il titolo di _Jovius_ poichè il Dio da cui discende è Giove,

la mente suprema; Massimiano quello di _Herculius_ poichè discende

da Ercole, il dio della forza e il collaboratore di Giove nella lotta

contro i Titani; i sudditi e l’esercito giurano sul loro nome, come un

tempo su quello di Giove e di Ercole[1].

Questa nuova maestà divina dell’Impero è inculcata in forme tangibili

e visibili nella coscienza dei sudditi. I rapporti fra costoro e gli

imperatori, e tutti gli atti esterni della sovranità, sono legati da un

cerimoniale, ignoto nei primi due secoli della nostra era. L’Imperatore

deve portare un diadema a raggiera, come i grandi monarchi orientali;

le sue vesti e le sue calzature sono adorne e sparse di pietre

preziose. Non è più, come Augusto, Trajano e Vespasiano, un semplice

mortale, che tutti possono avvicinare a qualunque ora del giorno, o che

s’accosta agli altri uomini con familiarità, aprendo facilmente la casa

a tutti i cittadini liberi. Per rivolgergli la parola bisogna osservare

un protocollo e quando si è arrivati al suo cospetto è di rigore

prosternarsi in segno di adorazione. L’assolutismo orientale trionfa

finalmente sulle rovine dell’ellenismo e del romanismo, quasi distrutti

dalla grande crisi del terzo secolo, nell’Impero che ormai popolano in

gran parte, e governano i barbari.

Ma non sarebbe stato così utile conferire al potere supremo una più

grande autorità e un prestigio divino, se la pluralità delle persone,

che dovevano adoperarlo, ne fosse stata un indebolimento. Benchè

diviso tra quattro sovrani il potere supremo, secondo Diocleziano,

doveva restare una monarchia, ossia un’unità. Come cercò di risolvere

l’insolubile problema di costruire un governo dotato di unità forte

con quattro sovrani? Prima, subordinando i due Cesari ai due Augusti

e assicurando a se stesso, tra i due Augusti, l’ufficio di regolatore

e di coordinatore supremo. Il suo titolo di _Jovius_ accanto a

quello di _Herculius_, concesso a Massimiano, indica una superiorità.

Inoltre applica alla monarchia divinizzata, mediante l’istituto romano

dell’adozione, il principio dinastico della monarchia asiatica, che

già nel primo e nel secondo secolo s’era infiltrato nella costituzione

dell’autorità suprema dell’Impero romano. Augusti e Cesari formano una

sola famiglia; e come Massimiano era stato adottato da Diocleziano, i

due Cesari sono adottati dai due Augusti, ripudiano le loro mogli per

sposare le figlie degli Augusti, che li hanno adottati come figli;

specie di incesto dinastico, che ci richiama la monarchia egizia

dei Faraoni e dei Tolomei. Aggiungendo al principio religioso e al

principio dinastico il principio della cooptazione, si poteva creder

risolta, con una contaminazione di romanesimo e di orientalismo, tra le

questioni dell’autorità suprema, quella più spinosa, che, da più di tre

secoli, turbava invano l’Impero: la successione. Morendo un Augusto il

suo Cesare doveva prenderne il posto e nominare a sua volta un altro

Cesare, che farebbe entrare nella famiglia divina dei padroni del

mondo.

Ma non solo d’autorità aveva bisogno il potere supremo, per guarir

le piaghe d’Europa; gli era necessaria anche la forza, ossia organi

abili, sicuri, obbedienti. Diocleziano cercò di infondere questa nuova

forza nello Stato, creando una burocrazia che non dipendesse più dal

Senato, ma unicamente ed esclusivamente dall’Imperatore-Dio, come nelle

monarchie asiatiche. Forse non trascurò di rendere nota al Senato la

sua elezione al trono e le elezioni successive, nè di rispettare certe

forme consacrate dalla tradizione. Ma è certo che il Senato, come

corpo politico, è annullato, perchè se si possono ascoltare ancora

i suoi consigli, non c’è più obbligo di seguirli; perchè non ha più

provincie da amministrare, tutte essendo passate sotto la giurisdizione

dell’imperatore; perchè è escluso dalla direzione politica e sostituito

dal _concistorium principis_, composto da tutti i grandi funzionari

dello Stato. E’ questo il corpo nuovo che esamina, come l’antico

Senato, le questioni di carattere legislativo. Tutta l’Amministrazione

dipende dunque dall’Imperatore e dal _concistorium principis_, che ne è

il rappresentante supremo; è composta da una burocrazia reclutata senza

considerazioni di rango sociale, di origine o di nazionalità; e in cui

tutti i sudditi dell’Impero, e anche gli stessi barbari, non tarderanno

a essere ammessi a condizioni pari.

La rovina della civiltà antica · 第 22 / 42 题