I.

L’uomo che le legioni avevano eletto per succedere a Caro, era un

dalmata, come Claudio e come Aureliano, benchè fosse di nascita anche

più oscura. Una tradizione lo vuole persino figlio di liberto. Fin

dalla prima giovinezza era stato soldato, e s’era fatto alla scuola di

tre grandi generali: Claudio, Aureliano e Probo. Ma questo barbaro e

questo soldato era un uomo di genio.

Appena eletto, Diocleziano dovette sostenere una guerra civile. Carino,

che aveva combattuto contro gli Jazigi, non voleva rinunziare alla

successione del padre. Le due parti si prepararono molti mesi alla

battaglia; e nella primavera del 285 si diedero battaglia in Mesia.

Sembra che Diocleziano avrebbe avuto la peggio, se Carino, non fosse

stato ucciso da uno dei suoi ufficiali. Ma la nuova guerra civile

aveva provocato una di quelle perturbazioni, a cui l’Impero ormai

era avvezzo. Le provincie, abbandonate a sè medesime per lunghi mesi,

s’erano messe a proclamare nuovi pretendenti. Una rivolta di contadini

rovinati e di debitori insolvibili, l’insurrezione dei Bagaudi era

scoppiata in Gallia. Sulle frontiere, i barbari ricominciavano ad

agitarsi e i pirati a turbare le coste della Gallia e della Britannia.

Diocleziano capì che il compito era troppo pesante per un solo

imperatore; e poco dopo la sua elezione, nella seconda metà del 285,

chiamò a dividere le responsabilità del potere un compagno d’arme,

Massimiano, figlio di un colono della Pannonia, dei dintorni di Sirmio.

Soldato valoroso, ma solamente soldato, è probabile che Massimiano

fosse scelto dapprima non come collega, ma come luogotenente sicuro e

fedele, tanto è vero che non ricevette il titolo di Augusto, ma quello

di Cesare. Senonchè Massimiano essendo riuscito a domare la rivolta

dei Bagaudi in poche settimane, Diocleziano nel 296, mutò parere, gli

conferì il titolo di Augusto, e rese pari, almeno in teoria, i poteri

dei due capi di stato, senza alterare l’unità politica e legislativa

dell’Impero. Ciascuno dei due Augusti aveva, è vero, il suo esercito,

il suo prefetto del pretorio, il suo bilancio particolare, ma comuni

restavano le leggi e il danaro, e gli atti pubblici apparivano firmati

dai due nomi insieme. Il nome di Diocleziano, tuttavia, era primo, e la

sua volontà era sempre preponderante, perchè, quantunque il suo potere

non fosse più grande di quello di Massimiano, la sua autorità e il suo

valore erano ben superiori. L’amministrazione e le forze militari degli

Augusti erano distinte ma senza limiti invarcabili, poichè essi non

esitarono mai a penetrare per qualunque motivo nei territori che erano

loro rispettivamente affidati.

A capo dell’Impero, insomma, non c’era più un imperatore, ma due,

uguali in potenza, così come durante tanti secoli, c’erano stati

due consoli alla testa della Repubblica. Del resto questa riforma,

già tentata da Valeriano, era ormai necessaria, poichè l’Impero era

minacciato da tutte le parti. Approfittando della rivolta dei Bagaudi,

di nuovo Eruli, Burgondi, Alamanni passavano il Reno; il comandante

della flotta incaricata di dar la caccia ai pirati sassoni e franchi,

un certo Carausio, s’accordava segretamente con loro, e, condannato

a morte da Massimiano, prendeva in Britannia il titolo d’Augusto, e

si impadroniva dell’isola e di qualche città della costa della Gallia

e creava una flotta potente, con la quale sfidava l’autorità dei due

imperatori legittimi. Le cose non procedevano meglio in Oriente, ove

l’Impero continuava a essere minacciato, come dopo Valeriano, ossia da

quando Roma aveva perso la sua difesa maggiore contro il nuovo impero

dei Sassanidi: l’Armenia. Non erano dunque troppi due imperatori, uno

in Oriente e uno in Occidente. Infatti, mentre Massimiano riusciva

a respingere, sul Reno, la nuova invasione germanica, Diocleziano

cercava di rientrare in Armenia con gli intrighi più che con le guerre,

approfittando di alcune contingenze favorevoli. La guerra civile

aveva indebolito l’Impero persiano, a tal punto che il re Bahram

aveva mandato ambasciatori a Diocleziano sollecitandone l’amicizia;

l’Armenia era stanca e scontenta del dominio persiano; l’erede della

corona armena, Tiridate, viveva a Roma in esilio, e del tutto contro

voglia. Diocleziano lo spinse e lo aiutò segretamente a riconquistare

il trono; e Tiridate, approfittando delle difficoltà del Re di Persia

e dello scontento dell’Armenia, riuscì, con un colpo di mano abilmente

preparato, a riprendere possesso del regno dei padri. L’Armenia si

trovò di nuovo sotto l’influenza di Roma; e il re dei Persiani, che non

era in grado di ricorrere alle armi, si rassegnò a riconoscere il fatto

compiuto.

Questo buon successo sollevò le sorti dell’Impero in Oriente benchè

un nuovo nemico — i Sarracini, venuti dai deserti di Siria e d’Arabia

— fosse comparso in territorio romano, saccheggiando, e benchè

l’Egitto si agitasse per ragioni che non conosciamo. Ma in Occidente

non diminuivano le difficoltà. Massimiano non aveva potuto debellare

Carausio, che aveva arruolato un esercito di Franchi e di Sassoni;

di nuovo si avvertivano minacciosi movimenti in Germania, dove Goti,

Vandali, Gepidi e Burgondi erano in armi. Nell’Europa Orientale si

agitavano anche i Sarmati; e ricominciavano le sedizioni degli indigeni

nella Mauritania e nella Numidia. I due Augusti si sforzavano di

tener testa a tutte queste difficoltà, volando da un capo all’altro

dell’Impero, conferendo a questo o a quel generale i più estesi poteri

civili o militari, facendo talvolta di necessità virtù e riconoscendo,

poichè non lo potevano vincere, Carausio, come terzo Augusto.

Ma dopo alcuni anni Diocleziano e Massimiano si convinsero che anche

due Augusti non bastavano al compito; e nel 293, Diocleziano divise

ancora l’Amministrazione dell’Impero, dando ai due Augusti due nuovi

collaboratori ufficiali, ma di grado inferiore: i Cesari. Uno dei due

ufficiali chiamato a così alta carica fu Galerio, soldato energico

e valente, senza cultura raffinata, originario della Dacia. L’altro,

Costanzo, soprannominato Cloro per la sua cera pallida, discendeva per

linea materna da Claudio il Gotico; era di famiglia facoltosa, di dolce

temperamento e di spirito colto: un aristocratico smarrito tra gli

uomini nuovi che governavano l’Impero. Le provincie furono distribuite

fra i quattro imperatori, in questa maniera: Diocleziano si tenne

la parte più orientale dell’Impero, la Bitinia, l’Arabia, la Libia,

l’Egitto, la Siria; Galerio ebbe la Dalmazia, la Pannonia, la Mesia, la

Tracia, la Grecia, e l’Asia Minore; Massimiano ebbe Roma, l’Italia, la

Rezia, la Sicilia, la Sardegna, la Spagna e tutto il resto dell’Africa;

Costanzo, la Bretagna e la Gallia. Per le ragioni stesse della loro

nomina i capi dell’Impero non dovevano risiedere in Roma, ma vicino

alle frontiere: Diocleziano a Nicomedia, in Bitinia; Galerio a Sirmio,

in Pannonia; Massimiano a Milano; Costanzo a Treviri, in Gallia.

La rovina della civiltà antica · 第 21 / 42 题