III.

Tuttavia, benchè dalla morte di Alessandro Severo e per più di

trent’anni, l’Impero in apparenza si sia abbandonato come un corpo

morto ai mali che lo distruggevano, c’erano ancora, in questa civiltà

agonizzante, ma che per tanti secoli era stata così vigorosa,

le forze atte a tentare una disperata resistenza. Nonostante la

barbarie invadente, le alte classi erano ancora sotto l’influsso di

una cultura troppo antica, troppo ricca e troppo grande, perchè gli

avanzi dovessero cessar di operare; e contavano ancora persone di

grande animo e di alta intelligenza. Nel 268 una congiura di generali

trucidò Galieno, e proclamò, questa volta, per succedergli non già

un inetto o un intrigante, ma il migliore uomo di guerra del tempo,

Claudio. Claudio, non lontano dall’antica Naissus (Nisch) sorprese

il grosso dell’esercito nemico, l’annientò e ne inseguì i resti con

spietato vigore. E chi sa quanto bene avrebbe potuto fare, se la

peste non l’avesse ucciso nel 270! Ma ebbe per successore, acclamato

dalle legioni di Pannonia, l’uomo che egli stesso aveva designato, uno

dei generali che aveva combattuto con lui contro Galieno, Aureliano.

Forte carattere e grande ingegno, come Claudio, Aureliano, arrivava

al buon momento, perchè i Goti, vinti da Claudio, erano soltanto

un’avanguardia. Nel 270, l’Italia era invasa dai Vandali e dagli

Alemanni, i quali, nel 271, distruggevano addirittura un esercito

romano presso Piacenza!

Aureliano fu il primo che cercò di fermare la decomposizione

dell’impero e il suo rimbarbarimento, con un vasto piano coerente di

riforme e di guerre. Vinse e distrusse a Pavia e a Fano l’invasione

germanica, liberandone l’Italia; ridusse di nuovo sotto il dominio

romano, l’Oriente, una parte del quale si era staccata dopo la morte

di Odenath, formando un impero di Siria sotto lo scettro della vedova

Zenobia; sbarazzò l’Impero da tutti i pretendenti e da tutti i piccoli

imperatori locali, pullulanti negli anni precedenti, e lo riunificò;

circondò Roma con la potente cerchia delle mura gigantesche che si

ammira ancor oggi. Per tutti questi meriti può con ragione essere

chiamato _restitutor orbis_.

Ma era una mente troppo vasta, da non capir che la ricostituita

unità sarebbe presto distrutta di nuovo, se non si trovava, pei mali

dell’Impero, qualche rimedio radicale. Due sue disposizioni meritano

d’esser segnalate, più che le altre. Pensando con ragione che l’Impero

era troppo esteso per le sue forze diminuite, Aureliano risolvè di

abbandonare il pericoloso saliente della Dacia, irrorata dal sangue dei

legionari di Traiano e dal sudore di molte generazioni di coloni, dando

il nome della provincia abbandonata a quella parte della Mesia che si

stendeva sulla riva destra del Danubio. L’altra disposizione è d’ordine

politico e religioso. Aureliano istituì ufficialmente il culto del _Sol

invictus_, proclamando religione di stato il _mitraismo_ latinizzato.

Per capire il valore di questa grande riforma, bisogna ricordare che

il mitraismo era un culto asiatico, nato da una fusione del masdeismo

con la teologia semita e con altri elementi, presi in prestito alle

religioni indigene dell’Asia Minore.

Era, come quasi tutte le religioni asiatiche, assolutista e monarchica,

perchè insegnava che i monarchi regnano per grazia divina e come

tali ricevono da Mitra gli attributi della divinità e ne diventano

consubstanziali. L’adozione del mitraismo come culto ufficiale era

dunque un atto di profonda politica; rappresentava uno sforzo, per

trovare nell’assolutismo mistico un principio di legittimità, che

sostituisse l’antica convalidazione del Senato, ora inefficace, e

sottraesse l’autorità imperiale ai capricci delle legioni, sempre

in rivolta. In mezzo all’anarchia in cui naufragava l’Impero,

Aureliano cerca insomma un nuovo principio d’autorità, e lo cerca là

dove soltanto poteva trovarlo, ora che s’erano estinti i principii

creati dal mondo greco e romano; nelle grandi monarchie assolute che

confinavano con l’Impero Romano dalla parte d’Oriente. Dopo la caduta

della repubblica, dopo la caduta del governo misto di monarchia e

di repubblica, ma di struttura greco-latina, con cui l’Impero si

era governato per più di due secoli, dopo la caduta della dittatura

militare dei Severi, pareva che non rimanesse ormai più, come forma di

governo, che l’assolutismo orientale, fondato sul principio religioso,

e in cui il sovrano era Dio.

Aureliano cerca insomma di tramutare l’impero greco-romano in un impero

asiatico. Tuttavia, questo sforzo, benchè ampiamente giustificato dalle

necessità politiche, sembra aver cozzato con una forte opposizione.

Verso la fine del 275, Aureliano cade a sua volta vittima di una

congiura di generali. Per che ragioni? Il punto è oscuro. Noi

sappiamo che, come rappresentante del _Sol invictus_, Aureliano aveva

incominciato risolutamente a ristabilire, nel vasto impero, l’ordine;

onde non pare improbabile che il suo zelo nel reprimere gli abusi di

cui soffriva il mondo romano, gli avesse procurato molti nemici. Ma

non è impossibile che la congiura sia stata in parte un movimento

di reazione del vecchio spirito greco-latino, contro l’assolutismo

mistico dell’Oriente, ormai vincitore. Un fatto curioso, che altrimenti

resterebbe inesplicabile, tenderebbe a persuadercene; le legioni, dopo

la morte di Aureliano, non vollero acclamare l’Imperatore e vollero

invece affidarne l’elezione al Senato. Sorpreso da un rispetto a cui

da molto tempo non era più avvezzo, il Senato cominciò col rifiutare;

scelse poi il più antico dei suoi membri, il _princeps senatus_, Marco

Claudio Tacito. Ma non si era più ai tempi di Traiano, e per aver

voluto governare come Traiano, Tacito fu trucidato dalle legioni, pochi

mesi dopo che era stato eletto.

Ricominciò la guerra civile. Una parte delle legioni elesse Floriano,

un’altra Probo, che era uno dei migliori generali di Aureliano. Probo

prevalse; e quantunque discepolo di Aureliano, continuò la politica di

Tacito; riconobbe l’autorità del Senato, cercando così di consolidare

la propria; gli restituì il diritto di giudicare in appello nei

processi penali, di nominare i governatori, e anche di ratificare

le costituzioni imperiali. Come spiegare questo ultimo tentativo di

governar l’Impero con l’appoggio del Senato, dopo 50 anni di torbidi e

guerre civili, proprio quando il Senato non era più che un’ombra, se

non si ammette che l’assolutismo mistico di Aureliano aveva irritato

o spaventato quanto sussisteva ancora dell’antico spirito latino?

Ma questo tentativo non riuscì meglio che il precedente. Benchè

Probo fosse stato un generale molto abile, fu vittima, anch’egli,

dell’implacabile violenza delle legioni; e ritornò l’anarchia. Le

legioni elessero allora M. Aurelio Caro, che si affrettò a dare

ai suoi figli, Carino e Numeriano, il titolo di Cesare, e si mise

immediatamente in guerra con la Persia. Aveva già occupato Seleucia e

Ctesifone, quando, alla fine del 283, perì colpito, secondo gli uni

dal fulmine, secondo altri da una congiura militare. Numeriano, che

l’aveva accompagnato, era un poeta, inadatto a comandare l’esercito,

in un’impresa così difficile. Fu dunque deciso il ritorno. Ma per la

strada anche Numeriano morì. Si accusò allora, apertamente, il prefetto

del pretorio. Un’inchiesta fu ordinata e affidata a un tribunale di

generali, che elesse imperatore, il 17 settembre del 284, il comandante

delle guardie del corpo: Diocleziano.

La rovina della civiltà antica · 第 17 / 42 题