Diocleziano è dopo Claudio e Aureliano, il terzo dei grandi uomini
usciti dal barbaro caos del terzo secolo. Egli riprende risolutamente
il piano di Aureliano, arrestato dall’ultima reazione del vecchio
spirito romano e senatorio: fare, dell’Impero romano un impero
asiatico, nelle mani di un sovrano assoluto il quale, agli occhi dei
sudditi, sia come la incarnazione della divinità. Vedremo più innanzi
come cercò di mettere in pratica questo vasto disegno e a che cosa
riuscì. Per ora, ci limiteremo a osservare che la trasformazione
dell’Impero in una monarchia asiatica, e la divinizzazione del sovrano,
tentata da Aureliano e ripresa da Diocleziano, erano i soli mezzi ai
quali potesse ricorrere lo Stato per ristabilire, nel caos in cui si
dibatteva, un principio di legittimità sostituibile all’autorità del
Senato. E si sarebbe detto che tutte le condizioni per il successo
concorrevano in quel tempo. Le tradizioni greco-romane erano troppo
indebolite per opporre una lunga resistenza. La ricostruzione di un
governo, che non disponesse solo della forza, ma anche di un’autorità
morale, era oramai, nell’Impero, necessaria perchè si trattava di
vita o di morte. In tutto il mondo civile conosciuto dai Greci e
dai Romani, non c’era allora altro principio d’autorità che potesse
essere assunto dall’Impero in rovina. Il lungo duello fra l’Asia e la
Grecia, tra l’Asia e Roma, pareva esser sul punto di finire col trionfo
completo dell’Asia; perchè erano esaurite tutte le forze di resistenza
che la civiltà greco-latina aveva opposto all’assolutismo mistico
dell’Oriente. L’Europa stava per diventare un’appendice dell’Asia e
cadere anch’essa sotto uno di quei governi assoluti, che aveva per
tanti secoli disprezzati. Quando tutto a un tratto si levò un altro
avversario, ben più formidabile della cultura greco-latina, addirittura
invincibile: il cristianesimo.
Durante i lunghi torbidi del terzo secolo, il Cristianesimo si
era sparso in tutto l’Impero e in tutte le classi, era penetrato
nell’Esercito, nel Senato, nella Corte; aveva conquistato i poveri
e i ricchi; gl’ignoranti e i colti; aveva già creato una abbondante
e profonda letteratura teologica; aveva costituito una gerarchia
semplice, ma solida, e non fondata sulla forza, come la gerarchia
imperiale, ma soltanto sull’autorità.
Ogni chiesa contava un clero numeroso, composto di Diaconi, i quali
formavano il personale di servizio, di Anziani, che formavano il
personale dirigente, e del Vescovo che era, con pieni poteri, il capo
della chiesa. Il vescovo, nominato a vita, era eletto dal clero,
con il consenso dell’assemblea; nominava i diaconi e gli anziani,
e, all’epoca di cui ci occupiamo, era già un personaggio importante
nella città, non solo perchè molti erano i fedeli, ma anche perchè il
cristianesimo aveva già organizzato quel meraviglioso sistema di opere
di assistenza e di beneficenza, che fu la sua più grande creazione
sociale e una delle cause del suo trionfo. Le comunità cristiane
provvedono dappertutto, non solo alle spese del culto e al mantenimento
dei suoi ministri, ma anche al soccorso delle vedove, degli orfani,
dei malati, degli impotenti, dei vecchi, degli operai disoccupati, di
quelli che sono stati condannati per la causa di Dio; si occupano di
riscattare i prigionieri portati via dai barbari, di fondare delle
chiese, di prendersi cura degli schiavi, di seppellire i poveri, di
ospitare i correligionari stranieri, di raccogliere delle sovvenzioni
per le comunità in bisogno e minacciate. I beni, che posseggono le
comunità cristiane, provengono per la massima parte da doni dei ricchi,
che in gran numero, sia in vita che dopo la morte, lasciano alla chiesa
una parte o tutta la loro sostanza. La chiesa accumulava così i beni
di una parte delle classi superiori, in una gigantesca mano morta, le
cui rendite erano spese in favore di tutti gli uomini colpiti dalla
sventura, sotto ogni forma. Non è difficile capire che strumento di
potenza quella ricchezza accumulata, e le istituzioni di assistenza
e di beneficenza che poteva sostenere, fossero in mezzo alle calamità
del terzo secolo... Le chiese cristiane apparvero allora come un porto
nella tempesta. Mentre le anime elevate arrivavano al cristianesimo
attraverso le prove del loro dolore e la visione del dolore altrui, o
con uno slancio supremo verso la pace e la beatitudine, per il disgusto
del mondo contaminato e sconvolto, le folle erano attirate alla nuova
fede dalla generosa assistenza di cui la chiesa era larga ai miseri
e che animava un soffio divino di carità, sconosciuto all’assistenza
ufficiale, o alla protezione politica delle grandi famiglie dell’antico
Stato pagano. Se la fede legava i fedeli alla Chiesa, altri legami
materiali rinforzavano efficacemente la potenza e l’autorità della
religione; le elemosine, i sussidi, l’assistenza, le funzioni, le
cariche ecclesiastiche e le rendite annesse, la gestione delle terre
di recente acquistate, che impiegava un numero grande di agenti, di
schiavi, di lavoratori, di coloni, di amministratori.
Il Cristianesimo era dunque diventato una potenza spirituale e
temporale insieme. Ma non godeva affatto, come il mitraismo, della
benevolenza imperiale. Se è esagerato dire, come pretendono alcuni
storici, che tutti gli imperatori del terzo secolo furono contrari
ai Cristiani, è certo che il Cristianesimo ebbe in quel mezzo secolo
a soffrire gravi persecuzioni e che fu sempre considerato dalle
autorità pubbliche, anche nei momenti in cui le sanguinose persecuzioni
erano sospese con un’ostile diffidenza, che contrasta assai col
favore concesso al mitraismo. Quale è la ragione profonda di questo
atteggiamento, che ha lasciato dei ricordi così tragici nella storia
della Chiesa? Lo spirito stesso del Cristianesimo.
Alla stregua dell’Impero e dei suoi vitali interessi politici, non c’è
dubbio che il Cristianesimo era una forza di dissoluzione. A mano a
mano che si aggravava il disordine del terzo secolo, la nuova religione
osa sostenere, con più o meno fervore, a seconda delle sette, che il
cristiano non deve cercare nè le cariche pubbliche, nè gli onori, nè i
posti in cui la fede possa essere in pericolo, ossia i posti più alti e
i più importanti; perchè, se non vuol perdere l’anima, gli è proibito
di prender cura dei templi, di organizzare i giochi dei circhi, di
giudicare e perseguitare i suoi fratelli. Il mondo in cui gli altri
uomini vivono e godono, è contaminato da una religione e da una
civiltà che Cristo ha maledette; non v’è gioia, nè dolore, nè prezzo,
nè castigo, che possano indurre a partecipare alle pericolose vanità
di quella corrotta esistenza il perfetto cristiano, che aspira solo a
uscire quanto prima da questa valle di peccato e di lagrime. A rigor di
logica, dovere del cristiano sarebbe distruggere l’impero; non lo fa,
come dice Tertulliano, perchè è troppo compenetrato dalla dottrina e
dall’abitudine della dolcezza, e perchè la violenza gli ripugna. Ma che
non si mescoli mai alla sua vita di peccato e di empietà! Piuttosto la
morte o la miseria.
Possiamo facilmente immaginare che effetto, sugli spiriti alti,
producevano queste dottrine, in tempi in cui le funzioni pubbliche
diventavano così pesanti e così pericolose; in cui le razze barbare si
impadronivano dello Stato, e le qualità violente dello spirito umano
erano sempre più necessarie al governo. Il Cristianesimo distruggeva
l’impero con l’astensione, privando l’amministrazione imperiale e le
amministrazioni municipali di un grande numero di persone intelligenti
e colte delle classi superiori; accaparrandosi e unendo gli uomini
migliori, le anime nobili e alte.
La vita di S. Agostino ci mostrerà un po’ più tardi, in un caso
celebre, come gli spiriti superiori, preferivano alla fine la religione
alla politica, la Chiesa alle cariche pubbliche. Ma già al terzo secolo
molti cittadini, destinati dalle leggi alla gestione degli affari
pubblici, preferivano dare i loro beni alla Chiesa e sottrarsi con
la povertà alle pesanti responsabilità del potere; altri sfuggivano
con diversi mezzi che saranno parzialmente biasimati dagli stessi
imperatori cristiani; il celibato, santificato dalla religione,
si diffonde ancora più che nei momenti critici del mondo pagano. E
l’esercito soffriva di questa astensione anche più che gli impieghi
civili. Già fino dal secondo secolo, il cristianesimo aveva dichiarato
che non era permesso d’essere «uomo di spada» e che «il figlio della
pace», il quale non può nemmeno intentare un processo, può ancor meno
prender parte a una battaglia; aveva insomma affermato che il servizio
militare e il cristianesimo erano incompatibili poichè «il signore,
disarmando Pietro, dimostrò chiaramente la volontà che ogni soldato
deponesse la sua spada». Al soldato cristiano non restava dunque che
«abbandonare immediatamente l’esercito, e risolversi a soffrire per
Cristo la sorte di tutti gli altri cristiani». I canoni della Chiesa
di Alessandria sconsigliavano il volontariato e affermavano con
autorità che il cristiano non deve portar armi. Lattanzio mette sullo
stesso piano l’impossibilità di eseguire o di aiutare ad eseguire una
condanna di morte e di prender parte a una guerra, perchè al principio
divino che proibisce di uccidere «non si può fare nessuna eccezione».
S. Agostino dimostrerà un po’ più tardi, che per il buon cristiano è
indifferente vivere sotto questo o quel Governo, obbedire all’Impero
o ai barbari, purchè lo Stato non l’obblighi a commettere empietà o
iniquità.
In tutta la storia del genere umano non v’è forse tragedia comparabile
a questa. Per dieci secoli, la civiltà antica aveva infaticabilmente
lavorato a creare lo Stato perfetto: saggio, umano, generoso, libero,
giusto, capace di far regnare nel mondo la bellezza, la virtù e la
verità. Questo Stato perfetto era stato la suprema ambizione della
Grecia e di Roma, di Roma repubblicana come di Roma imperiale.
Guerrieri e uomini di stato, filosofi e oratori, poeti e artisti,
avevano consumato il fiore delle loro energie, per secoli e secoli, in
quest’opera immensa. Aristide e Pericle, Scipione e Augusto, Platone
e Aristotele, Demostene e Cicerone, Omero e Virgilio, Orazio e Tacito,
Vespasiano e Marco Aurelio, erano stati i collaboratori di quell’unica
creazione. E questo sforzo meraviglioso di tanti secoli e di tanti
geni, terminava nel terzo secolo della nostra era, nel maggior caos di
disordine, che si fosse mai visto; nel dispotismo violento e corrotto
della forza bruta spoglia di ogni autorità morale; nella distruzione
della più raffinata civiltà, nella necessità d’inginocchiarsi innanzi
a un sovrano asiatico come se fosse un Dio incarnato, per riuscire a
salvare quello che poteva essere ancora salvo del vecchio mondo e dei
suoi tesori. Il servaggio monarchico, che per tanti secoli era apparsa
allo spirito greco-romano come la più abbietta e la più ignominiosa
delle schiavitù, era la ricompensa suprema dello sforzo con cui i due
più grandi popoli antichi avevano voluto creare lo Stato perfetto!
Quale civiltà, dinanzi a questo disinganno, non avrebbe disperato di sè
e dell’avvenire?
Ma il Cristianesimo salvò il mondo antico da questa suprema
disperazione, con la più audace, originale, e grandiosa rivoluzione
spirituale che la storia ricordi, rovesciando il punto di vista
antico, affermando che l’essere uno Stato buono o cattivo, giusto o
iniquo, saggio o folle, poteva importare a coloro che governavano o che
commettevano il male; ma lasciava indifferenti i governati o coloro che
avessero a soffrire dell’iniquità dei potenti. Fine supremo della città
è la perfezione religiosa e morale del singolo; a questa perfezione
ognuno può arrivare con il suo sforzo personale, qualunque sia il
governo, buone o cattive che siano le sue istituzioni. L’uomo non ha
che un solo padrone vero: Dio; se serve con pietà il Signore unico e
supremo, se merita il suo amore e le sue lodi, il resto non conta. I
potenti della terra diventano impotenti.
Questa nuova visione della vita, con la quale il Cristianesimo
capovolse le basi intellettuali e morali della civiltà antica, trionfa
definitivamente, in mezzo al terrificante disordine del terzo secolo,
come suprema reazione a questo disordine. Immensa sarà l’influenza,
che questa nuova visione della vita dovrà esercitare sul futuro, perchè
darà per secoli una nuova direzione a tutta la civiltà occidentale.