IV.

Diocleziano è dopo Claudio e Aureliano, il terzo dei grandi uomini

usciti dal barbaro caos del terzo secolo. Egli riprende risolutamente

il piano di Aureliano, arrestato dall’ultima reazione del vecchio

spirito romano e senatorio: fare, dell’Impero romano un impero

asiatico, nelle mani di un sovrano assoluto il quale, agli occhi dei

sudditi, sia come la incarnazione della divinità. Vedremo più innanzi

come cercò di mettere in pratica questo vasto disegno e a che cosa

riuscì. Per ora, ci limiteremo a osservare che la trasformazione

dell’Impero in una monarchia asiatica, e la divinizzazione del sovrano,

tentata da Aureliano e ripresa da Diocleziano, erano i soli mezzi ai

quali potesse ricorrere lo Stato per ristabilire, nel caos in cui si

dibatteva, un principio di legittimità sostituibile all’autorità del

Senato. E si sarebbe detto che tutte le condizioni per il successo

concorrevano in quel tempo. Le tradizioni greco-romane erano troppo

indebolite per opporre una lunga resistenza. La ricostruzione di un

governo, che non disponesse solo della forza, ma anche di un’autorità

morale, era oramai, nell’Impero, necessaria perchè si trattava di

vita o di morte. In tutto il mondo civile conosciuto dai Greci e

dai Romani, non c’era allora altro principio d’autorità che potesse

essere assunto dall’Impero in rovina. Il lungo duello fra l’Asia e la

Grecia, tra l’Asia e Roma, pareva esser sul punto di finire col trionfo

completo dell’Asia; perchè erano esaurite tutte le forze di resistenza

che la civiltà greco-latina aveva opposto all’assolutismo mistico

dell’Oriente. L’Europa stava per diventare un’appendice dell’Asia e

cadere anch’essa sotto uno di quei governi assoluti, che aveva per

tanti secoli disprezzati. Quando tutto a un tratto si levò un altro

avversario, ben più formidabile della cultura greco-latina, addirittura

invincibile: il cristianesimo.

Durante i lunghi torbidi del terzo secolo, il Cristianesimo si

era sparso in tutto l’Impero e in tutte le classi, era penetrato

nell’Esercito, nel Senato, nella Corte; aveva conquistato i poveri

e i ricchi; gl’ignoranti e i colti; aveva già creato una abbondante

e profonda letteratura teologica; aveva costituito una gerarchia

semplice, ma solida, e non fondata sulla forza, come la gerarchia

imperiale, ma soltanto sull’autorità.

Ogni chiesa contava un clero numeroso, composto di Diaconi, i quali

formavano il personale di servizio, di Anziani, che formavano il

personale dirigente, e del Vescovo che era, con pieni poteri, il capo

della chiesa. Il vescovo, nominato a vita, era eletto dal clero,

con il consenso dell’assemblea; nominava i diaconi e gli anziani,

e, all’epoca di cui ci occupiamo, era già un personaggio importante

nella città, non solo perchè molti erano i fedeli, ma anche perchè il

cristianesimo aveva già organizzato quel meraviglioso sistema di opere

di assistenza e di beneficenza, che fu la sua più grande creazione

sociale e una delle cause del suo trionfo. Le comunità cristiane

provvedono dappertutto, non solo alle spese del culto e al mantenimento

dei suoi ministri, ma anche al soccorso delle vedove, degli orfani,

dei malati, degli impotenti, dei vecchi, degli operai disoccupati, di

quelli che sono stati condannati per la causa di Dio; si occupano di

riscattare i prigionieri portati via dai barbari, di fondare delle

chiese, di prendersi cura degli schiavi, di seppellire i poveri, di

ospitare i correligionari stranieri, di raccogliere delle sovvenzioni

per le comunità in bisogno e minacciate. I beni, che posseggono le

comunità cristiane, provengono per la massima parte da doni dei ricchi,

che in gran numero, sia in vita che dopo la morte, lasciano alla chiesa

una parte o tutta la loro sostanza. La chiesa accumulava così i beni

di una parte delle classi superiori, in una gigantesca mano morta, le

cui rendite erano spese in favore di tutti gli uomini colpiti dalla

sventura, sotto ogni forma. Non è difficile capire che strumento di

potenza quella ricchezza accumulata, e le istituzioni di assistenza

e di beneficenza che poteva sostenere, fossero in mezzo alle calamità

del terzo secolo... Le chiese cristiane apparvero allora come un porto

nella tempesta. Mentre le anime elevate arrivavano al cristianesimo

attraverso le prove del loro dolore e la visione del dolore altrui, o

con uno slancio supremo verso la pace e la beatitudine, per il disgusto

del mondo contaminato e sconvolto, le folle erano attirate alla nuova

fede dalla generosa assistenza di cui la chiesa era larga ai miseri

e che animava un soffio divino di carità, sconosciuto all’assistenza

ufficiale, o alla protezione politica delle grandi famiglie dell’antico

Stato pagano. Se la fede legava i fedeli alla Chiesa, altri legami

materiali rinforzavano efficacemente la potenza e l’autorità della

religione; le elemosine, i sussidi, l’assistenza, le funzioni, le

cariche ecclesiastiche e le rendite annesse, la gestione delle terre

di recente acquistate, che impiegava un numero grande di agenti, di

schiavi, di lavoratori, di coloni, di amministratori.

Il Cristianesimo era dunque diventato una potenza spirituale e

temporale insieme. Ma non godeva affatto, come il mitraismo, della

benevolenza imperiale. Se è esagerato dire, come pretendono alcuni

storici, che tutti gli imperatori del terzo secolo furono contrari

ai Cristiani, è certo che il Cristianesimo ebbe in quel mezzo secolo

a soffrire gravi persecuzioni e che fu sempre considerato dalle

autorità pubbliche, anche nei momenti in cui le sanguinose persecuzioni

erano sospese con un’ostile diffidenza, che contrasta assai col

favore concesso al mitraismo. Quale è la ragione profonda di questo

atteggiamento, che ha lasciato dei ricordi così tragici nella storia

della Chiesa? Lo spirito stesso del Cristianesimo.

Alla stregua dell’Impero e dei suoi vitali interessi politici, non c’è

dubbio che il Cristianesimo era una forza di dissoluzione. A mano a

mano che si aggravava il disordine del terzo secolo, la nuova religione

osa sostenere, con più o meno fervore, a seconda delle sette, che il

cristiano non deve cercare nè le cariche pubbliche, nè gli onori, nè i

posti in cui la fede possa essere in pericolo, ossia i posti più alti e

i più importanti; perchè, se non vuol perdere l’anima, gli è proibito

di prender cura dei templi, di organizzare i giochi dei circhi, di

giudicare e perseguitare i suoi fratelli. Il mondo in cui gli altri

uomini vivono e godono, è contaminato da una religione e da una

civiltà che Cristo ha maledette; non v’è gioia, nè dolore, nè prezzo,

nè castigo, che possano indurre a partecipare alle pericolose vanità

di quella corrotta esistenza il perfetto cristiano, che aspira solo a

uscire quanto prima da questa valle di peccato e di lagrime. A rigor di

logica, dovere del cristiano sarebbe distruggere l’impero; non lo fa,

come dice Tertulliano, perchè è troppo compenetrato dalla dottrina e

dall’abitudine della dolcezza, e perchè la violenza gli ripugna. Ma che

non si mescoli mai alla sua vita di peccato e di empietà! Piuttosto la

morte o la miseria.

Possiamo facilmente immaginare che effetto, sugli spiriti alti,

producevano queste dottrine, in tempi in cui le funzioni pubbliche

diventavano così pesanti e così pericolose; in cui le razze barbare si

impadronivano dello Stato, e le qualità violente dello spirito umano

erano sempre più necessarie al governo. Il Cristianesimo distruggeva

l’impero con l’astensione, privando l’amministrazione imperiale e le

amministrazioni municipali di un grande numero di persone intelligenti

e colte delle classi superiori; accaparrandosi e unendo gli uomini

migliori, le anime nobili e alte.

La vita di S. Agostino ci mostrerà un po’ più tardi, in un caso

celebre, come gli spiriti superiori, preferivano alla fine la religione

alla politica, la Chiesa alle cariche pubbliche. Ma già al terzo secolo

molti cittadini, destinati dalle leggi alla gestione degli affari

pubblici, preferivano dare i loro beni alla Chiesa e sottrarsi con

la povertà alle pesanti responsabilità del potere; altri sfuggivano

con diversi mezzi che saranno parzialmente biasimati dagli stessi

imperatori cristiani; il celibato, santificato dalla religione,

si diffonde ancora più che nei momenti critici del mondo pagano. E

l’esercito soffriva di questa astensione anche più che gli impieghi

civili. Già fino dal secondo secolo, il cristianesimo aveva dichiarato

che non era permesso d’essere «uomo di spada» e che «il figlio della

pace», il quale non può nemmeno intentare un processo, può ancor meno

prender parte a una battaglia; aveva insomma affermato che il servizio

militare e il cristianesimo erano incompatibili poichè «il signore,

disarmando Pietro, dimostrò chiaramente la volontà che ogni soldato

deponesse la sua spada». Al soldato cristiano non restava dunque che

«abbandonare immediatamente l’esercito, e risolversi a soffrire per

Cristo la sorte di tutti gli altri cristiani». I canoni della Chiesa

di Alessandria sconsigliavano il volontariato e affermavano con

autorità che il cristiano non deve portar armi. Lattanzio mette sullo

stesso piano l’impossibilità di eseguire o di aiutare ad eseguire una

condanna di morte e di prender parte a una guerra, perchè al principio

divino che proibisce di uccidere «non si può fare nessuna eccezione».

S. Agostino dimostrerà un po’ più tardi, che per il buon cristiano è

indifferente vivere sotto questo o quel Governo, obbedire all’Impero

o ai barbari, purchè lo Stato non l’obblighi a commettere empietà o

iniquità.

In tutta la storia del genere umano non v’è forse tragedia comparabile

a questa. Per dieci secoli, la civiltà antica aveva infaticabilmente

lavorato a creare lo Stato perfetto: saggio, umano, generoso, libero,

giusto, capace di far regnare nel mondo la bellezza, la virtù e la

verità. Questo Stato perfetto era stato la suprema ambizione della

Grecia e di Roma, di Roma repubblicana come di Roma imperiale.

Guerrieri e uomini di stato, filosofi e oratori, poeti e artisti,

avevano consumato il fiore delle loro energie, per secoli e secoli, in

quest’opera immensa. Aristide e Pericle, Scipione e Augusto, Platone

e Aristotele, Demostene e Cicerone, Omero e Virgilio, Orazio e Tacito,

Vespasiano e Marco Aurelio, erano stati i collaboratori di quell’unica

creazione. E questo sforzo meraviglioso di tanti secoli e di tanti

geni, terminava nel terzo secolo della nostra era, nel maggior caos di

disordine, che si fosse mai visto; nel dispotismo violento e corrotto

della forza bruta spoglia di ogni autorità morale; nella distruzione

della più raffinata civiltà, nella necessità d’inginocchiarsi innanzi

a un sovrano asiatico come se fosse un Dio incarnato, per riuscire a

salvare quello che poteva essere ancora salvo del vecchio mondo e dei

suoi tesori. Il servaggio monarchico, che per tanti secoli era apparsa

allo spirito greco-romano come la più abbietta e la più ignominiosa

delle schiavitù, era la ricompensa suprema dello sforzo con cui i due

più grandi popoli antichi avevano voluto creare lo Stato perfetto!

Quale civiltà, dinanzi a questo disinganno, non avrebbe disperato di sè

e dell’avvenire?

Ma il Cristianesimo salvò il mondo antico da questa suprema

disperazione, con la più audace, originale, e grandiosa rivoluzione

spirituale che la storia ricordi, rovesciando il punto di vista

antico, affermando che l’essere uno Stato buono o cattivo, giusto o

iniquo, saggio o folle, poteva importare a coloro che governavano o che

commettevano il male; ma lasciava indifferenti i governati o coloro che

avessero a soffrire dell’iniquità dei potenti. Fine supremo della città

è la perfezione religiosa e morale del singolo; a questa perfezione

ognuno può arrivare con il suo sforzo personale, qualunque sia il

governo, buone o cattive che siano le sue istituzioni. L’uomo non ha

che un solo padrone vero: Dio; se serve con pietà il Signore unico e

supremo, se merita il suo amore e le sue lodi, il resto non conta. I

potenti della terra diventano impotenti.

Questa nuova visione della vita, con la quale il Cristianesimo

capovolse le basi intellettuali e morali della civiltà antica, trionfa

definitivamente, in mezzo al terrificante disordine del terzo secolo,

come suprema reazione a questo disordine. Immensa sarà l’influenza,

che questa nuova visione della vita dovrà esercitare sul futuro, perchè

darà per secoli una nuova direzione a tutta la civiltà occidentale.

La rovina della civiltà antica · 第 18 / 42 题