Da trent’anni l’Impero era preda del dispotismo militare, delle
invasioni, della guerra civile, dell’anarchia, della peste, della
carestia. Le guerre civili della repubblica, erano state a paragone
piccolezze, perchè non avevano mai minacciato gli elementi vitali della
civiltà.
Ora è altra cosa: tutti questi elementi, a cominciare dalla
popolazione, sono colpiti a morte, nelle provincie occidentali.
Già troppo scarsa in tempi prosperi, la popolazione era decimata
dalla guerra, dalle invasioni, dalla generale insicurezza,
dall’impoverimento, dalle epidemie. L’ostinazione con cui anche i
più saggi imperatori continuarono a trapiantar barbari nei territori
dell’Impero e specialmente in Occidente, nonostante il manifesto
pericolo, è la prova più luminosa di questo bisogno d’uomini.
Lo spopolamento, effetto della povertà, ne era a sua volta una
causa, poichè rovinava l’agricoltura, l’industria, il commercio.
I coltivatori, così i coloni liberi come i lavoratori schiavi, si
diradavano; s’assottigliava la piccola proprietà, s’allargava la
grande, dilatavano le terre incolte e abbandonate. L’industria, così
florida in tutto l’Impero sotto gli Antonini e anche sotto i Severi,
aveva profondamente sofferto, un po’ per la morte di molti artigiani,
che avevano portato nella tomba il segreto delle difficili perfezioni,
un po’ per la povertà crescente, che diminuiva il consumo.
Molte miniere, massime le miniere d’oro, sono abbandonate o per
mancanza di braccia, o perchè le regioni sono invase dai barbari;
i metalli preziosi sono tesaurizzati e nascosti, il capitale si fa
raro e l’interesse del 12 per 100, considerato ai tempi di Nerone
come eccessivo, diventa l’interesse mensile. La insicurezza generale,
la difficoltà delle comunicazioni, le restrizioni imposte dalla
crescente povertà, rallentano anche il commercio. Le piccole e le
medie fortune spariscono, e in mezzo alla miseria che aumenta, le
ricchezze si concentrano nelle mani di pochi. Le piccole città sono
abbandonate e si spopolano. Invece, nelle grandi, la popolazione si
accumula e aumenta il numero dei miserabili che, sotto una qualunque
forma di mendicità, vivono a spese dei ricchi e dello Stato. Lo Stato
diventa la provvidenza e il tormento di tutti. Il suo fiscalismo,
imposto dalla moltiplicazione della burocrazia, dalla mendicità
delle masse, dall’aumento delle spese militari, dalle inutili e
dispendiose costruzioni, è atroce e implacabile. Il peso delle imposte
è accresciuto dalla perturbazione monetaria. Parte per rimediare
alla crescente scarsezza dell’oro, parte per far fronte alle spese di
guerra e alle altre spese pubbliche, senza inasprire le imposte, gli
imperatori alterano il peso e la lega delle monete. Sotto Caracalla il
peso dell’_aureus_ era disceso a 6 gr. 55, ma dopo Alessandro Severo
diviene così irregolare, che i pagamenti in oro si fanno soltanto con
la bilancia. Peggio ancora, per le monete d’argento: le proporzioni
della lega del _denarius_ e dell’_antonianus argenteus_, emessi per la
prima volta da Caracalla, erano già aumentati senza misura fino dai
primi anni dopo la morte di Alessandro Severo. Ma sotto l’imperatore
Claudio il Gotico, l’antoniano non ha più che quattro o cinque parti
di argento su cento! Non si distingue dalla moneta di bronzo che
per il colore, fornito con un bagno d’argento e qualche volta di
stagno. Anche le monete di bronzo sono coniate a peso ridotto. Di
qui un vertiginoso aumento e una pazza irregolarità dei prezzi, che
riduce alla disperazione le disgraziate popolazioni, e contro cui gli
imperatori cercheranno invano di lottare a colpi di editti; di qui un
continuo impoverimento delle classi più numerose aggravato ancora, per
i disgraziati sudditi, dall’ordine, di pagare le imposte in oro. Lo
Stato rifiutava la cattiva moneta, di cui inondava l’Impero!
Dal disordine politico e dalla povertà il caos sociale. Sterminate o
disperse l’aristocrazia e la classe agiata, che durante il primo e il
secondo secolo erano stati i sostegni dell’Impero e ne avevano creato
la brillante civiltà fondendo l’ellenismo e il romanismo, le loro
ricchezze, o almeno quelle che non sono distrutte, e la loro potenza
passano a una nuova oligarchia d’arricchiti e di alti funzionari,
civili o militari, reclutata quasi tutta fra le classi inferiori e
tra le popolazioni più barbare, che solo da lontano avevan sentito
l’influenza del romanismo e dell’ellenismo. L’Impero ridiventa barbaro,
e dall’interno ancor più che dal di fuori, con questo arricchire e
salire degli elementi più rozzi, ancor più che per le invasioni dei
barbari dell’altra riva del Reno o del Danubio. S’abbassa, dappertutto,
il livello della cultura, nella filosofia, nel diritto, nella
letteratura; perchè i nuovi dominatori, quando non la sprezzano, la
ignorano.
Una raffinata cultura, fra i potenti, non è più regola, ma eccezione. E
la decadenza si stende a tutte le industrie e a tutte le arti, in cui
la civiltà greco-romana aveva eccelso e che ora diventano più rozze
e volgari; all’arte degli scultori, all’arte degli orafi, all’arte
degli architetti. Gli avanzi della ricchezza passata sono sprecati
in un lusso barbaro di cattivo gusto, spettacoloso, pesante, fatto
per sbalordire la gente rozza; o in piaceri e in feste violente e
disordinate o in edifici giganteschi e inutili, che ingombrano più che
non abbelliscano le poche città ancor floride in mezzo alla rovina
delle piccole. E più l’Impero si impoverisce e più l’architettura
pubblica colossaleggia. Inoltre, e questo è il colpo di grazia alla
civiltà antica, la religione che era stata il fondamento dello Stato
e della coltura antica, il _politeismo_ agonizza. I culti orientali
irrompono dappertutto, minacciano di sconvolgere moralmente il mondo,
già così perturbato dalle guerre e dalle rivoluzioni.