I.

Alessandro Severo fu ucciso al principio del 235, da una rivolta

militare, capeggiata da un Trace, Massimino. Giunto grazie al suo

valore e alla protezione della famiglia di Settimio Severo ai più alti

gradi della milizia, benchè parlasse assai male il latino, Massimino

rappresentava le razze più barbare dell’Impero, che, approfittando del

dispotismo orientale della famiglia di Settimio Severo, cercavano di

prendere il posto delle vecchie famiglie di nobiltà senatoria. Morto

Alessandro Severo, le legioni lo proclamarono imperatore a Magonza.

La rivolta contro Alessandro Severo, che voleva restaurare l’autorità

del Senato, e l’elezione all’Impero di questo Trace, acclamato dalle

legioni, erano due sfide gridate dal nuovo dispotismo militare al

solo principio di legittimità che esistesse allora; due sfide, per

conseguenza, anche all’ordine legale, che si basava da tanti secoli

sull’autorità del Senato. Settimio Severo e i suoi successori avevano

ancora cercato di giustificare il loro dispotismo, invocando, almeno

per la forma, l’autorità del Senato; ma con Massimino la rottura

diventa aperta. La forza rinnegava il solo principio di autorità che

poteva giustificarla, e affermava la sua volontà di trovare in sè

stessa i titoli necessari all’esercizio del potere.

Massimino infatti non si preoccupò che di aver l’appoggio delle

legioni; non cercò neppure la convalida del Senato, e governò come se

il Senato non esistesse. Ma per quanto indebolito e depresso, il Senato

non era ancora giunto a tanto, da sopportare, da parte di un Trace,

questa umiliazione. Non sappiamo bene ciò che successe allora a Roma; e

possiamo appena intravederlo, attraverso le frammentarie informazioni

che ci son date: certo è che il Senato nominò due Imperatori, Pupieno

e Balbino, il primo un soldato di gran valore che, partendo dal nulla

era giunto ai gradi più alti; il secondo, un senatore di intelligenza

mediocre, ma molto stimato e di grande casata. Il merito personale e

la nobiltà della razza erano dunque invocati, dal Senato, a difendere

insieme la sua moribonda autorità. Un principio di legittimità ha

sempre bisogno, per farsi rispettare, della forza; ma non è detto

che se questo principio e questa forza entrano in lotta, proprio il

primo sia destinato sempre a soccombere; perchè rivoltandosi contro

il principio di autorità, di cui dovrebbe essere solo strumento, la

forza talvolta s’indebolisce. Così avvenne allora. I due imperatori,

con l’aiuto del Senato, riuscirono a costituire un governo, che fu

riconosciuto legittimo da un certo numero di provincie, e che oppose

all’usurpatore un esercito. Massimino non tardò a capire, che se il

governo di Roma si consolidava sarebbe diventato pericoloso pel suo

potere, il quale s’appoggiava soltanto sul favore di qualche legione;

e per rovesciarlo subito venne, con il suo esercito, in Italia.

Ma in Italia tutto il popolo era favorevole al Senato, e contrario

all’usurpatore; Aquileia chiuse a costui il passo, obbligandolo ad

assediarla; a contatto del rispetto universale, che il Senato ispirava

ancora, la fedeltà delle legioni incominciò a vacillare; Aquileia,

resistendo, compì l’opera nella primavera del 238. Massimino fu

assassinato sotto quelle mura inespugnate, dagli stessi soldati che

l’avevano portato in trionfo.

Il Senato, Roma, l’Italia e la legalità avevano trionfato delle

legioni semibarbare e della forza in rivolta. Ma questa vittoria

della legalità sulla forza durò poco. Presto nacque discordia fra

Pupieno e Balbino; il Senato non seppe approfittare della vittoria e

irritò i soldati senza disarmarli; e prima della fine del 238, una

nuova rivolta militare mandò a morte Pupieno e Balbino e proclamò

imperatore Gordiano. La forza aveva avuto la sua rivincita. In questo

tempo i Carpi e i Goti traversavano il Danubio; i Persiani invadevano

la Mesopotamia e minacciavano la Siria. Gordiano, che era giovane

e inesperto, aveva avuto la fortuna di trovare come prefetto del

pretorio Timesiteo, un uomo intelligente, avveduto e — qualità rara,

allora — fedele. Timesiteo rimise in ordine l’esercito e cacciò i

Persiani, i Goti e i Carpi. Queste vittorie, e il pericolo attenuarono

la discordia tra il Senato e le legioni, tra la legalità e la forza;

cosicchè, sebbene eletto dalle legioni Gordiano non incontrò, nel

Senato, opposizioni. Il suo governo era legittimato da un consenso

posteriore. Disgraziatamente Timesiteo morì nel 243, e Gordiano non

trovò, per sostituirlo, che un alto ufficiale dell’esercito, Giulio

Filippo, un arabo. Era un soldato valoroso, ma non così fedele come

il suo predecessore. Volle essere, non il subordinato, ma il collega

di Gordiano, costrinse i soldati a domandare per lui quell’onore; e,

siccome Gordiano rifiutava, lo fece assassinare. Per la quarta volta,

in pochi anni, la rivolta militare trionfava, la forza si imponeva

alla legalità indebolita e screditata; ma questa volta, e appunto

perchè era la quarta, la rivolta si propagò rapidamente in tutto

l’Impero. Indebolita al centro l’autorità imperiale l’esempio diventa

contagioso. Se proprio le legioni devono eleggere l’Imperatore, perchè

questo privilegio sarebbe concesso alle legioni di una provincia e non

a quelle di un’altra? Ogni gruppo di legioni vuole il suo Imperatore;

i pretendenti pullulano nelle provincie. Il pericolo divenne di nuovo

così grave, che avvenne una reazione in favore del Senato, e che

spaventati, i tempi si volsero verso il solo principio di autorità

che sussisteva ancora, a dispetto di tutti gli oltraggi. Per quanto

arabo, Filippo cercò di farsi legittimare dal Senato, per avere quella

convalida che sarebbe mancata ai suoi concorrenti. E il Senato si

rassegnò a riconoscerlo, preferendo avere in Roma un imperatore che

almeno cercava, quantunque eletto da una sedizione, d’essere confermato

dal suo consenso. Ma invano gli uomini ricorrono, nella necessità,

a quel principio d’autorità che hanno indebolito, per sodisfare le

loro ambizioni. Mentre Filippo cercava di rafforzare il suo potere in

Italia, facendolo legittimare dal Senato, i Goti invadevano di nuovo

l’Impero; e le legioni del Danubio, scontente di veder che l’Imperatore

s’adagiava in Italia, quando le frontiere dell’Impero erano violate dai

barbari, annullarono i decreti del Senato e proclamarono Imperatore il

governatore della Dacia e della Mesia, Decio. Scoppiò una nuova guerra

civile. Decio venne in Italia, vinse Filippo a Verona e lo uccise;

poi ripassò le Alpi per andare a combattere i Goti. Ma senza gran

resultato, perchè, nel 251, morì sul campo di battaglia. Era il primo

degli imperatori romani che cadeva combattendo i barbari. È facile

immaginare l’impressione fatta da questo avvenimento. Le legioni,

che ormai credevano di poter disporre dell’Impero, s’affrettarono a

proclamare Imperatore il governatore della Mesia, Treboniano Gallo.

Ma anche Treboniano, invece di combattere i Goti, preferì trattare e

comprare, a peso d’oro, la pace. Allora le legioni si rivoltarono di

nuovo, e elessero all’Impero il Governatore che gli era successo in

Mesia, Emiliano. Scoppiò una nuova guerra civile, in cui Treboniano

fu sconfitto. E l’autorità del Senato fu di nuovo invocata, perchè

desse al nuovo Imperatore un carattere legittimo, atto a fortificarlo

nel suo governo. Il Senato riconobbe Emiliano; ma Emiliano, appena

riconosciuto, fu trucidato dalle legioni, che si rivoltarono,

acclamando imperatore Valeriano (253).

Dalla morte di Alessandro Severo sono trascorsi diciotto anni in

continue sedizioni. L’autorità del Senato è distrutta e con essa

la pietra angolare della legalità. Qualsiasi regola e principio per

l’elezione dell’imperatore messi da parte, l’elezione è abbandonata al

capriccio delle legioni; si moltiplicano le rivolte militari, stimolate

dall’emulazione, dalla certezza dell’impunità e dalla speranza del

bottino; le guerre civili nascono l’una dall’altra, indebolendo

dappertutto la difesa delle frontiere. L’Impero comincia a diventare

preda dei barbari che, incoraggiati dalla crescente debolezza del

colosso, lo attaccano da tutte le parti. Fra il 254 e il 260 i Goti

invadono di nuovo la Dacia, la Macedonia, l’Asia Minore; gli Alamanni

e i Franchi si gettano sulla Gallia, una nuova razza germanica, quella

dei Sassoni, fa la sua comparsa sul mare, lungo le coste della Gallia

e della Bretagna; dei gravi torbidi scoppiano in Africa, e nuovi

pericoli minacciano l’Oriente dove l’Armenia e la Persia ricadono sotto

l’influenza persiana. E come se tutte queste disgrazie non bastassero,

una epidemia di peste infuriò, in quegli anni, spopolando intere

legioni dell’Impero. Valeriano il quale era un senatore di nobile

famiglia e di una certa intelligenza, s’intese col Senato, e, d’accordo

con l’alta assemblea, cercò di provvedere alle terribili difficoltà del

momento con un ripiego che, a poco a poco, doveva dislocare tutta la

civiltà antica; nominando Cesare suo figlio Galieno, assegnandogli le

provincie dell’Occidente, e tenendo per se l’Oriente; spezzando per la

prima volta l’unità dell’Impero. Chiara sembra l’idea ispiratrice di

questa riforma: rinforzare l’autorità imperiale, e con essa il governo

indebolito, rimpicciolendo l’area troppo vasta, in cui doveva operare.

Ma era questo un rimedio di natura, per così dire, geometrica, che poco

poteva curare un male di natura morale. Il governo era debole, perchè

non aveva più titoli indiscutibili e universalmente riconosciuti;

la divisione del potere non poteva annullare questo incorreggibile

vizio d’origine. Mentre Galieno faceva del suo meglio per arginare

le invasioni germaniche in Occidente, Valeriano tentava una grande

spedizione contro la Persia. Ma nel 259 o nel 260 è fatto prigioniero

dai Persiani, e va, non si sa dove nè quando, a morire in prigionia.

Pochi anni prima, un imperatore era caduto sul campo di battaglia,

combattendo i barbari; ora un imperatore era catturato, e andava

prigioniero nel campo nemico. Fu un colpo terribile per l’autorità

imperiale; e se ne videro presto le conseguenze: alla catastrofe segue

una specie di smembramento dell’Impero.

Già sino dal 258 le legioni della Gallia avevano acclamato imperatore

Postumio. Postumio, che era un uomo di molti meriti, riuscì, dopo la

morte di Valeriano, a farsi riconoscere in Spagna e in Britannia, e

fondò un Impero gallo-iberico, che durò nonostante gli attacchi di

Galieno, fino al 267. Nello stesso tempo, in Oriente, un generale di

Valeriano, Macriano, con l’aiuto della città di Palmira e di Odenato

che era il più ricco e il più potente dei suoi abitanti, aveva di

propria iniziativa, combattuto contro i Persiani, ricacciandoli e

salvando le più ricche provincie d’Oriente. Ma incoraggiato da questi

successi, pensò di impadronirsi anch’egli dell’impero a favore dei suoi

figliuoli.

Odenato rimase invece fedele all’Imperatore, e col titolo di _Dux

Orientis_ si mise a far guerra a Macriano. Ma l’Occidente e l’Oriente

erano già smembrati, o sul punto di smembrarsi, e l’audacia dei barbari

aumentava, quanto più si indeboliva l’Impero. Nel 261, gli Alamanni

riescono a invadere l’Italia, e Galieno li sconfigge soltanto alle

porte di Milano. Poco dopo, i Franchi invadono la Gallia e la Spagna,

e si spingono, a quanto pare, sino in Africa. I barbari dell’Europa

Centrale, i Goti, gli Eruli, i Sarmati saccheggiano le coste del Mar

Nero, forzano i Dardanelli e penetrano in Grecia e in Asia. Nel 267,

gli Eruli bivaccano in Grecia, a Atene, a Corinto, a Argo, a Sparta. Il

mediocre Galieno non sa come opporsi a tante calamità; la disperazione

si impadronisce dei popoli; ogni provincia e ogni regione, sperando

di difendersi meglio da sola, si rivolta e si da un imperatore suo

proprio. Durante gli ultimi anni della vita di Galieno, i pretendenti

— i tiranni, come disse — sono così numerosi e transitori, che è quasi

impossibile di raccontarne, ad uno ad uno, la storia. In Germania, dove

la guerra contro l’Impero Romano stava per diventare diremo per adoprar

parole moderne la «grande industria nazionale», si capì ch’era il

momento di tentare un grosso colpo. Molti popoli germanici s’intesero

per formare, sotto il nome di Goti e di Alamanni, una potente

coalizione contro l’Impero; e nella primavera del 268 un forte esercito

passava sulla riva destra del Danubio, invadeva la Macedonia Orientale,

la Grecia, le Cicladi, Rodi, Cipro, e le coste dell’Asia Minore. Nello

stesso tempo un altro esercito entrava nella Mesia e s’inoltrava in

Macedonia. Il piano era chiaro: conquistare la penisola balcanica e

tagliare in due l’Impero, interponendosi tra le provincie d’Oriente e

quelle di Occidente.

La rovina della civiltà antica · 第 15 / 42 题