Ma i principii su cui posa una civiltà, e le classi che hanno il
compito di attuarli, si logorano con il tempo. Anche questa nuova
aristocrazia, originaria delle provincie, si disgregò a poco a poco,
per interno esaurimento, parte per l’azione delle filosofie e delle
religioni di spirito universale. Dottrina nazionale e aristocratica, e
perciò esclusivista; simile ad un’armatura, nella quale un popolo e uno
Stato si chiudevano, per isolarsi, il romanesimo era in contradizione
con le filosofie e con le religioni universali, come lo stoicismo e
il cristianesimo, che mescolavano tutti gli uomini e tutti i popoli
in un principio di uguaglianza morale. Senonchè già indebolita per
l’esaurimento interno e per l’azione delle filosofie e delle religioni
universali, quest’aristocrazia fu sorpresa da una crisi politica, che
l’annientò, dando la prima spinta alla rovina della civiltà antica.
Marco Aurelio è uno dei più celebri tra gli imperatori, perchè i suoi
pensieri sono uno dei più bei monumenti della saggezza umana. E’ però
necessario riconoscere che la filosofia, chiamata, nella sua persona, a
governare il mondo, fece un curioso passo falso nella questione della
successione, che imperatori meno filosofi avevano così bene risolta.
Invece di intendersi, come i suoi predecessori, con il Senato, e di
scegliere Claudio Pompeiano che il Senato giudicava il più degno,
Marco Aurelio, nel 177, si diede per associato all’Impero, e con
potestà tribunizia, il figlio Commodo, quindicenne. Che proprio un
filosofo stoico dovesse tentare di introdurre il principio dinastico
nella repubblica aristocratica, a cui l’impero obbediva, è per noi un
mistero singolare e pur troppo inesplicabile, con quello che sappiamo.
Ma le conseguenze dell’errore furono terribili. Quando Marco Aurelio
morì nel 180, Commodo, che era diciottenne, non aveva nè l’età, nè
la preparazione necessaria, per sobbarcarsi a un compito così grave;
onde parte per la maniera con cui Commodo era stato imposto, parte
per l’inettitudine sua non tardò a nascere, fra il Senato e lui, un
conflitto così violento che, dal tempo di Domiziano, non se n’era
visto l’eguale. Come ai tempi di Domiziano, questa nuova lotta fra i
due supremi poteri dello Stato, si chiuse con una congiura; ma mentre,
dopo la morte di Domiziano, il Senato aveva potuto dominare gli eventi
e imporre il suo candidato nella persona di Nerva, questa volta, dopo
l’uccisione di Commodo, non riuscì ad assicurare la trasmissione legale
dell’autorità suprema. Le legioni si mossero; incominciò, come dopo la
morte di Nerone, una guerra civile, che inalzò l’assolutismo militare
di Settimio Severo sulle rovine dell’autorità del Senato.
Settimio Severo apparteneva a una famiglia di Lepti, molto ricca e
assai colta, ma di nobiltà fresca, poichè egli stesso per primo sedeva
in Senato. Aveva coltivato con uguale ardore le lettere latine e le
greche; ma aveva anche sposato Giulia Domna, discendente di una delle
più ricche famiglie siriache, alla quale doveva i suoi più celebri
sacerdoti il culto del Sole. Africano di nobiltà recente, ellenizzato
e romanizzato ma con forti influssi dell’Oriente asiatico, Settimio
Severo non era uomo da rispettare — come l’aveva rispettata un secolo
prima, il grande Traiano — l’autorità del Senato, massime poi che
il Senato si era schierato contro di lui nella guerra civile. Se il
Senato, per ragioni che non conosciamo, aveva messo al servizio dei
suoi nemici l’autorità di cui disponeva, l’Africano se ne vendicò dopo
la vittoria, lavorando a disfare l’opera di Vespasiano. Appoggiandosi
alla fedeltà delle legioni, indebolì e impoverì quando potè, con
esecuzioni e confische, l’aristocrazia storica; l’umiliò, diminuendo i
suoi privilegi e il suo prestigio a favore dell’ordine dei cavalieri;
a questi assegnò molte cariche, tenute, fino allora, soltanto da
senatori; e cominciò a costituire fra i cavalieri una nobiltà di
funzionari scelti e dipendenti da lui, alla quale dette nuovi titoli
onorifici (_vir egregius, vir perfectus, vir clarissimus_); esercitò
apertamente il potere assoluto, rinvigorì il principio dinastico, e
trattò apertamente l’impero come una proprietà di famiglia, dividendolo
fra i due figli; fece dell’esercito una potenza politica superiore
al Senato, considerando il favore dei soldati e la forza che gliene
veniva, come titoli d’autorità più validi che la scelta del Senato.
Settimio Severo fu insomma il primo vero monarca assoluto, o quasi
assoluto, dell’Impero; quello che osò farsi chiamare, ufficialmente,
_dominus_; che rese giustizia nel suo palazzo, e colpì l’autorità del
Senato con una umiliazione, dalla quale non potè più riaversi. Fece
insomma nell’Impero quella rivoluzione, che troppi storici troppo
frettolosi attribuiscono a Cesare!
Ora, da principio, non sembrò che l’Impero avesse a lagnarsi di
questa profonda rivoluzione, per cui il potere aveva mutato natura
e carattere. L’abbassamento del Senato potè anzi, nei primi tempi,
essere salutato come guadagno e beneficio, non solo dall’ottimismo
ufficiale, ma anche dagli osservatori imparziali. Il governo degli
ultimi Antonini, specialmente quello di Marco Aurelio, era stato giusto
e chiaroveggente, ma assai debole, lento, poco attivo, come sono spesso
i governi delle aristocrazie invecchiate. Il governo di Settimio Severo
fu agile, risoluto, fecondo in ardite iniziative, quale poteva essere
la dittatura di un guerriero fortunato, intelligente, e nel quale c’era
la stoffa di un vero uomo di Stato.
Ma i pericoli, insiti nella sua rivoluzione, si fecero manifesti,
quando lo strumento così ben maneggiato da Settimio Severo passò in
mani più fiacche. Settimio Severo aveva lasciato il potere, come cosa
sua, ai figli: Caracalla e Geta. Ma i due eredi non andaron d’accordo;
Caracalla assassinò il fratello; e, rimasto solo padrone dell’Impero,
cadde a sua volta, poco tempo dopo, vittima di una congiura militare,
che proclamò imperatore il prefetto del pretorio, Marco Opelio Macrino,
un semplice cavaliere. Era la prima volta che i soldati osavano
scegliere un imperatore fuori del Senato; ma la proclamazione dei
soldati, benchè Mommsen abbia sostenuto il contrario, non era senza
l’investitura del Senato, titolo legale di autorità; non conferiva che
un potere di fatto, fragile e incerto. Ciò che un gruppo di legioni
aveva decretato, un altro gruppo poteva disfare, se l’imperatore scelto
non era uomo molto forte e di gran prestigio personale.
Infatti, Macrino cercò di assicurarsi la ratifica dal Senato. Ma mentre
stava negoziando e maneggiando per far legittimare la sua autorità,
un’altra rivolta militare, fomentata dalla famiglia di Settimio Severo,
lo rovesciò, proclamando imperatore Eliogabalo. Appena quattordicenne,
e non avendo, come titolo, che il favore mobile dei soldati, neppure
Eliogabalo conservò a lungo il potere. Dopo quattro anni, i soldati
che l’avevano inalzato all’Impero lo rovesciarono; e non rimase, come
Imperatore, che il cugino di Eliogabalo, Alessandro Severo, il quale
era stato, un poco prima della strage, associato a Eliogabalo, per
volontà dei soldati e della famiglia imperiale. Ma queste rivoluzioni
militari e l’instabilità del supremo potere avevano tanto spaventato le
classi governanti, compresa la famiglia di Settimio Severo, che tutti
si rivolsero ancora verso il Senato, per ristabilire un governo forte
e rispettato, il quale potesse, con incontestabile legittimità, imporsi
all’osservanza delle legioni.
Alessandro Severo rinnovò dunque, e persino esagerò la politica di
Traiano, di Antonino Pio, di Marco Aurelio. Rifiutò il titolo di
dominus, soppresse il cerimoniale, trattò i senatori da pari a pari,
affidò di nuovo al Senato la scelta dei funzionari più importanti,
compresi i governatori delle provincie; formò, con dei senatori, il
_Consilium Principis_; volle che i senatori assistessero i governatori,
e non solo limitò l’autorità dei procuratori imperiali, ma li fece
anche eleggere dal popolo. Come Silla, Augusto e Vespasiano oppose
alla forza scatenata della rivolta militare, il Senato, rocca della
legalità. Ma fu l’ultima volta. Le legioni non erano più, come ai primi
secoli dell’Impero, reclutate quasi unicamente fra gli italiani, che
per tradizione veneravano il Senato come il padre della loro nazione:
erano piene di provinciali, calati dai paesi barbari dell’Impero, pei
quali il Senato appariva un’autorità vaga, lontana, che si rispettava
solo in ragione della forza. Inoltre lo spirito severiano del potere
assoluto, l’ambizione di essere unico sostegno dell’autorità imperiale,
era troppo penetrato nelle legioni, perchè si inchinassero davvero e
sul serio dinanzi al Senato.
Le circostanze infine favorirono il loro spirito di rivolta. In
quel momento critico della storia d’Occidente, scoppiò una grande
rivoluzione in Oriente: l’ultimo re dei Parti è rovesciato, e risale
sul trono la dinastia nazionale dei Sassanidi, risoluti a sterminare in
Persia la cultura greca che era stata agevolata, nella sua diffusione,
dall’Impero dei Parti, e a riconquistare i territori dell’antico impero
persiano, soggetti, allora, a Roma. L’Impero Romano si trovò tutto
a un tratto impegnato in una guerra con la Persia. Alessandro Severo
riuscì a respingere l’invasione persiana, ma impiegando tutte le forze
dell’Impero, comprese quelle che difendevano le frontiere d’Occidente.
Ed ecco gli Alamanni e i Marcomanni ne approfittano per guadare gli uni
il Danubio, gli altri il Reno. Impegnato in Oriente, Alessandro Severo
giudicò di non poter respingere l’invasione, con la sola forza delle
armi, e ricorse ai negoziati e ai sussidii. Ma i soldati scontenti di
non sentirsi più padroni dello Stato, come ai tempi di Settimio Severo
e di Caracalla, colsero questo pretesto, accusarono Settimio Severo di
render l’Impero tributario dei barbari, si rivoltarono e sterminarono
con lui tutta la famiglia imperiale. Dopodichè proclamarono imperatore
il capo della congiura, un ufficiale superiore nato in Tracia, soldato
valoroso, ma che sapeva appena balbettare il latino: _C. Giulio Vero
Massimino_.