Benchè la maggior parte degli storici moderni, seguendo l’esempio del
Mommsen, si ostinino a immolare il Senato, come vittima espiatoria,
sulla tomba di Cesare, certo è, invece, che il Senato non solo potè
ancora vivere e governare dopo la morte di Cesare, ma che nella
seconda metà del I secolo ringiovanì come un albero invecchiato dopo
un innesto. Si rinnovò, acquistò nuovo prestigio e vigore, governò
l’Impero con un’energia e una saggezza che possono essere paragonate
ai tempi più grandi della Repubblica. Per quali ragioni? Quale fu
l’innesto miracoloso?
Durante il primo prospero e pacifico secolo dell’Impero, molte famiglie
dell’Italia settentrionale, della Gallia, della Spagna, dell’Africa
settentrionale, si arricchiscono e creano delle nuove, piccole
aristocrazie locali. La ricchezza, come al solito, risvegliando il
desiderio di distinguersi e di dominare, queste famiglie cercano un
modello da imitare per raffinarsi e divenire una vera aristocrazia,
staccandosi dal maggior numero non solo per l’opulenza ma anche per la
superiorità intellettuale e morale. Salvo qualche rara famiglia, che
cerca questo modello fra le ceneri ancor calde delle tradizioni e della
indipendenza nazionale, le altre lo trovano a Roma, e nella nobiltà
romana; e non tanto nella nobiltà divisa, prodiga, fastosa, inattiva,
indocile e debole del tempo dei Giuli-Claudi, quanto nella figurazione
solenne e venerabile che Cicerone, Sallustio, Orazio, Virgilio, Tito
Livio, avevano tracciata della vecchia aristocrazia romana; poichè la
letteratura latina non fu una semplice distrazione per ricchi signori
oziosi e curiosi, ma il più nobile organo della potenza romana, il
veicolo elegante, che propagò la conoscenza della lingua latina, il
gusto delle lettere e le dottrine morali e politiche in cui credeva
l’aristocrazia tra nuove _élites_ che emergevano dalla confusa
eguaglianza dei vinti nelle provincie dell’Occidente e dell’Africa.
Educate da precettori latini, le nuove generazioni studiarono i grandi
autori come maestri non solo della forma, ma anche del pensiero e
del sentimento; crebbero con il meraviglioso modello dell’antica
nobiltà romana, innanzi agli occhi, della nobiltà non quale era stata,
ma come l’aveva dipinta, purificandola dai vizi e dalle debolezze,
nella cornice della sua storia immortale, il pennello di Tito Livio;
s’innamorarono delle sue virtù, rese ideali dall’arte: la semplicità,
l’abnegazione civica, il coraggio, la fedeltà alle tradizioni civili
e religiose; si persuasero che, per un uomo, la più alta ambizione
fosse d’essere accolto in quella aristocrazia, e nel Senato, che la
rappresentava.
Tuttavia, fino a Nerone, la vecchia aristocrazia romana non disserrò le
sue porte. Poche furono le grandi famiglie provinciali, che riuscirono
a penetrare nel Senato. Il quale era quasi esclusivamente composto di
famiglie dell’Italia centrale: aristocrazia, in verità troppo ristretta
per un impero così grande, e rosa da troppi vizi, antichi e nuovi. Un
secolo di pace non era riuscito a spegnere le discordie, gli odii e
le rivalità da cui quelle famiglie erano state sempre divise; aveva
anzi esaltato i due vecchi vizi, l’orgoglio e lo spirito di cricca,
aggiungendo a questi dei difetti nuovi: la frenesia del lusso e un
certo scetticismo, che non aveva paura di scherzare con gli esotismi
più pericolosi. Fu responsabile dei torbidi da cui fu agitato, da
Augusto a Nerone, l’impero; questa aristocrazia troppo orgogliosa e
superba l’avrebbe forse trascinato alla rovina, se, nelle provincie,
non si fosse formata un’aristocrazia nuova, che, innestata sul vecchio
tronco, doveva ringiovanire il Senato.
Vespasiano fu l’imperatore che fece, e con felice successo, in tempo
opportuno, l’innesto riparatore. L’atroce guerra civile, che si scatenò
dopo la morte di Nerone, vince l’egoismo e l’esclusivismo secolare
dell’antica aristocrazia. Il pericolo era stato così grande, che
tutti gli uomini di buon senso capirono essere necessario rinnovare e
rinforzare il corpo politico, a cui spettava di scegliere e aiutare
gl’imperatori; e Vespasiano potè, senza troppe difficoltà, compire
la gran riforma, che, qualche anno prima, sarebbe stata impossibile.
Gli storici dell’antichità ci raccontano che assunta l’autorità di
censore, scelse mille famiglie fra le più importanti delle provincie,
le iscrisse nell’ordine senatorio e nell’ordine equestre, e facendole
venire in Roma ricostituì l’aristocrazia romana. Per questa riforma,
Vespasiano merita d’essere considerato come il secondo fondatore
dell’Impero, dopo l’Augusto. Siccome veniva dalle provincie,
quest’aristocrazia era più parsimoniosa, più semplice, di costumi più
austeri, più attiva, più seria, e sopratutto più devota alla grande
tradizione romana, repubblicana e aristocratica, che non la vecchia
aristocrazia originaria d’Italia, guasta dalle guerre civili, dal
successo, dalla ricchezza e dalla pace del primo Impero. Per una di
quelle sorprese di cui la storia è piena, i nipoti dei Galli, degli
Iberi, degli Africani, vinti da Roma, vennero a Roma, quando l’Urbe li
chiamò, più romani che i discendenti di quelle famiglie dell’Italia
centrale, da cui l’Impero era stato fondato. Lo spirito di Roma,
moribondo in Italia, riviveva nelle provincie.
Tacito, Plinio il vecchio e Plinio il giovane nella letteratura,
Traiano e Adriano nella politica, rappresentano questa nuova
aristocrazia provinciale che, con sincerità e fermezza, applicò nel
governo dell’Impero i principii morali e politici della Repubblica,
adattandoli al nuovo stato del mondo, conciliandoli con l’arte e la
filosofia dell’ellenismo e del romanesimo, e creando la vera civiltà
dell’Impero. Il secolo in cui quest’aristocrazia governò fu tranquillo
e prospero, perchè rispettò insieme l’autorità del Senato e quella
dell’Imperatore; cosicchè non nacquero mai, fra i due poteri, quegli
urti e quegli antagonismi, immaginati dagli storici, i quali, a tutti
i costi, vogliono fare dell’impero, già nei due primi secoli, una
monarchia. Come abbiamo detto, il Senato sceglieva, d’accordo con
l’Imperatore, colui che doveva succedergli; lo Stato era una vera
repubblica, governata dal Senato e dall’Imperatore, quest’ultimo
rispettoso dei diritti del primo, e il primo ossequiente all’autorità
del secondo, come al più illustre e al più potente dei suoi membri. Non
ci fu mai, per un secolo, nessuna incertezza a proposito dell’elezione
degli imperatori e delle condizioni richieste perchè fosse legittima.
Il maggior difetto della costituzione imperiale parve miracolosamente
medicato; l’autorità di Traiano, di Adriano, di Antonino, e di Marco
Aurelio fu riconosciuta da tutti, senza essere minata, come quella di
Tiberio, di Claudio e di Nerone, dall’opposizione segreta e inesorabile
della nobiltà; e poichè non era più infirmato da discordie troppo
violente, infurianti in seno al gruppo onnipotente che teneva il
governo, lo Stato romano riuscì, durante quel secolo, a compiere grandi
opere di pace e di guerra nell’immenso Impero.