II.

Benchè la maggior parte degli storici moderni, seguendo l’esempio del

Mommsen, si ostinino a immolare il Senato, come vittima espiatoria,

sulla tomba di Cesare, certo è, invece, che il Senato non solo potè

ancora vivere e governare dopo la morte di Cesare, ma che nella

seconda metà del I secolo ringiovanì come un albero invecchiato dopo

un innesto. Si rinnovò, acquistò nuovo prestigio e vigore, governò

l’Impero con un’energia e una saggezza che possono essere paragonate

ai tempi più grandi della Repubblica. Per quali ragioni? Quale fu

l’innesto miracoloso?

Durante il primo prospero e pacifico secolo dell’Impero, molte famiglie

dell’Italia settentrionale, della Gallia, della Spagna, dell’Africa

settentrionale, si arricchiscono e creano delle nuove, piccole

aristocrazie locali. La ricchezza, come al solito, risvegliando il

desiderio di distinguersi e di dominare, queste famiglie cercano un

modello da imitare per raffinarsi e divenire una vera aristocrazia,

staccandosi dal maggior numero non solo per l’opulenza ma anche per la

superiorità intellettuale e morale. Salvo qualche rara famiglia, che

cerca questo modello fra le ceneri ancor calde delle tradizioni e della

indipendenza nazionale, le altre lo trovano a Roma, e nella nobiltà

romana; e non tanto nella nobiltà divisa, prodiga, fastosa, inattiva,

indocile e debole del tempo dei Giuli-Claudi, quanto nella figurazione

solenne e venerabile che Cicerone, Sallustio, Orazio, Virgilio, Tito

Livio, avevano tracciata della vecchia aristocrazia romana; poichè la

letteratura latina non fu una semplice distrazione per ricchi signori

oziosi e curiosi, ma il più nobile organo della potenza romana, il

veicolo elegante, che propagò la conoscenza della lingua latina, il

gusto delle lettere e le dottrine morali e politiche in cui credeva

l’aristocrazia tra nuove _élites_ che emergevano dalla confusa

eguaglianza dei vinti nelle provincie dell’Occidente e dell’Africa.

Educate da precettori latini, le nuove generazioni studiarono i grandi

autori come maestri non solo della forma, ma anche del pensiero e

del sentimento; crebbero con il meraviglioso modello dell’antica

nobiltà romana, innanzi agli occhi, della nobiltà non quale era stata,

ma come l’aveva dipinta, purificandola dai vizi e dalle debolezze,

nella cornice della sua storia immortale, il pennello di Tito Livio;

s’innamorarono delle sue virtù, rese ideali dall’arte: la semplicità,

l’abnegazione civica, il coraggio, la fedeltà alle tradizioni civili

e religiose; si persuasero che, per un uomo, la più alta ambizione

fosse d’essere accolto in quella aristocrazia, e nel Senato, che la

rappresentava.

Tuttavia, fino a Nerone, la vecchia aristocrazia romana non disserrò le

sue porte. Poche furono le grandi famiglie provinciali, che riuscirono

a penetrare nel Senato. Il quale era quasi esclusivamente composto di

famiglie dell’Italia centrale: aristocrazia, in verità troppo ristretta

per un impero così grande, e rosa da troppi vizi, antichi e nuovi. Un

secolo di pace non era riuscito a spegnere le discordie, gli odii e

le rivalità da cui quelle famiglie erano state sempre divise; aveva

anzi esaltato i due vecchi vizi, l’orgoglio e lo spirito di cricca,

aggiungendo a questi dei difetti nuovi: la frenesia del lusso e un

certo scetticismo, che non aveva paura di scherzare con gli esotismi

più pericolosi. Fu responsabile dei torbidi da cui fu agitato, da

Augusto a Nerone, l’impero; questa aristocrazia troppo orgogliosa e

superba l’avrebbe forse trascinato alla rovina, se, nelle provincie,

non si fosse formata un’aristocrazia nuova, che, innestata sul vecchio

tronco, doveva ringiovanire il Senato.

Vespasiano fu l’imperatore che fece, e con felice successo, in tempo

opportuno, l’innesto riparatore. L’atroce guerra civile, che si scatenò

dopo la morte di Nerone, vince l’egoismo e l’esclusivismo secolare

dell’antica aristocrazia. Il pericolo era stato così grande, che

tutti gli uomini di buon senso capirono essere necessario rinnovare e

rinforzare il corpo politico, a cui spettava di scegliere e aiutare

gl’imperatori; e Vespasiano potè, senza troppe difficoltà, compire

la gran riforma, che, qualche anno prima, sarebbe stata impossibile.

Gli storici dell’antichità ci raccontano che assunta l’autorità di

censore, scelse mille famiglie fra le più importanti delle provincie,

le iscrisse nell’ordine senatorio e nell’ordine equestre, e facendole

venire in Roma ricostituì l’aristocrazia romana. Per questa riforma,

Vespasiano merita d’essere considerato come il secondo fondatore

dell’Impero, dopo l’Augusto. Siccome veniva dalle provincie,

quest’aristocrazia era più parsimoniosa, più semplice, di costumi più

austeri, più attiva, più seria, e sopratutto più devota alla grande

tradizione romana, repubblicana e aristocratica, che non la vecchia

aristocrazia originaria d’Italia, guasta dalle guerre civili, dal

successo, dalla ricchezza e dalla pace del primo Impero. Per una di

quelle sorprese di cui la storia è piena, i nipoti dei Galli, degli

Iberi, degli Africani, vinti da Roma, vennero a Roma, quando l’Urbe li

chiamò, più romani che i discendenti di quelle famiglie dell’Italia

centrale, da cui l’Impero era stato fondato. Lo spirito di Roma,

moribondo in Italia, riviveva nelle provincie.

Tacito, Plinio il vecchio e Plinio il giovane nella letteratura,

Traiano e Adriano nella politica, rappresentano questa nuova

aristocrazia provinciale che, con sincerità e fermezza, applicò nel

governo dell’Impero i principii morali e politici della Repubblica,

adattandoli al nuovo stato del mondo, conciliandoli con l’arte e la

filosofia dell’ellenismo e del romanesimo, e creando la vera civiltà

dell’Impero. Il secolo in cui quest’aristocrazia governò fu tranquillo

e prospero, perchè rispettò insieme l’autorità del Senato e quella

dell’Imperatore; cosicchè non nacquero mai, fra i due poteri, quegli

urti e quegli antagonismi, immaginati dagli storici, i quali, a tutti

i costi, vogliono fare dell’impero, già nei due primi secoli, una

monarchia. Come abbiamo detto, il Senato sceglieva, d’accordo con

l’Imperatore, colui che doveva succedergli; lo Stato era una vera

repubblica, governata dal Senato e dall’Imperatore, quest’ultimo

rispettoso dei diritti del primo, e il primo ossequiente all’autorità

del secondo, come al più illustre e al più potente dei suoi membri. Non

ci fu mai, per un secolo, nessuna incertezza a proposito dell’elezione

degli imperatori e delle condizioni richieste perchè fosse legittima.

Il maggior difetto della costituzione imperiale parve miracolosamente

medicato; l’autorità di Traiano, di Adriano, di Antonino, e di Marco

Aurelio fu riconosciuta da tutti, senza essere minata, come quella di

Tiberio, di Claudio e di Nerone, dall’opposizione segreta e inesorabile

della nobiltà; e poichè non era più infirmato da discordie troppo

violente, infurianti in seno al gruppo onnipotente che teneva il

governo, lo Stato romano riuscì, durante quel secolo, a compiere grandi

opere di pace e di guerra nell’immenso Impero.

La rovina della civiltà antica · 第 9 / 42 题