I.

Per rispondere all’oscuro quesito, bisogna risalire agli inizi

dell’Impero e intendere che cosa fu veramente l’autorità imperiale.

Gli storici odierni si ostinano a fare dell’imperatore romano, nei due

primi secoli dell’era volgare, un monarca assoluto, sul modello delle

dinastie che governarono l’Europa nel ’600 e nel ’700. L’imperatore

romano rassomigliavasi ai monarchi degli ultimi secoli, perchè il suo

potere durava quanto la vita, e perchè questo potere, senza essere

proprio assoluto, era così vasto che spiriti abituati alle forme e ai

principii dello Stato moderno possono facilmente confonderlo con il

moderno potere assoluto. Eppure l’Impero romano si differenzia dalla

vera monarchia, antica o moderna, perchè non ha mai riconosciuto, fino

a Settimio Severo, il principio dinastico o ereditario.

L’imperatore come i magistrati repubblicani, è investito dei suoi

poteri da un’elezione; la parentela o la nascita non sono mai state

considerate titoli legittimi della sua autorità; e se talora una stessa

famiglia conservò il potere per parecchie generazioni, ciò accadde

per ragioni non di diritto, ma di fatto. Basterebbe questa differenza

a farci concludere che fino a Settimio Severo l’Impero non fu una

monarchia assoluta, senza che, per questo, possa essere definito una

repubblica. Fu un regime intermedio fra i due principii; e questo

incerto carattere è stato una ragione di debolezza che gli storici

hanno avuto il torto di non studiare a fondo.

In ogni sistema politico fondato sulla scelta, la grande difficoltà

sta nel salvare il principio elettivo dalla frode e dalla violenza. Per

molte ragioni che qui sarebbe impossibile di studiare, ma quasi tutte

nascenti da questo carattere incerto dell’autorità imperiale, Roma non

riuscì a fissare le regole dell’elezione imperiale in modo da rendere

impossibili le esitanze nella procedura e da render vane le tentazioni

della frode e della violenza. Il principio voleva che l’imperatore

fosse eletto nei comizi dal popolo romano; tanto è vero che del

potere era investito con una _lex de imperio_; la quale, almeno fino

a Vespasiano, fu sottomessa ai comizi e formalmente approvata. Ma noi

sappiamo che sotto l’impero i comizi erano una finzione costituzionale,

e che, votando la _lex de imperio_, sanzionavano soltanto il testo del

_Senatus consulto_, col quale il Senato aveva assegnato all’imperatore

il potere. Il corpo che per davvero legittimava l’autorità

dell’imperatore, investendolo del potere costituzionale, era dunque

il Senato. Il Senato avrebbe dovuto scegliere l’imperatore, poichè

esso aveva il diritto di legittimare il potere. Ma per diverse ragioni

d’ordine politico e costituzionale il Senato non fu sempre in grado di

esercitare questo diritto in tutti i casi e con la necessaria libertà:

cosicchè scelse qualche volta il capo e lo impose all’Impero; ma gli

capitò anche, altre volte, di essere costretto a ratificare la scelta

fatta al di fuori di lui. Per esempio: Nerva fu scelto dal Senato; ma

Tiberio fu imposto dal Senato da una situazione politica e militare,

che non corrispondeva punto con le preferenze e le vedute dell’illustre

assemblea; Claudio e Nerone furono imposti dai pretoriani; Vespasiano

dalla vittoria e dai soldati. Da Nerva a Marco Aurelio, durante

il periodo più brillante dell’Impero, prevalse un sistema misto:

l’imperatore sceglieva nel Senato e d’accordo col Senato, l’uomo che

gli sembrava più adatto a succedergli; lo adottava come figlio e lo

associava al potere, cosicchè, assegnando al figlio adottivo il potere

imperiale, dopo la morte dell’Imperatore, il Senato ratificava ormai

una scelta, alla quale aveva già consentito. C’era insomma nell’Impero

un corpo che poteva e doveva eleggere l’Imperatore; ma questo corpo,

il Senato, non sempre ebbe l’autorità e la forza necessaria per

esercitare il suo diritto; e, spesso, invece di eleggerlo, si limitò

a legittimare un imperatore scelto da altri. Ma questa funzione almeno

gli fu riconosciuta senza contestazione, cosicchè l’autorità di nessun

imperatore fu legittima, prima che il Senato, volente o per forza,

gliela avesse conferita con la _lex de imperio_. Il Senato romano

sotto l’Impero potrebbe dunque paragonarsi ai parlamenti di molti Stati

moderni, i quali in teoria dovrebbero scegliere, ma in realtà spesso

legittimano soltanto, con la loro approvazione, dei governi eletti

dalla corte o composti da potenti consorterie, estranee al Parlamento.

Per questa ragione gli storici moderni han l’aria, di solito, di

disdegnare il Senato dell’epoca imperiale, che considerano come

una mummia lasciata in eredità dalla repubblica: mummia venerabile,

certo, ma inutile e ingombrante, nella nuova costituzione. Il secolo

XIX ha fatto troppe rivoluzioni, e s’è troppo abituato a confondere

l’autorità con la forza, per poter valutare equamente una istituzione,

che aveva per compito di imprimere sull’autorità imperiale il carattere

indelebile della legittimità. Tanto più sarà utile e savio che ci

sforziamo di capire come la prosperità dell’Impero, durante il primo

secolo, fu opera di un’istituzione, la quale sembra a molti storici

moderni inutile, perchè ebbe una funzione, invece che sostanziale,

formale.

La rovina della civiltà antica · 第 8 / 42 题