Ma prima che la coscrizione chiamasse Vicenzino a portare il cappotto
e la giberna, il movimento del 1866 per la liberazione del Veneto,
venne a fare un'utile diversione nelle idee dei due giovani. Appena
Vicenzino potè scrivere segretamente all'amico, che Garibaldi
raccoglieva i volontari per una prossima guerra, il povero seminarista
dimenticò i suoi segreti dolori, e, bollente di patriottismo, non
pensò che ad ottenere da suo padre il permesso d'uscire
temporariamente dalla sua prigione per andare a battersi. Il signor
Anselmo Dogliani non era uomo da opporsi.
Verso la fine di maggio i due cugini partirono per Milano, eccitati
dalla novità del viaggio, dei nuovi paesi, della guerra, comperando ad
ogni stazione giornali e proclami, stringendo amicizia coi giovani
della loro età che viaggiavano verso la stessa meta, sognando la
camicia rossa e la vittoria.
Ma furono presto separati. Vicenzino rimase ferito nel primo scontro a
Ponte Caffaro, e fu trasportato all'Ospedale di Salò. Vincenzo andò
solo a Monte Suello ed a Bezzecca, col cuore diviso tra l'entusiasmo
della guerra e l'ansietà per l'amico lontano; ed appena i corpi
volontari furono sciolti, corse a raggiungerlo. Vicenzino era fuor di
pericolo, ed in istato di essere condotto a casa. Ma era ancora
debolissimo; il viaggio era lungo, il caldo opprimente. Bisognò farlo
viaggiare comodamente, lasciarlo riposare una notte a Milano, un'altra
a Novara. Vincenzo lo accompagnava con una sollecitudine
affettuosissima, scegliendo i treni del mattino per evitargli l'ardore
dei vagoni infocati dal sole di agosto, procurandogli i brodi
sostanziosi di cui aveva bisogno, reggendolo fra le sue braccia quando
doveva fare qualche passo. Vicenzino, colla mente confusa dalla
eccessiva debolezza, senza voce per parlare, sentiva dolcemente quella
tenerezza da amico, e la confondeva nel suo pensiero coll'altra
tenerezza lungamente sognata; e, malgrado le sue sofferenze ed i
disagi del viaggio, assorto in una specie di vaneggiamento sereno, si
sentiva felice.
Vincenzo invece, appena cessato l'eccitamento della battaglia, aveva
pensato con raccapriccio al ritorno in seminario, ove doveva ricevere
gli ordini maggiori alla fine d'agosto, dopo pochi giorni soltanto:
gli ordini maggiori che lo consacravano prete, che lo obbligavano a
rinunciare per sempre ai sogni inebrianti della sua gioventù. E si era
fatto cupo, silenzioso, scoraggiato, e tratto tratto un impeto d'ira
gli faceva salire il sangue al volto, o la profonda disperazione gli
strappava le lagrime.
Quando, arrivati a Santhià, i due giovani entrarono in casa, l'uno
appoggiato all'altro, le fanciulle, che erano corse ad incontrarli,
nell'entusiasmo che in quei giorni riscaldava tutti i cuori, li
abbracciarono tutti e due come due fratelli. Vincenzo, coll'animo in
tempesta, rimase freddo; non era più il giovane ardente di due mesi
prima: un'ombra di tristezza profonda oscurava il suo volto. Ma la
fine inaspettata e sconfortante della campagna, gli forniva un
pretesto per nascondere i suoi veri sentimenti. Alle domande inquiete
dell'Elena e di suo padre, rispondeva:
--Non credevo che le cose dovessero finire a questo modo.
Vicenzino solo non s'avvedeva di nulla. Appena aveva sentito sulle sue
guancie le labbra della Elena, s'era messo a tremare, ed era scoppiato
in un pianto convulso. Era troppo debole per quella sorpresa di
felicità.
--È la stanchezza, s'era detto in casa; è un accesso nervoso. E
Vincenzo, che non vedeva l'ora di sottrarsi agli sguardi del padre e
delle sorelle, aveva portato quasi di peso il cugino in camera, e
l'aveva fatto coricare. Sfinito, in uno stato di prostrazione, vicino
a svenire, Vicenzino sorrideva come un estatico. Poco dopo Vincenzo
gli domandò:
--Come stai?
--Sono felice, susurrò l'ammalato.
Vincenzo si scostò dal letto premendosi i pugni sugli occhi, battendo
i piedi in terra, fremendo per tutto il corpo. Rimase a lungo colla
faccia rivolta alla finestra aperta, come se contemplasse lo splendido
tramonto che irradiava la cima delle Alpi lontane, come tante punte
d'oro, e chiudeva l'orizzonte turchino con un'immensa striscia d'un
rosso infocato. Ma il povero giovane non vedeva nulla, e stava voltato
così per divorare le sue lagrime senza farsi scorgere. Era una
precauzione superflua. Vicenzino guardava nel vuoto, nell'ideale; non
si accorse di quella disperazione, e, con un filo di voce, chiamò:
--Vincenzo!
L'eccesso della sua felicità gli pesava sulla coscienza come un
rimorso. Sentiva di doverla rivelare all'amico; l'aveva attinta nella
sua casa, gli era venuta da lui, ed aveva potuto fargliene un segreto!
Alla sua fantasia indebolita questo sembrava un atto di mala fede, una
colpa. Vincenzo si avvicinò, cupo, senza parlare, e l'ammalato gli
disse:
--Ho un segreto da rivelarti.
L'altro non rispose, ed egli, credendo che aspettasse quella
rivelazione, riprese:
--Ora non ho forza. Ti scriverò. Poi mormorò: Sono tanto felice!
Vincenzo lo abbracciò con impeto, tanto stretto che gli fece male, poi
uscì singhiozzando.
Rimase ancora alcuni giorni in famiglia, finchè vide Vicenzino un po'
rinforzato dalle cure e dall'agiatezza della casa. Ma il tempo
stringeva. Era martedì, e la domenica seguente doveva ricevere gli
ordini maggiori. Il signor Dogliani sembrava inquieto, temeva che
Vincenzo non avesse tempo di prepararsi alla cerimonia, e lo esortava
a tornare in seminario. Vincenzo non si fece più pregare. La mattina
del mercoledì salutò con infinita tenerezza tutti i suoi, abbracciò il
padre piangendo, e partì. Ma quando fu per salire in vagone disse a
Vicenzino che l'aveva accompagnato in carrozza col signor Dogliani
alla stazione:
--Non ti senti la forza di venire fino a San Germano? Sono pochi
minuti di corsa in ferrovia; anche tu, babbo; accompagnami ancora
questo trattino.
--Temo che Vicenzino si stanchi, rispose il signor Dogliani, e non sia
poi in grado di venir domenica a Novara per la cerimonia; vogliamo
esserci tutti; è una gran giornata domenica....
Vincenzo non rispose altro. Strinse forte la mano a tutti e due, e
salì in fretta nel vagone.