X.

Vicenzino si rimetteva rapidamente. L'Elena, dacchè era tornato così

malato, gli usava delle cure gentili ed amorevoli che lo inebriavano.

Nell'eccesso della gioia il giovane convalescente doveva far violenza

a sè stesso per non lasciar irrompere la passione che lo agitava.

Voleva confidarsi prima a Vincenzo; subito dopo la cerimonia, la

domenica, sperava di averlo un momento solo con sè, e di rivelargli

quel segreto che non poteva più contenere.

--Sarà la prima confessione che riceverà, pensava; e mi sembrerà

d'essere già unito a lei quando mi avrà ascoltato....

Il venerdì, dopo pranzo, si era trovato solo coll'Elena presso il

solito tavolino, che gli richiamava tante dolci memorie. Parlavano di

Vincenzo, del gran giorno dell'ordinazione; ma Vicenzino era

distratto. Dalla finestra aperta la luce chiara batteva sul capo

dell'Elena, ed un leggero soffio d'aria le agitava i riccioli sulla

fronte e sul collo. Egli la guardava avidamente, pallido, tremante, e

ripensava il bacio di quelle labbra che aveva sentito sulle guancie la

sera del suo ritorno.

--Non l'hai osservato anche tu? domandò la Elena che aveva parlato fin

allora della tristezza misteriosa di Vincenzo.

--Che cosa? rispose Vicenzino che, assorto nella sua estasi d'amore,

non aveva capito nulla. L'Elena lo guardò meravigliata, co' suoi

grandi occhi grigi e limpidi. Ma, all'incontrare quello sguardo,

Vicenzino si fece rosso come una fiamma, e, sentendo di non poter

tacere più a lungo, si alzò ed uscì in giardino.

Passeggiò un pezzo, agitato, nervoso, commosso, ma profondamente

felice. Gli era sembrato di leggere una speranza in quegli occhi

grigi. Non aveva più che un giorno da aspettare, poi potrebbe parlare

del suo amore; parlarne a lei. Vincenzo glielo avrebbe permesso. Si

figurava quel momento, ripeteva fra sè: «O Elena, quanto ti amo!...»

In quella vide uscire in giardino la piccola Maria con una lettera in

mano. Mentre si avanzava verso di lui per consegnargliela, guardava la

soprascritta e diceva, come se parlasse tra sè:

--Sembra la mano di Vincenzo; ma non può essere perchè non viene da

Novara. Non viene neppure dalla posta; l'ha portata un contadino.

Però quella lettera era proprio di Vincenzo. Anche Vicenzino

nell'aprirla pensava: «Come mai non viene da Novara?» Ma appena n'ebbe

scorse poche righe, gridò:

--Ah per Dio! poveri noi!

E, respingendo la bambina che gli stava curiosamente dinnanzi, prese

la rincorsa ed uscì senza cappello, correndo come un matto.

Quella lettera era il solito addio dei suicida, e cominciava colla

solita frase:

--«Quando riceverai questa lettera avrò cessato di vivere». Poi

spiegava disordinatamente le sue ragioni: «Non posso ricevere gli

ordini maggiori senza commettere un sacrilegio; e d'altra parte non

posso rinunciare alla carriera ecclesiastica perchè ridurrei mio

padre, che si fa vecchio e malaticcio, alla miseria. Capisco che la

mia morte non rimedia a nulla, ma non ho il coraggio di vivere. Non ho

voluto rientrare in seminario. Ho errato tutti questi giorni per la

campagna come un'anima in pena, cercando la soluzione al terribile

problema della mia vita; ma non l'ho trovata. Non so far nulla, non

sono in grado di guadagnar nulla. Dopo aver rovinato mio padre ne'

suoi ultimi anni, dovrei vivere a sue spese. Vedi che non è possibile;

sarebbe una vergogna, un delitto. Preferisco morire...»

Vicenzino fermava tutti i contadini che vedeva per domandare

affannosamente, fremendo d'impazienza:

--Sei tu che hai portata questa lettera a casa Dogliani?

Tutti dicevano di no; ed egli correva, di su, di giù, come un matto,

agitando la lettera in alto, guardando tutti supplichevolmente, e

gridando:

--Chi l'ha portata? Ma chi l'ha portata? Dove posso cercarlo? Mio Dio,

dove? dove?

Poi, mentre si avviava, sempre di corsa, per una strada che metteva

fuor dal paese, senza sapere dove andasse, si vide venire innanzi il

signor Dogliani seguito da un contadino, e l'udì gridare tutto

stupito:

--Ho trovato quest'uomo, che dice d'aver portata una lettera di

Vincenzo, che è a San Germano, all'albergo del Gallo...

--Ah! a San Germano! Sei chilometri! urlò Vicenzino; e via, con una

corsa disperata verso la strada maestra.

--Seguitelo, seguitelo; non vedete che impazzisce? gridava il signor

Dogliani tremando tutto sulle vecchie gambe. Intanto il contadino era

riuscito a raggiungere Vicenzino, e gli aveva strappata la lettera che

egli continuava ad agitare in alto senza sapere quel che facesse. Ma

non potè fermarlo.

Il signor Dogliani guardava quell'uomo venire verso di lui col foglio

in mano, e pareva che ne avesse paura. Quando l'ebbe preso fece per

leggere, ma era già troppo buio, e dovette accostarsi al lume d'una

bottega; mormorava:

--Che cos'ha? Cos'è accaduto?

Poi, quando ebbe cominciato a leggere, vacillò come un ubbriaco.

Scosse due o tre volte nervosamente il capo, ma continuò a leggere

cogli occhi fissi sul foglio, tremando a verga, e sussultanto di

tratto in tratto. Ma non gridava, non diceva nulla, e guardava sempre

il foglio.

I pochi contadini che, allarmati dalle smanie di Vicenzino, si erano

fatti intorno al vecchio, furono pronti a sorreggerlo quando barcollò,

e videro che aveva gli occhi vitrei come impietriti e non leggeva più

da un pezzo.

Senz'Amore · 第 26 / 34 题