Prima d'andare a rinchiudersi, Vincenzo pensò a provvedersi di libri,
per isfogare colla lettura, la passione che gli ferveva nel cuore.
Comperò i romanzi di Guerrazzi, di Massimo d'Azeglio, di Tommaso
Grossi, e li lesse e rilesse con l'avidità di chi morde un frutto
proibito.
Ma, accanto ad ogni maschia figura d'eroe, egli trovava una dolce
figura di donna, il cui nome si confondeva con quello della patria nel
pensiero del guerriero innamorato. E, a misura che il tempo passava,
il conforto che il povero seminarista aveva trovato nell'idea di farsi
cappellano di reggimento, prete-soldato, non gli bastava più; tornava
a sorgergli nell'anima, più ardente di prima, la ribellione contro il
suo destino. Alle scene di guerra che avevano turbata la sua fantasia,
ora succedevano le scene d'amore, che la turbavano ben più. Gli
bastava di portare lo sguardo sulla tonsura de' suoi compagni, per
sentirsi tutto ardere di sdegno. L'uscire in istrada colla lunga fila
dei seminaristi era un supplizio per lui. Gli pareva che gli uomini
ridessero nell'incontrarlo, e che le donne, nel guardarlo, non
arrossissero come arrossivano guardando gli altri giovani della sua
età. Si ricordava la contadina rubiconda che sulla strada di Santhià
gli aveva detto: «Che bel prete!» E si mordeva i pugni e piangeva di
rabbia. Egli non sarebbe mai altro che un bel prete!
Quei due anni, dal sessantaquattro al sessantasei, furono due anni di
tortura per lui. La sua veste nera gli era divenuta addirittura
odiosa. Non osava confidare a Vicenzino le angoscie segrete che lo
agitavano; si vedeva preso inesorabilmente nella fatale alternativa di
essere un cattivo prete o un figlio crudele, troppo debole per
accettare il sacrificio, troppo buono per liberarsene ad ogni costo.
Intanto Vicenzino viveva nell'azzurro di un bel sogno d'amore. Stando
in casa coll'Elena, omai vicina ai quindici anni, bionda, pallida,
sentimentale come lui, dal cuore generoso, dalla mente elevata, era
venuto a poco a poco a trattarla con intimità fraterna.
La Laura era nata massaia. Trottava tutto il giorno per la casa, dalla
cantina al solaio, badando alla cucina, alla guardaroba, alle
provviste per l'inverno, dando ordini, ricevendo conti. La Maria
andava ancora alla scuola, e quand'era in casa correva sempre sulle
calcagna della sorella più attiva. L'Elena invece aveva dei gusti
signorili. Le sue mani erano sempre bianche, e ne aveva una cura
grandissima; portava i suoi vestiti, più che modesti, con un garbo
squisito, e trovava sempre modo d'avere un fiore nei capelli e qualche
nastro sul petto. Delle faccende domestiche aveva scelta la più
pulita. Riceveva e raccomodava il bucato. Il tavolino da lavoro dove
altre volte si occupava come sapeva meglio la Caterina, ora era
diventato il posto dell'Elena, che ne aveva coperto il cuscino con un
ricamo, e ci aveva messo accanto un bel cesto di vimini ricamato
anch'esso, nel quale riponeva la biancheria da rammendare. Nella
cassetta del tavolino teneva sempre qualche libro, e tratto tratto
lasciava il lavoro per leggere un poco.
Vicenzino studiava allo scrittoio poco discosto, e quando aveva
finito, non aveva che da voltare la sedia per trovarsi accanto al
tavolino dell'Elena, in faccia a lei. Le parlava del libro che stava
leggendo, delle lettere di Vincenzo, della sua infanzia triste da
fanciullo malato, dell'America; le confidava i suoi disegni
d'avvenire.
--Sono avvezzo a studiare da solo. Nel tempo che sarò soldato studierò
sempre, assiduamente, e quando ritornerò, potrò avere il diploma
superiore per insegnare nei licei. Allora avrò una buona situazione.
Non diceva di più. L'Elena era troppo bambina perchè egli osasse
parlarle d'amore. Ma pensava che nei due anni che gli rimanevano,
avanti di essere chiamato alla coscrizione, la bambina sarebbe
diventata una giovane, e l'avrebbe amato, e prima di partire per
quella lunga assenza, col cappotto e la giberna, egli le avrebbe
svelato il suo segreto, ed avrebbe portato con sè, nella vita rumorosa
delle caserme, nelle marce faticose, nell'uggia delle manovre,
nell'eccitazione della guerra, la soave fiducia d'essere amato, di
trovare al suo ritorno quella dolce fanciulla bionda che lo avrebbe
aspettato, che gli porgerebbe la mano, e gli direbbe «sono tua». E la
situazione, guadagnata con tanto studio e tanta fatica, egli potrebbe
dividerla con lei, colla sua sposa, solo con lei, in un lungo avvenire
d'amore e di pace.