II.

La madre aveva servito molti anni in una casa signorile. La sua

padrona, morendo, le aveva lasciati dei mobili, coi quali la Teresa

era tornata in famiglia a deplorare co' suoi la spilorceria della

morta.

--Non ho avuto fortuna, diceva. Ci sono delle signore che hanno

qualche affezione da nascondere, debbono ricevere lettere, visite,

uscire senza farsi scorgere, e senza l'aiuto della cameriera non fanno

nulla. Oppure fanno dei debiti colla sarta, colla modista, bisogna

farle star zitte perchè il marito non gridi, ed è ancora la cameriera

che cerca una somma in prestito, va ad impegnare i gioielli, a vendere

qualche cosa; ed allora la padrona non guarda pel sottile, le mancie

corrono, si hanno dei doni, si può raggranellar del denaro per non

morire poi nella miseria. A me invece è toccata una padrona che non

vedeva più in là del naso; marito e figli, figli e marito; nessun

lusso; ed in casa lavorava che era una vergogna. A questo modo una

cameriera rimane sempre povera. Non è come la cuoca che maneggia il

denaro; per noi se non capita una circostanza....

La Teresa aveva un marito, operaio sfaccendato, un figlio quasi sordo

e quasi muto, inetto a qualsiasi mestiere, e due figlie.

Dopo aver disprezzati quei mobili «dei cenci, che non metteva conto di

dir grazie, buoni da far legna per l'inverno, che una donna ricca

avrebbe dovuto vergognarsi di lasciarli in eredità, ecc.» ciascuno vi

adagiò sopra le sue speranze.

--«Mobiliare delle camere da affittare,» Questa fu l'idea concepita ed

approvata da tutta la famiglia. Ma ogni individuo la considerava sotto

un punto di vista speciale.

--I mobili sono miei; se ne caveremo da vivere, la padrona di casa

sarò io sola, suggeriva l'orgoglio della Teresa.

--Ci sarà sempre qualche poltrona o qualche tavola da restaurare, si

dovranno stendere i tappeti, appiccar le cortine od i capoletti; sarà

una scusa per lasciar la bottega, e non far più il falegname,

calcolava l'infingardaggine del marito.

--S'avranno in casa degli artisti, degli ufficiali, dei signori; ci

faranno la corte, e troveremo da maritarci bene e saremo ricche. Era

l'ideale delle ragazze.

E tutti d'accordo pensavano:

--Quello stupido Michele, che non sa parlare e ci sta sulle spalle a

tutti, terrà pulite le camere e servirà i pigionanti. Sarà un modo di

cavarne partito.

Quando conobbi quella gente erano molti anni che facevano

l'affittacamere.

L'ideale della Teresa s'era avverato in parte. La faceva da padrona

dispotica col marito e lo tiranneggiava. Ma le figlie tiranneggiavano

lei. Avevano voluto tenere dei pigionali a dozzina, e la Teresa era

stata obbligata a cucinare il pranzo, ed a servire a tavola, dove

c'era sempre il suo posto, ma non le si dava tempo di sedere. Era una

vecchietta secca ed arcigna, che si faceva gli occhi cisposi a forza

di rimpiangere la spilorceria della defunta padrona, la grettezza dei

pigionanti, la pigrizia del marito, la meschinità della professione,

l'ingratitudine degli uomini....

Il marito aveva infatti lasciata da anni la bottega, ma era curvo a

forza di piegarsi ai comandi di tutti; le tre donne gli rinfacciavano

il pane che mangiava; gli facevano fare ogni sorta di lavori in casa,

ma non ne tenevano conto; ed egli faceva tutto male e di malavoglia;

ma qualche cosa doveva pur fare, e non aveva mai un soldo in tasca, e

passava le giornate sonnecchiando sotto una tempesta di rimproveri,

lasciando dire, e mangiando quel che gli davano, seduto al focolare

come un gatto domestico.

La figlia maggiore, Ernesta, era vecchia, anemica, un po' calva; le

mancavano parecchi denti, ed aveva il lobo d'un orecchio spaccato. Da

un gran pezzo aveva lasciato il mestiere di modista, e teneva in

ordine la biancheria delle camere e degli inquilini. Era sempre in

moto, sempre affaccendata; si pettinava a metà del giorno, qualche

volta la sera; se il lavoro era soverchio non si pettinava affatto.

Strascicava le ciabatte, portava dei vestiti tutti frittelle, colla

pedana sfilacciata, la vita disadatta, i gangherini o i bottoni

mancanti, ed una vecchia pezzuola annodata al collo. Ed in

quell'arnese, se s'imbatteva coi pigionanti, si metteva a discorrere

di _partizioni_, di _scritture_, di _quartali_, d'impresari, di

soprani _pastosi_, di tenori che _baritoneggiano_, di _do di

petto_.... conosceva tutto il gergo teatrale, e se ne gloriava.

Toglieva la fascia ai giornali teatrali degli artisti che aveva in

casa, e li scorreva curiosamente, poi diceva alla madre o alla

sorella, o, in mancanza di quelle, anche al padre:

--Ha avuto un _gran successo_ a Lisbona. Ha fatto furore al Covent

Garden nella _Linda_. È _scritturato_ a Bukarest con quaranta mila

lire per venticinque recite e la _beneficiata_....

--Quello è un grande artista! Che fortuna deve fare! È un fenomeno!

E tutta la famiglia stava in ammirazione di quell'innominato che

chiamavano sempre _lui_, e l'Ernesta si pavoneggiava, e godeva, come

se si fosse trattato di lei stessa o di suo marito. Si abbandonava a

narrare dei particolari gloriosi della carriera di _lui_: dame che se

n'erano innamorate, giovani dell'_alta aristocrazia_ che avevano

staccati i cavalli dalla carrozza e l'avevano strascinata all'albergo,

serenate, doni di gran valore, versi.... Chiunque li avesse uditi

parlare con quella passione, con quell'entusiasmo, avrebbe creduto che

quella gente ricordasse un caro assente, un figliolo, la gloria e

l'amore della famiglia.

Invece _lui_ era stato l'amante dell'Ernesta; l'aveva trascinata con

sè per qualche tempo di teatro in teatro, facendola stare nelle quinte

ad aspettarlo con un mantello per coprirlo quando rientrava sudato,

facendole portare la scatola da toletta, cucire gli accessori dei

costumi. Poi un bel giorno lui aveva sposata una prima donna ricca, e

l'Ernesta era tornata a casa coll'orecchio fesso da uno schiaffo, che

le aveva fatto saltare l'orecchino da un capo all'altro del teatro.

E di quelle scene brutali ne aveva sofferte molte, a giudicarne dallo

stato in cui era ridotta; e sui primi tempi dopo il suo ritorno non

aveva osato mostrarsi per le strade di Milano, aveva pianto, aveva

mandato ogni sorta d'imprecazioni. Ma le imprecazioni erano sempre

state rivolte alla moglie. Tutto l'odio dell'Ernesta e della sua

famiglia era per quella donna. «Se non fosse entrata di mezzo lei coi

suoi denari, presto o tardi l'Ernesta sarebbe riescita a sposarlo, ed

ora sarebbe moglie d'un grande artista, e ricca, ed in grado di

aiutare i suoi....»

La slealtà, il carattere violento, i trattamenti brutali di _lui_,

s'erano andati cancellando dalla loro memoria man mano ch'egli saliva

in rinomanza. Non potevano voler male ad un uomo che aveva acquistato

tanto nome e tanto denaro. La loro cupidigia e la loro vanità erano

lusingate solo dall'idea che essi avevano avuto in casa il tenore

famoso, che l'Ernesta era stata due anni con lui, e possedeva ancora

delle lettere sue!

Intanto la figlia minore era cresciuta e s'era fatta una bella

giovane. A quindici anni, prima assai d'avere ben imparato il mestiere

di sartora, aveva lasciata la scuola di sartoria perchè le altre

scolare erano troppo volgari; non poteva adattarsi a vivere con loro.

Non già che la Teresa avesse mai pensato di far istruire la figlia.

L'aveva mandata alle scuole comunali, finchè non l'aveva creduta in

grado di essere accettata da una sarta per fare le imbasciate e

portare lo scatolone, e poi non ci aveva pensato più. Ma la Maddalena

aveva ascoltate fin da bambina le reminiscenze teatrali della sorella,

e ne era sempre stata orgogliosa. Poi era cresciuta nella compagnia

dei cantanti, attori, giornalisti, ufficiali, che occupavano le stanze

mobiliate. Quei signori l'avevano vezzeggiata da bambina, e

corteggiata appena s'era fatta adolescente. Un giovane tenente, che

aveva passato più di sei mesi a Milano, le aveva insegnato un po' di

francese, usando per libri di testo i romanzi di _Dumas père_. La

Maddalena se n'era appassionata. Credeva d'averci imparata la storia

di Francia, e quando poteva parlare di Maria Antonietta, di Luigi

decimosesto, della rivoluzione, di Marat, si dava l'aria di saperla

lunga. Quel tenente era stato il suo primo amore; un amore

sentimentale da giovinetta. Poi era partito e non se n'era saputo più

nulla; gli era succeduto il cronista d'un giornale teatrale, che aveva

portato da leggere alla Maddalena delle romanze, dei libretti d'opera,

e le aveva letti lui stesso dei versi del Fusinato, e le Lettere a

Maria dell'Aleardi, sulle quali la Maddalena aveva versate molte

lagrime, all'indirizzo del tenente. Ne aveva imparati dei brani a

memoria, che declamava con enfasi, sbagliando le pause.

Tutte queste sentimentalità erano state causa del disaccordo tra la

Maddalena e le sue compagne di scuola alla sartoria. Lei si credeva da

più di loro, e voleva sfoggiare il suo sapere. Loro la trovavano

stravagante e la burlavano.

Quando la Maddalena si mise a lavorare in casa, tra che non sapeva

ancora il mestiere, tra che pensava a tutt'altro, fece un grande

sciupìo di roba, disgustò le prime pratiche, e le rimase tutto il

tempo immaginabile per leggicchiare e declamare, e fare le

chiacchierine galanti cogli inquilini delle stanze mobiliate.

Nello stesso casamento, al pian terreno, c'era un giovane tappezziere

che s'era innamorato della sartorina; ma lei si credeva nata ad alti

destini, e diceva che «_colla sua educazione_, non avrebbe mai potuto

adattarsi a sposare un operaio. Era avvezza a vivere _in una società

più alta_». E la famiglia partecipava alle sue illusioni.

Anzichè scoraggiarsi pel caso disgraziato dell'Ernesta, ne traevano

degli argomenti in appoggio alla loro vanità. Vedete un po', dicevano,

che fortuna ha fatto quello là, e che gloria si è acquistata. Se

l'Ernesta fosse sua moglie, ora sarebbe come una regina. E invece, se

avesse sposato un operaio, sarebbe una povera donna, e si logorerebbe

la vita a lavorare pel marito e pei figli. Non ci sono che gli

artisti; il mondo è per loro.

Che l'Ernesta poi non fosse stata sposata, e fosse finita così

miseramente, era per loro un caso eccezionale da attribuirsi

all'incontro fatale di quella prima donna ricca. La Maddalena sarebbe

certo più fortunata.

C'era sempre fra i pigionanti qualche preferito, pel quale si

appassionavano tutti, madre, padre e figlio; quello era il candidato

alle nozze della Maddalena. Portava dei biglietti d'ingresso pei

teatri, accompagnava le due sorelle, vestite troppo in gala, ed ornate

di vecchi cappellini e piume e gioielli falsi, avanzi di qualche

cantante passata per le loro stanze mobiliate, pagava un gelato, o un

bocconcino da cena al ritorno, che godevano tutti in famiglia sulla

tavola della cucina; e questo bastava per farlo entrare in grazia:

«Era gentiluomo, le aveva accompagnate rispettosamente come fossero

state due dame; e generoso; e con che bontà si era messo a cenare in

famiglia; si vedeva subito una persona bene educata; se la Maddalena

sapeva accaparrarselo....»

Poi il candidato se ne andava pei fatti suoi senza domandare la mano

della ragazza, e diventava un briccone o poco meno.

La Maddalena era troppo romanzesca per badare al denaro; per lei

l'ingegno era tutto. Si innamorò d'un attore drammatico affatto

ignoto, che era succeduto al cronista del giornale di teatri, nel

sottoscala. Era poverissimo, ma si sentiva destinato alla gloria.

Ammirava la cultura straordinaria della sartina; la dichiarava capace

di comprenderlo, e sovente la sera recitava per lei sola delle scene,

che _nessun altro attore sapeva interpretare_. Tutta la famiglia si

commoveva, piangeva, lo trovava sublime. Poi, «con quella bontà delle

persone d'ingegno», diceva la Maddalena, la faceva provare a recitare

anche lei. E lei declamava con enfasi dei versi di libretti d'opera,

che erano la sua passione; ce n'erano di quelli che la facevano sempre

piangere, specialmente quelli della _Traviata: «Croce e delizia al

cor»_.

Per la Maddalena e per l'attore fu il contrario. Cominciarono dalla

delizia. La croce venne dopo vari mesi, quando egli trovò da

collocarsi in una buona compagnia, e partì dicendo, col suo bel

accento romano, che andava _«a cogliere allori per la sua fanciulla»_.

E ne ebbe infatti di quegli allori che, sebbene senza radici e

destinati ad appassire presto, giovano sempre ad un artista. Ma quanto

ad offrirli alla «sua fanciulla» non ci pensò affatto. La Maddalena

cominciò dallo scrivere lettere piene di fiducia e d'amore, e dal

parlare con tutti del suo fidanzato, del suo sposo, coll'idea di dare

all'assente una prova di fedeltà. Ma l'assente non ne tenne conto, e

la povera giovane passò per quella lunga serie di giorni affannosi, in

cui la donna innamorata aspetta ogni mattina una lettera che non

viene, riprende a sperare ogni sera, e torna ad esser delusa il

domani, fa mille congetture dolorose, trema, poi riscrive, poi aspetta

daccapo, finchè il sospetto le si insinua nel cuore, si rafforza,

cresce fino alla disperazione.

La disperazione della Maddalena fu doppiamente grande, perchè le

nacque una bambina, ed in quella circostanza il padre, chiamato con

suppliche e telegrammi, rispose con una lettera fredda, esprimendo dei

dubbi sulla sua paternità. «La casa era sempre piena di giovinotti, la

Maddalena chiacchierava con tutti, e lui non poteva sapere fino a che

punto fossero andate le loro relazioni».

In un giorno di scoraggiamento l'Ernesta, che aveva sempre in mente

delle scene teatrali, disse:

--Se ora il tappezziere venisse a dirti: «Io t'amo sempre, perdono

tutto, tua figlia sarà mia figlia; vuoi sposarmi?»

La Maddalena crollò il capo e rispose:

--Non potrei adattarmi. Sono avvezza alle persone ben educate, ben

vestite, che parlano bene. Poi soggiunse guardando la sua bambinetta

che giocava per terra:

--Quando l'Aida sarà grande (le avevano messo quel nome d'opera)

baderò bene di non affittare che a giovani già avviati nella loro

carriera. Se Alberto non avesse avuto bisogno di allontanarsi da me

per guadagnarsi nome e denaro, non mi avrebbe dimenticata.

Senz'Amore · 第 12 / 34 题