La madre aveva servito molti anni in una casa signorile. La sua
padrona, morendo, le aveva lasciati dei mobili, coi quali la Teresa
era tornata in famiglia a deplorare co' suoi la spilorceria della
morta.
--Non ho avuto fortuna, diceva. Ci sono delle signore che hanno
qualche affezione da nascondere, debbono ricevere lettere, visite,
uscire senza farsi scorgere, e senza l'aiuto della cameriera non fanno
nulla. Oppure fanno dei debiti colla sarta, colla modista, bisogna
farle star zitte perchè il marito non gridi, ed è ancora la cameriera
che cerca una somma in prestito, va ad impegnare i gioielli, a vendere
qualche cosa; ed allora la padrona non guarda pel sottile, le mancie
corrono, si hanno dei doni, si può raggranellar del denaro per non
morire poi nella miseria. A me invece è toccata una padrona che non
vedeva più in là del naso; marito e figli, figli e marito; nessun
lusso; ed in casa lavorava che era una vergogna. A questo modo una
cameriera rimane sempre povera. Non è come la cuoca che maneggia il
denaro; per noi se non capita una circostanza....
La Teresa aveva un marito, operaio sfaccendato, un figlio quasi sordo
e quasi muto, inetto a qualsiasi mestiere, e due figlie.
Dopo aver disprezzati quei mobili «dei cenci, che non metteva conto di
dir grazie, buoni da far legna per l'inverno, che una donna ricca
avrebbe dovuto vergognarsi di lasciarli in eredità, ecc.» ciascuno vi
adagiò sopra le sue speranze.
--«Mobiliare delle camere da affittare,» Questa fu l'idea concepita ed
approvata da tutta la famiglia. Ma ogni individuo la considerava sotto
un punto di vista speciale.
--I mobili sono miei; se ne caveremo da vivere, la padrona di casa
sarò io sola, suggeriva l'orgoglio della Teresa.
--Ci sarà sempre qualche poltrona o qualche tavola da restaurare, si
dovranno stendere i tappeti, appiccar le cortine od i capoletti; sarà
una scusa per lasciar la bottega, e non far più il falegname,
calcolava l'infingardaggine del marito.
--S'avranno in casa degli artisti, degli ufficiali, dei signori; ci
faranno la corte, e troveremo da maritarci bene e saremo ricche. Era
l'ideale delle ragazze.
E tutti d'accordo pensavano:
--Quello stupido Michele, che non sa parlare e ci sta sulle spalle a
tutti, terrà pulite le camere e servirà i pigionanti. Sarà un modo di
cavarne partito.
Quando conobbi quella gente erano molti anni che facevano
l'affittacamere.
L'ideale della Teresa s'era avverato in parte. La faceva da padrona
dispotica col marito e lo tiranneggiava. Ma le figlie tiranneggiavano
lei. Avevano voluto tenere dei pigionali a dozzina, e la Teresa era
stata obbligata a cucinare il pranzo, ed a servire a tavola, dove
c'era sempre il suo posto, ma non le si dava tempo di sedere. Era una
vecchietta secca ed arcigna, che si faceva gli occhi cisposi a forza
di rimpiangere la spilorceria della defunta padrona, la grettezza dei
pigionanti, la pigrizia del marito, la meschinità della professione,
l'ingratitudine degli uomini....
Il marito aveva infatti lasciata da anni la bottega, ma era curvo a
forza di piegarsi ai comandi di tutti; le tre donne gli rinfacciavano
il pane che mangiava; gli facevano fare ogni sorta di lavori in casa,
ma non ne tenevano conto; ed egli faceva tutto male e di malavoglia;
ma qualche cosa doveva pur fare, e non aveva mai un soldo in tasca, e
passava le giornate sonnecchiando sotto una tempesta di rimproveri,
lasciando dire, e mangiando quel che gli davano, seduto al focolare
come un gatto domestico.
La figlia maggiore, Ernesta, era vecchia, anemica, un po' calva; le
mancavano parecchi denti, ed aveva il lobo d'un orecchio spaccato. Da
un gran pezzo aveva lasciato il mestiere di modista, e teneva in
ordine la biancheria delle camere e degli inquilini. Era sempre in
moto, sempre affaccendata; si pettinava a metà del giorno, qualche
volta la sera; se il lavoro era soverchio non si pettinava affatto.
Strascicava le ciabatte, portava dei vestiti tutti frittelle, colla
pedana sfilacciata, la vita disadatta, i gangherini o i bottoni
mancanti, ed una vecchia pezzuola annodata al collo. Ed in
quell'arnese, se s'imbatteva coi pigionanti, si metteva a discorrere
di _partizioni_, di _scritture_, di _quartali_, d'impresari, di
soprani _pastosi_, di tenori che _baritoneggiano_, di _do di
petto_.... conosceva tutto il gergo teatrale, e se ne gloriava.
Toglieva la fascia ai giornali teatrali degli artisti che aveva in
casa, e li scorreva curiosamente, poi diceva alla madre o alla
sorella, o, in mancanza di quelle, anche al padre:
--Ha avuto un _gran successo_ a Lisbona. Ha fatto furore al Covent
Garden nella _Linda_. È _scritturato_ a Bukarest con quaranta mila
lire per venticinque recite e la _beneficiata_....
--Quello è un grande artista! Che fortuna deve fare! È un fenomeno!
E tutta la famiglia stava in ammirazione di quell'innominato che
chiamavano sempre _lui_, e l'Ernesta si pavoneggiava, e godeva, come
se si fosse trattato di lei stessa o di suo marito. Si abbandonava a
narrare dei particolari gloriosi della carriera di _lui_: dame che se
n'erano innamorate, giovani dell'_alta aristocrazia_ che avevano
staccati i cavalli dalla carrozza e l'avevano strascinata all'albergo,
serenate, doni di gran valore, versi.... Chiunque li avesse uditi
parlare con quella passione, con quell'entusiasmo, avrebbe creduto che
quella gente ricordasse un caro assente, un figliolo, la gloria e
l'amore della famiglia.
Invece _lui_ era stato l'amante dell'Ernesta; l'aveva trascinata con
sè per qualche tempo di teatro in teatro, facendola stare nelle quinte
ad aspettarlo con un mantello per coprirlo quando rientrava sudato,
facendole portare la scatola da toletta, cucire gli accessori dei
costumi. Poi un bel giorno lui aveva sposata una prima donna ricca, e
l'Ernesta era tornata a casa coll'orecchio fesso da uno schiaffo, che
le aveva fatto saltare l'orecchino da un capo all'altro del teatro.
E di quelle scene brutali ne aveva sofferte molte, a giudicarne dallo
stato in cui era ridotta; e sui primi tempi dopo il suo ritorno non
aveva osato mostrarsi per le strade di Milano, aveva pianto, aveva
mandato ogni sorta d'imprecazioni. Ma le imprecazioni erano sempre
state rivolte alla moglie. Tutto l'odio dell'Ernesta e della sua
famiglia era per quella donna. «Se non fosse entrata di mezzo lei coi
suoi denari, presto o tardi l'Ernesta sarebbe riescita a sposarlo, ed
ora sarebbe moglie d'un grande artista, e ricca, ed in grado di
aiutare i suoi....»
La slealtà, il carattere violento, i trattamenti brutali di _lui_,
s'erano andati cancellando dalla loro memoria man mano ch'egli saliva
in rinomanza. Non potevano voler male ad un uomo che aveva acquistato
tanto nome e tanto denaro. La loro cupidigia e la loro vanità erano
lusingate solo dall'idea che essi avevano avuto in casa il tenore
famoso, che l'Ernesta era stata due anni con lui, e possedeva ancora
delle lettere sue!
Intanto la figlia minore era cresciuta e s'era fatta una bella
giovane. A quindici anni, prima assai d'avere ben imparato il mestiere
di sartora, aveva lasciata la scuola di sartoria perchè le altre
scolare erano troppo volgari; non poteva adattarsi a vivere con loro.
Non già che la Teresa avesse mai pensato di far istruire la figlia.
L'aveva mandata alle scuole comunali, finchè non l'aveva creduta in
grado di essere accettata da una sarta per fare le imbasciate e
portare lo scatolone, e poi non ci aveva pensato più. Ma la Maddalena
aveva ascoltate fin da bambina le reminiscenze teatrali della sorella,
e ne era sempre stata orgogliosa. Poi era cresciuta nella compagnia
dei cantanti, attori, giornalisti, ufficiali, che occupavano le stanze
mobiliate. Quei signori l'avevano vezzeggiata da bambina, e
corteggiata appena s'era fatta adolescente. Un giovane tenente, che
aveva passato più di sei mesi a Milano, le aveva insegnato un po' di
francese, usando per libri di testo i romanzi di _Dumas père_. La
Maddalena se n'era appassionata. Credeva d'averci imparata la storia
di Francia, e quando poteva parlare di Maria Antonietta, di Luigi
decimosesto, della rivoluzione, di Marat, si dava l'aria di saperla
lunga. Quel tenente era stato il suo primo amore; un amore
sentimentale da giovinetta. Poi era partito e non se n'era saputo più
nulla; gli era succeduto il cronista d'un giornale teatrale, che aveva
portato da leggere alla Maddalena delle romanze, dei libretti d'opera,
e le aveva letti lui stesso dei versi del Fusinato, e le Lettere a
Maria dell'Aleardi, sulle quali la Maddalena aveva versate molte
lagrime, all'indirizzo del tenente. Ne aveva imparati dei brani a
memoria, che declamava con enfasi, sbagliando le pause.
Tutte queste sentimentalità erano state causa del disaccordo tra la
Maddalena e le sue compagne di scuola alla sartoria. Lei si credeva da
più di loro, e voleva sfoggiare il suo sapere. Loro la trovavano
stravagante e la burlavano.
Quando la Maddalena si mise a lavorare in casa, tra che non sapeva
ancora il mestiere, tra che pensava a tutt'altro, fece un grande
sciupìo di roba, disgustò le prime pratiche, e le rimase tutto il
tempo immaginabile per leggicchiare e declamare, e fare le
chiacchierine galanti cogli inquilini delle stanze mobiliate.
Nello stesso casamento, al pian terreno, c'era un giovane tappezziere
che s'era innamorato della sartorina; ma lei si credeva nata ad alti
destini, e diceva che «_colla sua educazione_, non avrebbe mai potuto
adattarsi a sposare un operaio. Era avvezza a vivere _in una società
più alta_». E la famiglia partecipava alle sue illusioni.
Anzichè scoraggiarsi pel caso disgraziato dell'Ernesta, ne traevano
degli argomenti in appoggio alla loro vanità. Vedete un po', dicevano,
che fortuna ha fatto quello là, e che gloria si è acquistata. Se
l'Ernesta fosse sua moglie, ora sarebbe come una regina. E invece, se
avesse sposato un operaio, sarebbe una povera donna, e si logorerebbe
la vita a lavorare pel marito e pei figli. Non ci sono che gli
artisti; il mondo è per loro.
Che l'Ernesta poi non fosse stata sposata, e fosse finita così
miseramente, era per loro un caso eccezionale da attribuirsi
all'incontro fatale di quella prima donna ricca. La Maddalena sarebbe
certo più fortunata.
C'era sempre fra i pigionanti qualche preferito, pel quale si
appassionavano tutti, madre, padre e figlio; quello era il candidato
alle nozze della Maddalena. Portava dei biglietti d'ingresso pei
teatri, accompagnava le due sorelle, vestite troppo in gala, ed ornate
di vecchi cappellini e piume e gioielli falsi, avanzi di qualche
cantante passata per le loro stanze mobiliate, pagava un gelato, o un
bocconcino da cena al ritorno, che godevano tutti in famiglia sulla
tavola della cucina; e questo bastava per farlo entrare in grazia:
«Era gentiluomo, le aveva accompagnate rispettosamente come fossero
state due dame; e generoso; e con che bontà si era messo a cenare in
famiglia; si vedeva subito una persona bene educata; se la Maddalena
sapeva accaparrarselo....»
Poi il candidato se ne andava pei fatti suoi senza domandare la mano
della ragazza, e diventava un briccone o poco meno.
La Maddalena era troppo romanzesca per badare al denaro; per lei
l'ingegno era tutto. Si innamorò d'un attore drammatico affatto
ignoto, che era succeduto al cronista del giornale di teatri, nel
sottoscala. Era poverissimo, ma si sentiva destinato alla gloria.
Ammirava la cultura straordinaria della sartina; la dichiarava capace
di comprenderlo, e sovente la sera recitava per lei sola delle scene,
che _nessun altro attore sapeva interpretare_. Tutta la famiglia si
commoveva, piangeva, lo trovava sublime. Poi, «con quella bontà delle
persone d'ingegno», diceva la Maddalena, la faceva provare a recitare
anche lei. E lei declamava con enfasi dei versi di libretti d'opera,
che erano la sua passione; ce n'erano di quelli che la facevano sempre
piangere, specialmente quelli della _Traviata: «Croce e delizia al
cor»_.
Per la Maddalena e per l'attore fu il contrario. Cominciarono dalla
delizia. La croce venne dopo vari mesi, quando egli trovò da
collocarsi in una buona compagnia, e partì dicendo, col suo bel
accento romano, che andava _«a cogliere allori per la sua fanciulla»_.
E ne ebbe infatti di quegli allori che, sebbene senza radici e
destinati ad appassire presto, giovano sempre ad un artista. Ma quanto
ad offrirli alla «sua fanciulla» non ci pensò affatto. La Maddalena
cominciò dallo scrivere lettere piene di fiducia e d'amore, e dal
parlare con tutti del suo fidanzato, del suo sposo, coll'idea di dare
all'assente una prova di fedeltà. Ma l'assente non ne tenne conto, e
la povera giovane passò per quella lunga serie di giorni affannosi, in
cui la donna innamorata aspetta ogni mattina una lettera che non
viene, riprende a sperare ogni sera, e torna ad esser delusa il
domani, fa mille congetture dolorose, trema, poi riscrive, poi aspetta
daccapo, finchè il sospetto le si insinua nel cuore, si rafforza,
cresce fino alla disperazione.
La disperazione della Maddalena fu doppiamente grande, perchè le
nacque una bambina, ed in quella circostanza il padre, chiamato con
suppliche e telegrammi, rispose con una lettera fredda, esprimendo dei
dubbi sulla sua paternità. «La casa era sempre piena di giovinotti, la
Maddalena chiacchierava con tutti, e lui non poteva sapere fino a che
punto fossero andate le loro relazioni».
In un giorno di scoraggiamento l'Ernesta, che aveva sempre in mente
delle scene teatrali, disse:
--Se ora il tappezziere venisse a dirti: «Io t'amo sempre, perdono
tutto, tua figlia sarà mia figlia; vuoi sposarmi?»
La Maddalena crollò il capo e rispose:
--Non potrei adattarmi. Sono avvezza alle persone ben educate, ben
vestite, che parlano bene. Poi soggiunse guardando la sua bambinetta
che giocava per terra:
--Quando l'Aida sarà grande (le avevano messo quel nome d'opera)
baderò bene di non affittare che a giovani già avviati nella loro
carriera. Se Alberto non avesse avuto bisogno di allontanarsi da me
per guadagnarsi nome e denaro, non mi avrebbe dimenticata.