I.

La prima che conobbi diceva d'appartenere ad una famiglia patrizia.

Non ho mai cercato dì verificare la sua nobiltà, ma avrebbe potuto

essere autentica, perchè non è raro il caso di nobili decadute che

sbarcano magramente i loro ultimi lunari, facendo l'affittacamere. Ad

ogni modo però, il sangue azzurro doveva averlo avuto soltanto dalla

madre, dacchè si chiamava borghesemente signora Giuditta, e viveva

d'una piccola pensione che le pagava il governo come figlia

d'impiegato governativo, sebbene ai tempi remoti di suo padre, Milano

fosse ancora sotto il governo austriaco.

Rammentava una parentela numerosissima. Una serie di fratelli, di

sorelle, tutti sposati a gente ricca e titolata; zii e cugini che

avevano palazzi e servitù numerosa, e carrozze e cavalli. Aveva la

manìa delle grandezze. Di tutti quei personaggi, se pure esistevano,

non si vedeva mai l'ombra. O erano morti, o non pensavano punto a

quella povera mummia. Ma lei aveva bisogno di parlarne, perchè,

nell'isolamento in cui viveva, quegli esseri assenti o immaginari le

creavano una famiglia illusoria, che non mancava mai di presentare a'

suoi pigionanti, e mettevano nella sua triste vita da vecchia

indigente, dei pensieri di lusso che la insuperbivano.

La signora Giuditta confessava di non essere più giovane, sebbene non

dicesse mai la sua età. A vederla le si sarebbero dati cento anni;

forse non li aveva tutti; ma era una rovina; magra come uno scheletro,

colla lunga persona incurvata ed il volto tormentato da rughe che

traversavano in ogni senso la pelle flaccida. Le erano rimasti i

capelli, altra volta biondi, ora d'un grigio giallognolo, e li

pettinava alla moda de' suoi tempi, in due grossi riccioli ai lati

della fronte. Non aveva più denti in bocca, e portava una vecchia

dentiera, dono d'una sua nobile parente, la quale non poteva più

servirsene perchè la molla non teneva più. Quella dentiera era causa

di episodi spaventosi. Sovente, a mezzo d'uno degli interminabili

discorsi sconclusionati della signora Giuditta, le si vedevano tutti i

denti irrompere terribilmente fuori dalla bocca; ed ella s'affrettava

con ambe le mani a respingerli dentro, e li rimetteva a posto a bocca

chiusa, con un rumore d'ossame che dava i brividi. Aveva l'abitudine

di star a letto tardi, ed entrando da lei prima del mezzodì, si aveva

la mortificazione di sorprenderla colla bocca vuota e nera come una

caverna, dalla quale uscivano parole biasciate ed incomprensibili,

mentre, sul tavolino da notte, quella mandibola gialla di cadavere,

metteva paura. Altre volte il congegno guasto della dentiera troppo

aperto, rifiutava di chiudersi; e la signora Giuditta rimaneva colla

bocca spalancata, vociando: «Ah! ah!...» e doveva fuggire in camera a

togliersi la dentiera per poterla richiudere.

Le trecentosessanta lire della sua pensione non bastavano di certo

alla zitellona per provvedersi vitto ed alloggio. Aveva dei mobili,

avanzi della passata grandezza, i quali, distribuiti nelle due camere

che affittava mobiliate, le costituivano una piccola rendita. Ma guai

se una di quelle camere fosse rimasta qualche mese vuota! Sarebbe

stato un disastro per la povera donna, che, pagata la pigione del suo

quartierino, calcolava su quattrocento lire circa, per vivere tutto

l'anno.

Lei abitava un bugigattolo mezzo buio, con una cucinetta buia del

tutto, nella quale l'unico fuoco che s'accendeva era la fiammella a

spirito della macchina da caffè. Le sole camere chiare erano quelle

che affittava.

Malgrado la sua povertà, la signora Giuditta non accettava nessun

inquilino ad occhi chiusi. Ne prendeva informazioni, poi gli fissava

l'ora di ritirarsi la sera, gli proibiva di far chiasso in camera,

faceva delle oneste restrizioni sulle persone che poteva ricevere, e

lo avvertiva che non gli avrebbe data la chiave del portone. Preferiva

affittare alle donne. Vergognosa com'era della sua povertà, viveva

affatto da sola, non era neppure desiderata in compagnia di certo,

dacchè appunto solitudine e miseria ne avevano fatto un essere

lamentevolmente ridicolo. Non vedeva altri che i suoi pigionanti, e su

loro faceva pesare tutta la socievolezza del suo carattere, e tutta la

sua curiosità di vecchia. Voleva sapere i loro interessi e raccontare

i suoi. Per lo più aveva in casa artisti da teatro, scrittori,

pittori, poeti, concertisti di passaggio, gente più o meno rinomata. A

quei contatti la vanità femminile della vecchia era sempre eccitata;

lei pure voleva essere qualche cosa ed avere dei trionfi da narrare. E

non potendoli trovare nel presente, li evocava dal passato. Erano

sempre lo splendore della sua famiglia, la parentela illustre, e poi

la bellezza della sua gioventù. Una volta, alla Scala il vicerè aveva

domandato: «Chi è quella bella _popola?_» Un'altra volta ci doveva

essere _un concorso a premio per le più belle gambe di Milano;_ poi

era andato a monte, ma se si fosse fatto, il premio sarebbe toccato a

lei. Molti scultori e pittori avrebbero voluto averla per modello;

soltanto il suo decoro non le aveva permesso di prodigare alle arti i

tesori della sua bellezza. E le proposte di matrimonio che aveva

avute! Tutte di giovani bellissimi, facoltosissimi, nobili come tanti

re. Non diceva mai perchè non ne avesse accettata nessuna.

Delle sue strettezze non parlava mai. Usciva sull'imbrunire, e

rientrava in casa portando sotto lo scialle qualche pezzo di carne

rifredda, comperata da un rosticciere pel suo desinare. Ci aggiungeva,

a titolo di minestra, un caffè e latte che riscaldava sul fornellino a

spirito, e non altro. Ma ne faceva grande mistero, e, per mangiar quel

boccone, si rinchiudeva durante un'ora e più, dicendo pomposamente:

«Vado a pranzo.»

Aveva un salotto. Il locale più angusto, più mal situato del

quartierino; un buco da cui non si sarebbe potato cavare nessun

partito; una stanzuccia di passaggio. Le stoffe dei mobili sbiadite, i

legni senza lucido, le cornici scrostate, s'univano alla signora

Giuditta per affermare che avevano veduti tempi migliori. Sopra una

scansìa facevano bella mostra delle confettiere di cartone scolorito,

qualche pezzo d'argento Cristophle che ricordava l'incoronazione di

Napoleone primo, e delle chicchere di porcellana, vecchie senza essere

antiche, religiosamente coperte da un velo verde, che doveva aver

fatto cinquant'anni prima il viaggio da nozze sul cappello di qualche

sorella della proprietaria. Disopra al camino eternamente spento, fra

molte fotografie ingiallite, era appeso in una cornicina di cartone,

qualche cosa come uno specchietto vecchio a cui mancasse in più luoghi

la foglia. Quello specchietto era stato altre volte un dagherrotipo

che, collocato di sghembo, con un raggio di sole che lo battesse in

diagonale, in un dato punto della stanza, ed in certe ore speciali,

rifletteva un non so che, come un profilo intagliato nell'acciaio. Ma

il tempo aveva cancellato ogni cosa; e non rimaneva che un vetro

macchiato, sul quale soltanto l'entusiasmo cieco della signora

Giuditta s'illudeva di vedere il ritratto del Modena, il pigionante

illustre fra gli illustri, che aveva fatta la gloria della sua casa.

Quel salotto, l'affittacamere lo metteva a disposizione de' suoi

pigionali; preferiva che ricevessero là che nelle loro stanze, e

quand'era riescita a far gelare un visitatore in quel buco, aveva

l'aria d'aver fatto una larghezza all'inquilino che aveva ricevuta la

visita, e diceva: «Così vedranno che lei abita in una casa ammodo.»

Poi domandava se aveva fatto vedere a quel signore la sua galleria

fotografica di pigionanti illustri. «Gli ha mostrato il ritratto della

Marchionni? Del Boccomini? Del Modena?» Era la sua ambizione aver

gente famosa in casa sua.

Le persone ignote per quanto buone, cordiali, e se anche pagavano

meglio delle altre, non le nominava mai.

La signora Giuditta usciva così poco dal suo guscio che la vedevo di

rado. Ma ogni tanto andavo a domandarne nuove. Un giorno, dopo

un'assenza di parecchi mesi da Milano, entrai nella sua porta per

salire a vederla.

--È morta, mi disse il portinaio. È morta di vaiuolo nero

all'ospedale.

--Perchè all'ospedale? domandai.

--Gli inquilini delle sue stanze erano fuggiti appena saputo il suo

male, ed era rimasta sola.

--Ed i suoi parenti?

--È venuto un nipote, mi rispose ancora il portinaio, ma soltanto dopo

che era morta per portar via i mobili.

--Non furono venduti pei funerali?

--Nossignora. I funerali li pagò quella donnina che veniva spesso ad

abitare una delle sue camere mobigliate.

--Quale donnina?

--Non la conosceva? È la moglie d'un commesso viaggiatore, e, quando

il marito era in viaggio e lei non poteva seguirlo, veniva dalla

signora Giuditta per non rimaner sola. Le voleva bene; era l'unica che

andasse a prendere sue nuove all'ospedale....

Non era nella galleria dei pigionanti illustri quella, e la povera

vecchia non me ne aveva mai parlato.

Mutati i particolari della dentiera, dei riccioli, con qualche

variante nelle piccole manìe, le affittacamere di condizione civile

somigliano tutte dal più al meno alla signora Giuditta. Per loro

quella magra industria rappresenta la fine d'una vita delusa; una

tavola di salvamento a cui si aggrappano per non morire d'inedia,

quando hanno perduto famiglia, agiatezza, gioventù ed illusioni.

Ce ne sono altre invece, che non furono mai più fortunate, che vengono

dal popolo; per quelle la professione dell'affittacamere non è una

fine ma un principio, un punto di partenza per giungere a gloriosi

ideali. Ne cito un esempio nel capitolo seguente.

Senz'Amore · 第 11 / 34 题