/* O let him whose sorrow
No relief find,
Trust in God and borrow
Ease for heart and mind.
_(Inno protestante)_.
Ormai non era più possibile negare che l'unico figlio ed erede del
professore Trestelle, filosofo materialista, aveva un'ombra scura
intorno al labbro superiore. E, dacchè questa verità era stata
riconosciuta, le esigenze del signorino avevano rotto ogni freno. Le
sue scarpe non erano mai lucide a sufficenza; ed i colori e la finezza
delle calze erano argomento di lunghe e minute istruzioni, e di
altrettante lagnanze; i solini riescivano sempre o troppo o poco
insaldati, e nessuna tavolozza possedeva la tinta precisa di turchino
che avrebbero dovuto avere.
La zia Giuliana, sorella del professore materialista, e la serva,
erano affaccendate tutto il santo giorno per tenere in ordine il
guardaroba del Don Giovanni in erba; ed intanto il governo della casa,
la cucina ed il resto, andavano alla peggio.
Un giorno il professore filosofo, che nella sua qualità di
materialista, alla tavola ci badava molto, chiamò sua sorella, posò
gli occhiali sul volume di Darwin che stava leggendo, e disse:
--Così non si va avanti. Bisogna prendere una donna che si occupi
esclusivamente della cucina.
La zia Giuliana cominciò le ricerche, e le aspiranti si succedettero a
processione, e ciascuna aveva da narrare una storia commovente per
raccomandarsi.
Il professore materialista rideva del suo riso da scettico a quelle
narrazioni, e rimandava le postulanti.
Finalmente si presentò una vecchia smilza e lunga, vestita di nero,
tutta ravviata e pulita, con uno scialle nero che le copriva il capo e
veniva ad incrociarsi sul petto.
--Come vi chiamate? domandò la zia Giuliana.
--Cecchina.
--Siete maritata?
--Sono vedova.
Il professore, che assisteva a quel dialogo, smise di leggere,
accavallò le gambe, e, preparando il sorriso scettico, stette a
sentire la barbarie del marito. Ma la Cecchina non diceva nulla.
Allora cominciò lui per incoraggiarla:
--E vostro marito....
--Mio marito è morto, che Dio l'abbia in gloria.
Il sorriso scettico si accentuò terribilmente, ed il professore
ripresa:
--E non v'ha lasciato nulla?
--M'ha lasciato tre figlioli.
--E con questi tre figlioli siete obbligata a servire?
--Sono poveri ed hanno famiglia; se lavorano loro, è giusto che
lavori anch'io.
--E vivete sola?
--Nossignore. Sto col più giovane dei miei figli e colla nuora.
--Andate d'accordo colla nuora?
--Si cerca di sopportarsi con pazienza, da buoni cristiani....
Il professore, senza alzar gli occhi dal libro, disse:
--Non credo che facciate al caso nostro. Si cercava una cuoca.
--Scusi tanto, riprese la Cecchina. Mi era stato detto che si
contenterebbe d'un mangiare semplice.... Scusi tanto.
E s'avviò verso l'uscio. Ma la zia Giuliana le teneva dietro cogli
occhi. Sapeva che la cucina casalinga e pulita era il debole di suo
fratello, e la pulizia di quella donna la incantava. Perciò indovinò
che non sarebbe disapprovata trattenendo la cuoca, e le domandò:
--E voi lo sapete fare un mangiare semplice e buono?
--I miei signori si contentavano, rispose la Cecchina.
--Perchè li avete lasciati i vostri padroni?
--Perchè i figli s'erano fatti grandi e volevano un cuoco.
La zia Giuliana disse che prenderebbe informazioni; ed infatti le fu
confermato quanto la Cecchina aveva detto. Per dieci anni aveva
servito nella famiglia d'un avvocato. La signora aveva una malattia in
una gamba, e la povera donna l'aveva sempre curata, medicata,
assistita. Poi l'aveva vegliata assiduamente quand'era stata per
morire; ma morta lei, i figli avevano trovato che un cuoco avrebbe
dato alla casa più lustro di quella povera vecchia, ed avevano
licenziata la Cecchina senza nessun compenso pe' suoi lunghi e fedeli
servigi, tranne il salario convenuto.
La Cecchina aveva cinquantasei anni, ma ne dimostrava almeno dieci di
più. Aveva pochi capelli, quasi tutti bianchi, gli occhi infossati
nelle orbite, e due solchi alle tempia, che facevano pensare ai crani
umani allineati negli ossari; le guance erano due cavità, ed il mento
sporgeva innanzi pel ravvicinamento delle gengive, a cui erano mancati
quasi tutti i denti. Eppure dalla fronte, dalla linea diritta del
naso, dalla piccolezza della bocca, e dall'ovale del volto, si capiva
ancora che quella donna era stata bella.
La zia Giuliana disse che, fra le cuoche che s'erano offerte, quella
era la migliore per ogni rispetto, ed il professore, sempre
brontolando che era una beghina, una baciapile, un'ignorante, finì per
accettarla al suo servizio.
E beghina era infatti la Cecchina. Ogni mattina, prima d'andare dai
padroni, entrava in chiesa a sentire la messa, e la sera, nel tornare
a casa sua, passava ancora a dire un'Avemmaria. Ma era laboriosa,
discreta, onesta; e la zia Giuliana, che badava a mantenere l'ordine
della famiglia ed era tollerante per il resto, lasciava che suo
fratello gridasse contro la «strana confusione d'idee di quella donna
e gli errori grossolani, e fatali al progredire della civiltà», e si
teneva preziosa la nuova serva, e le pigliava a voler bene, e la
interrogava sul suo passato.
C'erano degli episodi strazianti, delle scene tragiche in
quell'esistenza oscura e desolata.
La Cecchina era figlia d'un salumaio di Como, che aveva un po' di
quattrini e soltanto quattro figlioli; tre maschi e quell'unica
fanciulla. S'era maritata a diciassette anni con un uomo vicino ai
quaranta, che aveva una vecchia relazione con una mugnaia di
Borgovico.
Naturalmente, di quella relazione la Cecchina non ne sapeva nulla
allora; ma il marito, che era un barocciaio e faceva continui
trasporti di grano al mulino, aveva sposato quella giovinetta più per
i soldi del babbo che per lei; tanto più che il babbo salumaio, aveva
una cera da moribondo pel mal di fegato che soffriva, e non gli si
sarebbero dati sei mesi di vita; i figli maschi se n'erano andati pel
mondo, chi a Lecco, chi a Varese, ed uno fino a Milano; ed il
barocciaio calcolava che, morto il vecchio, avrebbe fatto casa comune
colla suocera, e sopratutto banco comune nella bottega. Tutto questo
andava molto a sangue alla mugnaia, la quale, per il denaro, avrebbe
venduta l'anima al diavolo, e tanto più facilmente aveva venduto il
suo carrettiere a quella giovinetta, sicura come era di ricomprarlo
con un'occhiata furba de' suoi occhi trentenni.
Non occorre dire che, dopo il matrimonio, Ambrogio continuò, grazie al
grano ed al mulino, la sua tresca colla mugnaia grassa come una
quaglia, serbando alla giovane sposa gli amplessi violenti delle sue
ore d'ebbrezza, e le busse delle ore tristi, quando l'altra lo
tribolava per avere i quattrini, che il suocero si ostinava a serbare,
con quel filo di vita epatica, che gli durava Dio sa come.
Intanto madre natura, che non è punto sentimentale, badava a fare il
suo compito senza curarsi se il carrettiere fosse ubbriaco od
innamorato; e nella casa della giovine sposa i bambini si tenevano
dietro l'uno all'altro come le canne dell'organo; ce n'erano già tre,
due maschi ed una bimba.
Ed il salumaio non moriva. Anzi, contro ogni aspettativa, un bel
giorno gli morì la moglie di polmonite. La povera Cecchina pianse
amaramente la perdita della sua mamma; ed il carrettiere riformò il
suo programma, e pensò di andar a vivere col suocero il quale, oltre a
mantenergli la moglie ed i figlioli, gli avrebbe lasciato metter mano
nella cassetta del banco.
Ma il suocero, epatico e malandato com'era, si trovava per l'appunto
nella stessa condizione di lui; aveva un'amante; e la recente
vedovanza gli permetteva di sposarla. Figurarsi se voleva in casa
tutta quella tribù di figlia e genero e bambini, a disturbargli la
luna di miele! Lo avesse pur voluto lui, c'era la seconda moglie che
ci metteva riparo, perchè alla cassetta del banco voleva starci lei;
era quello l'unico amore che l'aveva spinta nelle braccia magre del
vecchio salumaio.
Allora il barocciaio sfogò contro la Cecchina tutta l'amarezza della
sua delusione, e furono rampogne, busse, miserie d'ogni sorta, fino al
giorno tremendo in cui la poveretta si vide portare a casa il marito
moribondo sopra una barella.
--Aveva il viso, i capelli, il collo, tutti coperti di sangue, narrava
la Cecchina; e non si capiva neppure dove fosse la ferita. Quando vidi
quell'orrore, mi posi a gridare: «Madonna santa! com'è stato?» E gli
uomini che lo avevano portato mi risposero: «È per quella strega
bionda di Borgovico. Ha saputo che Ermanno il barcaiolo le bazzicava
in casa, e ci andava dopo di lui; e lui, nell'uscire, lo ha aspettato
alla porta, e quando l'ha visto venire, gli è balzato incontro colla
sua frusta da carrettiere, gridando:--«Vai dentro se n'hai il cuore,
che ti stacco il collo con questa corda, guarda!» Ma l'altro, che va
sempre col coltello affilato in tasca, ha detto: «Serbala per le
bestie la tua corda da frusta, villano: questo taglia meglio, per Dio
santo!» E lo ha steso in terra d'un colpo».
La Cecchina abbassava la voce nel raccontare quelle infamie, e
sopratutto le bestemmie, come se temesse che il Padre Eterno avesse a
sentirla di lassù. Ma la zia Giuliana la interrogava con tanto cuore,
che lei si faceva animo a raccontar tutto, e proseguiva:
--Mandai una vicina a chiamare il medico, e misi in fascie un lenzuolo
buono, per bendare la testa a mio marito, e mi veniva il pianto dal
cuore, perchè, malgrado tutto, era il mio uomo, ed avevo quei
figlioli; ed avrei fatto ogni cosa per assisterlo ed alleviargli il
male. Ma appena potè parlare, egli domandò la sua mugnaia; la chiamava
piangendo, «che quell'altro brigante non gliel'avesse a portar via».
Cosa farci? Era moribondo, e la volontà dei moribondi non si deve
contrariare. Mi toccò a me d'andarla a cercare, e pregarla di venire
se non voleva farlo morir disperato. E poi dovetti starmene in un
canto a veder lui che si buttava con le braccia fuori dal letto
incontro a quella donna, e la supplicava:
«Oh Maddalena, non mi abbandonare, che t'ho voluto tanto bene; non mi
abbandonare!» E morì pregando lei come se fosse stata la Madonna.
Rimasta vedova, la Cecchina aveva dovuto provvedere per parecchi anni
a sè ed ai figli col solo lavoro delle sue mani. Aveva fatto la
lavandaia, la serva, la barcaiola, la filatrice. Poi i figli avevano
cominciato a guadagnare qualche cosa. Ma, avvezzi ad esser mantenuti
dalla mamma, si facevano tirare pei denti a dar qualche soldino in
casa, e soltanto la figliola, tornando dalla filanda, portava tutti i
denari della settimana alla Cecchina, e non domandava nulla.
C'era un altro giorno doloroso, un altro nuvolone nero su
quell'orizzonte grigio, su cui il sole non aveva mai mandato un raggio
di calore nè di luce.
La Cecchina, istigata dalla zia Giuliana, narrava la partenza di suo
figlio per l'esercito, mentre il professore sorbiva, lento lento, il
caffè.
--Giovanni era stato esente dalla leva perchè era il primo ed io era
vedova, diceva la vecchia; e pochi mesi dopo aveva preso moglie e se
n'era andato a Dongo a lavorare nella fabbrica di ghisa. L'anno dopo
dovette andare Michele alla leva; quello non c'era modo di salvarlo.
Quando dovette partire, spogliai la casa di tutto quanto avevo. Quella
poca tela messa da parte per la ragazza la vendetti; e poi gli diedi
fin il mio anello nuziale, che lo vendesse a Milano per procurarsi
qualche soldo. La mia figliola, poveretta, diceva: «Dategli tutto,
mamma; accontentatelo, perchè sarà lui che dovrà darvi pane quando
sarete vecchia; io me ne vado con questa tosse; m'ha uccisa la
filanda». Io non credevo, perchè era tanto giovane e, dalla tosse in
fuori, non pareva malata; era più stanca che altro; con un po' di
riposo avrebbe ripreso colore e sarebbe tornata come prima; ne ero
sicura. Quello che mi crucciava era Michele, che se ne andava via fin
in capo al mondo, dove c'erano i briganti.
--Quella mattina, me la ricordo sempre. Tirava un vento che il
battello a vapore saltava sul lago come un cervo nel bosco, e veniva
giù una pioggerella diaccia, che era come sentirsi cadere addosso
tante punte d'aghi. Quando mi alzai, Michele era già uscito; e la
Teresa dormiva nel mio letto tutta rossa in volto come un fiore;
dormiva il dolce sonno della gioventù; ed io pensai: «Che morire!
questa la salvo per me; il re non me la prende questa, e fra un mese
sarà guarita; non si muore con quei colori, e con quel sonno
profondo».
--Ed uscii in punta di piedi pensando a quella consolazione che mi
restava, in mezzo a tanti guai. Quando mi accorsi che pioveva, non
tornai neppure indietro a pigliare l'ombrello per non svegliare la mia
figliola. Per che cosa svegliarla? per condurla a piangere laggiù alla
stazione? C'è sempre tempo di piangere a questo mondo.
Ci volle un bel tratto a giungere a Camerlata, e quando arrivai ero
fradicia. La folla dei coscritti e dei parenti s'era riparata sotto la
piccola tettoia, dove si stava pigiati che non si poteva muovere un
dito. Ma io ero alta, e rizzandomi in punta di piedi, potevo cercare
il mio figliolo al disopra delle teste degli altri. Dopo molto
guardare, mi riescì di scorgerla in un angolo la sua testa bruna e
riccioluta. Michele era là, rincantucciato in fondo alla stazione, col
viso rivolto al muro; e guardava in terra. Mi sentii serrare il cuore.
Ero sicura che pensava alla sua mamma, e si nascondeva la faccia, per
non farsi scorgere che ci pativa tanto ad abbandonarmi; non era un
ragazzo espansivo, ma in quel momento il suo cuore di figlio doveva
farsi sentire. Chiamai più volte: «Michele! Michele!» Ma non mi udì.
Allora feci a spintoni, senza badare alle maledizioni ed agli urti che
mi rispondevano, ed a forza di fare, mi riescì di arrivargli vicino,
tanto da potergli toccare una spalla. Si voltò in fretta, ed aveva gli
occhi rossi e grossi come pugni. Gli stesi le braccia singhiozzando:
«Sono qui, Michele, sono io». E mi pareva che dovessi morire là sul
suo cuore, oppure andargli dietro dove il re lo mandava.
Ma lui non me le stese le sue braccia. Il capo solo aveva voltato
verso di me, e la persona era ancora rivolta al muro, e le sue mani
posavano sulle spalle d'una ragazza pallida, che piangeva senza
asciugarsi le lagrime.
--Oh mamma! mi disse, cosa vi è saltato in mente di venir fuori con
questo tempo?
Io non potei rispondere; avevo un gruppo in gola, ed un freddo mi
correva nelle vene, come quando avevo veduto il mio uomo morire colle
mani sulle mani della sua mugnaia. Mi caddero le braccia, e rimasi là
senza dir nulla; egli mi susurrò spingendo il capo indietro:
--Andate, mamma, andate a casa; non lasciate sola quella poveretta,
che se ne va alla malora, se ne va.
Che il signore mi perdoni, perchè in quel momento non ci ho veduto
più, e gli ho gridato:
--Taci, malaugurio! Non ti basta di abbandonare la tua mamma come un
cane per badare a far all'amore, mi vuoi far morire quella sola
figliola che mi vuol bene! Non troverai mai bene a questo mondo,
guarda!
M'era appena scappata di bocca quella parola, che ero pentita; ma
avevano aperto i cancelli, e tutti s'erano pigiati per uscire. Mi
trovai là, vergognosa di quanto avevo detto, abbandonata, estranea a
tutti in mezzo a quella gente che si baciava e piangeva l'un per
l'altro. Il cuore di mio figlio se l'era preso quella giovane che non
aveva fatto nulla per lui. Ed io, che lo avevo allevato, e che m'ero
distrutta lavorando per dargli pane, ero così mortificata d'essere
andata là a sorprenderli, come se avessi fatta un'azionaccia.
Gli avevo portato un dispiacere e delle male parole all'ultim'ora, per
mia memoria. Non osai più accostarmi. Lo vidi che dal vagone
continuava a parlare con la sua ragazza ed a stringerle la mano
traverso lo sportello, ed a guardarla con quegli occhioni gonfi, dove
c'era tanto amore da riempiere il cuore a dieci mamme; ma non ne
toccano alle povere mamme di quegli amori e di quelle occhiate là.
Neppure quando il treno si mise a fischiare, per dire: «Badate, si va
via; affrettatevi a salutare le vostre mamme»; neppure allora pensò a
cercarmi. Le carrozze si allontanarono adagio, adagio, poi più in
fretta, più in fretta, e lui sempre fisso a guardare quella giovane,
come se lo avesse messo al mondo lei; e quando il treno era tanto
lontano che stava per scomparire, si vedeva ancora una cosa che
sporgeva dal finestrino e s'agitava adagio, adagio, con un movimento
di grande malinconia: era la testa di Michele che salutava la sua
ragazza.
--Ecco; l'uomo non è che un animale, disse il professore materialista,
che, senza parere, aveva dato retta a quel discorso, e seconda gli
istinti della natura.
E la Cecchina, che non aveva capito le sue parole, disse, appunto come
se rispondesse:
--Se non fosse stato il pensiero della religione, io l'avrei
strangolata quella giovane, che mi rubava il cuore di mio figlio. Ma
pensavo che questa vita passa presto, e ne viene un'altra dove saremo
tutti uguali, poveri e ricchi, e chi più avrà patito troverà più
compenso....
Il professore mise fuori una risatina scettica, e la Cecchina,
credendo che riflessa di quanto leggeva nel libro, abbassò la voce e
disse, parlando alla zia Giuliana:
--È sempre la speranza d'una vita migliore che ci dà la forza di
sopportare i dolori di questa vita qui.
Una mattina che Ettore doveva andare a caccia, fece un casa del
diavolo perchè la Cecchina tardava a giungere con certe calze di lana
forti, che aveva avuto l'incarico di preparargli per quel giorno.
--Non può tardar molto, disse la zia Giuliana; sarà andata alla messa.
--Ma è insopportabile questa beghina, gridò il giovinotto. Ci fa
aspettar tutti pel suo pregiudizio della messa. Cosa spera cavarne? Il
pane siamo noi che glielo diamo.
--Bisogna aver pazienza, osservò la zia; è una buona donna.
--La morale, sentenziò il professore, può svolgersi e progredire da
sè, distaccandosi dalla religione.
--Ma che cosa promette la morale a questi disgraziati, che non hanno
avuto un'ora di gioia in tutta la loro vita? Che compenso può dare per
tutti i dolori che hanno patito? domandò la zia.
--Se fossero meno ignoranti, rispose il professore,
comprenderebbero....
--Ah! se lo fossero, meno ignoranti! Ma intanto sono così; e
patiscono, ed hanno patito dacchè sono al mondo; e dacchè sono al
mondo si sono rassegnati, perchè hanno creduto ad un compenso nel
mondo di là. Ma va ad illuminarli colla tua scienza; va a dirgli che
il mondo di là non esiste; che quando avranno ben tribolato finchè
resta fiato nei loro poveri polmoni, andranno sotterra, e sarà finito
tutto; che delle gioie che gli altri godono, degli amori che ci
consolano, de' tuoi buoni pranzi, del bel fuoco a cui ti scaldi, della
poltrona morbida dove siedi comodamente a chiacchierare per
distruggere la loro fede, non ne proveranno mai le dolcezze; che se
furono diseredati in questa vita, peggio per loro; che l'altra non è
che un sogno.... Provati ad illuminare la loro ignoranza prima di
farli eguali a te, e vedrai se si rassegneranno ancora, e se non
diranno che, poichè non c'è una vita migliore, vogliono ad ogni costo
la loro parte di bene in questa.
La sera, nell'ora in cui il tepore del caminetto ed il caffè caldo e
profumato tenevano legato il filosofo nella sua poltrona, la zia
Giuliana interrogò la Cecchina sulla sua figliola.
--Oh! Dio! Di tutti i miei dolori, quello è stato il più crudele,
esclamò la vecchia. Da quel giorno che Michele me l'aveva detto, non
potei più levarmelo dalla mente che se ne andava. Più la vedevo rossa,
e più pensavo: «Ecco; ha la febbre che la brucia di dentro». La
condussi all'ospitale, ma non la vollero tenere; e mi dissero che
bisognava nutrirla bene. Sempre carne e vino buono. Dove le potevo
pigliare queste cose io? Lavoravo come un ciuco; tutto il giorno alla
fonte a lavare, che mi si raggranchivano le gambe pel gelo; tutta la
notte ad agucchiare, dormendo appena tanto da non morire; ma ci voleva
altro. Quando passavo dinnanzi al caffè e vedevo dei giovinotti forti
e robusti che mangiavano delle bistecche, mi sentivo tutto il sangue,
tutto il mio sangue di madre, che ribolliva: e dover tornare a casa a
darle della minestra di riso a quella poveretta! E così se n'è andata;
l'ho vista morire ogni giorno un poco, finchè una mattina mi disse:
--Mamma, torna presto dalla fontana, perchè mi sento come se dovessi
andarmene quest'oggi.
Anch'io lo sentivo, e mi si schiantava il cuore. Non andai alla fonte;
andai dal parroco, e per quella volta non ebbi vergogna a dirgli che
mi desse qualche cosa per fare un brodo a quella povera creatura cara.
Ma quando tornai colla carne, era già fredda. Neppure vederla morire,
m'è toccato! Ah! se non fosse il pensiero di ritrovarla nel mondo di
là....
--Non aveste mai una consolazione in tanti anni, che ci narrate sempre
dolori? domandò la zia Giuliana.
--Mai! esclamò la Cocchina, coll'accento della verità. Poi,
riprendendosi, soggiunse:
--La mia consolazione è di pregare il Signore che mi riunisca alla mia
figliola nell'altra vita, e che dia del bene a' miei figli che sono
tanto poveri che si induriscono il cuore e diventano persino cattivi.
La zia Giuliana prese dal tavolino il trattato di filosofia e lo porse
malignamente al professore. Ma quella sera il filosofo non lesse
forte, e la mattina dopo, quando Ettore ricominciava a gridare contro
la bigotteria della Cecchina, che per andare a pregucchiare gli faceva
aspettare il caffè, fu il babbo stesso che disse:
--Lasciala stare, povera donna.... Poichè la sua fede le fa del
bene....