LXXXI.

Dopo sei mesi di soggiorno a Pavia, Agnese, benchè costretta a

condurre una vita da prigioniera, si era fatta ancora più avvenente:

ma la bellezza florida, gioviale, che brillava un dì sul volto della

giovinetta, cresciuta all'aria aperta e libera d'ogni pensiero, cedeva

il posto all'espressione più eloquente di un'anima che ha raggiunto il

suo sviluppo, e si è, per così dire, perfezionata nel dolore. — Fra la

vispa donzella di Campomorto e la pensosa Agnese di Pavia, passava la

differenza che suol essere fra la fanciulla e la donna, fra chi sogna

un avvenire tutto rose e speranze, e chi confonde colle sue gioje pur

vive e dolcissime, l'invidiato ricordo di un bene, che non tornerà più.

Il suo aspetto aveva subito un mutamento, soverchio pel breve tempo

trascorso, anche fatta ragione al rapido progresso di una esistenza

giovanile e piena di vigore. — Volendo dar conto di questo prodigio,

nulla di più opportuno che rassomigliarlo allo sviluppo repentino

e straordinario proprio a chi si rileva da una malattia mortale

felicemente superata. Pareva che la sua statura fosse assai più

alta, tant'era divenuto maestoso e severo il suo portamento. Tutta la

persona aveva acquistato quel lusso di forme, quella copia di grazie,

che in una donzella di precoce sviluppo sono doti annunciate, ma non

raggiunte; onde si dice essere il bottone di un fiore ancora più bello

pel profumo e pei colori che promette, non appena sarà sbucciato.

Chi cercasse ora nel suo sguardo la franchezza e la serenità di pochi

mesi prima, giurerebbe che quelli non erano gli occhi d'Agnesina; sì

grandi, sì neri, e sempre tanto avidi di luce. Ora, sotto il velo delle

ciglia ancora più folte, vibravano essi, a quando a quando coll'usata

sicurezza, un fuoco vivo del pari e penetrante; ma poi si chinavano a

terra languidamente, come se avessero speso una soverchia vitalità,

e bramassero riposate nell'ombra. Il viso, non più florido come in

passato, si abbelliva di un pallore diafano, che lascia travedere

la morbidezza dei tessuti e il decorrere dell'onda vitale. Sotto il

doppio arco delle sopraciglia fortemente tracciate, scendeva il naso

di attica perfezione; ma alla irreprensibile bellezza delle linee, gli

si aggiungeva la mobilità delle rosee narici, che accompagnavano la

concitata cardiopalmia. La bocca, disegnata da labra alquanto tumide e

colorite da un incarnato simile a quello del corallo smunto, talvolta

era socchiusa ed atteggiata a nobile sdegno; tal'altra semiaperta

sembrava implorare un'aria più libera od accentare una parola, che

esciva dall'anima per correre ad un lontano ascoltatore.

In addietro, la terra di Campomorto era angusta alle sue corse. Da

che si trovava in Pavia, le mura della sua volontaria prigione le

bastavano; anzi, al fuggir dell'inverno, invece di rifarsi della lunga

immobilità cui erasi condannata, restringeva ancor più la cerchia

de' suoi passi, e stava le intere giornate chiusa nella sua camera,

leggendo davanti allo scrigno, e lavorando all'ago ed al trapunto

presso la finestra, che le offriva il più largo campo di cielo, e da

cui spiava più da lungi chi si avvicinasse alla sua dimora.

Chi oserà dire che Agnese è felice, se ella è tanto pensosa, se la

vediamo ripudiare ad una ad una le dilette abitudini della giovinezza,

e trascorrere le ore e i giorni come una derelitta, dimenticando il

liuto e le ballate dei trovatori? Ma come potremo convincerci che

Agnese è sventurata, se ella giura a Dio ed agli uomini d'essere felice

fra i felici della terra!

La era infatti: e lo mostrava in modo da non lasciarne dubio, ogni dì,

verso il cader del giorno, quando presentiva il rinnovarsi di un caro

convegno, e ne affrettava la gioja cogli ansiosi desiderii. Allora non

si doleva che della lentezza del tempo; pigro sempre a confronto della

foga de' suoi palpiti. Le sue gote ripigliavano il roseo d'altri tempi;

le labra si tingevano del più vivo incarnato; e gli occhi sprigionavano

dalle folte palpebre due pupille ancor più nere e brillanti del

consueto, cupide di aria e di luce, sempre le prime a ravvisare chi

spuntava da lungi sull'estremo della bastía, ferme e sicure nel

sostenere l'incontro di un altro sguardo lungamente desiderato.

Ma prima che l'occhio facesse questa scoperta, prima che l'udito

riconoscesse, fra i varii strepiti, lo strepito noto d'una pedata,

il cuore salutava il benvenuto con un battere sì vivo e concitato,

che le toglieva il respiro. Oh allora Agnese non mentiva! ella era

veramente felice: felice a segno, da credere che un solo istante di

quel benessere fosse guadagnato a buon patto con una intera vita di

squallore.

Quando la persona aspettata era giunta, dopo un minuto di silenzio e

di raccoglimento, ella risurgeva più vivace che mai. La contentezza

traboccante dal cuore, angusto alla piena di troppi affetti,

effundevasi su tutta la persona e traducevasi in sguardi sereni, in

facili sorrisi, in motti arguti, in lacrime di tenerezza. — Ma se fosse

possibile analizzare quelle lacrime, le troveremmo composte di ben

diversi elementi; poichè tutto ciò che noi chiamiamo dolore e piacere,

non è sì nettamente spartito, che l'uno non contenga in sè qualche

particella dell'altro. Scopriremmo, che le lacrime dei primi dì non

erano simili in tutto a quelle dei giorni susseguenti: un tempo esse

erano vaporose, e sottili come l'etere; ora s'erano fatte più dense, e

forse già un poco amare.

Da quando un tal mutamento?

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 103 / 111 题