Dopo sei mesi di soggiorno a Pavia, Agnese, benchè costretta a
condurre una vita da prigioniera, si era fatta ancora più avvenente:
ma la bellezza florida, gioviale, che brillava un dì sul volto della
giovinetta, cresciuta all'aria aperta e libera d'ogni pensiero, cedeva
il posto all'espressione più eloquente di un'anima che ha raggiunto il
suo sviluppo, e si è, per così dire, perfezionata nel dolore. — Fra la
vispa donzella di Campomorto e la pensosa Agnese di Pavia, passava la
differenza che suol essere fra la fanciulla e la donna, fra chi sogna
un avvenire tutto rose e speranze, e chi confonde colle sue gioje pur
vive e dolcissime, l'invidiato ricordo di un bene, che non tornerà più.
Il suo aspetto aveva subito un mutamento, soverchio pel breve tempo
trascorso, anche fatta ragione al rapido progresso di una esistenza
giovanile e piena di vigore. — Volendo dar conto di questo prodigio,
nulla di più opportuno che rassomigliarlo allo sviluppo repentino
e straordinario proprio a chi si rileva da una malattia mortale
felicemente superata. Pareva che la sua statura fosse assai più
alta, tant'era divenuto maestoso e severo il suo portamento. Tutta la
persona aveva acquistato quel lusso di forme, quella copia di grazie,
che in una donzella di precoce sviluppo sono doti annunciate, ma non
raggiunte; onde si dice essere il bottone di un fiore ancora più bello
pel profumo e pei colori che promette, non appena sarà sbucciato.
Chi cercasse ora nel suo sguardo la franchezza e la serenità di pochi
mesi prima, giurerebbe che quelli non erano gli occhi d'Agnesina; sì
grandi, sì neri, e sempre tanto avidi di luce. Ora, sotto il velo delle
ciglia ancora più folte, vibravano essi, a quando a quando coll'usata
sicurezza, un fuoco vivo del pari e penetrante; ma poi si chinavano a
terra languidamente, come se avessero speso una soverchia vitalità,
e bramassero riposate nell'ombra. Il viso, non più florido come in
passato, si abbelliva di un pallore diafano, che lascia travedere
la morbidezza dei tessuti e il decorrere dell'onda vitale. Sotto il
doppio arco delle sopraciglia fortemente tracciate, scendeva il naso
di attica perfezione; ma alla irreprensibile bellezza delle linee, gli
si aggiungeva la mobilità delle rosee narici, che accompagnavano la
concitata cardiopalmia. La bocca, disegnata da labra alquanto tumide e
colorite da un incarnato simile a quello del corallo smunto, talvolta
era socchiusa ed atteggiata a nobile sdegno; tal'altra semiaperta
sembrava implorare un'aria più libera od accentare una parola, che
esciva dall'anima per correre ad un lontano ascoltatore.
In addietro, la terra di Campomorto era angusta alle sue corse. Da
che si trovava in Pavia, le mura della sua volontaria prigione le
bastavano; anzi, al fuggir dell'inverno, invece di rifarsi della lunga
immobilità cui erasi condannata, restringeva ancor più la cerchia
de' suoi passi, e stava le intere giornate chiusa nella sua camera,
leggendo davanti allo scrigno, e lavorando all'ago ed al trapunto
presso la finestra, che le offriva il più largo campo di cielo, e da
cui spiava più da lungi chi si avvicinasse alla sua dimora.
Chi oserà dire che Agnese è felice, se ella è tanto pensosa, se la
vediamo ripudiare ad una ad una le dilette abitudini della giovinezza,
e trascorrere le ore e i giorni come una derelitta, dimenticando il
liuto e le ballate dei trovatori? Ma come potremo convincerci che
Agnese è sventurata, se ella giura a Dio ed agli uomini d'essere felice
fra i felici della terra!
La era infatti: e lo mostrava in modo da non lasciarne dubio, ogni dì,
verso il cader del giorno, quando presentiva il rinnovarsi di un caro
convegno, e ne affrettava la gioja cogli ansiosi desiderii. Allora non
si doleva che della lentezza del tempo; pigro sempre a confronto della
foga de' suoi palpiti. Le sue gote ripigliavano il roseo d'altri tempi;
le labra si tingevano del più vivo incarnato; e gli occhi sprigionavano
dalle folte palpebre due pupille ancor più nere e brillanti del
consueto, cupide di aria e di luce, sempre le prime a ravvisare chi
spuntava da lungi sull'estremo della bastía, ferme e sicure nel
sostenere l'incontro di un altro sguardo lungamente desiderato.
Ma prima che l'occhio facesse questa scoperta, prima che l'udito
riconoscesse, fra i varii strepiti, lo strepito noto d'una pedata,
il cuore salutava il benvenuto con un battere sì vivo e concitato,
che le toglieva il respiro. Oh allora Agnese non mentiva! ella era
veramente felice: felice a segno, da credere che un solo istante di
quel benessere fosse guadagnato a buon patto con una intera vita di
squallore.
Quando la persona aspettata era giunta, dopo un minuto di silenzio e
di raccoglimento, ella risurgeva più vivace che mai. La contentezza
traboccante dal cuore, angusto alla piena di troppi affetti,
effundevasi su tutta la persona e traducevasi in sguardi sereni, in
facili sorrisi, in motti arguti, in lacrime di tenerezza. — Ma se fosse
possibile analizzare quelle lacrime, le troveremmo composte di ben
diversi elementi; poichè tutto ciò che noi chiamiamo dolore e piacere,
non è sì nettamente spartito, che l'uno non contenga in sè qualche
particella dell'altro. Scopriremmo, che le lacrime dei primi dì non
erano simili in tutto a quelle dei giorni susseguenti: un tempo esse
erano vaporose, e sottili come l'etere; ora s'erano fatte più dense, e
forse già un poco amare.
Da quando un tal mutamento?