Dopo la catastrofe, l'infelice governante era ritornata a
Campomorto. Non v'è parola che valga a dipingere convenientemente
il dolore in che era immersa. La sua pietà però non era sterile:
alla preghiera e al pianto cedeva quelle ore che le sopravanzavano
ad una continua operosità; nè questa, fino ad un certo punto, fu
scompagnata dalla fiducia di salvare la sommersa. Ma ogni ora ed
ogni minuto seppellivano una speranza. I primi tentativi erano stati
vani. Più tardi, ancorchè ormai si disperasse della vita d'Agnese,
continuarono le indagini, consigliate da una pietà non del tutto
scevra di conforto. A quest'effetto, Canziana prometteva un generoso
premio a chi scoprisse la salma della sventurata. — I contadini di
Campomorto, che s'ingegnavano di fare il possibile pel meglio della
amata padrona e della sua amica, ramingarono più giorni nelle terre
che fiancheggiano l'Olona, frugando ogni bosco ed ogni cespuglio,
interrogando i mandriani e i boscajuoli, battendo alla porta delle case
e delle capanne. — Ma ogni ricerca era sempre vana; gli interrogati
si stringevano nelle spalle, e gli esploratori se ne ritornavano
la sera, più che stanchi, scorati; e presentandosi a chi li aveva
spediti, rispondevano con un crollar del capo, che non aveva bisogno di
spiegazioni.
Alla povera donna non rimanevano più nè consolazioni nè speranze.
— Piangeva dirottamente pensando che l'amata fanciulla era morta, e
morta a quel modo, abbandonata da tutti; senza che alcuno de' suoi
cari le fosse vicino a raccoglierne l'estremo respiro. — Dolevasi
di non averle prodigato le ultime cure, e spingeva il dolore alla
disperazione, pensando che tutti questi fatti erano stati in sua mano;
e che ella stessa, co' suoi consigli, aveva data occasione ed impulso
a tanta sventura. Scorreva con impazienza il campo delle ipotesi
per scegliere la meno crudele, e la più acconcia, a giustificare il
misterioso smarrimento. — Forse la sommersa era sepolta nel fondo
di un gorgo; e in questo caso non era sperabile il ritrovarla che al
ritorno della magra estiva. Forse, giunta fino alla foce dell'Olona,
era travolta nel Po e trascinata, Dio sa dove. Forse, gittata sur una
riva deserta, era divenuta preda di qualche belva. — Il pensiero che
quella, cara spoglia fosse insepolta ed oltraggiata, era peggio che un
coltello nel cuore per la desolatissima donna. Nelle ore interminabili
dell'aspettativa, nelle due notti vegliate per istudiare nuove pratiche
ed intavolare altre ricerche, oh come l'infelice si rammaricava al
pensiero, che le sue stesse parole erano state la causa, o l'occasione,
di sì grande disgrazia! E intanto, mentre si facevano languide le
ricerche, divenivano più pungenti le cure; il cessare delle speranze
non la guidava punto alla rassegnazione. — In due soli giorni la povera
Canziana si era fatta sparuta, scarna, tabida, come l'infermo che si
rialza dal letto, non guarito ma stanco di un disperare inerte. E al
par di costui, in preda ad una inquietudine febrile, correva le deserte
sale del castello, evocando da ogni oggetto le memorie del passato, per
rendere ancor più tetro e spaventevole la realtà del momento. Pareva
che si compiacesse di porre la mano sulla piaga, non per difenderla,
ma per istraziarla sempre più. I mezzi consigliati dalla ragione
erano tutti esauriti: ad una ad una le speranze erano tornate vane; e
la povera donna s'infliggeva intanto l'inutile martirio di riandare
il passato, per maledire ciò che ella aveva fatto inscientemente,
per deplorare quello che avrebbe potuto fare, e non fece. La mente,
logorata nelle ricerche, sembrava riposare in questa crudele tortura,
come se l'accusare sè stessa di complicità col destino, fosse ormai
l'ultimo e l'unico affare che le rimanesse.
In questa sublimazione del dolore, le lacrime dell'infelice
s'asciugarono; gli occhi divennero arsi e sgranati come quelli d'un
delirante: la febre le prestava una forza fittizia e bugiarda; e,
condensando nel suo cervello una vitalità anormale, minacciava di
toglierle il senno. — Dopo d'avere errato con tanta incertezza fra
mille pensieri, e non aver raccolto che delusioni, ricorse alle più
vaghe idee; e, scelta a caso la meno saggia, fissò in essa la mente,
e affaticò su di essa quel poco di ragione che il dolore le aveva
lasciato. — Povera donna! un giorno ancora simile ai due precedenti, ed
avrebbe impazzito.
Noi sappiamo già che Agnese, in mezzo alla sua felicità, non aveva
scordato la buona governante. Non imaginando per certo che il suo
dolore potesse farsi tanto minaccioso, pensò nondimeno ad affrettarle
la consolazione di saperla viva e salva. — Fortuite circostanze
obligarono il messo a ritardare la sua spedizione. Ma per buona sorte
ei giunse ancora in tempo. — Canziana, sentendo che la sua diletta
Agnese era salva, e ricevendo un secreto avviso del conte che le
ingiungeva di apparecchiarsi a rivederla fra pochi giorni, fu ad un
punto di morir dalla gioja.
Quei dì, che passarono come un lampo per Agnese, furono una vera
eternità per Canziana. — A questa però riescirono utili per ristorare
alquanto le forze, le quali, al cessar del delirio, erano scomparse
del tutto. Ella abbandonò Campomorto con una gioja che non si può
descrivere. Giunta a Pavia, s'installò nell'abitazione destinata ad
Agnese; e, assecondando le istruzioni del conte, attese a che fosse
proveduta di quanto potesse renderla più gradita alla sua nuova
abitatrice.
Pensi il lettore come dovesse riescire l'incontro delle due donne.
Per verità, ciò che fu ascoltato o detto da ciascuna di essa, a
confronto di tanto amore e di tanta ansietà, potè in quel momento
sembrar languido e freddo. — Le frasi sonore, le smanie e le strida,
soverchiano quasi sempre la passione; ma quando questa è, come nel caso
presente, sì valida e sublime da essere àrbitra della vita di chi la
nutre, non v'ha parola od atto che sappia esserne interprete fedele.
— Perciò appunto le due amiche, al primo rivedersi, rimasero mute;
soltanto dopo uno scoppio di pianto, interrotto da abbracciamenti e
da esclamazioni, escì libera la parola a chiedere ed a raccontare, a
benedir Dio e gli uomini. Canziana narrò le sue pene, Agnese le sue
gioje. Le parole dell'una facevano sèguito alla storia dell'altra.
Alle narrazioni tennero dietro i commenti; e in ciò, l'età e
l'affezione accordavano a Canziana il diritto d'essere la prima ad
interrogare, e di spingere le sue dimande fin dove avrebbe potuto
giungere una madre. — La buona donna fu discreta; e con un tuono, che
prometteva amorevole indulgenza, toccò i più scabrosi argomenti di
modo, che la fanciulla potè rispondere senz'essere tradita dall'infido
linguaggio del rossore. Agnese narrò come e quanto fosse amata dal
conte; e non nascose di riamarlo con tutte le forze dell'animo. Ma ciò
ella diceva con quel candore che, accennando alla gravità del pericolo,
offre certa testimonianza della salvezza. Canziana se ne rallegrava
di tutto cuore; e benediceva dentro di sè alla providenza, che aveva
vegliato sull'innocente. — La inconsapevolezza del male, caparra di una
virtù illibata, era per lei una severa ammonizione sul grave cómpito
che le spettava da quel momento in poi. Accoglieva però di buon grado
l'incarico di vegliare sulla sua cara fanciulla; e si proponeva di
trovare in una prima occasione il momento e il coraggio per indurre
il conte a porre la virtù di Agnese sotto la salvaguardia di un legame
benedetto.
Dall'arrivo di Canziana al momento in cui lasciammo Agnese alquanto
melanconica ed abbattuta, trascorsero sei mesi, epoca che vorremmo
saltar di piè pari, non perchè sia vuota d'interesse, ma perchè una
storia d'amore sarà meglio indovinata da un cuore sensibile, che non
esposta dal più diligente raccontatore. Preveniamo soltanto una doppia
dimanda, che ci pare inevitabile. — Agnese era dessa ancora la pura
donzella di Campomorto? Canziana aveva mantenute le sue promesse, e
poteva andar superba della sua vigilanza?
Nella storia s'incontrano inevitabilmente delle scene assai poco
maneggevoli. Esse ne ricordano certe vedute pittoresche a cui l'artista
s'avvicina coll'occhio appassionato, e davanti alle quali spiega tutto
l'apparato dell'arte sua col proposito di trarne un magnifico quadro;
ma che poscia, sottoposte a più minuto esame, diventano nelle singole
parti meno belle e meno attraenti; onde il primo entusiasmo scema, e
nasce la tentazione d'abbandonare o di correggere l'opera della natura,
sostituendovi qualcosa del proprio, a rischio di sembrare infedele ed
ammanierato. — Anche il novellatore, quando la storia tace, o non giova
a' suoi fini, può lanciarsi liberamente nel vasto campo del verosimile,
ed ivi raccogliere a discrezione imaginose avventure, che allettano e
commovono come i fatti veri e naturali. — Ma il cronista ha la via e la
meta segnata; nè può escirne per questa scappatoja. Sincero espositore
dei fatti, egli deve narrarli quali sono: tutt'al più, imitando chi
copia, potrà lasciar nell'ombra, come obliati, quegli accessorii, che
per interessi ben più urgenti di quelli dell'arte, meglio è nascondere.
Il disegno generale della scena apparirà, malgrado ciò, nella sua
interezza; e per chi vuole aver nozioni sui particolari di essa,
rimarrà aperto l'adito ad interpretare ciò appunto che, a bella posta,
si è solo leggermente accennato.