Era un giorno d'inverno. — Una bruma spessa e grigiastra pesava
sull'aria e copriva il sole; il quale, apparendo a quando a quando
attraverso i vortici della nebbia, sembrava la forbita rotella di un
eroe d'Omero. Il suolo era coperto di una copiosa fiorita di neve, qua
pesta e ridotta a fango, là intatta e pura come un letto di gigli. Da
lontano il bianco velo, perduto nella tinta turchiniccia dell'aria,
stendevasi in un orizzonte indefinito fino a toccare le nubi, senza che
uno screzio meno fosco rallegrasse in alcuna parte il funereo lenzuolo,
entro cui dormivano abbracciati il cielo e la terra.
Agnese, di tempra squisita e facile alle emozioni, non potè essere
straniera a quella scena di mestizia universale. Ella, per cui la vista
del sole e dei monti, gli sconvolgimenti, fossero pur terribili, della
natura, erano vita e gaudio, ritorceva stanca e nojata lo sguardo dalla
finestra, entro la quale s'incorniciava la monotona nevicata. Pure,
mentre il giorno correva pigro e sconsolato, si confortava pensando
alle immancabili dolcezze della sera. — Sotto la volta azzurra della
sua stanza, alla luce artificiale dei doppieri, calate le cortine del
verrone, e chiusa al di fuori ogni men lieta apparenza, ella creava
nella sua mente una primavera d'amorose parole e di fervidi affetti.
Canziana, la buona e fedele amica, aveva dal canto suo fatto ogni
sforzo per rallegrare quel tetro soggiorno. Quando la padrona taceva,
persuasa che quel silenzio fosse doloroso, tentava scuoterla colla
memoria delle andate cose; e passava in rassegna le glorie della
famiglia dei Mantegazzi e le avventure tante volte udite dall'ottimo
messer Maffiolo. Commendava la sapienza di suo padre e la bellezza
della madre sua; poi alle lodi del casato innestava con fino
accorgimento quelle del Conte di Virtù, celebrandone la generosità e la
domestichezza, e facendo i più onorevoli raffronti tra lui ed i tiranni
che reggevano altre contrade. Chiudeva, infine, pigliando un acconto
sul futuro, ed effondendosi in augurj e voti i più lieti. Ma quando
s'accorgeva che le sue parole non erano ascoltate dalla compagna,
visibilmente assorta in altre considerazioni, ella (privilegiata fra
le femine di buon cuore, che d'ordinario peccano di loquacità) sapeva
imporsi la legge d'essere discreta e tacere. In quei momenti non
sentivasi altro strepito, fuorchè lo spunto dell'ago, che forava il
sciamito teso sul telajo d'Agnese, e il trottolare del fuso, scosso
dalle mani di Canziana; oppure, se tali operazioni si allentavano, il
respiro affannoso della fanciulla.
Nell'infrequente ricorrere di simili casi, Canziana soleva essere
ancora più assidua e più affettuosa verso la sua padrona; e, scambiando
pietà per pietà, ometteva perfino le solite sue pratiche nella
vicina chiesuola, sostituendo ad esse una più devota e più amorosa
sollecitudine per la figlia sua.
Ma proprio in quel dì era arrivato un tale, che recava notizie di
Milano e della sua casa, e ripartiva all'indimani. Prima d'andarsene,
ei voleva raccogliere le nuove e i comandi delle due donne, per farne
parte agli amici: sapendo di rendere con ciò un doppio servigio, a chi
lo inviava ed a quelli cui era inviato. Tutto ciò in secreto: perchè
la pratica colla famiglia di Maffiolo avrebbe potuto costar cara a
chi dimorava in Milano. — Ragioni poi d'egual peso e di pari prudenza
consigliavano il messo a non accostarsi al casolare. E perciò Canziana
dovette recarsi da lui: ed Agnese ebbe ad aggiungere una sua preghiera
per indurre la governante a non rompere questo debole filo che la
congiungeva alle domestiche pareti, cui ella inviava, dal profondo del
cuore, il più amorevole addio.
Quando la governante esci va per questa bisogna, era già ora tarda;
sulla porta della casa, volgendosi indietro per baciare la mano
alla padrona, promettevale non l'avrebbe lasciata sola che il tempo
necessario per far due volte la via, e per raccogliere e dare nel
modo più spedito le opportune notizie. — Forse alla comune mestizia,
produtta dalla stessa cagione, dovevasi attribuire la dolorosa
peritanza d'entrambe; non era la prima volta che l'una passava qualche
ora lontana dall'altra; ma giammai prima d'ora sembrò all'una e
all'altra tanto penoso il distacco. — Ciò che avvenne poi, diede a
quell'insolita incertezza nome ed autorità di presentimento.
Un'altra persona, sull'animo della quale pesava un cruccio d'egual
natura, era il Conte di Virtù. Invano aveva egli cercato di seppellirlo
nelle brighe dello stato; invano aveva riunito intorno a se il collegio
dei sapienti, per trascinarsi con esso nel vortice delle assidue cure.
In quel dì le brame, le speranze, i trionfi, le vanità erano cosa ancor
più fredde ed insipide: ogni pensiero, ogni cura, ogni blandizie si
specchiava nello squallido aspetto della natura. Un tale stato, tanto
grave come insolito ad uomo che sortì una tempra vigorosa, gli faceva
desiderare una decisa sofferenza; perchè l'addolorarsi è vivere, mentre
l'indeterminato scontento di sè era qualcosa di simile ad una lenta
agonia.
Prima dell'ora solita, affastellò le pergamene, rinchiuse i codici, e
congedò i suoi fidi. Ritiratosi nei suoi appartamenti, lasciò credere
d'aver bisogno di riposo; intanto, elusa la vigilanza dei cortigiani,
scese per una scala secreta, aperse una piccola porta, di cui egli
custodiva la chiave, ed avvolto in un mantello bruno col cappuccio
calato sugli occhi, escì al cadere del giorno sui valli, dirigendosi di
buon passo verso la dimora d'Agnese.
Delle cento volte che ebbe a visitarla, questa era la prima che, giunto
alla sua casa, la trovasse chiusa; giacchè era solito ad essere atteso
e segnalato da lontano. All'improviso ed affrettato bussare, Agnese
trasalì; ma non provò sgomento; anzi, cedendo istintivamente alla
gradevole sorpresa, che interrompeva la sua fastidiosa aspettativa,
senza porre mente che era sola, senza far capolino dalla finestra per
vedere chi fosse e che si volesse, s'avviò ad aprire. — Nell'andito
che conduceva alla porta, regnava un'oscurità quasi completa. Ella
camminava dunque alla cieca, fino in capo ad esso; e là, guidata dalla
pratica, cercò e trovò il paletto del catenaccio, lo fece scorrere
nelle anella, e schiuse la porta. Allora sul fondo bigio dell'aria, che
alla dilatata pupilla d'Agnese fu luce viva, riconobbe le sembianze del
conte. Costui non le diede tempo di scambiare un addio: d'un balzo si
precipitò nell'andito e, sbattendo indietro la porta, stese le mani per
incontrar quelle della fanciulla, che strinse amorosamente, volendola
far guida alla sua momentanea cecità. — Camminando al suo fianco, egli
teneva la sinistra mano nella destra di lei, e coll'altro braccio
faceva cintura al suo agile imbusto. In quei pochi passi, aspirò il
profumo de' suoi capelli, numerò i battiti de' suoi polsi, indovinò
i soavi contorni di una vita snella, sorretta da un fianco turgido e
provocante. — Benchè la scaletta fosse lievemente rischiarata dai raggi
del tramonto, egli non rinunciò alla dolcezza d'essere condotto da sì
pietosa scorta; ed arrivato al salotto, si allontanò solo da lei quanto
era necessario, perchè l'uno sedesse dicontro all'altra.
“O signore, prese a dire la fanciulla, qual caso impreveduto vi conduce
qui prima dell'ora solita? Io non vi aspettava sì presto; ed era trista
e tapina, pensando che avrei dovuto attendere non meno di un'ora:
un'ora!...„
“Ma tu eri rassegnata ad aspettare la notte, — disse il conte con un
tuono di scherzevole rimprovero; — io no; non ebbi tanta virtù: il
bisogno di vederti fu così imperioso che vinse ogni abitudine, ogni
rispetto.„
“Guai se l'umile vassalla non avesse appreso a divorare in secreto le
sue impazienze; — soggiunse Agnese. — Guai se stanca di aspettare il
suo nobile signore, avesse abbandonato questo ritiro; e, per giungere
più presto a lui, osasse varcare la soglia del castello, ed eludere
la sospettosa vigilanza de' suoi sergenti!... Siate sincero, e dite, o
signore, l'ardita donna sarebbe ella stata bene accolta?„
“Agnese mia, riprese sorridendo il conte, non ti far più bella con quel
tuono di dispetto. Io t'amo già troppo; rabbellita ancor più da quella
nobile alterezza che ti brilla ora sul volto, come potrei mostrarti che
la mia passione per te può ancora rendersi più ardente?„
“Adulatore! — ripigliò Agnese, con un sorriso leggermente marcato; —
voi dite sì belle parole, come se mi guardaste di pieno giorno; pochi
minuti fa, la luce ora meno incerta, e voi eravate cieco a segno da
volermi guida ai vostri passi.„
Il conte sorrise dell'ingenuità d'Agnese; ma non volle trarla
d'inganno. — Dopo un istante di silenzio, la fanciulla gli chiese se
egli avrebbe bramato che s'accendesse una lucerna.
“No, rispose il conte, la luce morente del giorno mi fa sembrare
ancor più soave il tono argentino della tua voce. Non bisogna offrire
ai sensi già inebriati tutti i profumi della bellezza in una volta.
D'altronde, io vedo i nobili contorni della tua persona, disegnati sul
lucido crepuscolo che attraversa l'invetriata del verrone. La mano di
Giotto non tracciò mai forme più angeliche delle tue.„
Agnese non aggiunse parola; o meglio non seppe scegliere, fra le molte
che le si presentavano alla mente, quella che dicesse il vero; o, se
l'avesse trovata, non avrebbe avuto il coraggio di pronunciarla. Quel
silenzio intanto non era muto del tutto; nella sospensione d'animo
d'entrambi, emergevano più distinti i sospiri, che Agnese cercava
invano di comprimere.
“Mia diletta, prese a dire il conte; a quanto vedo, oggi siamo soli.„
“Canziana è fuori; ma rientrerà fra pochi minuti.„
“Quella buona donna non ti abbandona mai, — soggiunse il conte con un
leggiero accento di amarezza, che sfuggì alla fanciulla; — ella t'ama
assai; quasi io comincio a divenire geloso della tenerezza che tu senti
per colei.„
La fanciulla rise a queste parole.
“Avvicinati a me, Agnese, e porgimi la tua mano, perchè stringendola
abbia almeno un compenso alla privazione di contemplarti.„
Agnese spinse più avanti la sedia, e stese la mano al conte.
“Sei di poche parole, ripigliò questi; che hai, ben mio? forse sei tu
scontenta di me? dimmi tutto.... è egli possibile che il tuo cuore, che
batte sì fortemente, neghi al tuo labro una sola parola?„
“O Giovanni, ripigliò Agnese assai commossa, che potrei io dirvi, che
non abbia già mille volte ripetuto? — Io vi amo, o signore; vi amo
con tutta l'anima; il dirlo, il ripeterlo non è egli un indiscreto
rimprovero diretto al destino, che da tre mesi copre una nobile
passione col velo del mistero, quasi fosse una colpa?„
“Hai ragione di dolerti, — soggiunse l'amante stringendo la destra
della fanciulla tra le due mani, ed accostandola alle sue labra — Ma il
tuo rimprovero dovrebbe essere rivolto a me. — Io lotto fra la legge
dettata dalla mia condizione, e quella che tu padrona del mio cuore,
árbitra della mia felicità, a miglior ragione, hai dritto d'impormi. —
Credi, però, Agnese; non è a mio vantaggio che io trascino nel mistero
il nostro affetto. Quante e quante volte ho ripetuta quella parola, che
tu mi hai detto appena fosti salva; oh perchè non nasceste voi in una
condizione pari alla mia? Sì: noi saremmo a quest'ora le due più felici
creature della terra!„
“Altra volta voi mi ricordaste le parole di mio padre, ed io n'ebbi
pronto e salutare conforto. Ora tocca a me a ripeterle.„
“La dimenticanza, questo sudario delle tombe che consuma i nostri
cari che vi riposano, indebolirà le memorie or vivissime di tuo
padre: allora, attraverso a quelle, brillerà di una luce più sinistra
la storia di un affetto che io ho sacrificato a tiepide prudenze,
-quell'affetto che non dovrebbe essere, e non è secondo che all'amore
di Dio!„
“No, mio signore; qualunque sarà il mio avvenire, io non attribuirò mai
a voi il male che mi affligge. Da voi non spero, e non attendo che il
bene.„
“Ti è grave la incertezza a cui ti condanna un rispetto mondano: non
negarlo, mia cara Agnese, l'hai detto....„
“Vi è caro il mio lamento? Grazie, o signore; sì, io mi lagno del
destino, perchè temo che il vostro amore rassegnato possa condurvi
all'oblío.„
“Tu deplori nel destino la prima cagione, l'unica sorgente dei dubii
che ti travagliano. Ma il più pietoso e più indulgente amore non
ti impedisce di scorgere che fra quella prima causa e l'ultimo suo
effetto, v'ha di mezzo la mia libera volontà. Questa, sorretta da una
passione ardente, com'è la tua, dovrebbe rovesciare quanti ostacoli si
frappongono al vantato desiderio di rendere felice la persona amata. —
Tu oggi discacci questo pensiero perchè è un'accusa; e mi ami troppo
per accusarmi. Quel pensiero tornerà in campo dimani; lo combatterai
di nuovo, esso rivivrà sempre finchè durano le tristi circostanze in
cui versiamo. A poco a poco, ciò che nei primi tempi ti parve in me
una necessità insurmontabile, diverrà a' tuoi occhi pura e vulgare
convenienza; ah, non surga mai quel giorno in cui tu lo chiami arte
maliziosa per rallentare un legame, per isfuggire al compimento di una
sacra promessa...!„
“Sperda Iddio l'augurio: non mi spaventate con sì funeste visioni.„
Se non sapessimo che l'amore del conte era sincero e sviscerato,
avremmo diritto di sospettare che tali parole racchiudessero il maligno
disegno di smagliare la rete in cui si era avviluppato, e d'escirne a
buon patto. D'ordinario, le scene fra gli amanti riboccano di promesse,
di preghiere, di giuramenti; sono questi i mezzi più efficaci a smovere
una volontà restía, a decidere una mente travagliata dalle incertezze.
Ma il conte, che era troppo leale per destreggiare le felici
circostanze in cui il caso lo aveva collocato, non faceva progetti,
nè avanzava promesse per conquidere la virtù di colei, ch'egli appunto
amava per la sua virtù. Uomo avveduto ch'egli era, in ciò si mostrava
il più ingenuo, il più candido cuore che mai; ben sapendo che non era
mestieri pregar molto per ottenere tutto.
Eppure egli giungeva inavvertitamente alla stessa meta per una via
opposta. La sua diffidenza provocava l'altrui fiducia; i suoi dubii
destavano la sicurezza della sua ascoltatrice; ei s'accusava, ella lo
assolveva, e gli accordava in premio una confidenza ancor più viva ed
illimitata.
In quello scambio d'affetti, le parole diventarono per Agnese imagini
troppo pallide degli interni sentimenti. Combattere i detti dell'amante
con altri detti d'egual tenore, era per lei quanto mettere in dubio le
proprie convinzioni, e profanare la religione del proprio cuore. Meglio
le parve lo scongiurare l'infausto presagio, opponendo alla modesta
peritanza di colui una luminosa prova di fiducia, un atto di pronta e
completa soggezione. L'ardente fanciulla non discusse, come facciamo
noi, l'arduo quesito; ma lo sciolse d'un tratto, lanciandosi nelle
braccia dell'amante con quell'abbandono, che vuol dire: — invano tu
tenti di offuscare le tue virtù, invano tu metti a prova il mio cuore;
esso è giù tuo, tuo per sempre, tuo ad ogni patto.
Quando, pochi istanti dopo, s'udì battere alla porta, Agnese rinvenne
dal suo delirio, e, senza saperne il perchè, si trovò gli occhi e il
volto inondati di pianto. Ma ben comprese che volessero dire quelle
lacrime, quando sentì il bisogno di nasconderle all'amica sua. —
Fu tosto accesa una lampada. Agnese, facendo violenza a se stessa e
studiando di ripigliare la solita compostezza, mosse ad incontrarla.
Nel momento in cui ebbe aperto l'uscio e si trovò di faccia a Canziana,
il lume che ella teneva a mano vibrò un raggio indiscreto sul suo
viso, e lo mostrò sfolgorante di una bellezza affatto nuova. — La buona
donna, colpita da quella improvisa visione, non disse parola, perchè
aveva tutto indovinato. E Agnese?.... poveretta, se le fosse stato
possibile articolare un accento avrebbe ripetuto, colla sposa della
Cantica: — “_Il mio amico è mio, ed io son sua_[27].„