Ad un angolo del castello, la bruna muraglia sopportava un'alta torre
coronata di merli e guernita di bertesche e vedette, com'era la moda
di quel secolo, in cui anche una cosa di puro spasso doveva portare
l'impronta della prepotenza che era nell'indole degli uomini.
Sul terrazzo eminente da cui si godeva una magnifica vista, e dove
non arrivava sguardo indiscreto, solevano i due amanti recarsi ogni
dì, e passare qualche ora, ricreandosi alla vista del cielo, dei
monti lontani e dell'infinita pianura racchiusa tra quelli. Le parole
loro erano il soverchio di quella interna commozione che il cuore non
può capire. E benchè il senso di esse fosse già noto ad entrambi da
lunga mano, pure il ripeterle e il riudirle era sempre una dolcezza
nuova. Intanto il superfluo di quei gentili pleonasmi era portato
via dall'aria, e si levava al cielo in un coi profumi del suolo e
colle preci degli uomini. — In quel mare di felicità, il Visconti
ricordava talvolta l'esser suo, ed additava alla sua amica le terre,
i colli e le città che obedivano a lui; ma non insuperbiva della sua
grandezza, bensì gustava la gioia di un padre che guarda i numerosi
suoi figli. — Una volta, parodiando leggiadramente la crudele sentenza
dell'imperatore romano, sclamò: “Oh perchè l'umanità non ha un sol
capo, chè io vorrei baciarla in fronte, e coronarla di fiori come le
antiche baccanti, perchè tutta fosse felice, come io lo sono.„ — E
Agnese, la tenera, l'appassionata fanciulla, s'imparadisava a quegli
accessi di carità come fossero opera sua; e rinvigoriva, se pur era
possibile, il proposito d'amar sempre e sempre più quell'uomo, che
doveva render felice e grande la sua patria.
Un dì, al tramonto, stavano entrambi sul terrazzo contemplando e
ragionando come di consueto. Mano mano che la luce del giorno scemava,
le parole si facevano più rade e più solenni; e gli sguardi, quasi
avessero bevuto fino alla sazietà l'ebrezza dei mutui incontri,
correvano dagli oggetti circostanti al lontano orizzonte, cercando il
primo apparire d'una stella per darle un addio. La luna, pallida come
una nuvoletta perduta negli immensi spazii, a poco a poco ripigliava
il suo mite splendore, sì funesto ai tristi, sì caro ai buoni. —
L'aspetto del mondo era mesto: ma la mestizia, che pioveva da quel
cielo sì sgombro e da una natura sì calma, era dolce come il suono di
un nome amato ripetuto dall'eco. — Seduti sullo stesso muricciuolo,
col dorso appoggiato ad una comune spalliera, i due amanti tenevano le
destre congiunte in una stretta piena di affetto e larga di promesse.
Così, mentre il labro era muto, l'anima, con un linguaggio ancora più
eloquente, parlava d'amore.
Ad un tratto, il conte fissò Agnese negli occhi, e s'accorse che la
fanciulla tentava di nascondergli una lacrima.
“Perchè piangi?„ — disse il conte, stringendo con maggior tenerezza la
mano della sua amante.
“Piango io forse? — rispose Agnese fingendo meraviglia, e sforzandosi
di eludere l'inchiesta con un sorriso. — Ah no....; ma se ciò fosse,
vicino a voi, io non piangerei che di gioia.„
“La menzogna è pietosa; ma è menzogna. Una lacrima posava poco fa sulle
tue ciglia, come una goccia di rugiada sugli stami di un fiore. Una
mia parola, un mio sguardo la scossero; io la vidi scorrere sulle tue
vesti, io la sentii scendere sulle mie mani. — Le lacrime di gioia non
abbruciano come la tua.„
“Perdonate, e non mi chiedete di più. Neghereste voi che il cielo è
sereno, perchè un vapore diafano intorbidò in quest'istante il lume di
una stella?„
“Se il cielo fosse mio, come tu la sei, vorrei chiedergli perchè quella
nube osa intercettarmi il debole raggio che pur mi è dovuto. — Io sono
avaro della mia felicità. Non cederei a un morente il più tiepido de'
tuoi sguardi, fosse egli bastante a ridonargli la vita. — Rispondimi
dunque, o Agnese, perchè quella lacrima?„
“Perdonate alla miseria del nostro sesso. — Quando noi vagheggiamo
da lontano la felicità, abbiamo fede nel destino, e ci abbandoniamo
ad esso con spensierata sicurezza. Ma quando la mente riposa nella
piena sodisfazione de' suoi desiderii, oh allora incominciano nuovi
dolori! Noi diventiamo gelose del bene che possediamo, noi preleviamo
sul futuro una trista anticipazione di mali possibili. — Giovanni,
quella lacrima che voi scopriste non è un'accusa, è una confessione. —
Io sono felice, troppo felice, e piango talora perchè temo e sento di
non essere degna di tanto. Alcuna volta la vostra nobile grandezza mi
fa terrore. Quando il mio occhio si perde sulla ricca pianura che ne
circonda, e dico tra me: questo suolo obedisce a colui che mi ama, la
mia mente si perde, e la timida ancella vorrebbe tornare nella polvere,
per non scontare col rossore la sua temerità.„
“Ingrata, interruppe amorosamente il conte, tu dunque dubiti dell'amor
mio?„
“V'ha qualcosa al disopra di noi. Il destino è legge per tutti. Il
mio signore può inalzarmi fino al trono e coprirmi colla stessa sua
porpora, ma niuno potrà mai colmare l'abisso che divide la vassalla
dal principe. — Lasciate ch'io vi dica tutto: il mio pianto, dopo
essere stato la confessione d'un dubio, divenne una preghiera. Oh
non deridere, o amico, la stranezza de' miei voti! Quella preghiera,
fervida e pietosa quanto la parola di una madre che implora dal cielo
la salute del suo bambolo, era vuota ed insensata.„
“Ma perchè parli con un linguaggio che io non comprendo? Perchè ti
compiaci di mescere l'amaro nel calice di felicità che la providenza ci
porge?„
“O Giovanni, perchè voi non nasceste tra il popolo, come io nacqui?
Allora il mio amore, correndo sur una carriera piana, di pari passo
col vostro, giungerebbe pieno ed integro sino a voi. — All'altezza di
un trono gli affetti di una povera fanciulla arrivano assottigliati e
dispersi, come salgono alle nubi i profumi dei fiori.„
“No, mia Agnese, non dir così. — Tu non devi esser confusa fra le
donne a cui Dio affidò soltanto l'ignorato governo di una famiglia e il
cuore d'uno sposo. Tu sarai, come la Beatrice del Poeta, il mio genio
tutelare che, dopo avermi sollevato dagli immondi gironi, mi condurrà
nel soggiorno beato della verità e della giustizia. Non rimpianger
la fortuna altrui; non scongiurare il destino. — Ricorda le parole di
tuo padre; pensa che la felicità compagna d'amore non deve essere la
nostra meta, ma il luogo di riposo in cui riavremo lena per correre a
più nobile scopo. — Ci si farà guerra: ebbene, prepariamoci ad essa
colle alleanze; associamo le forze, e la vittoria sarà nostra. Io
ebbi in te la virtù di Maffiolo; in me avrai tu il suo braccio. Quando
avrò errato inutilmente cercando uno sguardo leale, un labro sincero,
io mi specchierò nei tuoi occhi, o Agnese, interrogherò la tua voce,
e tornerò a credere che la virtù non sia bandita dal mondo. Stanco
talora, perduto d'animo, nauseato da tante ribalderie, non appena avrò
posato la fronte sul tuo seno, troverò ristoro; e alle incalzanti
pulsazioni di un cuor muliebre, rinascerò alla vita operosa e alla
fiducia nella mia stella.„
Dire che le parole del conte fossero tanto efficaci da convincere
lo spirito il più renitente, e offrirne a prova il fatto che esse
calmarono le apprensioni di Agnese, sarebbe tradire la storica verità,
e dar corpo ad ombre fuggevoli. L'ardore di chi voleva convincere
era molto al disotto della docilità di chi bramava essere convinta.
Le voglie imperiose, le fervide aspirazioni, i desiderj che hanno la
forza di necessità, spesso si vestono ad arte di una diffidenza affatto
superficiale, che dimanda spiegazioni per udirsi ripetere una cara
verità; che crea degli ostacoli pel piacere di abbatterli. Con questo
mezzo si ritorna a quelle usate parole, che tra gli amanti hanno sempre
il prestigio di una novella improvisa e gradita. Così sott'altra forma
si rischiarano i patti, si rinfrancano le promesse, si ripetono i
giuramenti.
Ma quei giorni felici non sfuggivano alla inevitabile legge d'ogni
cosa terrena: erano essi fugaci come, e più che il decorrere di una
vita placida e consueta. Invano i due amanti, che vedevano con dolore
abbreviarsi la misura del tempo accordato a tanta e sì dolce intimità,
si studiavano di suddividerlo in ore e minuti per goderlo a bricioli,
per bevere a sorsi la felicità. — Ma guai se ci sforziamo di trattenere
il tempo che fugge! esso è, o ci sembra immobile, solo quando il
desiderio, più rapido di esso, gli vola davanti.
Venne il dì, in cui il conte dovette partire per Pavia: quel dì già
designato da lungo tempo, e che, finchè era lontano, pareva non dovesse
arrivar mai. Ciascuno avrebbe voluto indugiare ad un dimani indefinito.
— Ma pur troppo, spuntò l'oggi inesorabile, e bisognò dividersi: con
quante promesse del conte, con quante lacrime d'Agnese, lo imagini il
lettore.
Poveretta! ella rimaneva tutta sola; il desiderio di rivedere Canziana
si faceva allora assai più urgente; e la delusa aspettativa più
dolorosa.
Ma appena il conte fu di ritorno in città, provide a che gli
addobbi del casolare, destinato alla dimora della fanciulla, fossero
attivamente accelerati. I motivi di un tal mistero non hanno bisogno
di spiegazione. Il Conte di Virtù non era uomo da soffrire che il nome
della sua amata fosse confuso con quello d'altre, che attraversavano
il peristilio del castello, occhieggiando questo o quel cavaliere,
e che entrate povere e spoglie, escivano talvolta colla imponente
rigidezza delle dame, gareggiando con esse pel lusso delle vesti o per
l'arroganza del portamento. — Agnese non dimandò il motivo di questo
allontanamento; lo comprese, e l'approvò; perchè anch'ella, sebbene
ignara dei costumi della corte, sentiva il peso degli sguardi altrui e
paventava i giudizj del mondo, ingegnoso troppo nel cercar pretesti a'
suoi severi giudizj, credulo sempre, quando si tratta di prestare fede
ad ogni meno onesta apparenza.
La scelta di una casa remota e abbandonata riesciva oltremodo
opportuna. A coltivare le superstiziose credenze del vulgo, ordinò
il conte che l'esterno dell'edificio conservasse il suo primiero
squallore. — Intanto ferveano i lavori all'interno; e gli operai, che
attendevano ad assettarla, erano chiamati da paesi lontani, perchè,
estranei all'influenza delle superstizioni popolari, alla lor volta non
tradissero il secreto dell'incumbenza.
Che fosse quella casipola, come distribuita, ed ornata, l'abbiamo
già veduto nelle prime pagine. — Ma perchè fosse meglio allestita,
il conte, malfidando ne' suoi gusti e bramando di prevenire quelli
d'Agnese, volle rimettere la direzione degli apparecchi a persona
amica della fanciulla. Quest'idea gli aperse la via a prepararle una
sorpresa. Pensò di proposito a Canziana, spedì in traccia di lei, e la
fece venire a Pavia annunciandole che vi avrebbe trovato l'amica sua.