LXXIV.

Il rivivere dei sensi fu sul volto d'Agnesina annunciato da un corrugar

della fronte che accennava dolore o sbigottimento. Il conte, che

chiedeva al cielo null'altro che la vita di lei, gradì quel sintomo,

ancorchè non gli fosse propizio. — Finalmente il suo occhio si schiuse;

e il labro, con un tuono languido ed interrotto, articolò alcune

parole.

“Dove sono? — disse ella, tentando di sollevare il capo, — chi mi

condusse qui? Voi forse? Ma chi siete voi? Fatemi sentire la vostra

voce.„

“Agnese, soggiunse il conte, non temere, io sono l'ospite di

Campomorto. Io ho benedetto la mano, che medicò la mia ferita; deh,

per pietà non maledire, o fanciulla, quella che osò giungere a te, per

arrestare una vita che fuggiva!„

“Ma come mai io mi trovo qui vicino a voi? Spiegatemi questo mistero.

Ditemi, se io sogno: parlate.„

“Quando due cuori si ricercano, invano si pone tra loro l'universo;

tempo verrà che si incontreranno. — L'addio scambiato a Campomorto,

voleva dire: ci rivedremo.„

“Questa era dunque la posta?„ — chiese Agnesina con un'aria

meravigliata.

Il conte narrò nel modo il più semplice le avventure della fanciulla

per quella parte, che gli erano note. Disse di sè non più del vero; e

diede alla providenza ogni merito del buon successo.

“Iddio vuol dunque che io ami in voi il mio liberatore„ — sclamò Agnese

con voce alquanto rinvigorita, gettando sul conte uno di quegli sguardi

che hanno più valore della parola.

“Amami, Agnese, come io t'amo — soggiunse il conte, che con una franca

dichiarazione rispondeva alla franca inchiesta di quello sguardo. — Tuo

padre benedirà dal cielo il nostro affetto. Io non mi sento indegno di

possedere il tuo cuore.„

“Mio padre? povero padre! perchè non mi ripete egli quelle soavi

parole, che io intesi poc'anzi dal suo labro? La mia mano era nella

vostra, come ora; e il buon vecchio pronunciava per me una solenne

promessa, e sorrideva chiamandovi figlio.„

“O mia Agnese! — rispose il conte, abbracciandola con trasporto. —

Iddio ci ha riuniti, nessuna forza umana ci potrà separare.... Sappi,

amor mio, che mentre io ti credeva estinta, ti giurai fede di sposo, e

promisi che avrei assunto per te il lutto della vedovanza. — Ora dovrei

forse chiamarti straniera, perchè torni alla vita?„

“Fui dunque creduta morta?„

“Sì: ma se la morte era sì dolce, come il sogno che ti faceva veder tuo

padre, avresti tu forse desiderato di non risvegliarti mai più?„

“No, mio signore, — sclamò Agnese rizzandosi alquanto e gittandogli

le braccia al collo, — no; perchè la veglia d'ora non è che la

continuazione di quel lietissimo sogno.„

“Mille volte cara!„ — interruppe il conte baciandola un'altra volta.

Agnese in quel punto, e per qualche momento ancora, accostò il labro

ad un calice di voluttà. Ne bevve il fumo, ma non l'ebrezza. Fiutò

avidamente le rose che surgevano in quell'eden d'affetti; ma la sua

mente non si offuscò nè provò puntura, fuor quella del cuore, che pure

le era dolcissima, perchè l'assicurava di vivere.

Mentre correvano fra i due amanti le più dolci proteste (che non

riferiremo perchè le parole degli innamorati ritornano come meandri

all'origine loro per ripetersi sullo stesso stampo) scese Ranuccio col

battello. La bara fu convertita in un letto: il conte stese sopra il

capecchio del fondo il suo mantello, e vi adagiò la fanciulla, e ne

la ricoperse coi lembi. Poi diè mano ad un remo di scorta, e vogò a

tutt'uomo, non già per ispingere il burchiello, che correva sul filo

maestro del fiume come una buccia, ma per tenerlo dritto, lontano dai

banchi e dai gorghi, e guidarlo in sicuro.

Il ponte di legno che congiungeva la strada di Corte Olona era stato

abbattuto dalla piena: però sulla riva destra un mucchio di pali, di

tronconi e di tavole, avanzo della ruina, teneva in rispetto l'acqua,

che stendendosi in un ampio stagno, poteva servire ai nostri rematori

come porto di scarico. Di là, il conte spedì Ranuccio al borgo vicino

per avere un altro mezzo di trasporto. Ranuccio, che pure non sapeva

nè cercava di sapere chi fosse colui che gli impartiva i suoi comandi,

corse o meglio volò, e con una prestezza meravigliosa fece ritorno

al suo posto, conducendo seco una lettiga a due muli. — Il buon uomo

soleva dire che anche i signori sono prossimo, e che bisogna far loro

del bene, ancorchè essi non ne facciano sempre e sufficentemente ai

poverelli. — Del resto, il giovare a tutti era il suo gusto; e, nella

varietà dei gusti umani, questo non è per certo il più comune, nè il

meno pregevole.

Quando il convoglio giunse al castello, il sole era alto. I cortigiani,

informati della mattutina partenza del loro signore, erano in volta

cercando, interrogando, discutendo con quell'aria sollecita che può

essere figlia tanto del più tenero affetto, come della meno pietosa

curiosità. I messi spediti su diverse strade per esplorare e riferire,

erano tornati, più o men presto, ma tutti scarichi di notizie. Alla

fine arrivò la lettiga; e a fianco ad essa il conte. Ma il fatto non

bastò a calmare gli spiriti della ciarliera bruzzaglia. Gettando gli

occhi su quelle cortine abbassate, ognuno avrebbe voluto possedere una

magica visione per attraversarle. — Ma dove non giungevano i sensi,

correva di galoppo la fantasia. Chi credette trovarvi una vittima posta

in salvo; chi il trofeo di una vittoria recente. Taluno assicurò che

era una fanciulla rapita altri un fuggiasco raccolto. In somma tutti

avevano un commento ed un'ipotesi e molti vagavano dall'una all'altra,

quasi cercassero la più stolida per attaccarvi le fila della abituale

maldicenza.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 95 / 111 题