Il rivivere dei sensi fu sul volto d'Agnesina annunciato da un corrugar
della fronte che accennava dolore o sbigottimento. Il conte, che
chiedeva al cielo null'altro che la vita di lei, gradì quel sintomo,
ancorchè non gli fosse propizio. — Finalmente il suo occhio si schiuse;
e il labro, con un tuono languido ed interrotto, articolò alcune
parole.
“Dove sono? — disse ella, tentando di sollevare il capo, — chi mi
condusse qui? Voi forse? Ma chi siete voi? Fatemi sentire la vostra
voce.„
“Agnese, soggiunse il conte, non temere, io sono l'ospite di
Campomorto. Io ho benedetto la mano, che medicò la mia ferita; deh,
per pietà non maledire, o fanciulla, quella che osò giungere a te, per
arrestare una vita che fuggiva!„
“Ma come mai io mi trovo qui vicino a voi? Spiegatemi questo mistero.
Ditemi, se io sogno: parlate.„
“Quando due cuori si ricercano, invano si pone tra loro l'universo;
tempo verrà che si incontreranno. — L'addio scambiato a Campomorto,
voleva dire: ci rivedremo.„
“Questa era dunque la posta?„ — chiese Agnesina con un'aria
meravigliata.
Il conte narrò nel modo il più semplice le avventure della fanciulla
per quella parte, che gli erano note. Disse di sè non più del vero; e
diede alla providenza ogni merito del buon successo.
“Iddio vuol dunque che io ami in voi il mio liberatore„ — sclamò Agnese
con voce alquanto rinvigorita, gettando sul conte uno di quegli sguardi
che hanno più valore della parola.
“Amami, Agnese, come io t'amo — soggiunse il conte, che con una franca
dichiarazione rispondeva alla franca inchiesta di quello sguardo. — Tuo
padre benedirà dal cielo il nostro affetto. Io non mi sento indegno di
possedere il tuo cuore.„
“Mio padre? povero padre! perchè non mi ripete egli quelle soavi
parole, che io intesi poc'anzi dal suo labro? La mia mano era nella
vostra, come ora; e il buon vecchio pronunciava per me una solenne
promessa, e sorrideva chiamandovi figlio.„
“O mia Agnese! — rispose il conte, abbracciandola con trasporto. —
Iddio ci ha riuniti, nessuna forza umana ci potrà separare.... Sappi,
amor mio, che mentre io ti credeva estinta, ti giurai fede di sposo, e
promisi che avrei assunto per te il lutto della vedovanza. — Ora dovrei
forse chiamarti straniera, perchè torni alla vita?„
“Fui dunque creduta morta?„
“Sì: ma se la morte era sì dolce, come il sogno che ti faceva veder tuo
padre, avresti tu forse desiderato di non risvegliarti mai più?„
“No, mio signore, — sclamò Agnese rizzandosi alquanto e gittandogli
le braccia al collo, — no; perchè la veglia d'ora non è che la
continuazione di quel lietissimo sogno.„
“Mille volte cara!„ — interruppe il conte baciandola un'altra volta.
Agnese in quel punto, e per qualche momento ancora, accostò il labro
ad un calice di voluttà. Ne bevve il fumo, ma non l'ebrezza. Fiutò
avidamente le rose che surgevano in quell'eden d'affetti; ma la sua
mente non si offuscò nè provò puntura, fuor quella del cuore, che pure
le era dolcissima, perchè l'assicurava di vivere.
Mentre correvano fra i due amanti le più dolci proteste (che non
riferiremo perchè le parole degli innamorati ritornano come meandri
all'origine loro per ripetersi sullo stesso stampo) scese Ranuccio col
battello. La bara fu convertita in un letto: il conte stese sopra il
capecchio del fondo il suo mantello, e vi adagiò la fanciulla, e ne
la ricoperse coi lembi. Poi diè mano ad un remo di scorta, e vogò a
tutt'uomo, non già per ispingere il burchiello, che correva sul filo
maestro del fiume come una buccia, ma per tenerlo dritto, lontano dai
banchi e dai gorghi, e guidarlo in sicuro.
Il ponte di legno che congiungeva la strada di Corte Olona era stato
abbattuto dalla piena: però sulla riva destra un mucchio di pali, di
tronconi e di tavole, avanzo della ruina, teneva in rispetto l'acqua,
che stendendosi in un ampio stagno, poteva servire ai nostri rematori
come porto di scarico. Di là, il conte spedì Ranuccio al borgo vicino
per avere un altro mezzo di trasporto. Ranuccio, che pure non sapeva
nè cercava di sapere chi fosse colui che gli impartiva i suoi comandi,
corse o meglio volò, e con una prestezza meravigliosa fece ritorno
al suo posto, conducendo seco una lettiga a due muli. — Il buon uomo
soleva dire che anche i signori sono prossimo, e che bisogna far loro
del bene, ancorchè essi non ne facciano sempre e sufficentemente ai
poverelli. — Del resto, il giovare a tutti era il suo gusto; e, nella
varietà dei gusti umani, questo non è per certo il più comune, nè il
meno pregevole.
Quando il convoglio giunse al castello, il sole era alto. I cortigiani,
informati della mattutina partenza del loro signore, erano in volta
cercando, interrogando, discutendo con quell'aria sollecita che può
essere figlia tanto del più tenero affetto, come della meno pietosa
curiosità. I messi spediti su diverse strade per esplorare e riferire,
erano tornati, più o men presto, ma tutti scarichi di notizie. Alla
fine arrivò la lettiga; e a fianco ad essa il conte. Ma il fatto non
bastò a calmare gli spiriti della ciarliera bruzzaglia. Gettando gli
occhi su quelle cortine abbassate, ognuno avrebbe voluto possedere una
magica visione per attraversarle. — Ma dove non giungevano i sensi,
correva di galoppo la fantasia. Chi credette trovarvi una vittima posta
in salvo; chi il trofeo di una vittoria recente. Taluno assicurò che
era una fanciulla rapita altri un fuggiasco raccolto. In somma tutti
avevano un commento ed un'ipotesi e molti vagavano dall'una all'altra,
quasi cercassero la più stolida per attaccarvi le fila della abituale
maldicenza.