Piegato un ginocchio accanto a lei, coll'altro le fece spalliera; e,
levatala dal suo giacitojo, senza nuocere al suo casto abbandono,
la accostò a se, appoggiando il dorso di lei al proprio petto, e
raccogliendo il capo cadente sulla sua spalla; intanto che, serrandola
tra le braccia, gustava senza rimorso la dolcezza di un amplesso. Ogni
suo atto era sollecito, pietoso, ingenuo come quello di una madre che
regge il proprio bambino dormente. La strinse più volte, e la baciò
in fronte; e, postale una mano sul capo, le stropicciava le tempia
per incalorirle; poi, staccandosi alcun poco da lei, si deliziava nel
contemplarla, sempre più convinto che quel volto pallidissimo era il
sembiante di chi dorme d'un sonno profondo, e si deve svegliare tra
poco.
Se è vero che un fluido misterioso, elemento della vita, può, col
rituale di una nuova scienza, esser trasfuso dall'una all'altra
creatura, di modo che due esistenze, due volontà, due menti si
confondano in una, e questa divenga padrona di quella; chi porrà
in dubio che questo spirito vivificatore, di cui è lecito dar ad
altri la nostra parte esuberante, non operi il più ovvio prodigio di
ravviare un'esistenza momentaneamente sospesa, di scuotere i sensi
ottusi, di riaccendere una mente assopita? — Che se alcuno dei nostri
lettori non vuol accomodarsi a questa ipotesi, pensi, che intorno ad
un corpo vivo ed infervorato da una forte passione, aleggia un'aura
tiepida e ravvivante, che deve essere avidamente bevuta da un corpo
spossato, in ragione appunto della sua momentanea debolezza. Ad ogni
modo, senz'altro occuparci della cagione, attestiamo il fatto che
Agnesina tornava alla vita, che il suo cuore batteva abbastanza libero
e spedito, e che un lieve incarnato le si effundeva già sulle labra e
sulle guance.
Ma la vita fisiologica era in lei completa, e l'anima ancora dormiva.
Le sensazioni che la fanciulla provò tornando in sè, erano varie e
degradate all'infinito. — Da principio credette avvolgersi in una densa
nebbia, entro cui brillavano screzii di luce serpeggianti o fissi, più
spesso tremuli e pronti ad estinguersi ed a riaccendersi. Poi le parve
ascoltare dei suoni, varii anch'essi ed indeterminati: uno scroscio
od un sibilo simigliante a quello d'una cascata d'acqua; e da quel
ritmo monotono si destavano note armoniche, che, ritessute insieme,
componevano melodie e ritornelli. Poi, alla frescura dell'aria che le
accarezzava il volto, al calore ravvivante che sospingeva per le sue
arterie un sangue nuovo e rigoglioso, sognò d'essere a Campomorto,
seduta tra il padre e l'amante, beata di destare e di sentire affetti
soavi, ignara solo nella scelta di colui al quale dovesse render prima
il suo amplesso, o di chi gradir meglio le carezze, o con chi vivere
più felice. Ma nulla andava perduto per lei in quella dolce visione.
Stendeva la mano ad un cavaliere, bello, nobile, e d'aspetto fiero;
colui, già terrore de' suoi nemici, smesso il piglio del comando,
sembrava aspettare un cenno della sua donna per obedire. L'occhio ella
volgeva a suo padre, e sulla fronte di lui, abbellita da una canizie
prematura, leggeva la gioia che assente e che applaude. Stese la mano
con affetto, ed incontrò quella del cavaliere, che l'accolse e la
strinse amorosamente. Il padre li comprese entrambi, e li benedisse.
Quella stretta appassionata non era un'illusione; il fascino di uno
sguardo affettuoso non era sogno. In tutto ciò che riguardava il suo
affetto, lo spirito di Agnesina, precorrendo il giudizio dei sensi, era
desto, vivo, completo. — Dietro al velo dell'allucinazione si svolgeva
un dramma veritiero: a poco a poco le larve sparivano; e al vacuo
lasciato da esse si andava sostituendo un'idea giusta, un fatto certo;
e dietro questi altri fatti, altre idee.
Vivere è pensare e ricordare. La mente crea ed elabora senza riposo; la
memoria riordina; la ragione vaglia, pondera, sceglie. Spesso nel sogno
e nel delirio v'ha più vita che non nella veglia; perchè il pensiero,
libero di sè, può percorrere tutto l'universo senza che una virtù
moderatrice gli tarpi le ali. Ma se il lavoro della mente in quel mezzo
fu troppo attivo, divien tosto languido e s'arresta del tutto, quando
è scomposto da un improviso risvegliarsi. Chi corre a precipizio su di
una via, non può escire tosto dalla sua carriera, e tentarne un'altra
di pari passo. È necessario ch'egli prima si arresti. — Ma talvolta
lo svegliarsi è simile al ricomporsi lento e graduato di una macchina
che ripiglia il suo moto: allora le fantastiche creazioni della nostra
mente non crollano del tutto; l'abbaglio è messo in fuga, il vero
rimane.
Il cielo che Agnesina mirava, durante il suo letargo, era quello che le
si stendeva sopra il capo: il fremito armonioso, che ella ascoltava,
era il rumore della piena. Le strette, gli sguardi, le intelligenze
amorose avevano un riscontro in ciò che le stava intorno. Le parole
del conte, ancorchè non fossero comprese dal suo orecchio, lo erano dal
cuore; il quale, prima inerte e muto, apprendeva a palpitare sotto la
foga dei palpiti altrui.
Un tal corso di allucinazioni ebbe due stadj ben distinti. Il primo fu
quello di un sonno profondo, in cui l'ideale pe' suoi contorni decisi
assumeva l'aspetto di cosa vera: la dormiente allora credette essere
desta, e sognava. L'altro era uno stato di dormiveglia, in cui, sparite
le ombre, restavano gli oggetti materiali; allora la languente credeva
e voleva sognare, ed era sveglia. Perciò, quand'ella udì la voce del
suo amante, e lo vide, e ne sentì l'amplesso, volle continuare nel
sogno, e temette lo svegliarsi.
Tutto era ridente intorno a lei, tutto incantevole; ma quello stesso
incanto lasciavale travedere probabile ed imminente il mutar scena.
Soltanto dopo una successione di fatti e di prove, lo spirito,
tornato alla sua lucidità ordinaria, pose il suggello della evidenza
a quel miragio. — Dir se e quanto Agnesina ne andasse lieta, è ardua
cosa: il bene e il male, la certezza ed il dubio, la fiducia e lo
scoraggiamento si avvicendavano rapidamente, e producevano in lei
un'anarchia di sensazioni. — Intanto il disordine delle idee e la
stessa esitanza la lasciavano in tale inerzia, che equivaleva alla
esplicita accettazione dei fatti di cui era involontaria attrice. Ciò
che ella vagheggiava in sogno, desta non respingeva. Tranquillando
la sua coscienza col pensiero che nulla aveva fatto per preparare ed
affrettare simile vicenda, ella subiva con facile rassegnazione la
legge del destino. Ora, in quel punto, il non aver voluto era poco,
bisognava volere ricisamente ed efficacemente il contrario. Ma dove
mai avrebbe trovato le forze per lottare contro gli interessi del suo
cuore? come fuggire? chi poteva recarle soccorso? In qual modo ed a
qual fine avrebbe agguerrita la sua virtù per respingere colui che ella
amava appassionatamente? In balía al delirio che l'aveva tratta ad
un incolpevole abbandono, ella non correva ma si lasciava trascinare
sul pendío, dove rizzarsi e ritornare sui proprii passi era cosa
impossibile.