LXXIII.

Piegato un ginocchio accanto a lei, coll'altro le fece spalliera; e,

levatala dal suo giacitojo, senza nuocere al suo casto abbandono,

la accostò a se, appoggiando il dorso di lei al proprio petto, e

raccogliendo il capo cadente sulla sua spalla; intanto che, serrandola

tra le braccia, gustava senza rimorso la dolcezza di un amplesso. Ogni

suo atto era sollecito, pietoso, ingenuo come quello di una madre che

regge il proprio bambino dormente. La strinse più volte, e la baciò

in fronte; e, postale una mano sul capo, le stropicciava le tempia

per incalorirle; poi, staccandosi alcun poco da lei, si deliziava nel

contemplarla, sempre più convinto che quel volto pallidissimo era il

sembiante di chi dorme d'un sonno profondo, e si deve svegliare tra

poco.

Se è vero che un fluido misterioso, elemento della vita, può, col

rituale di una nuova scienza, esser trasfuso dall'una all'altra

creatura, di modo che due esistenze, due volontà, due menti si

confondano in una, e questa divenga padrona di quella; chi porrà

in dubio che questo spirito vivificatore, di cui è lecito dar ad

altri la nostra parte esuberante, non operi il più ovvio prodigio di

ravviare un'esistenza momentaneamente sospesa, di scuotere i sensi

ottusi, di riaccendere una mente assopita? — Che se alcuno dei nostri

lettori non vuol accomodarsi a questa ipotesi, pensi, che intorno ad

un corpo vivo ed infervorato da una forte passione, aleggia un'aura

tiepida e ravvivante, che deve essere avidamente bevuta da un corpo

spossato, in ragione appunto della sua momentanea debolezza. Ad ogni

modo, senz'altro occuparci della cagione, attestiamo il fatto che

Agnesina tornava alla vita, che il suo cuore batteva abbastanza libero

e spedito, e che un lieve incarnato le si effundeva già sulle labra e

sulle guance.

Ma la vita fisiologica era in lei completa, e l'anima ancora dormiva.

Le sensazioni che la fanciulla provò tornando in sè, erano varie e

degradate all'infinito. — Da principio credette avvolgersi in una densa

nebbia, entro cui brillavano screzii di luce serpeggianti o fissi, più

spesso tremuli e pronti ad estinguersi ed a riaccendersi. Poi le parve

ascoltare dei suoni, varii anch'essi ed indeterminati: uno scroscio

od un sibilo simigliante a quello d'una cascata d'acqua; e da quel

ritmo monotono si destavano note armoniche, che, ritessute insieme,

componevano melodie e ritornelli. Poi, alla frescura dell'aria che le

accarezzava il volto, al calore ravvivante che sospingeva per le sue

arterie un sangue nuovo e rigoglioso, sognò d'essere a Campomorto,

seduta tra il padre e l'amante, beata di destare e di sentire affetti

soavi, ignara solo nella scelta di colui al quale dovesse render prima

il suo amplesso, o di chi gradir meglio le carezze, o con chi vivere

più felice. Ma nulla andava perduto per lei in quella dolce visione.

Stendeva la mano ad un cavaliere, bello, nobile, e d'aspetto fiero;

colui, già terrore de' suoi nemici, smesso il piglio del comando,

sembrava aspettare un cenno della sua donna per obedire. L'occhio ella

volgeva a suo padre, e sulla fronte di lui, abbellita da una canizie

prematura, leggeva la gioia che assente e che applaude. Stese la mano

con affetto, ed incontrò quella del cavaliere, che l'accolse e la

strinse amorosamente. Il padre li comprese entrambi, e li benedisse.

Quella stretta appassionata non era un'illusione; il fascino di uno

sguardo affettuoso non era sogno. In tutto ciò che riguardava il suo

affetto, lo spirito di Agnesina, precorrendo il giudizio dei sensi, era

desto, vivo, completo. — Dietro al velo dell'allucinazione si svolgeva

un dramma veritiero: a poco a poco le larve sparivano; e al vacuo

lasciato da esse si andava sostituendo un'idea giusta, un fatto certo;

e dietro questi altri fatti, altre idee.

Vivere è pensare e ricordare. La mente crea ed elabora senza riposo; la

memoria riordina; la ragione vaglia, pondera, sceglie. Spesso nel sogno

e nel delirio v'ha più vita che non nella veglia; perchè il pensiero,

libero di sè, può percorrere tutto l'universo senza che una virtù

moderatrice gli tarpi le ali. Ma se il lavoro della mente in quel mezzo

fu troppo attivo, divien tosto languido e s'arresta del tutto, quando

è scomposto da un improviso risvegliarsi. Chi corre a precipizio su di

una via, non può escire tosto dalla sua carriera, e tentarne un'altra

di pari passo. È necessario ch'egli prima si arresti. — Ma talvolta

lo svegliarsi è simile al ricomporsi lento e graduato di una macchina

che ripiglia il suo moto: allora le fantastiche creazioni della nostra

mente non crollano del tutto; l'abbaglio è messo in fuga, il vero

rimane.

Il cielo che Agnesina mirava, durante il suo letargo, era quello che le

si stendeva sopra il capo: il fremito armonioso, che ella ascoltava,

era il rumore della piena. Le strette, gli sguardi, le intelligenze

amorose avevano un riscontro in ciò che le stava intorno. Le parole

del conte, ancorchè non fossero comprese dal suo orecchio, lo erano dal

cuore; il quale, prima inerte e muto, apprendeva a palpitare sotto la

foga dei palpiti altrui.

Un tal corso di allucinazioni ebbe due stadj ben distinti. Il primo fu

quello di un sonno profondo, in cui l'ideale pe' suoi contorni decisi

assumeva l'aspetto di cosa vera: la dormiente allora credette essere

desta, e sognava. L'altro era uno stato di dormiveglia, in cui, sparite

le ombre, restavano gli oggetti materiali; allora la languente credeva

e voleva sognare, ed era sveglia. Perciò, quand'ella udì la voce del

suo amante, e lo vide, e ne sentì l'amplesso, volle continuare nel

sogno, e temette lo svegliarsi.

Tutto era ridente intorno a lei, tutto incantevole; ma quello stesso

incanto lasciavale travedere probabile ed imminente il mutar scena.

Soltanto dopo una successione di fatti e di prove, lo spirito,

tornato alla sua lucidità ordinaria, pose il suggello della evidenza

a quel miragio. — Dir se e quanto Agnesina ne andasse lieta, è ardua

cosa: il bene e il male, la certezza ed il dubio, la fiducia e lo

scoraggiamento si avvicendavano rapidamente, e producevano in lei

un'anarchia di sensazioni. — Intanto il disordine delle idee e la

stessa esitanza la lasciavano in tale inerzia, che equivaleva alla

esplicita accettazione dei fatti di cui era involontaria attrice. Ciò

che ella vagheggiava in sogno, desta non respingeva. Tranquillando

la sua coscienza col pensiero che nulla aveva fatto per preparare ed

affrettare simile vicenda, ella subiva con facile rassegnazione la

legge del destino. Ora, in quel punto, il non aver voluto era poco,

bisognava volere ricisamente ed efficacemente il contrario. Ma dove

mai avrebbe trovato le forze per lottare contro gli interessi del suo

cuore? come fuggire? chi poteva recarle soccorso? In qual modo ed a

qual fine avrebbe agguerrita la sua virtù per respingere colui che ella

amava appassionatamente? In balía al delirio che l'aveva tratta ad

un incolpevole abbandono, ella non correva ma si lasciava trascinare

sul pendío, dove rizzarsi e ritornare sui proprii passi era cosa

impossibile.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 94 / 111 题