Non appena sceso in riva al gorgo, si lanciò nell'acqua, senza
consultarne la profondità, non curando il pericolo al quale si
esponeva. A grave stento, e con uno sforzo che solo un amore
appassionato rende possibile, giunse ad afferrare una delle radici che
arrestavano le tavole. Stretto ad essa, spinse l'altra mano a toccare
il margine dell'oggetto galleggiante. Fu incerta la prova, ed alla
prima parve disperata, perocchè la corrente gli rubava le forze, ed
il nerbo di esse bastava appena a farlo star ritto sopra un terreno
sdrucciolevole e chino. Oltrecciò, un urto inopportuno poteva staccar
la tavola, rimetterla in balía delle acque, e farla perduta per sempre.
Ma il coraggio, che lo faceva trionfare d'ogni difficoltà, andava
cauto ne' suoi procedimenti. Non spese egli perciò maggiori forze di
quelle che fossero d'uopo a ben riescire; e riesci infatti a ghermire
la tavola, a sbarazzarla dalle barbe cui era impigliata, e a trarla
intatta alla riva. Escì egli pure dal gorgo tutto molle e lacero;
ma non s'accorse dell'esser suo; non vide tampoco da uno squarcio
dell'abito la ferita che egli aveva riportata al braccio destro, nè il
sangue che feceva rossa l'acqua sottoposta.
Ridotto in salvo il corpo della sommersa, non ebbe bisogno di mirarla
in volto per assicurarsi che la sua sventura era certa e completa.
“Morta, morta! — sclamò egli con tuono desolato, pronunciando
chiaramente le parole come se alcuno l'udisse — morta, qui a me vicino;
perchè l'ultimo gemito dell'agonizzante fosse la sola eredità del
nostro amore. Ed io, io che accorreva a salvarti, diletta Agnese, che
avrei dato cento volte la mia vita per far lieta la tua, io giunsi
troppo tardi; come fossi vile o spietato.... Non vedrò dunque più
quegli occhi, la cui luce sedava d'un tratto ogni tempesta dell'animo
mio; non udrò più la tua voce, il cui suono era temperato e soave come
il secreto avviso del nostro buon angelo. — O Agnese, Agnese, tu non
dovevi vivere meco; tu venisti presso di me a morire.„
Nel pronunciare tali parole, stese la mano con pietosa riverenza sulla
salma, e le sgombrò il volto dai capelli umidi e disciolti; sperando,
forse, che un soffio d'aria e un raggio di sole potessero rianimarla.
“Oh come sei leggiadra Agnese mia, — continuava il conte, fissandola in
faccia. — La vista di un cadavere genera ribrezzo; ed io non mi sazio
di contemplarti, come se in te fissassi il sembiante di un bambino
che dorme. Lo spirito, fuggendo dal suo carcere, vi ha lasciato un
raggio di quella bellezza, che non si estingue. — Ma che? soggiunse
egli animandosi, perchè il tuo labro tace, perchè l'occhio è velato
e il petto non traduce a' miei sensi i battiti del cuore, dirò che
ogni speranza è perduta? Non tenterò io di riscaldare la tua fronte
agghiacciata?„
Appena ebbe dette queste parole, si curvò sulla spoglia e, con uno
slancio temperato dalla carità, pose la mano sulle mani di lei, e
tentò sollevarle. — La destra, benchè rigida ed aggranchita, lasciò
cadere in quel moto un rotolo di pergamena, che il conte raccolse,
spiegò, riconobbe. Erano versi: quei versi che egli scriveva ed
obliava a Campomorto, perchè raccontassero ad Agnesina, nell'unico modo
possibile, la storia de' suoi affetti: quei versi che, attagliandosi
alla ignota corrispondenza della donna cui erano diretti, contenevano
una protesta d'amore, od un puro atto di cortesia, a piacere di chi
leggeva. Lanciati a caso, come un dardo nella oscurità, potevano
ferire un cuore inerme e sensibile; ma cadevano ottusi ai piedi di
chi non li gradisse, o non li volesse comprendere. — Chi avrebbe mai
pensato che quello scritto doveva tornare così presto al suo autore
e servir di risposta a sè medesimo? Se Agnesina viva, desta, conscia
di sè, si fosse presentata al conte, tenendo in pugno il suo foglio,
bisognava dire che ella voleva renderglielo con un crudele rimbrotto,
o con un sorriso di pietà ancor più crudele; perchè, se ella fosse
stata tocca nel cuore da quelle parole, avrebbe con ogni cura celato
al mondo intero, e sopratutto agli occhi di un uomo, e di quell'uomo,
il possesso del tesoro che la faceva arrossire. Sperare che ella
raccontasse all'amante di aver letto i suoi carmi, di ritenerli per
sè, di gradirli come cosa a lei dovuta, era follía. — Questo amore
doveva essere un mistero; bisognava sorprenderlo, indovinarlo. Il bivio
adunque non offriva un'escita felice: in capo ad esso s'incontrava o
il silenzio di Agnesina, che equivaleva ad una ripulsa; o una lieta
risposta, ma a patto di riceverla dalla mano gelida di un'estinta.
Agnese aveva confessato a sè, nel secreto delle sue aspirazioni, in
ossequio ai suoi sentimenti, fuor d'ogni rapporto col mondo, il suo
amore: il caso fece il resto. — Il conte si dolse, e si rallegrò ad
un tempo; benedisse ed imprecò al destino; salutò il nuovo affetto, e
pianse la sorte che lo annullava di colpo.
Quella scena non era meno lugubre del sepolcreto, in cui un dì Romeo
scendeva a visitare l'assopita Giulietta: la situazione dei nostri
attori rassomigliava assai a quella dei due fidanzati. — Ma il Conte
di Virtù non disperò, come il focoso figlio dei Montecchi, di rivedere
l'amata donna; il cuore suo mandava sangue, ma non si rinchiudeva per
ingojare il veleno della disperazione. — Non cercò egli un'arma per
cadere vicino all'amante: ma pregò il cielo fervidissimamente che la
risvegliasse dal suo letargo, e la rendesse ai suoi amplessi.
“O Agnese, davanti a Dio che mi vede, e per l'amore di tuo padre, io
giuro, che non amerò altra donna che te. Se tu non ritorni alla vita,
io ospiterò la tua spoglia nelle tombe de' miei maggiori. Santo ed
onorato sarà il tuo asilo. — Ma se i tuoi occhi si riapriranno, deh!
che essi riflettano su me, ancora una volta, il raggio vivificatore
delle tue virtù, onde per esso siano ritemprate le mie forze, e si
compia il gran disegno di tuo padre. Viva o estinta, pur m'appartieni,
o Agnese. Ho giurato a me stesso di vivere per te. Aspettai nel
silenzio la tua risposta. — Oggi, mentre il tuo labro si chiuse forse
per sempre, oggi mi hai parlato d'amore. Tu dunque sei mia sposa.„
Allora, con uno slancio, di cui non fu certo consigliera la ragione,
impresse un bacio sui capelli e sulla fronte di Agnesina. Nè si pentì
di quella licenza; anzi fu scosso fin nel più profondo dell'animo
da una dolcezza tutta nuova. Gli parve che la fronte d'Agnesina non
fosse fredda. Incoraggiato da questa prova, e trovandosi solo, inetto
quindi a prestarle validi soccorsi, od a chiederne agli uomini colle
preghiere e colle grida, non dubitò che gli fosse lecito consultare
le fonti della vita su quel corpo esanime, stendendo la mano sul suo
cuore, per carpirgli il secreto de' suoi intimi moti. Il solo mettere
in questione un tal disegno, sarebbe stato come giudicarlo un atto
profano e respingerlo. Fu l'affetto il più puro che lo guidò: la mano,
inconscia della propria temerità, penetrò sotto il velo della veste
sparata sul seno, e si posò non timida nè ardita sul corpetto di lino.
— Quella mano altro non rilevò fuorchè un tiepido ancora più sensibile.
Quell'aura di vita, più intensa alla regione del cuore, sembrava
espandersi e temperare alquanto il mollore dei lini circostanti. Ma
il cuore era muto. Ben sentiva l'interrogatore pulsare il proprio con
un aumento di vita febrile e doloroso. Gli risuonavano all'orecchio
i battiti concitati delle tempia; e le vibrazioni dell'onda sanguigna
imprimevano un moto involontario alle sue braccia, nello stesso punto
bramose e renitenti, timide ed ardite.
Ma finchè egli stava inclinato su quella specie di bara struggendosi
in consultazioni, in preghiere, in desiderii, era nulla l'opera sua. —
E forse un pronto soccorso poteva essere seguito da felice risultato.
Per la qual cosa, sospinto da una carità vogliosa d'operare, si levò
dal suo posto, corse in un attimo sulla riva, girò lo sguardo, chiamò
aiuto colla voce, e stette un momento tutt'occhi ed orecchio a spiare
se alcuno accorreva alla chiamata. — Il caso gli fu propizio. Non andò
guari che vide scendere, lungo il margine del fiume, un garzoncello
di tristo arnese, che gettava uncini nell'acqua per rubare al ladro,
com'ei diceva: cioè per pescare legna od arredi trascinati giù dalla
corrente. Lo chiamò a sè; egli accorse. Postogli sotto gli occhi un bel
ducato nuovo, lo inviò da Ranuccio per invitarlo a scendere col batello
in aiuto di una creatura in pericolo della vita.
Tornato il conte al suo posto, trovò ogni cosa come prima; ma
dopo qualche tempo, e dietro un esame più minuto, gli parve che il
volto della languente fosse meno livido: le pose di nuovo la mano
sul precordio sinistro, e non osò dire di sentirlo battere, ma gli
sembrò che nella parte più profonda di esso, assai lungi dalla mano,
si risvegliasse un tremito, simile ad una successione inceppata,
ma rapida, di battiti impercettibili. La scoperta accolta con gran
diffidenza, poi respinta come un'illusione, entrò poco dopo nel novero
dei lieti presagi, finchè, avvalorata da altre prove, cessò d'essere
una vaga speranza per divenire un fatto certo ed incontrastabile. — E
fu provida cosa, ch'egli arrivasse per gradi a sì bella scoperta. Una
súbita gioia è per solito più perniciosa che un'improvisa sventura;
perchè noi, poveri mortali, per natura e per uso, siamo meglio
preparati alle ire che non alle carezze della fortuna.
Levatosi allora dalla posizione a cui lo costringeva il suo
incarico, fermo però sulle ginocchia, volse lo sguardo e tutta la
persona al cielo, e con uno slanciò di pietà, che non può essere
tradotto a parole, porse grazie vivissime a Dio, sclamando con
enfasi indescrivibile: “Grazie, o Signore; voi avete esaudito le mie
preghiere.„
Ma perchè questo sintomo di lieto augurio, che pur lasciava sussistere
ancora gravissima angoscia, non andasse perduto, era necessario
favorirne lo sviluppo cogli argomenti dell'arte. Non cercò il conte
se avesse seco farmaci o cordiali; non sperò ottenerne dalla carità
di Ranuccio; non chiese a Dio che operasse un miracolo per mutar le
pietruzze del fiume in celidonie, o gli sterpi in adianti e panacee,
ma si diede, con tutto zelo e fuor d'ogni riserbo, a quelle cure
che riputava più atte a richiamare il calore e le forze vitali
dell'assopita.