LXV.

Il Conte di Virtù, reduce a Pavia e alle sue abitudini, non vi trovò la

desiderata calma. Sperava che il ravviare le vecchie pratiche sì care

un tempo, dovesse porgere pascolo gradito al suo spirito irrequieto.

— Frugò nelle carte per rintracciarvi il secreto delle sue ambizioni;

interrogò ogni angolo della reggia, perchè gli ricordasse quante volte

e con quanta compiacenza aveva in essa mentito agli sguardi scrutatori

de' suoi avversarj. — Si trovò deluso: quel mistero che circondava la

sua esistenza, e che soleva diradarsi soltanto per spargere l'errore

dove prima era incertezza, gli cagionava fastidio, come fosse rimorso,

come se la coscienza gli dimandasse imperiosamente pel futuro un

procedere più schietto.

La memoria della fanciulla di Campomorto era la viva apparizione

della bellezza accoppiata alla virtù. I sensi di lui s'imparadisavano

nell'evocare le sue angeliche forme; ma l'animo, nel penoso esame di sè

e nella coscienza della propria inferiorità, lottava fra le sbiadite

memorie del passato e le dolorose incertezze dell'avvenire. Se alcuna

volta rivendicava la stima dovuta a sè stesso pensando alla lettera

di Maffiolo, quelle parole, ancorchè incoraggianti, avevano un valore

soltanto come un patto condizionato pel futuro: e quel patto era grave,

arrischievole, pericoloso. Egli giocava un gioco formidabile, di cui

ignorava perfino la posta: sapeva soltanto che poneva a risico il suo

avvenire, la gloria, la speranza di tutta la vita: e che, toccata una

sconfitta, gli riescirebbe impossibile la rivincita. — Il secreto che

lo legava a quel patto era l'amore: un amor forte come la sua ambizione

e meno paziente di quella. — Usciva egli dunque da una carriera arcana

e difficile, per gettarsi in un'altra egualmente e più scabrosa. Con

qual diritto avrebbe egli tentato di ravvicinarsi alla donna ch'egli

amava? Spettava a lui il discendere onde eguagliare il principe alla

vassalla o non doveva piuttosto tentar di salire, perchè il nome di un

Visconte fosse degno della virtù dei Mantegazzi? Finchè durava questo

dubio, entrambi avrebbero proceduto l'uno discosto dall'altro, come

viandanti che battono due strade vicine, e non s'incontrano mai.

Pensando allo scritto di Maffiolo, e alla confidenza ch'egli si era

meritato, concludeva che se la felicità di Agnesina gli era cara, la

sua virtù doveva essergli sacra. Tornava col pensiero alle sollecite

cure che gli erano state prodigate nella casa di lei; si gloriava

delle prove d'affetto ottenute; ma concludeva: “guai a chi abusa

dell'ospitalità!„ — Nello stesso ricordo si mescevano la rapida

serenità dei giorni passati a Campomorto, il severo giudizio di

Maffiolo, e il sacro debito dell'ospite. — Amava inebriarsi del primo

pensiero, ma non appena vi si accostava gli altri ponevano nella coppa

delle sue delizie tanta parte di ragione, che bastasse a distruggere

ogni incanto, ogni ebrezza.

Alcuna volta gli parve che i suoi scrupoli fossero soverchii, e

s'accusò di pusillanimità. Volle convincersi che una condotta meno

cauta dal canto suo non sarebbe stata sconvenevole. Giunse perfino a

vagheggiare con diletto il suo posto eminente, pensando ch'esso gli

dava il diritto di chiamar legge ogni suo desiderio. Se a confortarlo

in questo disegno richiedevasi l'esempio d'altri, egli non aveva

che a volgere lo sguardo intorno a sè, e cercare in qual conto i

signori suoi pari tenessero la virtù delle loro vassalle. L'elastica

moralità della corte gli susurrava nel cuore, che l'infamia non era

generata dalla natura di un fatto, ma dalla condizione della persona

che lo commetteva. Ciò che era delitto in un popolano, diveniva

affabile compiacenza in un principe. Le lacrime del povero erano tosto

rasciugate da un sorriso di lui: dinanzi a lui, l'onestà famelica era

men bella che la docile sommissione.

Ma il diletto, se pure poteva chiamarsi con questo nome

un'allucinazione passaggera, gli metteva nel cuore una nausea, un

fastidio, come se ingolasse un dolciume, in cui l'acre del veleno è mal

mascherato; quindi respingeva tosto quei pensieri, come si respinge la

coppa che è conosciuta infida. Allora tornava saggio come prima; anzi,

più di prima severo con sè, quasi volesse rinvigorire colla vergogna di

una colpa meditata la sua virtù vacillante.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 85 / 111 题