Il Conte di Virtù, reduce a Pavia e alle sue abitudini, non vi trovò la
desiderata calma. Sperava che il ravviare le vecchie pratiche sì care
un tempo, dovesse porgere pascolo gradito al suo spirito irrequieto.
— Frugò nelle carte per rintracciarvi il secreto delle sue ambizioni;
interrogò ogni angolo della reggia, perchè gli ricordasse quante volte
e con quanta compiacenza aveva in essa mentito agli sguardi scrutatori
de' suoi avversarj. — Si trovò deluso: quel mistero che circondava la
sua esistenza, e che soleva diradarsi soltanto per spargere l'errore
dove prima era incertezza, gli cagionava fastidio, come fosse rimorso,
come se la coscienza gli dimandasse imperiosamente pel futuro un
procedere più schietto.
La memoria della fanciulla di Campomorto era la viva apparizione
della bellezza accoppiata alla virtù. I sensi di lui s'imparadisavano
nell'evocare le sue angeliche forme; ma l'animo, nel penoso esame di sè
e nella coscienza della propria inferiorità, lottava fra le sbiadite
memorie del passato e le dolorose incertezze dell'avvenire. Se alcuna
volta rivendicava la stima dovuta a sè stesso pensando alla lettera
di Maffiolo, quelle parole, ancorchè incoraggianti, avevano un valore
soltanto come un patto condizionato pel futuro: e quel patto era grave,
arrischievole, pericoloso. Egli giocava un gioco formidabile, di cui
ignorava perfino la posta: sapeva soltanto che poneva a risico il suo
avvenire, la gloria, la speranza di tutta la vita: e che, toccata una
sconfitta, gli riescirebbe impossibile la rivincita. — Il secreto che
lo legava a quel patto era l'amore: un amor forte come la sua ambizione
e meno paziente di quella. — Usciva egli dunque da una carriera arcana
e difficile, per gettarsi in un'altra egualmente e più scabrosa. Con
qual diritto avrebbe egli tentato di ravvicinarsi alla donna ch'egli
amava? Spettava a lui il discendere onde eguagliare il principe alla
vassalla o non doveva piuttosto tentar di salire, perchè il nome di un
Visconte fosse degno della virtù dei Mantegazzi? Finchè durava questo
dubio, entrambi avrebbero proceduto l'uno discosto dall'altro, come
viandanti che battono due strade vicine, e non s'incontrano mai.
Pensando allo scritto di Maffiolo, e alla confidenza ch'egli si era
meritato, concludeva che se la felicità di Agnesina gli era cara, la
sua virtù doveva essergli sacra. Tornava col pensiero alle sollecite
cure che gli erano state prodigate nella casa di lei; si gloriava
delle prove d'affetto ottenute; ma concludeva: “guai a chi abusa
dell'ospitalità!„ — Nello stesso ricordo si mescevano la rapida
serenità dei giorni passati a Campomorto, il severo giudizio di
Maffiolo, e il sacro debito dell'ospite. — Amava inebriarsi del primo
pensiero, ma non appena vi si accostava gli altri ponevano nella coppa
delle sue delizie tanta parte di ragione, che bastasse a distruggere
ogni incanto, ogni ebrezza.
Alcuna volta gli parve che i suoi scrupoli fossero soverchii, e
s'accusò di pusillanimità. Volle convincersi che una condotta meno
cauta dal canto suo non sarebbe stata sconvenevole. Giunse perfino a
vagheggiare con diletto il suo posto eminente, pensando ch'esso gli
dava il diritto di chiamar legge ogni suo desiderio. Se a confortarlo
in questo disegno richiedevasi l'esempio d'altri, egli non aveva
che a volgere lo sguardo intorno a sè, e cercare in qual conto i
signori suoi pari tenessero la virtù delle loro vassalle. L'elastica
moralità della corte gli susurrava nel cuore, che l'infamia non era
generata dalla natura di un fatto, ma dalla condizione della persona
che lo commetteva. Ciò che era delitto in un popolano, diveniva
affabile compiacenza in un principe. Le lacrime del povero erano tosto
rasciugate da un sorriso di lui: dinanzi a lui, l'onestà famelica era
men bella che la docile sommissione.
Ma il diletto, se pure poteva chiamarsi con questo nome
un'allucinazione passaggera, gli metteva nel cuore una nausea, un
fastidio, come se ingolasse un dolciume, in cui l'acre del veleno è mal
mascherato; quindi respingeva tosto quei pensieri, come si respinge la
coppa che è conosciuta infida. Allora tornava saggio come prima; anzi,
più di prima severo con sè, quasi volesse rinvigorire colla vergogna di
una colpa meditata la sua virtù vacillante.