Nella proverbiale ferocia del suo secolo, Giangaleazzo era una
individualità privilegiata. — Diciamo privilegiata non unica; perocchè
Azzone e l'arcivescovo Giovanni l'avevano preceduto col buon esempio.
— Nelle cose di stato egli non seguiva l'esempio dei prìncipi del
suo tempo, soliti a marciar dritto colla spada alla mano. Senza che
egli apprendesse l'arte di governare, che poi divenne scienza, ed
ebbe scuole, dottrine, e maestri, anzi prima ancora che esistesse la
parola per qualificare l'uomo di stato, egli lo era, direm quasi,
per istinto. Il suo carattere calmo, riflessivo, perseverante, lo
premuniva dalle facili improntitudini dei suoi pari, sì gradite quando
il cuore vi si abbandona, sì gravi di pentimento, quando ne ricerca il
frutto. La cortigianeria, pronta a magnificare le virtù dei grandi ed a
palliarne i difetti, non aveva valore sull'animo suo, che come mezzo di
conoscere negli sviscerati piaggiatori i più incauti avversarii della
sua fortuna. Inflessibile davanti alle smodate piacenterie di costoro,
sopportava con animo egualmente imperturbato lo sguardo sinistro di
coloro, fossero grandi o meschini, che lo disapprovavano. — Anzi, nei
primi temeva a buon dritto la menzogna: in questi, no; il loro odio
egli gradiva, perchè almanco sincero.
Anche nella vita domestica apprese di buon'ora a far violenza alle
proprie inclinazioni. Ciò che nella prima età, sotto il dominio di un
genitore tiranno, era dura necessità, a lungo andare, coll'uso della
vita, diventò un abitudine. — Che se è temerario il dire che la sua
studiata mitezza era solo un omaggio alla virtù, bisognerà per lo meno
convenire, che egli possedeva l'arte fortunata di giungere felicemente
ad uno scopo, senza calpestare con apparente violenza gli ostacoli, che
gli attraversavano la via.
Il suo carattere ritraeva in parte le virtù della madre, Bianca di
Savoja. Nell'animo di lui non cadevano in fallo i semi della educazione
materna e i primi rudimenti di una cultura, rispetto ai tempi, vasta
e gentile. Galeazzo II, dopo avere inventato la terribile quaresima
di tormenti, fondò l'Università di Pavia. — Strano accoppiamento di
barbarie e di civiltà, che sembrerebbe irreconciliabile, se non si
pensasse che quel principe, ben lungi dal promovere negli studj la
cultura e lo sviluppo intellettuale de' suoi sudditi, volle soltanto
circondarsi di un'eletta schiera di sapienti, onde rifar credito alla
scaduta cortigianeria. Egli gustava nelle parole dei dotti il sapore
di una dialettica severa e piacevole, ma l'animo indurito non cangiava
tempra a sì modico calore: nè il coraggio dei neofiti della scienza
giungeva a tanto da mettere in pericolo la protezione del potente, pel
fuggevole diletto di apostrofarlo con una acerba parola. — Il fondatore
dell'Università non raccolse che i fiori dell'opera sua; i frutti
vennero più tardi; ed il primo a gustarli fu probabilmente il figlio,
cresciuto fra le dispute dei sapienti, nutrito dalle balde armonie dei
provenzali, educato dalle meste note del Petrarca.
Un buon terreno, cui venga affidato buon seme, tosto o tardi, produrrà
qualche frutto, a dispetto dei nembi passaggeri e dell'influsso
malefico dei paduli circostanti. — Il giovine principe, in mezzo ad una
corte corrotta, potè sfuggire al contagio propagato dall'adulazione:
apprese anzi ad odiarla, come la causa precipua degli errori del
suo genitore. Devoto al nome ed all'autorità di lui, dissimulò le
secrete accuse, che il cuore moveva spontaneamente contro la sua
brutale crudeltà; comprese, fino da fanciullo, quanto fossero fatali
le esorbitanze del suo governo: riconobbe la menzogna dei cortigiani
e la giustezza del publico malcontento: e nell'esempio della madre,
maestra di toleranza e sua compagna nel martirio domestico, apprese
ad odiare l'ingloriosa grandezza dei tiranni. — Una natura così nuova
e privilegiata parve un enigma a tutti coloro pei quali il despotismo
era allettamento od interesse. Il perchè, il signor di Milano e i suoi
addetti, non sapendo come meglio spiegare questo fenomeno, chiamavano
Giangaleazzo un _uomo da nulla_.