LXVI.

Nella proverbiale ferocia del suo secolo, Giangaleazzo era una

individualità privilegiata. — Diciamo privilegiata non unica; perocchè

Azzone e l'arcivescovo Giovanni l'avevano preceduto col buon esempio.

— Nelle cose di stato egli non seguiva l'esempio dei prìncipi del

suo tempo, soliti a marciar dritto colla spada alla mano. Senza che

egli apprendesse l'arte di governare, che poi divenne scienza, ed

ebbe scuole, dottrine, e maestri, anzi prima ancora che esistesse la

parola per qualificare l'uomo di stato, egli lo era, direm quasi,

per istinto. Il suo carattere calmo, riflessivo, perseverante, lo

premuniva dalle facili improntitudini dei suoi pari, sì gradite quando

il cuore vi si abbandona, sì gravi di pentimento, quando ne ricerca il

frutto. La cortigianeria, pronta a magnificare le virtù dei grandi ed a

palliarne i difetti, non aveva valore sull'animo suo, che come mezzo di

conoscere negli sviscerati piaggiatori i più incauti avversarii della

sua fortuna. Inflessibile davanti alle smodate piacenterie di costoro,

sopportava con animo egualmente imperturbato lo sguardo sinistro di

coloro, fossero grandi o meschini, che lo disapprovavano. — Anzi, nei

primi temeva a buon dritto la menzogna: in questi, no; il loro odio

egli gradiva, perchè almanco sincero.

Anche nella vita domestica apprese di buon'ora a far violenza alle

proprie inclinazioni. Ciò che nella prima età, sotto il dominio di un

genitore tiranno, era dura necessità, a lungo andare, coll'uso della

vita, diventò un abitudine. — Che se è temerario il dire che la sua

studiata mitezza era solo un omaggio alla virtù, bisognerà per lo meno

convenire, che egli possedeva l'arte fortunata di giungere felicemente

ad uno scopo, senza calpestare con apparente violenza gli ostacoli, che

gli attraversavano la via.

Il suo carattere ritraeva in parte le virtù della madre, Bianca di

Savoja. Nell'animo di lui non cadevano in fallo i semi della educazione

materna e i primi rudimenti di una cultura, rispetto ai tempi, vasta

e gentile. Galeazzo II, dopo avere inventato la terribile quaresima

di tormenti, fondò l'Università di Pavia. — Strano accoppiamento di

barbarie e di civiltà, che sembrerebbe irreconciliabile, se non si

pensasse che quel principe, ben lungi dal promovere negli studj la

cultura e lo sviluppo intellettuale de' suoi sudditi, volle soltanto

circondarsi di un'eletta schiera di sapienti, onde rifar credito alla

scaduta cortigianeria. Egli gustava nelle parole dei dotti il sapore

di una dialettica severa e piacevole, ma l'animo indurito non cangiava

tempra a sì modico calore: nè il coraggio dei neofiti della scienza

giungeva a tanto da mettere in pericolo la protezione del potente, pel

fuggevole diletto di apostrofarlo con una acerba parola. — Il fondatore

dell'Università non raccolse che i fiori dell'opera sua; i frutti

vennero più tardi; ed il primo a gustarli fu probabilmente il figlio,

cresciuto fra le dispute dei sapienti, nutrito dalle balde armonie dei

provenzali, educato dalle meste note del Petrarca.

Un buon terreno, cui venga affidato buon seme, tosto o tardi, produrrà

qualche frutto, a dispetto dei nembi passaggeri e dell'influsso

malefico dei paduli circostanti. — Il giovine principe, in mezzo ad una

corte corrotta, potè sfuggire al contagio propagato dall'adulazione:

apprese anzi ad odiarla, come la causa precipua degli errori del

suo genitore. Devoto al nome ed all'autorità di lui, dissimulò le

secrete accuse, che il cuore moveva spontaneamente contro la sua

brutale crudeltà; comprese, fino da fanciullo, quanto fossero fatali

le esorbitanze del suo governo: riconobbe la menzogna dei cortigiani

e la giustezza del publico malcontento: e nell'esempio della madre,

maestra di toleranza e sua compagna nel martirio domestico, apprese

ad odiare l'ingloriosa grandezza dei tiranni. — Una natura così nuova

e privilegiata parve un enigma a tutti coloro pei quali il despotismo

era allettamento od interesse. Il perchè, il signor di Milano e i suoi

addetti, non sapendo come meglio spiegare questo fenomeno, chiamavano

Giangaleazzo un _uomo da nulla_.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 86 / 111 题