LXIV.

Il disagio del cammino, cresciuto dal bujo della notte e

dall'imperversare della procella, spense alcun poco gli spiriti del

ciurmatore. Non già che gli sembrasse d'aver fatto un magro negozio;

scopriva soltanto che la via era meno piana di quello che aveva

sognato. — Quanto alla noja del viaggio, egli, che faceva pagar caro

ogni suo atto di servitù, pensava rifarsi, aggiungendo nuovi titoli

alla benevolenza del suo padrone e prelevando un lauto acconto sugli

infelici abitatori di Campomorto. — Finchè agiva in nome del signor

di Milano, non temeva di essere defraudato nei suoi guadagni. Ma in

quest'intrigo arrischiava egli ancora qualche interesse tutto suo;

onde, per non veder sfruttato il doppio e pericoloso traffico, chiamava

a consulta le vecchie astuzie.

Medicina, lo sgherro di Barnabò, era anche il confidente di

Giangaleazzo. — Chi dei due lo pagasse meglio, egli non curava

indagarlo; ottima cosa era il farsi pagar bene da entrambi. Condurre

una mano di sgherri a Campomorto, senza darne avviso al Conte di Virtù,

era mettere in pericolo la protezione di costui. Imprigionare la figlia

di Maffiolo, e consegnarla al signor di Milano, non era cosa scevra di

pericolo: la prigioniera avrebbe potuto farsi accusatrice delle sue

pratiche col signore di Pavia. — V'era di che pensar seriamente. Ed

ecco perchè gli pareva meno lunga quella strada, che gli dava tempo a

riflettere.

Non uno, ma cento progetti accolse coll'animo lieto di chi risolve un

problema difficile: ma il conforto era passeggero; quelle soluzioni

tanto vagheggiate erano poscia respinte col disgusto di trovarle sempre

fallaci. Sotto il peso di quelle difficoltà, il bottino di Campomorto

andava perdendo ad una ad una le sue attrattive. Pensava alla terribile

probabilità d'essere scoperto; e lo poteva essere; e se lo fosse? A che

le sue ricchezze? Più non gli rimaneva che il dubio sul luogo, in cui

egli avrebbe espiata la pena dei traditori. — Questo pensiero lo faceva

rabbrividire.

Dopo lunghe ed inutili torture, finalmente scoperse l'unica ed

infallibile scappatoja. — “Si vada a Campomorto, disse egli fra sè,

poscia a Pavia. Nella prima fermata raccoglierò di fretta quanto più

m'importa; nella seconda farò, con più zelo del solito, il mio officio

presso il Conte di Virtù; e, ridestando i suoi sdegni contro lo zio,

gli offrirò l'occasione di battere le milizie che invadono il suo

dominio, e di spogliarle di quanto avranno predato. Ma questa occasione

non verrà mai, perchè io pel primo andrò di volo a Milano a denunciare

alla signoria i procedimenti del Conte di Virtù. Per tal modo darò ad

ognuno il buono e il tristo del mio mestiere.„ — Credeva il ribaldo,

che ciò fosse giustizia.

Quella mattina i poveri abitatori di Campomorto si risvegliarono

soprafatti da una doppia disgrazia; la partenza misteriosa della

castellana e la comparsa di ima masnada, che pur troppo non faceva

mistero dei suoi intenti. Quale terribile angoscia dovesse produrre

la minaccia di una scorreria, ben lo si può imaginare, pensando

all'istinto rapace di quei soldati di ventura, alla insaziabile

avidità di chi li guidava, e al genio feroce del principe che li aveva

sguinzagliati. I terrazzani, colpiti all'improviso, non ebbero tempo

di raccogliersi e di pigliar l'armi. Se alcuno, spiando dall'alto il

pericolo, spolverò lo stocco e diè mano agli arnesi guerreschi, non

appena s'accorse con chi aveva a fare, rallentò l'opera, e depose le

armi. — La difesa era inutile; l'ira grande ma impotente. Gli infelici

non avevano altro modo di scongiurare la mala fortuna che farsi

incontro ad essa con piglio mansueto.

Medicina non era l'uomo dalle vendette inutili. — Una sola volta ei

l'aveva gustata nella morte del povero taverniere di Pavia; la lezione

gli rimase impressa nella mente per tutta la vita. Autorizzato a far

man bassa sugli infelici terrieri, pensò che meglio fosse limitarsi

alle minacce, per avere da loro, o per loro mezzo, la più gran copia

di roba e la migliore. Mentre la sbirraglia si sbandava nella cantina,

e nel tinello, preludiando un'orgia, il capo di essa, seguíto da

un suo fido compagno, visitò i luoghi più nascosti del castello,

raccolse quanto vi trovò di più prezioso, e ne fece un mucchio, che

consegnò all'amico, promettendogli a suo tempo una vistosa quota nel

riparto. — Poscia, annunciandogli che doveva partir sùbito, lo nominò

suo luogotenente, investendolo di pieni poteri, non senza consiglio

d'usarne con quella discrezione, che meglio giovasse ad ingrossare il

bottino. — Fatto ciò, riempì le tasche di grossi ducati fin dove le

forze potevano sopportarne, e scomparve.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 84 / 111 题