Il disagio del cammino, cresciuto dal bujo della notte e
dall'imperversare della procella, spense alcun poco gli spiriti del
ciurmatore. Non già che gli sembrasse d'aver fatto un magro negozio;
scopriva soltanto che la via era meno piana di quello che aveva
sognato. — Quanto alla noja del viaggio, egli, che faceva pagar caro
ogni suo atto di servitù, pensava rifarsi, aggiungendo nuovi titoli
alla benevolenza del suo padrone e prelevando un lauto acconto sugli
infelici abitatori di Campomorto. — Finchè agiva in nome del signor
di Milano, non temeva di essere defraudato nei suoi guadagni. Ma in
quest'intrigo arrischiava egli ancora qualche interesse tutto suo;
onde, per non veder sfruttato il doppio e pericoloso traffico, chiamava
a consulta le vecchie astuzie.
Medicina, lo sgherro di Barnabò, era anche il confidente di
Giangaleazzo. — Chi dei due lo pagasse meglio, egli non curava
indagarlo; ottima cosa era il farsi pagar bene da entrambi. Condurre
una mano di sgherri a Campomorto, senza darne avviso al Conte di Virtù,
era mettere in pericolo la protezione di costui. Imprigionare la figlia
di Maffiolo, e consegnarla al signor di Milano, non era cosa scevra di
pericolo: la prigioniera avrebbe potuto farsi accusatrice delle sue
pratiche col signore di Pavia. — V'era di che pensar seriamente. Ed
ecco perchè gli pareva meno lunga quella strada, che gli dava tempo a
riflettere.
Non uno, ma cento progetti accolse coll'animo lieto di chi risolve un
problema difficile: ma il conforto era passeggero; quelle soluzioni
tanto vagheggiate erano poscia respinte col disgusto di trovarle sempre
fallaci. Sotto il peso di quelle difficoltà, il bottino di Campomorto
andava perdendo ad una ad una le sue attrattive. Pensava alla terribile
probabilità d'essere scoperto; e lo poteva essere; e se lo fosse? A che
le sue ricchezze? Più non gli rimaneva che il dubio sul luogo, in cui
egli avrebbe espiata la pena dei traditori. — Questo pensiero lo faceva
rabbrividire.
Dopo lunghe ed inutili torture, finalmente scoperse l'unica ed
infallibile scappatoja. — “Si vada a Campomorto, disse egli fra sè,
poscia a Pavia. Nella prima fermata raccoglierò di fretta quanto più
m'importa; nella seconda farò, con più zelo del solito, il mio officio
presso il Conte di Virtù; e, ridestando i suoi sdegni contro lo zio,
gli offrirò l'occasione di battere le milizie che invadono il suo
dominio, e di spogliarle di quanto avranno predato. Ma questa occasione
non verrà mai, perchè io pel primo andrò di volo a Milano a denunciare
alla signoria i procedimenti del Conte di Virtù. Per tal modo darò ad
ognuno il buono e il tristo del mio mestiere.„ — Credeva il ribaldo,
che ciò fosse giustizia.
Quella mattina i poveri abitatori di Campomorto si risvegliarono
soprafatti da una doppia disgrazia; la partenza misteriosa della
castellana e la comparsa di ima masnada, che pur troppo non faceva
mistero dei suoi intenti. Quale terribile angoscia dovesse produrre
la minaccia di una scorreria, ben lo si può imaginare, pensando
all'istinto rapace di quei soldati di ventura, alla insaziabile
avidità di chi li guidava, e al genio feroce del principe che li aveva
sguinzagliati. I terrazzani, colpiti all'improviso, non ebbero tempo
di raccogliersi e di pigliar l'armi. Se alcuno, spiando dall'alto il
pericolo, spolverò lo stocco e diè mano agli arnesi guerreschi, non
appena s'accorse con chi aveva a fare, rallentò l'opera, e depose le
armi. — La difesa era inutile; l'ira grande ma impotente. Gli infelici
non avevano altro modo di scongiurare la mala fortuna che farsi
incontro ad essa con piglio mansueto.
Medicina non era l'uomo dalle vendette inutili. — Una sola volta ei
l'aveva gustata nella morte del povero taverniere di Pavia; la lezione
gli rimase impressa nella mente per tutta la vita. Autorizzato a far
man bassa sugli infelici terrieri, pensò che meglio fosse limitarsi
alle minacce, per avere da loro, o per loro mezzo, la più gran copia
di roba e la migliore. Mentre la sbirraglia si sbandava nella cantina,
e nel tinello, preludiando un'orgia, il capo di essa, seguíto da
un suo fido compagno, visitò i luoghi più nascosti del castello,
raccolse quanto vi trovò di più prezioso, e ne fece un mucchio, che
consegnò all'amico, promettendogli a suo tempo una vistosa quota nel
riparto. — Poscia, annunciandogli che doveva partir sùbito, lo nominò
suo luogotenente, investendolo di pieni poteri, non senza consiglio
d'usarne con quella discrezione, che meglio giovasse ad ingrossare il
bottino. — Fatto ciò, riempì le tasche di grossi ducati fin dove le
forze potevano sopportarne, e scomparve.