LXIII.

È inutile affrettarci a dire che Agnesina fu salva da quella

catastrofe. Chi l'ha un po' nel cuore, ricorda d'averla lasciata in una

casipola di Pavia, e attende di rivederla colà, sana e salva, benchè

immersa in un profondo dolore. — Torniamo piuttosto a Campomorto, e

prima ancora alla corte dei due Visconti, per vedere quali diversi

effetti ivi producesse l'infelice destino dei Mantegazzi.

Barnabò, occupato a quest'epoca di guerre e di rappresaglie, non

curava troppo le ribalderie minute. I soprusi però, le crudeltà, le

prepotenze, non venivano meno per questo: ma costituivano il piccolo

commercio, di cui il signore di Milano cedeva il vanto ed i frutti

a' suoi cortigiani. — Questi, gareggiando d'operosità e d'astuzia, si

proponevano un doppio scopo; avvantaggiare la borsa, ed aumentare il

credito presso il loro signore. Quanto al primo, v'era sempre di che

accendere l'appetito dei più: meno facile a conseguirsi era il secondo,

poichè il favore del principe non poteva ripartirsi esattamente su

tutti; e il suo beniamino non doveva essere che uno solo.

Per fortuna, in quella gara, funestissima ai poveri governati, non

tutti spiegavano un egual valore. — V'erano degli illusi, a cui ogni

blandizia, ogni sguardo meno cupo sfuggito a caso dal cipiglio del

tiranno ed a caso raccolto, sembrava un pegno di favore, un privilegio

unico ed esclusivo. Costoro s'addormentavano nella certezza della

propria inviolabilità, e sognavano grandezze ed onori, finchè a suo

tempo venivano risvegliati bruscamente dalla dolorosa scossa della

caduta.

Altri invece, dotati di più lunga vista, s'andavano arrabbattando non

paghi d'essere i cortigiani del padrone, ma ansiosi di diventare il

primo ed il più caro suo favorito. Costoro, per arrivare alla meta,

creavano fra il principe ed il popolo una serie di sognate difficoltà,

che poi superavano per dar prova di devozione e di bravura. Quindi

denunzie, persecuzioni, oltraggi da una parte; dall'altra immunità

iniquamente accordate, favori e privilegi dispensati a capriccio dalla

stolta prodigalità del principe. Ma nè l'inerte mansuetudine degli uni,

nè lo zelo istancabile degli altri, guidava alla meta sognata. Barnabò

poteva bene essere amato dai tristi suoi pari: egli non amava alcuno.

Medicina, entrato in corte col semplice titolo di servo, godendo

il vantaggio della domesticità, e volgendolo a' suoi fini con un

accorgimento, che non è scienza ma istinto, ebbe campo di studiare da

vicino il carattere di quell'uomo tetro ed inflessibile. Nell'abituale

cupezza che siedeva sul suo viso, impenetrabile a tutti, egli pur

sapeva scorgere varie gradazioni; quella davanti cui bisognava

rassegnarsi prostrato nella polvere, scongiurando la procella nel

silenzio; e quell'altra, che faceva lecito l'aggiungere una parola

per deplorare, incoraggiare o far plauso a seconda dei momenti: ben

inteso che, in ogni caso, non bisognava movergli incontro di fronte, ma

stargli a fianco ed a rispettosa distanza.

Nella sua privilegiata posizione, avrebbe potuto fare o tentare

qualcosa di onesto. Ma il suo animo perverso si compiaceva invece di

aggiungere all'ira traboccata del padrone una goccia del suo fiele,

per deciderlo ad un atto di ferocia, quando l'animo di colui non

vi fosse ancora determinato. — Per tal modo egli, servo e strumento

del principe, poteva vantarsi d'essere stato, qualche rara volta, il

padrone della sua volontà.

Che se gli era sfuggita una parola in mal punto, mentre ogni altro

sarebbe stato un uomo perduto, egli sapeva neutralizzarne l'effetto,

con lazzi buffoneschi e colle piacenterie a lui solo concesse. E

se nemmen ciò bastava, egli aveva il mezzo estremo di riguadagnare

il perduto, chiedendo ad imprestito dalle scienze occulte quelle

ragioni superiori, davanti alle quali perfino lo scettico Barnabò, suo

malgrado, piegava il capo. Su questo campo lo stesso principe non era

per nulla al di sopra dei pregiudizii dell'infimo vulgo. Sprezzava

la vera scienza professata sodamente e di buona fede; ma non osava

combattere le menzogne spacciate dai ciurmatori.

Per tal modo Medicina, simile talvolta al cagnuolo della casa cui

è permesso qualche atto di famigliarità, tal altra reso autorevole

da una dottrina gremita d'assurdi e quindi piena d'incanto, godeva

dell'impunità anche quando osasse levarsi dalla umile sua condizione

per esaminare, dirigere, sindacare le azioni del padrone. Ma prosperò

le sue sorti, e seppe conciliare interessi lontani ed opposti, perchè,

più sagace dei suoi pari, seppe farlo con arte, e non trasmodò mai

cogli abusi. Camminando sul ciglio dell'abisso, vi si trascinava

carpone; e non fu mai colto dalla vertigine. Che se alcuna fiata

credette di essere in procinto di perdere l'equilibrio, prevenne il

pericolo arrestandosi, e scontò la lieve imprudenza con una lunga

inerzia, e col silenzio.

Nelle cose d'alta importanza non soleva immischiarsi che quanto era

necessario per raccoglierne qualche frutto. Non pose mano perciò

all'affare di Reggio, nè spronò il suo signore a fare quello che fece.

La cosa camminava bene da sè: Barnabò era troppo accorto, troppo

risoluto e crudele, per dimenticare l'offesa, e rinunciare alla

vendetta.

A suo tempo, anzi prima del tempo preveduto, scoppiò la procella; e

Medicina, che pretendeva d'indovinare il futuro, si lasciò sorprendere

dall'avvenimento, mentre si trovava fuor di città per riferire,

come si è detto, al Conte di Virtù i procedimenti della signoria di

Milano. — Venuto in chiaro della cosa, non gettò il tempo a dolersi

dell'occasione perduta; ma prese a studiare il modo di ricattarsi. La

sua gita a Campomorto, dianzi deplorata, gli aperse l'animo a sognare

nuovi e più grandi progetti di buttino. E i sogni di rado mentivano a

quell'anima scelerata.

Poche ore dopo il suo ritorno, egli vide il principe e lo trovò più

tetro del solito. La morte violenta di Maffiolo Mantegazza gli aveva

fatto perdere la traccia di un branco di congiurati, sui quali poteva

sfogare le sue ire, senza nemmanco affaticarsi a giustificarle con

qualche pretesto.

Medicina lesse il secreto sulle grinze di quella fronte torbida;

studiò il male, scoperse il rimedio, e stabilì il momento opportuno

per amministrarlo. Ma non impiegò il linguaggio della passione, e

meno ancora la franca parola di chi indovina e consiglia; perocchè

quello zelo avrebbe destato sospetto: rammentò soltanto con ingenua

sbadataggine, che, a poche miglia da Milano nel castello di Campomorto,

viveva ritirata la figliuola del proscritto, e che là era probabile

aver lume intorno all'intrigo, o per mezzo di documenti ivi celati,

o dalla bocca stessa dell'orfana, più o meno spontaneamente facile a

confessare la colpa di suo padre.

Barnabò non sembrava dar retta a tali proposte, e Medicina non osava

insistere. — Forse, in quel punto, l'avido ciurmatore si pentì d'aver

consegnato al Conte di Virtù la lettera di Maffiolo, perchè ora

l'avrebbe venduta a prezzo doppio. — Ma il male non aveva rimedio;

parlarne era come accusarsi d'infedeltà. Solo gli restava aperto

l'adito alla rivincita, in una più ardita e profittevole impresa:

quella, cioè, di riavere per forza lo scritto o la persona cui era

diretto.

Barnabò durava ostinato nel suo silenzio poco incoraggiante.

Tutt'altr'uomo si sarebbe perduto d'animo; Medicina al contrario, per

iscuotere la languida volontà di colui, non aveva che ad accennare le

difficoltà dell'impresa ed a creare ostacoli; certo che Barnabò non

avrebbe resistito alla tentazione di rovesciarli.

“Ahimè, insensato ch'io sono! — sclamò Medicina percotendosi la fronte

— ahimè! che stolido pensiero m'è passato pel capo.„ E taceva di

nuovo; dando al viso e alla persona un'aria di umiltà e d'ipocrisia,

che ingannava lo stesso Barnabò. Teneva il viso chino, e gli occhi a

terra, appoggiava il mento tra il pollice e l'indice della destra, e il

gomito al braccio sinistro stretto al seno. Tutto ciò era una pantomima

studiata; il silenzio doveva essere l'eloquente proemio di quanto egli

stava per dire.

“Campomorto! — susurrò tra sè, ma in modo d'essere inteso — è fuori del

nostro territorio!... Sì certo. Esso è in quel di Pavia... dominio del

Conte di Virtù... Ed io... ah mille volte pazzo!... La grandezza e la

gloria del mio padrone m'inebriano a segno da farmi scordare la gloria

e la grandezza del suo nobile congiunto... E...„ — Mentre ruminava

altre parole di questo colore, osò levare un istante lo sguardo, per

vederne l'effetto. La sua occhiata, benchè rapidissima, afferrò quanto

bastasse per fargli ripigliare la bugiarda umiltà che gli assicurava il

trionfo.

Infatti, il volto di Barnabò tradiva l'interna compiacenza, quasi

avesse fatto una grande scoperta. Il rispetto che Medicina aveva

mostrato pei diritti del Conte di Virtù, era l'unico modo di invitare

il principe a violarli. Egli, che avrebbe sprezzato un consiglio o

punito il temerario che osasse darne uno al suo signore, accolse le

parole del ciurmatore come una inspirazione. Quel viso, prima sì cupo

e taciturno, si aperse alcun poco; un sorriso minaccioso e terribile

sfiorò quelle labra, dianzi diversamente spaventevoli nel silenzio.

Medicina, che aveva compreso essere quella minaccia indirizzata a

tutt'altro, che a sè, fece cuore, e cantò vittoria in secreto.

“Campomorto è feudo dei Mantegazzi, e dominio del Conte di Virtù? —

urlò il principe. — Tanto basta... Doppia ragione perchè quella terra

sia posta a soqquadro. Se esistesse un solo Mantegazza, e quello fosse

ancora celato nelle viscere di sua madre, il pugnale del mio più fido

servo spenga d'un colpo la razza scelerata! E che? mi si minaccia forse

perchè il covo dei ribelli è sul territorio di mio nipote? Date a lui

un bordone ed una sporta; non cerca di meglio, quel collotorto! Bravo

Medicina! tu m'hai predetto la buona ventura questa volta. A te l'onore

dell'impresa. Tu stesso devi essere il primo a mettere piede, in mio

nome, sulla terra dei ribelli; tu precederai cento, duecento, mille

delle mie alabarde, e porterai in quel castello la ruina e l'incendio.

— Tutto sarà tuo: le carte solo e la fanciulla prenderai per mio conto.

— Io, che ho sfidato l'ira del papa, che ingrasso nelle sue scomuniche,

dovrò tremare della stizza impotente del mio diletto nipote..? Ah ah!

Una sfida... vedremo... Parti, parti: fra tre giorni la risposta.„

Medicina, tutto mogio in apparenza ma assai sodisfatto nell'interno

dell'animo, offerse al suo signore la più ampia protesta d'obedienza,

curvandosi dinanzi a lui fino a terra; poi uscì. Non era ancor fuori

della sala, che la gioja sprizzava dalle mille rughe della sua faccia

da ipocrito. Raccolse un momento i suoi pensieri; scelse poscia i

compagni, li ordinò, li istrusse; e prima che fosse notte, sprezzando

l'intemperie, partì per Campomorto, da cui sognava di ritornar fra tre

giorni ricco sfondolato.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 83 / 111 题