È inutile affrettarci a dire che Agnesina fu salva da quella
catastrofe. Chi l'ha un po' nel cuore, ricorda d'averla lasciata in una
casipola di Pavia, e attende di rivederla colà, sana e salva, benchè
immersa in un profondo dolore. — Torniamo piuttosto a Campomorto, e
prima ancora alla corte dei due Visconti, per vedere quali diversi
effetti ivi producesse l'infelice destino dei Mantegazzi.
Barnabò, occupato a quest'epoca di guerre e di rappresaglie, non
curava troppo le ribalderie minute. I soprusi però, le crudeltà, le
prepotenze, non venivano meno per questo: ma costituivano il piccolo
commercio, di cui il signore di Milano cedeva il vanto ed i frutti
a' suoi cortigiani. — Questi, gareggiando d'operosità e d'astuzia, si
proponevano un doppio scopo; avvantaggiare la borsa, ed aumentare il
credito presso il loro signore. Quanto al primo, v'era sempre di che
accendere l'appetito dei più: meno facile a conseguirsi era il secondo,
poichè il favore del principe non poteva ripartirsi esattamente su
tutti; e il suo beniamino non doveva essere che uno solo.
Per fortuna, in quella gara, funestissima ai poveri governati, non
tutti spiegavano un egual valore. — V'erano degli illusi, a cui ogni
blandizia, ogni sguardo meno cupo sfuggito a caso dal cipiglio del
tiranno ed a caso raccolto, sembrava un pegno di favore, un privilegio
unico ed esclusivo. Costoro s'addormentavano nella certezza della
propria inviolabilità, e sognavano grandezze ed onori, finchè a suo
tempo venivano risvegliati bruscamente dalla dolorosa scossa della
caduta.
Altri invece, dotati di più lunga vista, s'andavano arrabbattando non
paghi d'essere i cortigiani del padrone, ma ansiosi di diventare il
primo ed il più caro suo favorito. Costoro, per arrivare alla meta,
creavano fra il principe ed il popolo una serie di sognate difficoltà,
che poi superavano per dar prova di devozione e di bravura. Quindi
denunzie, persecuzioni, oltraggi da una parte; dall'altra immunità
iniquamente accordate, favori e privilegi dispensati a capriccio dalla
stolta prodigalità del principe. Ma nè l'inerte mansuetudine degli uni,
nè lo zelo istancabile degli altri, guidava alla meta sognata. Barnabò
poteva bene essere amato dai tristi suoi pari: egli non amava alcuno.
Medicina, entrato in corte col semplice titolo di servo, godendo
il vantaggio della domesticità, e volgendolo a' suoi fini con un
accorgimento, che non è scienza ma istinto, ebbe campo di studiare da
vicino il carattere di quell'uomo tetro ed inflessibile. Nell'abituale
cupezza che siedeva sul suo viso, impenetrabile a tutti, egli pur
sapeva scorgere varie gradazioni; quella davanti cui bisognava
rassegnarsi prostrato nella polvere, scongiurando la procella nel
silenzio; e quell'altra, che faceva lecito l'aggiungere una parola
per deplorare, incoraggiare o far plauso a seconda dei momenti: ben
inteso che, in ogni caso, non bisognava movergli incontro di fronte, ma
stargli a fianco ed a rispettosa distanza.
Nella sua privilegiata posizione, avrebbe potuto fare o tentare
qualcosa di onesto. Ma il suo animo perverso si compiaceva invece di
aggiungere all'ira traboccata del padrone una goccia del suo fiele,
per deciderlo ad un atto di ferocia, quando l'animo di colui non
vi fosse ancora determinato. — Per tal modo egli, servo e strumento
del principe, poteva vantarsi d'essere stato, qualche rara volta, il
padrone della sua volontà.
Che se gli era sfuggita una parola in mal punto, mentre ogni altro
sarebbe stato un uomo perduto, egli sapeva neutralizzarne l'effetto,
con lazzi buffoneschi e colle piacenterie a lui solo concesse. E
se nemmen ciò bastava, egli aveva il mezzo estremo di riguadagnare
il perduto, chiedendo ad imprestito dalle scienze occulte quelle
ragioni superiori, davanti alle quali perfino lo scettico Barnabò, suo
malgrado, piegava il capo. Su questo campo lo stesso principe non era
per nulla al di sopra dei pregiudizii dell'infimo vulgo. Sprezzava
la vera scienza professata sodamente e di buona fede; ma non osava
combattere le menzogne spacciate dai ciurmatori.
Per tal modo Medicina, simile talvolta al cagnuolo della casa cui
è permesso qualche atto di famigliarità, tal altra reso autorevole
da una dottrina gremita d'assurdi e quindi piena d'incanto, godeva
dell'impunità anche quando osasse levarsi dalla umile sua condizione
per esaminare, dirigere, sindacare le azioni del padrone. Ma prosperò
le sue sorti, e seppe conciliare interessi lontani ed opposti, perchè,
più sagace dei suoi pari, seppe farlo con arte, e non trasmodò mai
cogli abusi. Camminando sul ciglio dell'abisso, vi si trascinava
carpone; e non fu mai colto dalla vertigine. Che se alcuna fiata
credette di essere in procinto di perdere l'equilibrio, prevenne il
pericolo arrestandosi, e scontò la lieve imprudenza con una lunga
inerzia, e col silenzio.
Nelle cose d'alta importanza non soleva immischiarsi che quanto era
necessario per raccoglierne qualche frutto. Non pose mano perciò
all'affare di Reggio, nè spronò il suo signore a fare quello che fece.
La cosa camminava bene da sè: Barnabò era troppo accorto, troppo
risoluto e crudele, per dimenticare l'offesa, e rinunciare alla
vendetta.
A suo tempo, anzi prima del tempo preveduto, scoppiò la procella; e
Medicina, che pretendeva d'indovinare il futuro, si lasciò sorprendere
dall'avvenimento, mentre si trovava fuor di città per riferire,
come si è detto, al Conte di Virtù i procedimenti della signoria di
Milano. — Venuto in chiaro della cosa, non gettò il tempo a dolersi
dell'occasione perduta; ma prese a studiare il modo di ricattarsi. La
sua gita a Campomorto, dianzi deplorata, gli aperse l'animo a sognare
nuovi e più grandi progetti di buttino. E i sogni di rado mentivano a
quell'anima scelerata.
Poche ore dopo il suo ritorno, egli vide il principe e lo trovò più
tetro del solito. La morte violenta di Maffiolo Mantegazza gli aveva
fatto perdere la traccia di un branco di congiurati, sui quali poteva
sfogare le sue ire, senza nemmanco affaticarsi a giustificarle con
qualche pretesto.
Medicina lesse il secreto sulle grinze di quella fronte torbida;
studiò il male, scoperse il rimedio, e stabilì il momento opportuno
per amministrarlo. Ma non impiegò il linguaggio della passione, e
meno ancora la franca parola di chi indovina e consiglia; perocchè
quello zelo avrebbe destato sospetto: rammentò soltanto con ingenua
sbadataggine, che, a poche miglia da Milano nel castello di Campomorto,
viveva ritirata la figliuola del proscritto, e che là era probabile
aver lume intorno all'intrigo, o per mezzo di documenti ivi celati,
o dalla bocca stessa dell'orfana, più o meno spontaneamente facile a
confessare la colpa di suo padre.
Barnabò non sembrava dar retta a tali proposte, e Medicina non osava
insistere. — Forse, in quel punto, l'avido ciurmatore si pentì d'aver
consegnato al Conte di Virtù la lettera di Maffiolo, perchè ora
l'avrebbe venduta a prezzo doppio. — Ma il male non aveva rimedio;
parlarne era come accusarsi d'infedeltà. Solo gli restava aperto
l'adito alla rivincita, in una più ardita e profittevole impresa:
quella, cioè, di riavere per forza lo scritto o la persona cui era
diretto.
Barnabò durava ostinato nel suo silenzio poco incoraggiante.
Tutt'altr'uomo si sarebbe perduto d'animo; Medicina al contrario, per
iscuotere la languida volontà di colui, non aveva che ad accennare le
difficoltà dell'impresa ed a creare ostacoli; certo che Barnabò non
avrebbe resistito alla tentazione di rovesciarli.
“Ahimè, insensato ch'io sono! — sclamò Medicina percotendosi la fronte
— ahimè! che stolido pensiero m'è passato pel capo.„ E taceva di
nuovo; dando al viso e alla persona un'aria di umiltà e d'ipocrisia,
che ingannava lo stesso Barnabò. Teneva il viso chino, e gli occhi a
terra, appoggiava il mento tra il pollice e l'indice della destra, e il
gomito al braccio sinistro stretto al seno. Tutto ciò era una pantomima
studiata; il silenzio doveva essere l'eloquente proemio di quanto egli
stava per dire.
“Campomorto! — susurrò tra sè, ma in modo d'essere inteso — è fuori del
nostro territorio!... Sì certo. Esso è in quel di Pavia... dominio del
Conte di Virtù... Ed io... ah mille volte pazzo!... La grandezza e la
gloria del mio padrone m'inebriano a segno da farmi scordare la gloria
e la grandezza del suo nobile congiunto... E...„ — Mentre ruminava
altre parole di questo colore, osò levare un istante lo sguardo, per
vederne l'effetto. La sua occhiata, benchè rapidissima, afferrò quanto
bastasse per fargli ripigliare la bugiarda umiltà che gli assicurava il
trionfo.
Infatti, il volto di Barnabò tradiva l'interna compiacenza, quasi
avesse fatto una grande scoperta. Il rispetto che Medicina aveva
mostrato pei diritti del Conte di Virtù, era l'unico modo di invitare
il principe a violarli. Egli, che avrebbe sprezzato un consiglio o
punito il temerario che osasse darne uno al suo signore, accolse le
parole del ciurmatore come una inspirazione. Quel viso, prima sì cupo
e taciturno, si aperse alcun poco; un sorriso minaccioso e terribile
sfiorò quelle labra, dianzi diversamente spaventevoli nel silenzio.
Medicina, che aveva compreso essere quella minaccia indirizzata a
tutt'altro, che a sè, fece cuore, e cantò vittoria in secreto.
“Campomorto è feudo dei Mantegazzi, e dominio del Conte di Virtù? —
urlò il principe. — Tanto basta... Doppia ragione perchè quella terra
sia posta a soqquadro. Se esistesse un solo Mantegazza, e quello fosse
ancora celato nelle viscere di sua madre, il pugnale del mio più fido
servo spenga d'un colpo la razza scelerata! E che? mi si minaccia forse
perchè il covo dei ribelli è sul territorio di mio nipote? Date a lui
un bordone ed una sporta; non cerca di meglio, quel collotorto! Bravo
Medicina! tu m'hai predetto la buona ventura questa volta. A te l'onore
dell'impresa. Tu stesso devi essere il primo a mettere piede, in mio
nome, sulla terra dei ribelli; tu precederai cento, duecento, mille
delle mie alabarde, e porterai in quel castello la ruina e l'incendio.
— Tutto sarà tuo: le carte solo e la fanciulla prenderai per mio conto.
— Io, che ho sfidato l'ira del papa, che ingrasso nelle sue scomuniche,
dovrò tremare della stizza impotente del mio diletto nipote..? Ah ah!
Una sfida... vedremo... Parti, parti: fra tre giorni la risposta.„
Medicina, tutto mogio in apparenza ma assai sodisfatto nell'interno
dell'animo, offerse al suo signore la più ampia protesta d'obedienza,
curvandosi dinanzi a lui fino a terra; poi uscì. Non era ancor fuori
della sala, che la gioja sprizzava dalle mille rughe della sua faccia
da ipocrito. Raccolse un momento i suoi pensieri; scelse poscia i
compagni, li ordinò, li istrusse; e prima che fosse notte, sprezzando
l'intemperie, partì per Campomorto, da cui sognava di ritornar fra tre
giorni ricco sfondolato.