LXII.

Se, al momento di riaprire questo libro dopo aver fatto una sosta,

non vi sentite, o lettori, il prurito di muovermi un'accusa perchè

mi sono arrestato a mezzo della via, quando appunto l'ordine e la

natura degli avvenimenti sembravano chiedere pochi passi ancora

onde arrivare alla giusta fermata; o, per parlar più chiaramente, se

dopo aver fatto conoscenza colla nostra eroina, non provate un po'

di pietà e d'affezione per essa, tanto che vi paja in regola che la

prima parola non sia per dirvi che ella è salva, e come lo fu, dovrò

confessare, d'essermi ingannato a partito. Con tale ipotesi, il titolo

d'increscioso mi è già toccato, o mi toccherà ben presto: e a questo

sùbito e formidabile dubio, per salvarmi almanco la fama di seccatore

onesto, renderò conto di tutto, fin anco delle intenzioni; fra le quali

non v'è per certo quella di volervi ingannare.

Uno storico famoso poneva in capo ad un bel racconto, scritto nel

momento più avventuroso della sua vita letteraria, queste parole: —

_Lettore mio, hai tu spasimàto? No! Questo libro non è per te._ — I

patti sono chiari e franchi fino a parere un po' scortesi. — Dubito

però che un sol bonaccio chiudesse il libro a quell'avviso per non

stimarsene degno. Pochi avranno creduto di avere il cuore sì duro; e

quei pochi avranno affrontato gli spasimi della lettura, appunto perchè

sapevano di poterlo fare impunemente.

Un altro autore invece, dopo averci allettato colle più evidenti

pitture, dopo averci commosso col racconto di tante avventure o

virtuose o ribalde, ma sempre veritiere, si congeda dal suo lettore

(che non vorrebbe sì presto congedarsi da lui) mostrandosi pronto a

chiedergli scusa, se mai l'avesse nojato, assicurandolo _di non averlo

fatto a posta_.

Il primo, non cercando che la compagnia dei martoriati e degli

spasimanti, vorrebbe, a quanto pare, stringersi attorno un uditorio

apposito, ed accaparrarsi l'attenzione e l'applauso. L'altro, con

quelle modestissime parole, fa ancor meglio; spinge involontariamente

il lettore a dare una gentile mentíta a' suoi scrupoli, e lo fa

tornar di slancio alla prefazione, per rileggere da capo quel libro

incomparabile, che lo diletta e lo commove come, e forse ancor più,

della prima volta.

Ora, la franca premessa dell'uno e il modesto riserbo dell'altro,

mi pajono simili a quegli schifi che stanno appesi al bordo di

un vascello: quei mezzi di scampo accennano alla possibilità del

naufragio.

Tenendomi alla dovuta distanza da quegli scrittori sì diversamente

illustri, e credendomi al riparo della critica profonda e severa, la

quale non trae le armi se non per combattere chi ne è degno, sento

anch'io, nella mia piccola cerchia e in un mondo minore, il bisogno di

vedermi attorno delle facce spianate e degli amici indulgenti. Giudicai

inutile l'apostrofare il lettore in sul bel principio, non sapendo fin

dove le forze mi concedessero di promettere; ma mi pare ora dovere e

cortesia lo scongiurarlo a dir schietto se egli si è fin qui annojato.

La noja, sorella del sonno e lontana parente della morte, annacqua ogni

sapore, taglia i nervi ad ogni proposito, ammazza la stessa critica; ma

è più grave e capitale di essa. Contro una censura v'è luogo a reclamo:

contro lo sbadiglio, no.

Soprafatto da tali pensieri, sentendo farsi minore la lena di

proseguire, mi tornò in capo l'idea di venire ora a patti con voi,

supplendo a quanto avrei dovuto fare in fronte al libro con poche righe

di prefazione. — È tardi; ma meglio tardi che mai.

La nostra eroina non è una invenzione. Tutte le storie parlano di

Agnese Mantegazza; solo che nelle storie e nelle cronache dei tempi le

sue avventure sono sgranate ed incomplete; sovente esposte come frivoli

episodii; sempre poi narrate colla fretta di chi ha un lungo cammino a

percorrere, e non ha tempo di divagare in minuti racconti.

Malgrado ciò, una volta fissato il personaggio di Agnese, mi pare

difficile il dimenticarlo. I brani della sua storia perduti su molte

carte, riferiti variamente da storici diversi, in diverso linguaggio,

si vanno, direm quasi per virtù propria, stringendo in un tutto, che a

poco a poco assume l'importanza di una narrazione piena di evidenza e

d'affetti. — Quegli affetti e quell'evidenza mi sembrarono cosa degna

di farne parte agli amici. Non osando richiedere da essi quel po' di

proposito e quella preventiva simpatia, che furono lo sprone alle mie

ricerche, tentai di raccogliere quei brani, di ordinarli e ricucirli

insieme, perchè avessero forma di un racconto, se non completo, almeno

chiaro ed ordinato.

Non è necessario cercar soltanto l'oro, che troppo scarseggia: si fa

buon'opera anche quando si raccoglie una sostanza meno preziosa, purchè

la si depuri, e la si spacci per quella che è. Fu questo il mio unico

scopo.

Ora la pausa, che ci siamo imposti, invece di rendermi pago della

strada abbastanza lunga che abbiamo percorsa insieme, mi fa riflettere

seriamente a quella che ci rimane a percorrere; non per me, che la

conosco, ma per chi mi usa la cortesia di tenermi dietro. Simile alla

guida montana, che al piede dell'erta più scabrosa interroga un'altra

volta il suo seguace, per consultarne le forze e la volontà, io

chiederò a chi legge: “Hai tu pazienza ancora?..„ E se egli risponde

affermativamente, gli prometto che, dopo avergli fatto superare questi

passi meno significanti in cui non vede che vicende private ed oscure,

lo guiderò in una regione d'aria libera e d'orizzonte assai vasto, da

cui godrà una delle più belle vedute della nostra storia passata. — La

vita d'Agnese Mantegazza, come chè interessante, non è la meta; è il

sentiero meno disagiato che ad essa conduce.

Se l'avervi taciuto, o lettori, il mio pensiero, se l'aver cercato di

caparrare un po' della vostra affezione per un'infelice, vi farà durare

nel proposito di vederne la fine, non mi pentirò della fatta omissione.

Anzi, la confidenza accresciuta dal vedervi accogliere bene le mie

simpatie, mi dà coraggio di farvi anticipatamente una rivelazione. Se

da principio avessi dimostrato la pretensione di ragionarvi di storia

patria, voi, che sapete dove e da chi meglio apprenderla, avreste

voltato le spalle al petulante, che si arroga un officio di cui non

è degno. — Ma se da questo povero volume avrete tratto occasione di

fissare con ispeciale interesse un'epoca storica importantissima;

e se, in grazia sua, vi accingerete ad aprire qualche buon libro di

storia, non fosse altro per vedere se fui veritiero, avremmo, io e

voi, raggiunto il nostro scopo: questo racconto sarà la più acconcia

prefazione alle vostre studiose letture.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 82 / 111 题