Se, al momento di riaprire questo libro dopo aver fatto una sosta,
non vi sentite, o lettori, il prurito di muovermi un'accusa perchè
mi sono arrestato a mezzo della via, quando appunto l'ordine e la
natura degli avvenimenti sembravano chiedere pochi passi ancora
onde arrivare alla giusta fermata; o, per parlar più chiaramente, se
dopo aver fatto conoscenza colla nostra eroina, non provate un po'
di pietà e d'affezione per essa, tanto che vi paja in regola che la
prima parola non sia per dirvi che ella è salva, e come lo fu, dovrò
confessare, d'essermi ingannato a partito. Con tale ipotesi, il titolo
d'increscioso mi è già toccato, o mi toccherà ben presto: e a questo
sùbito e formidabile dubio, per salvarmi almanco la fama di seccatore
onesto, renderò conto di tutto, fin anco delle intenzioni; fra le quali
non v'è per certo quella di volervi ingannare.
Uno storico famoso poneva in capo ad un bel racconto, scritto nel
momento più avventuroso della sua vita letteraria, queste parole: —
_Lettore mio, hai tu spasimàto? No! Questo libro non è per te._ — I
patti sono chiari e franchi fino a parere un po' scortesi. — Dubito
però che un sol bonaccio chiudesse il libro a quell'avviso per non
stimarsene degno. Pochi avranno creduto di avere il cuore sì duro; e
quei pochi avranno affrontato gli spasimi della lettura, appunto perchè
sapevano di poterlo fare impunemente.
Un altro autore invece, dopo averci allettato colle più evidenti
pitture, dopo averci commosso col racconto di tante avventure o
virtuose o ribalde, ma sempre veritiere, si congeda dal suo lettore
(che non vorrebbe sì presto congedarsi da lui) mostrandosi pronto a
chiedergli scusa, se mai l'avesse nojato, assicurandolo _di non averlo
fatto a posta_.
Il primo, non cercando che la compagnia dei martoriati e degli
spasimanti, vorrebbe, a quanto pare, stringersi attorno un uditorio
apposito, ed accaparrarsi l'attenzione e l'applauso. L'altro, con
quelle modestissime parole, fa ancor meglio; spinge involontariamente
il lettore a dare una gentile mentíta a' suoi scrupoli, e lo fa
tornar di slancio alla prefazione, per rileggere da capo quel libro
incomparabile, che lo diletta e lo commove come, e forse ancor più,
della prima volta.
Ora, la franca premessa dell'uno e il modesto riserbo dell'altro,
mi pajono simili a quegli schifi che stanno appesi al bordo di
un vascello: quei mezzi di scampo accennano alla possibilità del
naufragio.
Tenendomi alla dovuta distanza da quegli scrittori sì diversamente
illustri, e credendomi al riparo della critica profonda e severa, la
quale non trae le armi se non per combattere chi ne è degno, sento
anch'io, nella mia piccola cerchia e in un mondo minore, il bisogno di
vedermi attorno delle facce spianate e degli amici indulgenti. Giudicai
inutile l'apostrofare il lettore in sul bel principio, non sapendo fin
dove le forze mi concedessero di promettere; ma mi pare ora dovere e
cortesia lo scongiurarlo a dir schietto se egli si è fin qui annojato.
La noja, sorella del sonno e lontana parente della morte, annacqua ogni
sapore, taglia i nervi ad ogni proposito, ammazza la stessa critica; ma
è più grave e capitale di essa. Contro una censura v'è luogo a reclamo:
contro lo sbadiglio, no.
Soprafatto da tali pensieri, sentendo farsi minore la lena di
proseguire, mi tornò in capo l'idea di venire ora a patti con voi,
supplendo a quanto avrei dovuto fare in fronte al libro con poche righe
di prefazione. — È tardi; ma meglio tardi che mai.
La nostra eroina non è una invenzione. Tutte le storie parlano di
Agnese Mantegazza; solo che nelle storie e nelle cronache dei tempi le
sue avventure sono sgranate ed incomplete; sovente esposte come frivoli
episodii; sempre poi narrate colla fretta di chi ha un lungo cammino a
percorrere, e non ha tempo di divagare in minuti racconti.
Malgrado ciò, una volta fissato il personaggio di Agnese, mi pare
difficile il dimenticarlo. I brani della sua storia perduti su molte
carte, riferiti variamente da storici diversi, in diverso linguaggio,
si vanno, direm quasi per virtù propria, stringendo in un tutto, che a
poco a poco assume l'importanza di una narrazione piena di evidenza e
d'affetti. — Quegli affetti e quell'evidenza mi sembrarono cosa degna
di farne parte agli amici. Non osando richiedere da essi quel po' di
proposito e quella preventiva simpatia, che furono lo sprone alle mie
ricerche, tentai di raccogliere quei brani, di ordinarli e ricucirli
insieme, perchè avessero forma di un racconto, se non completo, almeno
chiaro ed ordinato.
Non è necessario cercar soltanto l'oro, che troppo scarseggia: si fa
buon'opera anche quando si raccoglie una sostanza meno preziosa, purchè
la si depuri, e la si spacci per quella che è. Fu questo il mio unico
scopo.
Ora la pausa, che ci siamo imposti, invece di rendermi pago della
strada abbastanza lunga che abbiamo percorsa insieme, mi fa riflettere
seriamente a quella che ci rimane a percorrere; non per me, che la
conosco, ma per chi mi usa la cortesia di tenermi dietro. Simile alla
guida montana, che al piede dell'erta più scabrosa interroga un'altra
volta il suo seguace, per consultarne le forze e la volontà, io
chiederò a chi legge: “Hai tu pazienza ancora?..„ E se egli risponde
affermativamente, gli prometto che, dopo avergli fatto superare questi
passi meno significanti in cui non vede che vicende private ed oscure,
lo guiderò in una regione d'aria libera e d'orizzonte assai vasto, da
cui godrà una delle più belle vedute della nostra storia passata. — La
vita d'Agnese Mantegazza, come chè interessante, non è la meta; è il
sentiero meno disagiato che ad essa conduce.
Se l'avervi taciuto, o lettori, il mio pensiero, se l'aver cercato di
caparrare un po' della vostra affezione per un'infelice, vi farà durare
nel proposito di vederne la fine, non mi pentirò della fatta omissione.
Anzi, la confidenza accresciuta dal vedervi accogliere bene le mie
simpatie, mi dà coraggio di farvi anticipatamente una rivelazione. Se
da principio avessi dimostrato la pretensione di ragionarvi di storia
patria, voi, che sapete dove e da chi meglio apprenderla, avreste
voltato le spalle al petulante, che si arroga un officio di cui non
è degno. — Ma se da questo povero volume avrete tratto occasione di
fissare con ispeciale interesse un'epoca storica importantissima;
e se, in grazia sua, vi accingerete ad aprire qualche buon libro di
storia, non fosse altro per vedere se fui veritiero, avremmo, io e
voi, raggiunto il nostro scopo: questo racconto sarà la più acconcia
prefazione alle vostre studiose letture.