Entrò dunque nella lettiga colla pacata disinvoltura di un personaggio
non nuovo alle consuetudini dei grandi. — Più di un braccio accorreva
a puntellarlo nella salita; ma giungevano tardi, e mal graditi, poichè
il nostro eroe aveva preso il fumo della sua posizione, e non si
compiaceva affatto di quella soverchia confidenza. Pure, dall'alto
del suo seggio, dopo di averne sperimentato in ogni verso la morbida
spalliera e i commodi appoggiatoj, si degnò gettar l'occhio sulla
folla, e si diè moto per salutare a dritta ed a manca; e frattanto
in quell'artificiale inquietudine metteva a prova l'elasticità del
veicolo, e pregustava quelle scorrevoli ondulazioni, che dovevano far
la delizia del suo viaggio.
Ma ahimè! chi avrebbe mai osato credere, che un sì bel pronostico
dovesse andar fallito? Nessuno, fuorchè i lettighieri, che, nel
ricevere dal medico quella lezioncina sul modo di condurre lettighe,
gli avevano susurrato contro una certa sentenza, che non è mai venuta
vecchia: “Uom che fa l'altrui mestiere fa la zuppa nel paniere.„
E infatti erano essi sì poco persuasi de' suoi consigli, che si
disponevano a scompigliare ciò che era stato loro imposto, quando il
principe fosse entrato nella lettiga: temendo per lui, e per loro.
Ma poichè il conte era partito, e gli effetti del cattivo consiglio
stavano per ricadere sullo stesso autore, essi non si diedero la briga
di rimettere le cose nell'ordine di prima; dicendo che chi aveva fatto
il male farebbe questa volta la penitenza. — Il male, invero, non
poteva essere serio; ma per un uomo, come il nostro Esculapio, cui
sembrava che la propria incolumità fosse sacra al consorzio umano, un
semplice disordine ed un lontano pericolo presero le proporzioni di un
danno serio ed universale. Contribuì a crescerne le apparenze quella
serena beatitudine, in cui egli era entrato poco prima allo scoprire il
nuovo ripiego: perchè l'inaspettato, come ognuno sa, sublima tanto il
bene come il male.
Quelle cigne allungate fecero in modo, che le stanghe della lettiga
battessero troppo in giù sulle coste e sulle anche dei muli, e che le
ondulazioni del veicolo, prima che si rendessero regolari ed isócrone
pel viaggiatore, riuscissero brusche e crudeli per chi lo trasportava.
Gli animali, che alle condizioni ordinarie erano un modello di
mansuetudine, soprafatte da quella novità, cominciarono ad incocciarsi;
e Dio ne scampi dai muli incaponiti! Fermi e stecchiti sulle gambe
anteriori, che avrebbero dovuto pigliar moto, scuotevano le deretane
e la groppa, come se volessero scaricarsi d'un peso insopportabile.
Cadde nella stessa colpa anche Bucefalo; ma si s'era ravveduto sùbito;
i muli invece, sordi alla voce ed alle nervate dei lettighieri, o,
diremo meglio, inviperiti da quelle e fidi allievi della loro natura,
diedero in una furia di calci, che squassava il fondo della lettiga, e
la faceva andar su e giù come un burchiello abbandonato alle onde del
mare in burrasca. E il povero dottore dentro quella buccia era scosso
come un topo nella trappola. Balzava qua e là, appariva e spariva a
discrezione di quegli squassi che lo facevano ballonzare in ogni verso.
Quando voleva trovar posa, un di quei calci, a cui i muli soltanto
sanno dare una portata meravigliosa, lo sobbalzava in alto e in vista
di tutti; e non appena tentava reggersi e tenersi dritto della persona
per dimandare soccorso, un'altra strappata lo stendeva di bel nuovo sul
fondo.
Che i lettighieri volessero restituire ad Esculapio il suo fatale
consiglio, e mostrargliene l'inopportunità con quella lezione, è cosa
assai naturale; ma non volevano essi per certo cangiar la burla in
tragedia. Laonde, facendosi più alte le strida del pericolante, e
mescendovisi quelle delle donne e dei fanciulli, posero fine al brutto
gioco, contenendo le bestie, e ridonando al pover'uomo sì crudelmente
abburrattato la sicurezza di posare su terra ferma.
Non aspettò Esculapio che gli si facilitasse la via a discendere; la
paura lo aveva reso snello, fuor dell'usato. Prima ancora che ne fosse
il momento, balzò da quella trappola con una agilità, che gli ricordava
i suoi begli anni; traballò un istante, ma riebbe subito l'equilibrio
e con esso la libertà di emettere un sospiro largo e profondo:
espressione sincera di un rendimento di grazie. — Non ebbe forse a
lodarsi molto della pietà degli astanti; poichè, passato il pericolo
e frenate le grida, il primo atto e il più spontaneo in tutti fu un
rallegrarsi di cuore, non della sua salvezza, ma del caso che aveva
fatto lui in cambio del principe vittima di quell'accidente. — Il buon
uomo, è bene saperlo, nelle sue applicazioni filosofiche, cominciava a
numerare dalla propria individualità il primo gradino di quegli esseri
eletti, a cui è dovuta special riverenza.
I lettighieri, mentre stavano rimettendo il tutto nel primiero assetto,
non tralasciavano di dire, parlando tra loro a voce abbastanza alta,
quale fosse stata la cagione di quel disordine, e chi la cagione della
cagione. Ma Esculapio finse di non intendere, o, sbalordito com'era,
realmente non intese; perocchè quando ebbe a parlare di quel fatto (e
ne parlò delle migliaja di volte ben più che una) distribuì la ragione
e il torto, il merito e la colpa, a modo suo: attribuendo a sè una dose
eroica d'antiveggenza e di sanguefreddo, alle bestie una trista natura,
ed una più trista ai loro condottieri ignoranti di tutto, fuorchè nel
fare il male.
Non è a far meraviglia se poco dopo, invitato a salir di nuovo nella
lettiga, che aveva con buon successo dato prova di sè facendo un giro
in corte, non accettò l'offerta. Escì dunque dal castello di Campomorto
in coda al corteggio, a piedi, come il più umile dei famigliari. E
quando ebbe battuto la strada per qualche miglio, spiando il procedere
delle bestie; quando, accaldato dalla corsa e dai raggi del sole, ebbe
fatto prova, del viaggiare a piedi come un tapino, si rappattumò con
qualunque mezzo lo sollevasse da quella noja; quindi anche coi muli
e coi loro condottieri. — Ordinò dunque una sosta; ed ascese nella
lettiga, dove, se non trovò la dolce beatitudine e la sognata gloria di
poco prima, gustò almeno un po' di quiete e di inerzia.
Giunto a Pavia, fece far alto, e discese; dopo due ore di moto passivo,
trovò commodo il lastrico delle vie ed opportuno un passeggio per
sciogliere le membra indoglite. Bucefalo gli venne ricondotto a casa il
giorno seguente. Il padrone, accorrendo a visitarlo nel suo stallino
e trovandolo fuor del consueto tondo e lucido di pelo, riconobbe che
l'amico non aveva desinato il giorno prima alla solita greppia, e se ne
rallegrò di cuore. Ma poco dopo, quando fece appello a' suoi garretti
ond'essere condotto per città, s'avvide che ei non poteva servirsi che
di tre soli: al quarto pareva che scottasse il terreno. Da quel dì,
il vecchio e fido servitore passò allo stato di riposo; conservando lo
smilzo onorario di un po' di paglia.
A Campomorto e fra il servidorame del principe l'avventura del medico
aveva destato un po' di ilarità. Quella giornata lasciò memoria
di sè; e per un pezzo, quando voleva darsi la buona andata a un
guastamestieri, gli si diceva — “che tu possa fare il viaggio del
medico.„