XLVII.

Entrò dunque nella lettiga colla pacata disinvoltura di un personaggio

non nuovo alle consuetudini dei grandi. — Più di un braccio accorreva

a puntellarlo nella salita; ma giungevano tardi, e mal graditi, poichè

il nostro eroe aveva preso il fumo della sua posizione, e non si

compiaceva affatto di quella soverchia confidenza. Pure, dall'alto

del suo seggio, dopo di averne sperimentato in ogni verso la morbida

spalliera e i commodi appoggiatoj, si degnò gettar l'occhio sulla

folla, e si diè moto per salutare a dritta ed a manca; e frattanto

in quell'artificiale inquietudine metteva a prova l'elasticità del

veicolo, e pregustava quelle scorrevoli ondulazioni, che dovevano far

la delizia del suo viaggio.

Ma ahimè! chi avrebbe mai osato credere, che un sì bel pronostico

dovesse andar fallito? Nessuno, fuorchè i lettighieri, che, nel

ricevere dal medico quella lezioncina sul modo di condurre lettighe,

gli avevano susurrato contro una certa sentenza, che non è mai venuta

vecchia: “Uom che fa l'altrui mestiere fa la zuppa nel paniere.„

E infatti erano essi sì poco persuasi de' suoi consigli, che si

disponevano a scompigliare ciò che era stato loro imposto, quando il

principe fosse entrato nella lettiga: temendo per lui, e per loro.

Ma poichè il conte era partito, e gli effetti del cattivo consiglio

stavano per ricadere sullo stesso autore, essi non si diedero la briga

di rimettere le cose nell'ordine di prima; dicendo che chi aveva fatto

il male farebbe questa volta la penitenza. — Il male, invero, non

poteva essere serio; ma per un uomo, come il nostro Esculapio, cui

sembrava che la propria incolumità fosse sacra al consorzio umano, un

semplice disordine ed un lontano pericolo presero le proporzioni di un

danno serio ed universale. Contribuì a crescerne le apparenze quella

serena beatitudine, in cui egli era entrato poco prima allo scoprire il

nuovo ripiego: perchè l'inaspettato, come ognuno sa, sublima tanto il

bene come il male.

Quelle cigne allungate fecero in modo, che le stanghe della lettiga

battessero troppo in giù sulle coste e sulle anche dei muli, e che le

ondulazioni del veicolo, prima che si rendessero regolari ed isócrone

pel viaggiatore, riuscissero brusche e crudeli per chi lo trasportava.

Gli animali, che alle condizioni ordinarie erano un modello di

mansuetudine, soprafatte da quella novità, cominciarono ad incocciarsi;

e Dio ne scampi dai muli incaponiti! Fermi e stecchiti sulle gambe

anteriori, che avrebbero dovuto pigliar moto, scuotevano le deretane

e la groppa, come se volessero scaricarsi d'un peso insopportabile.

Cadde nella stessa colpa anche Bucefalo; ma si s'era ravveduto sùbito;

i muli invece, sordi alla voce ed alle nervate dei lettighieri, o,

diremo meglio, inviperiti da quelle e fidi allievi della loro natura,

diedero in una furia di calci, che squassava il fondo della lettiga, e

la faceva andar su e giù come un burchiello abbandonato alle onde del

mare in burrasca. E il povero dottore dentro quella buccia era scosso

come un topo nella trappola. Balzava qua e là, appariva e spariva a

discrezione di quegli squassi che lo facevano ballonzare in ogni verso.

Quando voleva trovar posa, un di quei calci, a cui i muli soltanto

sanno dare una portata meravigliosa, lo sobbalzava in alto e in vista

di tutti; e non appena tentava reggersi e tenersi dritto della persona

per dimandare soccorso, un'altra strappata lo stendeva di bel nuovo sul

fondo.

Che i lettighieri volessero restituire ad Esculapio il suo fatale

consiglio, e mostrargliene l'inopportunità con quella lezione, è cosa

assai naturale; ma non volevano essi per certo cangiar la burla in

tragedia. Laonde, facendosi più alte le strida del pericolante, e

mescendovisi quelle delle donne e dei fanciulli, posero fine al brutto

gioco, contenendo le bestie, e ridonando al pover'uomo sì crudelmente

abburrattato la sicurezza di posare su terra ferma.

Non aspettò Esculapio che gli si facilitasse la via a discendere; la

paura lo aveva reso snello, fuor dell'usato. Prima ancora che ne fosse

il momento, balzò da quella trappola con una agilità, che gli ricordava

i suoi begli anni; traballò un istante, ma riebbe subito l'equilibrio

e con esso la libertà di emettere un sospiro largo e profondo:

espressione sincera di un rendimento di grazie. — Non ebbe forse a

lodarsi molto della pietà degli astanti; poichè, passato il pericolo

e frenate le grida, il primo atto e il più spontaneo in tutti fu un

rallegrarsi di cuore, non della sua salvezza, ma del caso che aveva

fatto lui in cambio del principe vittima di quell'accidente. — Il buon

uomo, è bene saperlo, nelle sue applicazioni filosofiche, cominciava a

numerare dalla propria individualità il primo gradino di quegli esseri

eletti, a cui è dovuta special riverenza.

I lettighieri, mentre stavano rimettendo il tutto nel primiero assetto,

non tralasciavano di dire, parlando tra loro a voce abbastanza alta,

quale fosse stata la cagione di quel disordine, e chi la cagione della

cagione. Ma Esculapio finse di non intendere, o, sbalordito com'era,

realmente non intese; perocchè quando ebbe a parlare di quel fatto (e

ne parlò delle migliaja di volte ben più che una) distribuì la ragione

e il torto, il merito e la colpa, a modo suo: attribuendo a sè una dose

eroica d'antiveggenza e di sanguefreddo, alle bestie una trista natura,

ed una più trista ai loro condottieri ignoranti di tutto, fuorchè nel

fare il male.

Non è a far meraviglia se poco dopo, invitato a salir di nuovo nella

lettiga, che aveva con buon successo dato prova di sè facendo un giro

in corte, non accettò l'offerta. Escì dunque dal castello di Campomorto

in coda al corteggio, a piedi, come il più umile dei famigliari. E

quando ebbe battuto la strada per qualche miglio, spiando il procedere

delle bestie; quando, accaldato dalla corsa e dai raggi del sole, ebbe

fatto prova, del viaggiare a piedi come un tapino, si rappattumò con

qualunque mezzo lo sollevasse da quella noja; quindi anche coi muli

e coi loro condottieri. — Ordinò dunque una sosta; ed ascese nella

lettiga, dove, se non trovò la dolce beatitudine e la sognata gloria di

poco prima, gustò almeno un po' di quiete e di inerzia.

Giunto a Pavia, fece far alto, e discese; dopo due ore di moto passivo,

trovò commodo il lastrico delle vie ed opportuno un passeggio per

sciogliere le membra indoglite. Bucefalo gli venne ricondotto a casa il

giorno seguente. Il padrone, accorrendo a visitarlo nel suo stallino

e trovandolo fuor del consueto tondo e lucido di pelo, riconobbe che

l'amico non aveva desinato il giorno prima alla solita greppia, e se ne

rallegrò di cuore. Ma poco dopo, quando fece appello a' suoi garretti

ond'essere condotto per città, s'avvide che ei non poteva servirsi che

di tre soli: al quarto pareva che scottasse il terreno. Da quel dì,

il vecchio e fido servitore passò allo stato di riposo; conservando lo

smilzo onorario di un po' di paglia.

A Campomorto e fra il servidorame del principe l'avventura del medico

aveva destato un po' di ilarità. Quella giornata lasciò memoria

di sè; e per un pezzo, quando voleva darsi la buona andata a un

guastamestieri, gli si diceva — “che tu possa fare il viaggio del

medico.„

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 65 / 111 题