Quando il Conte di Virtù scese dalla gradinata per isfuggire alle
sollecitudini d'Esculapio, ed afferrò il primo cavallo che gli venne
alle mani, egli si era impadronito del mezzo di trasporto destinato ad
uno de' suoi cortigiani. — Questi non reclamò per certo la roba sua;
ma seguendo il modo del principe, alla sua volta mise la mano sulla
cavalcatura di uno scudiero; e lo scudiero su quella di un servo; così
che tutti ebbero un arcione, e nessuno il proprio.
Anche il cavallo d'Esculapio, simile alla vecchia rozza
dell'Apocalisse, povero spolpato animale, che, dopo avere consumata una
balda gioventù in non so quante battaglie, vivottava nella stalla del
medico, dividendo con un somaro un sobrio lavoro ed un più sobrio cibo,
fu in quella fretta requisito e montato da un famiglio, il quale pel
suo officio doveva precedere il corteggio e tenere spazzata la via da
checchè per accidente le recasse ingombro.
Il povero animale non poteva capitar peggio; quando sentì battersi
sul sedile dell'arcione con un vigore tutto nuovo, e s'accorse che
chi l'inforcava non aveva il peso solito, nè la solita flemma, avrà
maledetto la sua trista sorte. Abituato da una dozzina d'anni ad avere
dal suo cavaliero un triplice avviso prima di mettersi in movimento,
aspettava il primo segnale; e intanto alzava il capo, abitualmente
inclinato come se fosse al pascolo, e torceva il collo, componendo il
muso ad una smorfia, da cui escirono uno sbruffo ed un versaccio, che
non era nè raglio nè nitrito. Ma altro che la voce e la misericordia
del vecchio padrone! Una furia di spronate gli crivellò i fianchi,
il flagello gli fischiò all'orecchio, e lo invase in tutte le parti
del corpo con una salva di percosse così rapide e sonore, che pareva
impossibile fosse il lavoro di una mano sola. — In quel frangente
l'antico spirito guerriero gli si risvegliò, non già per rispondere
all'invito sbuffando, mordendo il freno e pigliando la carriera, sì
bene per ribellarsi a colui che violava i vecchi patti. Acciecato
dallo sdegno, invece di muoversi, puntò le zampe anteriori, e diede
più volte il groppone a leva, spingendo fuor di sella il cavalcatore.
Fortunatamente però in quel capo ostinato viveva ancora un'altra
memoria; quella dell'esistenza di certi uomini ancor più tristi e
testardi, che non si lasciano smovere da simili proteste, e che quando
pure fossero buttati nella polvere, avrebbero l'ardire di rilevarsi per
ritornare al cimento. Nella sua gioventù ne aveva fatte più d'una volta
la prova, sempre con danno proprio: per cui, tutto ben considerato,
pensò esser meglio far patta del ricevuto e rassegnarsi al resto. —
Così fece; e, ravvivando gli ardori giovanili, improvisò un galoppone
tanto disunito ed incomposto, che il cavalcatore ne dovette serbar
memoria per un pezzo.
Esculapio, mentre si violava la sua proprietà, aveva eseguito la prima
parte del suo officio. Stava egli sur uno scaglione del vestibolo
atteggiandosi ad una curva mirabile, che voleva significare il più
ossequioso inchino, allorchè il principe gli fuggì. In questa postura
non s'accorse di restar solo; poichè, col capo basso e gli occhi
socchiusi, masticava in quel punto, a voce sommessa, un complimento in
latino, composto e studiato il giorno prima. Rialzandosi e trovando
d'essere solo, girò lo sguardo meravigliato; vide che la folla dei
cavalieri si agitava; riconobbe infine il suo illustre cliente che
dall'alto di una montatura dava il cenno della partenza. Lo zelo
della sua carica lo consigliava ad accorrere a lui ed a tentare di
distoglierlo dalla pericolosa impresa; e non gli sarebbero mancati
a ciò i più sonori aforismi e le più devote preghiere. Ma un antico
dettame della prudenza, studiato a suo mal costo in una lunga pratica
del vivere coi grandi, gli aveva fatto apprendere a lasciare che
l'acqua corra in giù, perchè “Dio vede e provede„: verità cotesta a lui
famigliare e carissima, colla quale corroborava la coscienza le troppe
volte che, trovandosi impacciato co' suoi infermi, li rimetteva alle
cure della providenza, e all'uso dell'acqua di fonte.
Discese però dalla gradinata con un'aria frettolosa, che si esauriva
in mille inutili movimenti della persona. Giunto dove la folla gli
chiudeva il passo, comandò, chiese, pregò che gli si facesse largo. Ma
dagli scudieri e dai fanti, che in altro momento avrebbero mostrato
un gran rispetto per l'uomo della scienza, non ebbe in quel punto
nè attenzione nè cortesia: onde gli fu forza aprirsi una strada fra
quegli ingombri, spingendo in mezzo ad essa la sua grave mole, come si
fa correre una barca carica fra le dune. Durò quel gioco, fin quando,
entrato anch'egli nella via di chi difilava, non trovò più alcun
ostacolo alla libertà de' suoi movimenti. — Se non che, la foga dei
cavalli e dei cavalieri era sì grande, la direzione che essi avevano
presa sì fissa, che riesciva impossibile attraversarne la corrente, e
bisognava lasciarsi trasportare chi sa dove. — Se prima aveva chiesto
in favore di lasciargli un po' di spazio per muoversi; ora supplicava
per pietà d'accordargliene quanto bastasse ad arrestarsi onde avere
il respiro. E all'uno con una voce affannosa chiedeva conto della
propria cavalcatura; all'altro intimava che si avesse riguardo anche a
lui, “non famiglio, non servo, ma...„ e qui sfoggiava il suo nome e i
suoi titoli con quel far del grande a sproposito, che rende scusabile
l'altrui irriverenza.
Ben comprese allora il pover'uomo come il suo favorito proverbio, sì
tonico e confortante quand'era applicato ai mali altrui, divenisse
sterile trattandosi dei proprii. Nondimeno, per non essere più a lungo
vagliato da quell'onda di gente, meglio che le parole gli giovarono i
gomiti, abilmente manovrati. — Escì pertanto da quella pressa, ma un
po' malconcio; press'a poco come un virgulto passato pei vortici di
un torrente e ricacciato a caso sulla riva. Abbrancò il primo oggetto
solido che gli venne alle mani, e, stretto a lui, riebbe finalmente
l'equilibrio, il respiro e più tardi la parola.
“Dove è Bucefalo, disse egli appena potè parlare; il mio cavallo dove
è?„
La persona, cui egli si era avviticchiato, era un mozzo: un buon uomo,
servizievole all'uopo, ma in tutt'altro genere di cortesia, che non era
quella richiesta al momento. Onde fu grazia se non cercò in quel punto
di liberarsi di un carico, che non era pagato a portare.
“Uhm! rispose egli in un tono asciutto, cosa volete che io sappia del
vostro.... che so io? Dei cavalli qui ce ne erano più di dieci, più di
venti. Tocca a voi a cercare il vostro: quando l'avrete trovato, se vi
occorre qualcosa, dimandate di me: è il mio pane governare una bestia,
messere.„ — E in dir ciò dava una crollatina a tutte le membra, quasi
volesse scuotere da dosso il soprapeso.
“Vi manca del pane, l'avrete: ma cercatemi il mio cavallo, vi ripeto:
devo seguire il conte, e che? dovrei corrergli dietro a piedi? — L'ho
lasciato qui il mio Bucefalo, qui presso alla lettiga...„
“Ah ah! interruppe l'uomo: un caval bertone, attrappato, scarico... ah
ah! Era vostro quel digiuno ambulante?...„
In altra occasione Esculapio non avrebbe tolerato che si parlasse
con poca riverenza del suo vecchio amico. Ma in quel momento, qual
protezione poteva accordare chi chiedeva con tante istanze l'altrui?
Onde non redarguì le frasi squajate, ma le interruppe dicendo:
“sì quello appunto; un bel bajo dorato mozzo d'orecchi, ma pien di
cuore...„ Allora lo stalliero non rispose colle parole; ma avvicinando
le due mani, palmo a palmo, e facendole scorrere rapidamente l'una
sull'altra, con un fischio sommesso e prolungato, volle dire, che il
cavallo era ito, e ben lontano.
“Partito! e con chi, e per ordine di qual persona!„
L'altro raccontò quel che noi già sappiamo; che, cioè, in quel
parapiglia gli scudieri del principe s'erano scambiati i cavalli; che
egli, probabilmente il custode dell'eroico Bucefalo, ne consegnò le
redini al primo venuto; che questi gli saltò in groppa, e partì come il
vento dopo avergli cavato il ruzzo del capo con un generoso rifrusto.
Se Esculapio si commosse a quella nuova, ne aveva ben d'onde. Anche
senza ricorrere alla stizza dal vedere malmenato da un incognito
quella sua vecchia reliquia, trovava di che imbronciarsi pensando come
egli avesse a patire indubiamente, in quella bisogna, lucro cessante
e danno emergente; un buon mezzo, cioè, di ritornarsene perduto per
ora, sciupato forse per sempre; e di sovra più, il pericolo di doversi
affidare a Dio sa qual groppa, che gli romperebbe le reni, quando
pure non lo traesse in un precipizio, da non escirne vivo. — Il suo
intelletto gelido e ponderato si accese nel rimestare l'argomento
dei timori e dei pericoli a cui andava incontro. — Per buona sorte,
mano mano che il male si faceva grande, cresceva il proposito di
opporvi, come rimedio eroico, l'incrollabile risoluzione di rimanere
a Campomorto un giorno, un mese, un anno; quanto era d'uopo insomma,
per attendere un mezzo di trasporto degno di lui e tale da ispirargli
fiducia. Pertanto rifiutò recisamente i varj partiti, che gli venivano
offerti come ripiego a questa contrarietà. Chi intatti voleva essergli
compagno in una passeggiata fino a Pavia, e ne commendava la bella e
commoda strada. Chi s'impegnava di tradurlo colà in una carretta; ed
aveva già in mente dove trovare un veicolo, ed un somaro. Chi infine
gli offriva ad uso la mula del piovano, mansueta come un agnello, e sì
pratica dei contorni, che il suo padrone soleva dormire sul basto nelle
sue gite e risvegliarsi solo quando si trovava ricondotto alla porta
della sua casa.
Tutte queste proposte gli erano fatte da quella buona gente colla
franca cordialità loro propria: ma indarno. Le prime due facevano
arricciare il naso ad uomo d'alta levatura, come Esculapio; e l'ultima,
appena messa in discussione, andava ad urtare e ad infrangersi contro
una sua regola inalterabile di vita, che gli imponeva di non imprestar
mai a chicchessia, e di non chiedere mai ad imprestito. — Trattandosi
poi di cavalli, ogni sostituzione era impossibile; anche la mula del
piovano, checchè se ne dicesse, era un'insidia, un rompicollo.
Mentre si agitavano tali questioni, sfilava il retroguardo del
corteggio, e più non rimaneva che la lettiga del principe, che, come
ognun sa, era deserta. In gittar l'occhio su di essa, Esculapio si
battè la fronte, come chi fa una meravigliosa scoperta: e lo era
infatti il vedere quel commodo veicolo partire vuoto per Pavia, e il
pensare che egli avrebbe potuto, quando l'osasse, approfittarne. Tutto
stava nell'accomodare le etichette; quanto al resto, non v'era alcuna
apprensione; la lettiga del principe, la più bella pariglia di muli,
i più esperti lettighieri.... A questo pensiero, sparivano dal suo
viso quelle rughe incresciose, che vi avevano impresse le proposte del
massajo e del piovano. — Oh con quanta delizia non assaporava il suo
commodo tragitto! Già cogli occhi possedeva quella specie di cameretta,
difesa dalle inclemenze della stagione, in cui egli potrebbe stendersi
a piacer suo; già gustava l'andar lento ed eguale delle mule, che,
cullandolo dolcemente, dovevano procacciargli una beata dormiveglia.
Non gli restava che il dubio di ferire le convenienze, e di mettere
a risico la sua riputazione d'espertissimo cortigiano. — Perocchè il
nostro Esculapio aveva due nature e due sguardi; l'uno brusco se mirava
sotto di sè, l'altro melato, lusinghiero, supplichevole se volgeva
l'occhio all'insù. E la grazia del principe gli era cara quanto e più
che Bucefalo; e per ottenerla, o mantenerla, sarebbe ito a Pavia a piè
zoppo.
Il sospetto, che posava sulla fronte del baccalare, era simile ad
una nube che oscura la cima di una montagna, ma non turba il sereno
dell'aria. Ragionare sulla scelta è come ammetterla possibile. —
Viaggiando al retroguardo, pensava egli, potevasi partire e giungere
nascostamente: i lettighieri non fiaterebbero per certo. Ma d'altro
canto, quell'operare furtivo non gli pareva da par suo: con una
soppiatteria sulla coscienza non avrebbe goduto la delizia di quella
giornata. Meglio era dir tutto; far ridere il principe sui casi suoi;
un sorriso è caparra di perdono. — A quest'esordio seguivano altre
buone considerazioni; e quella anzitutto che la necessità non ha legge,
e che il principe, degnandosi di prendere il posto di un cortigiano,
aveva tacitamente assentito, che questi pigliasse il suo. Infine
poi, se tutte queste buone ragioni fallivano, avrebbe ricorso alla
intercessione della Castellana di Campomorto, la cui influenza benefica
non era più un mistero fra gli scioperati della corte. Appianate per
tal modo tutte le difficoltà, egli si dispose a cedere agli inviti dei
lettighieri, che per burla gli dicevano di restar servito; e s'avviò
verso loro con quell'aria solenne e piena di degnazione, che aveva
sempre pronta pei da meno di lui, e che è proprio la vernice dorata
degli ignoranti.