Era necessario provedere a che nuovi guai non si aggiungessero alle
già troppe sventure. — Un lungo tempo speso in parole ed in lacrime
poteva far perdere l'occasione di portare qualche lieve rimedio ai mali
passati.
A ciò provide il conte. Stabilì che Canziana in quello stesso giorno
si recasse a Milano per dare le opportune disposizioni onde fosse
rispettata ed obedita l'ultima volontà di Maffiolo. La donna di tutto
buon grado accettò l'incarico, senza che la sua istintiva prudenza le
facesse scorgere alcun pericolo. Il conte nullameno ordinò che il più
fido de' suoi servi l'accompagnasse.
Quanto a sè, pensò di non protrarre il suo soggiorno a Campomorto
oltre quel breve spazio di tempo che era richiesto da un giusto
rispetto verso il dolore d'Agnesina. — Le sue forze erano abbastanza
rifatte: quanto gli rimaneva a desiderare per chiamarsi perfettamente
guarito, l'otterrebbe poi: dopo ciò che era accaduto, un'ora d'ozio gli
cagionnava un rimorso.
Due giorni dopo, entrato il dolore d'Agnese in una fase più
tranquilla, il conte inviò all'appartamento di lei uno scudiero,
perchè le chiedesse licenza di visitarla; al che, la donzella rispose
affermativamente. Altre volte, pensando che era sola, avrebbe ella
forse trovato il mezzo di evitare un ritrovo. Quel dì non le passò
per la mente alcun dubio: trattavasi di persona che aveva meritata
la fiducia di suo padre. — La sventura d'altro canto eguaglia ogni
disparità; quando essa scende improvisa anche fra gente straniera,
assai spesso la ravvicina, e la stringe in un nodo che di rado e
difficilmente si scioglie.
Il conte non a capriccio o per vana pompa aveva indossato le insegne
della sua dignità; un abito cioè di sciamito, ed una sopraveste di
velluto soppannato d'ermellino, colla collana d'oro sul petto. Era
ben giusto che in quel giorno non l'ospite ma il principe rendesse
omaggio alla figlia del suo più fido alleato, e che davanti alle virtù
di quella nobile famiglia s'inchinasse la dignità del Sovrano. Pensò,
poscia, che quanto recava impaccio alla più libera effusione dei cuori,
varrebbe a mantenere fra loro quella giusta distanza, che il conte
voleva serbare; non per sè, ma per rispetto alla virtù ed alle sventure
della fanciulla. Del resto ogni cautela era soverchia; poichè quegli
che sente sfiducia di sè, suole quasi sempre trovarsi nei momenti
difficili al di sopra dei proprii timori.
Quando il conte varcò la soglia dell'appartamento di Agnesina, vide
che essa accorreva ad incontrarlo. Lo stato di abbattimento, in cui
era caduta durante quelle lunghe e fatali giornate di solitudine, le
aveva aggiunto nuova bellezza. L'espressione delle sue vive sofferenze,
facendosi strada attraverso al languore che segue indispensabilmente
una crisi, appariva sul suo volto come testimonio di un cuore forte,
ma, più ancora che forte, sensibile. — Non era l'eroina di due giorni
addietro; era la donna appassionata che soffre, piange, e cela, per
quanto il consentono le forze, l'attrattiva delle sue lacrime. Se è
vero che nelle grandi passioni l'anima ci si dipinge sul volto, diremo
che, in mirar quello di Agnesina, bisognava esclamare “ecco l'angelo
del dolore„.
Il conte, nell'entrare in quell'atmosfera satura di sospiri, non sentì
aggravarsi il cuore; ma provò essere cosa dolce il potersi chiamare
debitore verso una sì adorabile creatura. — In cima alle visioni di
grandezza e di gloria, che erano state l'anima di tutta la sua vita,
ei da quel punto collocava Agnese, figlia ed erede di colui che,
prevenendo i suoi disegni, ne suggellava l'esordio col sacrificio della
vita.
Quando furono vicini, il conte stese la mano alla fanciulla; che
le porse la sua timidamente. E poichè le leggi della convenevolezza
permettevano ad un cavaliere di non abbandonare la mano della sua dama,
finchè non l'avesse condotta a sedere, egli se ne valse, mantenendo
però tutto il riserbo della più squisita urbanità.
Postisi a sedere, gli occhi loro aprirono il dialogo, specchiandosi gli
uni negli altri, e traducendo in isguardi pieni di pietà e d'affetto
quelle frasi, che il cuore suggeriva, e che il labro non sapeva o non
osava ripetere. — Si venne poscia alle consuete formole di pulitezza,
che dicono troppo e non hanno alcun pregio fra gli indifferenti; ma che
fra persone amanti, riacquistano il pretto valore della parola; anche
quando servono soltanto a riempire un silenzio, di cui l'occhio abusa
per farsi rivelatore dei moti del cuore. — Le prime parole furono spese
nel chiedersi conto a vicenda della salute: intorno a che ognuno disse
meglio che il vero. — Le tracce di una malattia non del tutto vinta si
erano approfondite sul viso del conte in seguito alle emozioni di quei
giorni. Agnesina se ne avvide, e se ne dolse; ma finse di accogliere
come veritiere le assicurazioni di un completo ben essere che il conte
le diede; ed alla sua volta, parlando di sè, non fu più schietta.
Si parlò quindi della vicina partenza del conte; e questi ne addusse
i motivi. — “È tempo, disse egli, che io ritorni alle mie cure; vi
accerto che ne riporto meco alcune, che mi stanno assai vivamente a
cuore„.
“Credete voi, soggiunse Agnesina, d'essere in istato di affrontare il
disagio del cammino?„
“Troverò la forza nella certezza di trarre buon partito dalla mia
presenza in Pavia.„
“Io non insisto, o signore, nell'offrirvi una più lunga ospitalità. —
Tralascio di dirvi: ricordatevi di Campomorto. È impossibile che non
conserviate di esso delle rimembranze.„
“Ahi! troppo funeste; ma incancellabili. — Eppure se la sorte mi
facesse àrbitro di scegliere, preferirei ancora e sempre il lutto del
vostro castello allo splendor della reggia.„
Agnese chinò l'occhio a terra con una modestia sì gentile, che fe'
coraggio al conte di aprir meglio il suo cuore.
“Permettetemi, o Agnesina, che io deponga una volta il linguaggio del
mondo, per dirvi che qui appresi quello che in un'intera vita consumata
tra le spensierataggini della corte, non avrei nemmeno osato sognare.
Questo non è il momento delle adulazioni, credetelo. — Un'omaggio alla
virtù, tanto più bella quando sventurata, è debito d'ogni uomo; — Avete
voi fiducia in me?„
“L'ottimo mio padre mi impose d'aver fede in voi, mio principe.„
“Grave carico ho assunto, da che conobbi la mente del vostro genitore.
— Egli insegnò a tutti, come si serve alla patria.„
“Sì, o signore; io sola sono in grado di misurare quanto sia stato
grande il suo sacrificio...„
“E il vostro, o Agnese?„
“Non parlate di me; io piansi e piango troppo.„
“Ma quelle lacrime sono per voi l'ultimo atto di carità verso la
patria. Voi chiudete la serie delle vostre nobili azioni, quand'io mi
dispongo ad incominciarle. — Vostro padre mi designa a grandi cose:
egli mi dimanda un miracolo.„
“E voi l'opererete. Mio padre indovinò il vostro pensiero, e lo
prevenne. Il nobile coraggio che lo trasse a tanta prova gli venne
infuso da voi. In voi sta la speranza dei buoni cittadini, che amano la
libertà della nostra patria, e che ne attendono il ritorno„.
“Tutti ripetono questa parola, libertà; tutti l'hanno nel cuore, ed a
ragione. Bisogna esser stati servi per conoscerne l'immenso pregio: ma
lo sperare vicino il suo ritorno è follía. Il male ha troppe radici
perchè possa essere guarito sì presto. Ricordate ciò che disse lo
stesso Maffiolo: gli uomini insurgono ad ogni istante per soverchiarsi
a vicenda. — Ponete mente a questo nostro paese. Morto il signore di
18 città, i tre nipoti ne fecero a brani il patrimonio, come le fiere
affamate lacerano l'unica preda. — Accadrà lo stesso alla morte di
Barnabò. I suoi trentadue figli aspettano che egli chiuda gli occhi,
per fare a pezzi lo stato, e dividersi tra loro le pecore dell'armento
paterno. — Questa suddivisione ripetuta all'infinito ci dovrebbe
ricondurre a quei tempi, in cui ogni uomo era sovrano e suddito di
sè stesso; ma se ciò avvenisse questo popolo di padroni sarebbe ad
un tempo una turba schiava; perchè l'autorità sua, grande o piccola
che essa sia, è sempre parte di un potere assoluto e tirannico — Se
un oggetto derubato viene diviso fra mille o fra cento mila ladri, il
possesso di quel piccolissimo valore non è per questo meno illecito.
— Camminando di questo passo noi dunque ci discostiamo sempre più da
quell'unica via, che ci può ricondurre a sperare, se non ad ottenere
prontamente, la vera libertà. — Bisogna tornare indietro; forse i
posteri renderanno grazia a colui, che riassumendo in sè solo le
pretensioni di cento tirannelli, farà delle loro usurpazioni un unico
patrimonio, de' loro soggetti un unico popolo. — Tale, o Agnesina, è il
mio pensiero.„
“Quanti pericoli incontrerete voi nella vostra impresa! Quanti nemici!„
“Qual è quel ladro che non chiami tristo case l'essere derubato?
Forse un giorno si dirà lo stesso di me; tutti crederanno che l'anima
de' miei disegni sia una sfrenata ambizione, non un ardito concetto,
che ha in sè della gloria perchè ha dei pericoli. Ma guai a me se mi
arrestassi pel timore d'essere franteso. — Da tempo io sono avvezzo
alle ingiuste sentenze di quell'árbitra del mondo, che si chiama voce
di popolo. Come tolerai e tolero d'essere creduto ignavo e timoroso,
così, quando le mie gesta dissiperanno quest'accusa, saprò tolerare
quella di cúpido ed assoluto. — Ma tutto ciò non può essere l'opera
di poco tempo. Vostro padre ci additò la via, che dobbiamo seguire;
non ci disse d'entrare in essa a corsa precipitosa. Il suo coraggio,
avrà destato l'allarme fra i nemici. È necessario che la vecchia
dissimulazione allontani da noi ogni sguardo geloso.„
“Sì, ripigliò Agnesina con un tuono pietoso, che non era pura cortesia,
non vi esponete ad inutili cimenti. La vostra vita è cara a tutti; a me
più che ad ogni altro, da che fui degna di conoscere il secreto delle
vostre intenzioni.„
“Io tornerò ad amare la vita se essa può esser buona ad alcuno. —
Senza ciò, è egli possibile che io scordi le infinite amarezze di cui
finora fu compagna? Invano io tentai nutrirla colle illusioni di uno
splendore, che mi è annunciato da mille presentimenti. Essa rimane
sempre sterile e vuota. Io non posso dire al mondo — sono infelice. —
Ognuno mi deriderebbe, sclamando: e perchè non discendi al livello di
chi al disotto di te ride e gode come tu non sei avvezzo a fare?„
“Ma voi potete gustare un po' di quella gioja secreta che è il compenso
di chi s'affatica ad un nobile intento. Il popolo dev'essere la vostra
famiglia; lo troverete modico nel chiedere, perchè avvezzo a non
ottenere; facile all'amore, perchè lungamente forzato ad odiare. Il suo
affetto vi compenserà largamente di quelle gravezze che sono compagne
inseparabili di una privilegiata esistenza„.
Le parole d'Agnesina erano sagge. Ma il conte, non sapremmo dire se ad
arte o per caso, taceva del principe per parlare dell'uomo privato.
— Chiamandosi infelice, e provando d'esserlo, egli rendeva in certo
modo ossequio alla sventura, che gli era dinanzi; nulla essendo più
ingrato agli infelici che la presenza della fatua contentezza degli
insensibili.
“Credete voi, o Agnesina, proseguì egli, che si possa essere sempre
così forte e padrone di sè da perdurare nei buoni propositi, quando
il premio che se ne attende è ancora tanto lontano ed incerto? Credete
voi che la costanza sia la virtù d'ogni momento? che basti l'illusione
di meritare un giorno il favore del popolo e di arrivare a possederlo,
quand'esso non ci sarà più necessario? E intanto chi mi soccorre nel
superare i più gravi ostacoli? chi mi fa coraggio a battere una via
ingombra di difficoltà, e di pericoli? Interrogate quel popolo, che
un giorno mi amerà, come voi dite; gran mercè, se oggi consacra al suo
principe un po' di compassione. — I buoni, che come vostro padre amano
di cuore colui che può giovare alla patria, fuggono da questo mondo
menzognero. — I suoi e i miei amici scompajono. Oh se l'anima generosa
di Maffiolo m'inspirasse sempre quel coraggio che provo al vedervi, o
Agnesina, io sarei felice; perchè potrei giurare per la vita di lui che
i suoi voti saranno esauditi.„
Nel pronunciare queste parole, il conte aveva pigliato un aspetto
insolito. Il suo volto si accese; i suoi occhi divennero scintillanti:
Agnesina non potè reggere al fuoco de' suoi sguardi. Confusa
dall'improviso infervorarsi del conte, chinò il capo ed ammutolì....
Ben se ne avvide costui, e si dolse d'essersi lasciato commovere,
mancando alla sua abituale dissimulazione. Volle quindi temperarne
l'effetto, ripigliando più freddamente il discorso.
“Perdonate, o Agnesina, egli disse, se ho abusato di questi momenti.
Parlare de' miei crucci a voi, straziata da dolore incomparabilmente
più grave, fu dal canto mio una improntitudine scortese. Ma vogliate
perdonarmi, ve lo ripeto, perchè la mia troppo fervida parola fu
consigliata dalla fiducia nuova ed inattesa che provai, entrando in
questa casa e vivendo presso di voi. Sì: non vi deve offendere il
sentirvi dire, che io ripongo nella figlia di Maffiolo ogni fiducia.
Se il mio spirito d'ora inanzi cadrà sfinito, avrò un nobile pensiero
da cui ritrarre vita e coraggio. Ma non temete per questo, o fanciulla:
io dovrò tutto a voi; voi nulla a me. — Quando sarò lontano e travolto
di bel nuovo in quel lezzo, dove tutto è menzogna, io penserò a voi,
alle virtù che vi adornano, ai dolori che avete sofferti; e in questi
pensieri ritemprerò il coraggio per proseguire il mio cammino, fin dove
è la meta segnata da vostro padre.„
“Che Dio assecondi i vostri nobili propositi„ sclamò Agnesina
interrompendo quell'ultima frase.
“Dio salvi anzitutto in voi il palladio secreto delle nostre future
glorie. Gli amici nostri non avranno inutilmente riposto in me le loro
speranze, se alla mia volta anch'io non avrò invano invocato la stella
delle vostre inspirazioni. — V'ha de' cavalieri che fanno prodigi ne'
tornei, e ne cercano in premio il sorriso della loro dama. Io, per
ottenerlo, farò assai più...„
Non bisogna trarre scandalo da tali parole; al dì d'oggi esse
suonerebbero come una dichiarazione ardita ed inopportuna. Ma a quei
tempi, la cavalleria, piena di generose proteste e di nobili atti
di valore fatalmente sprecati in frivole imprese, non era ancora
venuta meno nel credito della gente d'alto affare. Il suo linguaggio
ossequioso ed audace, cortese e belligero, era proprio di chiunque
volesse stare sul fior delle eleganze. Anche una donzella poteva
ascoltarlo senza arrossire; molto più, dacchè quei giuramenti di
servitù e di devozione cominciavano a prendere il tuono convenzionale
d'un complimento.
Agnesina aveva l'animo troppo pieno di emozioni vere ed urgenti per
arrestarsi a misurare il peso di queste parole, per solito vuote ed
abusate. — Nondimeno le riescivano più del solito gradite, e pel merito
di chi le pronunciava, e perchè le porgevano una autorevole conferma di
ciò che il cuore aveva già indovinato.